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ARCHIVIO
GLOTTOLOGICO ITALIANO,
DIRETTO
DA
Gr. I. ASCOXjI.
VOLUME DECIMOQUINTO.
TORINO,
CASA 'editrice
ERMANNO LOESCHER.
1901.
Riservato ogni diritto di proprietà
e di tradu5?;ione.
TC
mila;,'o, tip. bernardoni di c. rebkschini e c.
AGLI AMICI BELU ARCHIVIO.
Il presente volume, l'ultimo affidato alla mia direzione, che
anche poteva esser l'ultimo della Raccolta, doveva avere un
Proemio per cui si continuasse, così intorno alla storia della
disciplina, come intorno alle ragioni dottrinali e tecniche, il di-
scorso, non ampio ma non limitato all'indagine neolatina, che
sta in fronte all'undecime volume. S'aggiungeva l'intenzione e
quasi il dovere di non lasciar senza risposta alcune osserva-
zioni benevole, che furon mosse, qua e colà, alle mie scritture,
nel giro degli ultimi decennj. L'assunto s'era fatto, man mano,
abbastanza largo, e il lavoro procedeva tra quelle angustie che
sono inerenti a ogni trattazione in cui è inevitabile il parlare,
più 0 meno a lungo, delle proprie cose. Sennonché, due avve-
nimenti, quasi simultanei, m'inducono, non già a smettere il
proponimento al quale mi permetto di qui alludere, ma a in-
tonar diversamente codesto mio saggiuolo e a diffei'irne la
stampa.
Era il mio un discorso che inevitabilmente assumeva le ap-
parenze di un commiato, forse un po' querulo in qualche punto,
che io domandassi ai compagni di studio, giunta come sentivo
l'ora melanconica di rallentare la scarsa operosità che potesse
più restarmi. Ma ecco all'incontro sopraggiungere una doppia
ricorrenza, molto amorosamente ricordata, dalla quale i com-
pagni di studio prendono essi, in qualche modo, l'occasione di
prevenire il mio commiato. In una cosi larga manifestazione di
simpatie tanto ambite, com'è stata questa, vedo io bene quanta
parte ne deva andare attribuita al gentile sentimento di coloro
che vi si son voluti associare. Ma ridotta, con ogni rigor di
critica, l'importanza effettiva di codesta manifestazione, ne ri-
mane pur sempre un riconoscimento cosi largo delle mie pre-
stazioni, un premio di altezza cosi cospicua, da rimutare in me
la spinta o il modo della propria mia critica intorno all'opera
cui mi fu dato consacrare la mia modesta esistenza.
V Archivio, alla sua volta, ben lungi dal morire, ecco accin-
gersi a vita più che mai florida, sotto la sapiente direzione di
Carlo Salvioni, da me stesso invocata presso la 'Casa Editrice
Ermanno Loescher'; e arridermi perciò la speranza, che ancora
in questa medesima Raccolta io possa, quando che sia, far sen-
tire, con tranquilla esposizione, qualche parte di ciò che s'era
venuto affollando nel mio pensiero intorno alle vicende e agli
avanzamenti di alcune sezioni della nostra tanto superba e tanto
ardua disciplina.
Così, nella tarda sera della mia povera giornata, il fato e la
bontà degli uomini hanno voluto che io assaporassi l'ineffabile
conforto di una rimunerazione spontanea, sincera e generosa.
E io ripenso, in quest'ora per me solenne, a Giovanni Flechia,
il solo e l'incomparabile compagno in cui potessi fidare quando
scrivevo il proemio a ({xxq'&ì' Archivio] agli altri collaboratori,
la cui perdita ho ancora pianto lungo il viaggio scabroso; alla
salda amicizia di quanti mi si sono onestamente accompagnati.
E ringrazio tutti dal fondo dell'animo, non immemore pur di
quella cooperazione fidente e cortese, della quale vo debitore
alla Casa rinomata, che s'è fatta editrice àeW Archivio, e alla
rinomata Officina, in cui V Archivio s'è stampato.
Milano, 2 aprile 1891.
G. I. Ascoli.
SOMMARIO.
Ascoli, Agli amici deWArchivio P. in
Parodi, Studj liguri (continuazione) » 1
ZiNGARELLi, Il dialetto di Cerignola (continua) » 83
NiGRA, Note etimologiche e lessicali (terza serie) » 97
NiGRA, froge . , » 129
Salvioni, pazzo » 130
Pieri, Gli omeótropi italiani » 131
Pieri, Note etimologiche » 214
Ascoli, Appendice all'Articolo 'Un problema di sintassi compa-
rata dialettale' » 221
ZiNGAEELLi, Il dialetto di Cerignola (continuaz. e fine) .... » 226
Pieri, Intorno a un Articolo di toponomastica elbana .... » 23G
De Bartholomaeis, Spoglio del 'Codex diplomaticus cavensis'
(continua) » 247
NiGRA, Note etimologiche e lessicali (quarta serie) » 275
Ascoli, Intorno ai continuatori neolatini del lat. ipsu- . . . . » 303
Ascoli, Dell'ital. sano, in quanto risponde a 'intiero'; ecc. . . >-> 317
De Bartholomaeis, Spoglio del 'Codex diplomaticus cavensis'
(continuazione e fine) » 327
Salyioni, lomb. sherpa ed altro » 363
Pieri, I riflessi italiani delle esplosive sorde tra vocali ... » 369
Flechia Giov. e Gius., Note diverse s . . » 389
VI
Ascoli, Appendice alle pag. 303-326 P. 3f>5
Giacomino, La lingua dell'Alione (continua) * 403
Salvioni, Le basi alnus alneus nei dialetti italiani e ladini- . » 440
Pieri, La vocal tonica alterata dal contatto d'una consonante la-
biale » 457
Ascoli, Osservazioni al procedente lavoro » 476
NiGRA, Postille lessicali sarde » 481
NiGRA, Note etimologiche e lessicali (quinta serie) » 494
Salvioni, Indici del volume » 511
STXJI3J XjIGhXJi^I.
DI
E. G. PARODI.
[Continuazione; v. voi. XIV 1-110.]
Vocali atone.
16. - A. Iniziale: evegnimento mu. 93, 30, dotto, estinentia rp 3, 15, cfr.
esmarria ecc., nm. 17? Protonico: cade se segue il dittongo wi, poira *pa-
vorja mu. 46, 29; 49, 28, ali. a paeira 53 r, 104 v, oA. pio'ia; ambaxoy tr. 6,
div. 1471, governai div. 1468, ali. a governaoi mu. 58, 1 ecc., accnssaoi, ecc.,
nm. 48. — In e: devanti dc^ 19 (? davanti ib., 20), stremoì-tia mu. 38 r, per
incrociaraenti; creveaoi mu. 48, 15 (? craveaoi AS, 22), rnetheria 96, 31, ape-
rejie Ig 2, 3, per assimilazione; zezunij Ig 4, 53, antico? Normale dissimi-
lazione in comperai- mu. 66, 16, comperaciom 66, 3, e nei futuri di 1^, anderà,
ecc. Altrimenti -ar- persiste: marinarla, cavalaria, margarite, ecc. Per
Bernabas mu. 194 v, e per Berthome, che vive sempre, cfr. nm. 2 e § 3.
L' a, riuscita in iato davanti ad i, passa in e, donde il dittongo ei : meij-
stro mu. 127 V, reijxe Ì55w, pareyso 39, 38; 40, 12, ecc.; Doneynus Dona-
tine div. 1381, 1398, 1399; per cheite cadde rau. 54 r, schegto de'' 37, cfr.
nm. 68'' 17. Passa in ei anche il dittongo ai, già formato, se atono: meistae
mu. 157 V, cfr. gli odierni Icete letta lattajo *. Uà passa in e, nelle mede-
sime condizioni, anche davanti ad il, donde il dittongo eù, e poi ó: limeura
limatura mu. 26r, iaceura 56, 50, andeura 90, 12, e cosi in tr., troveura 6,
in de* 4, meuro. Ma ri, rp, ps restano in entrambi i casi alla fase origi-
naria : paraiso ri 1, 36 ; 37, 1 18 ( : viso), raixe 6, 58 (: dixe), ecc., cfr. nm. 6 ;-
visaura 16, 97 {: brut ara), restaure 36, 31 (: restrenzeore, 1. -ure); spesso,
del resto, ancora in mu., maistro, inffiaura, ecc.
Postonico: resta davanti a r, sucaro mu. 68, 9; ma non se segua un
altro a, segera segale 116r, due volte. E il riflesso e predomina: basemo
* É molto sospetto eira, ann. 43, che ci darebbe un dittongo ai tonico
in ei.
Archivio glottol. ital., XV. 1
2 Parodi,
balsemo mu. 123 v, 295 r, e in unione con enclitiche, no se poreivelo non
Io si potrebbe mu. 38 r, apareiemela 48, 12, vedi nm. 61. Si confronti la
posizione di sdrucciolo rovescio: consegreij mu. 144 r, se non è dotto, so-
vermontam, 1. sovrem., mu. 87, 41, e la proclisi: som-e ti rp 3, 295, sovre
luto 5, 102, soure le aigoe mu. 38, 3, e spesso; inoltre sote, nm. 20. — Ri-
cordo infine sabao mu., ali. a sabo, oggi sabu.
Sono -a finali analogici: poa poi rp 8, 347, mu. 39, 42, ecc., soia rp 8,
74. 316, susa suso rp 9, 308, donclia mu. 57, 55, ecc., echa ps 35, 38, ecc.,
cfr. nm. 20 e 'Avverbi'.
17. - E. Iniziale, talvolta in a, arra errare, array, arror, arrossa mu. 55,
36; 73, 25, ecc. (onde anche arra errat 179 v); di varia ragione, abraico mu.
28 V, alimento 39, 35; 40, 6, ecc. ; ano ffanto 73, lì; asjmnesse 152 r, acepto
eccetto 43 V, assatao esaltato 91, 24, axaminarlo ps 36, 29, astimar 28, 4.
Hanno un singolare e prostetico, esmarria ps 32, 42, excusava 34, 14, eschu-
sar 34, 15, escuxi 34, 38, essugarse 34, 26.
Protonico, per lo più inalterato: delletaua mu. 52, 15, ecc., dellicie
72, 28, deffender ps 32, 8, segurtae dc^ 8, 10, ali. a sigurtae 24, refresca-
inento dc" 7, 12, ecc. ecc., ed anche in demandar devei deman, che ora
hanno z<, inoltre talvolta in remase ps 30, 4, remagno 32, 15, remasa 32,
30, ma più spesso romagna mu. 44, 20, romaze 43, 41; 44, 28; 48, 5, ro-
maneir 81, 6, ecc. — In i: niguna rp 3, 199, cfr. nixun 2, 58; 3, 262,
mu. 59, 7, ecc., od. nistin, ove ha influito la palatina, come in dixirera rp 5,
106, sisanta mu. 44, 4. 15, gilloxia 50, 31, dixisepte 39 r, 43 r, od. d'isete da
dix's., fors' anche in scrinio scrinir 1. skrin-, rp 2, 42. 52, oggi skrinus'u;
dinai rp 3, 102, mu. 63, 11, es. comune, limosena rp 3, 283, od. liyìiòzina,
confìssiom 6, 3, disnar nm. 40; e non ser^a influenze assimilative: nigli-
gente rp 9, 5, strimir 3, 219, binixi mu. 49, 9, isolato, vendimiar 57, 42,
dillicie 68, 26, distinaciom 87, 38. 42, caristria li r. — In a: davanti r, il
solito marce dc^ 24, mu. 86, 2, Ig 10, 4, venardi mu. 85 r; ed anche per
assimilazione, Valariam mu. 250 v, 251 v, Valarianus div. 1399, più volte,
sovaranna mu. 298 v; davanti n, splandente mu. 21 r, 115r, 123 r, Sansiom
83 V, 84 V, nm. 37. Per assimilazione, Sabastianiis div. 1398. Infine terramoto
mu. 129 V, od. taramótu. — In u, oltreché nel cit. romaneir: sodutor mu. 70 v,
sudutor 103 r, somenao dc^ 39, cfr. 1' od. siime'nsa, malofficio, per commi-
stione di temi, cfr. C.
Postonico: davanti r dovrebbe mutarsi in a, ove non segua altro a:
regolari sono, oltre a soxaro mu. 42 v, 46 r, tenera rp 8, 357, camera mu. 44,
16, overa; analogico sul feminile, povero rp 7, 154, ecc.; rifatti sui temi
in -ulu, soxoro mu. 67 v, soxora \\1 \, ora sò'lwa, vesporo 80 v, passora
90 v, 391 r, od. pasica. Cfr. § 3.
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfei. 3
Finale resta, tranne clie negli avverbi in -mente. L'oscillazione tra
-ae -ai significa solo che i due dittonghi si fondevano ornai nell'unico -ce\
ret sarà da rex, e così lei da lex, nm. 47. — Epitesi : -mie mu. 8 r, 34 v,
tie 17 V, He 20 r, 27 r, code 'qui' 18 r.
18. I: in- oscilla in rp tra en- in-; negli altri testi più tardi sempre
«n-, tranne rare eccezioni: envrio mu. 68, 36. — In ti: uverno rp 5, 2,
mu. 56, 36, ali. ad iverno rp 9, 161, l undeman mu. 10 v, 182 r.
Protonico, talvolta intatto, specie se risponde a un t tonico, e talvolta
per influenza di palatina contigua o per assimilazione: ìiorigarte rp 3, 50.
54, eniquitae ecc.; semiiente rp 8, 419, atoxigao 6, 16, dignitae mu. 63, 40,
consignao 112v, consignallo 285 v, ora solo ih kunsinu; sÌ7nplicitae mu. 95,
9, e anche simplessa 74, 3, tctilitae, ecc.; inoltre mister rp 3, 55. 193, ali.
al più solito mesler 1, 32; 3, 238. 341, virine virtute rp 8, 161, mu. 61, 38
e spesso altrove, ali. a veì-tue rp 8, 198. 207, ps 32, 25; 33, 3; 36, 5, mu. 57,
4, ecc., ditar mu. 52, 2, traissom 51, 34, ecc. Notevoli: limasse mu. 17 r,
17 V, p2^;i«tó 22 r, 28 r, 70 v, pignatar 70 v, che ora hanno il. — Più spesso
e: descrition discrezione rp 8, 256, deluvio mu. 44, 21, desposto dc^ 44, me-
nazando rp 6, 86, cfr. mu. 54, 14; .59, 13; 63, 6, vetuperao rp 6, 189, lexia
6, 194, vivo, vexin 3, 328; 7, 63. 221, mu. 68, 22, vivo, vekmie rp 7, 194,
sengifìca 8, 170, letanie 9, 282, crestianitae ào} 49, veelo mu. 24 v, ferma-
mento 39, 2 (ali. a fìrm. 39, 4. 5. 7), certo per commistione di temi, menor
39, 16, semeianti 40, 33, Cepriam 55, 1, vivo, meravegia 87, 6; 88, 29. 34;
89, 30, ecc., pegricie 90, 40; — promesion rp 3, 99, perdetion 3, 325, sospe-
zom dc^ 17, 18, pestelentia rp 7, 120, penetentia 8, 54, veretaeA, Al (?), omecio
G, 63, navegar 8, 167, zuegar mu. 63, 41 ecc.; alumenai rp 3, 7, ordena-
mento 8, 52, ordenao ordenaa dc^ 5, ps 29, 8; incontenente rp 7, 30 ecc.,
nobellessa mu. 72, 7. — In a: il solito zagante mu. 45, 6, trabuto Al r, 71 r,
140 V, atanzea 73 r, d'onde anche atanze 84 v. — In o (?<): asombiai mu.
2') v 'radunati', e qui vada pure involupai 83, 14; 48 v. — In k (m): Zm-
minai mu. 18 v 'liminari', e il solito prumer, ali. a. pirimer.
Postonico, in e: limosena rp 6, 259; 8, 253. 258; 9, 297, ali. a limo-
mna mu. 57 r, 163 r, 227 v, alumena rp 7, 74, ordena 8, 269, femena ps 28,
16. 22; mu. 39, 40; 40, 10, ep. 356, axena mu. 98 v, lagreme ig 13, 25, sta-
remo mu. 37 V, speraverno 87 r; iuexe ps 35, 42, ali. a zuixi mu. 29r, ecc.
19. 0. Iniziale in a, nel vb. asscurisse mu. 87, 18, se asscuri 80 v, nm. 94.
Protonico. È probabilmente un o in nozlie rp 8, 18, e in conmento 8,
21 , od. kdmentu, cfr. § 3. — In m: cugnao mu. 69 r, 213 v, donde l'od.
kiììóio. — In e: Bergogna div. 1467, per qualche commistione di temi,
e cosi dicasi di temperalitai mu. 40, 6, per tempor., se esatto; per assi-
milazione: besegnoso rp 9, 87. 163; in iato, e per scambio di prefisso:
4 Parodi,
reondo mu. 38, 3; 96, 20. — In a: Saramon Salam. rp 3, 157, rnu. 41, 5,
valarozo 45 v, 46 r, per assimilazione ; e qui vada un esempio di postonica,
Cristoffam nm. 26, cfr. nm. 20.
Aggiungo alcuni casi di -jo- passato in i, forse non in tutto letterarj :
fyrim de* 21, div. 1466, 1479, 1497, Firenza 1468, 1477, Firentini 1468, 1477.
20. TJ. Iniziale: osiira rp 5, 9; 6, 102; 7, 155, che par da leggere us'ìlra,
se non òs'. — Il noto inguento ps 28, 9.
La pronuncia u è di solito resa con o: soperbia rp 5, 9. 75; 7, 135, oggi
Slip., ci lascia dubbj, e forse va proprio letto con u; acosao rp 6, 57 sarà
invece un errore, nm. 1 o. Spesso anche u: repusar rp 5, 42, utioso 9, 161,
specie all'uscita, tropu rp 1, 43; 4, 41; 6, 152; 7, 21. 98, voiu 2, 11, lesoru
3, 26, iicrnu 3, 79, tortu 3, 226, lu 6, 15; 7, 104; morsu 6, 19, siroìm 6, 65,
pointu 7, 85, corpu 7, 54. 186, reu 8, 113, pochu 9, 348.
Protonico, per lo più rimane. Talvolta in e: remor rp 3, 216, ps 3.5,
20, volentay mu. 39, 39, vorentay tr. 4, due volte, su 'volente', sotemissa
mu. 63, 39; 87, 39, e anche nella proclisi, sole lor pe rp 1, 57, e cosi 8,
409 e spesso, cfr. nm. 16. — Anche i: cominigandosse mu. Ili r, cominiom
114r, cominigd 310 r, oggi kuminigd (donde humìniija), con assimilazione.
Postonico, in a, davanti n: sorfane mu. 38 v, cfr. nm. 19. Per echame
ps.31, 34; 36, 31, mu. 83r, ed echa, cfr. nm. 16.
21. Dittonghi: AU passa in 5, ihossura mu. 57, 28, 1. cosura e cfr.
nmm, 19, 25; il cit. repusar rp 5, 43 è una posteriore estrazione da riposu,
e si ha tuttora riposa ali. al meno popolare ripiis'd. — L'o« romanzo da
AULT ecc., dà nell' atona o: scotrio ann. 21, otar mu. 47, 34, cfr. nm. 24*.
Consonanti.
J. 22. iustixia ào} 29, iuxe ps 34, 4, iiiexe 35, 42, cfr. C, ali. a zuexe zuxiy
meglio assimilati, jaxeir mu. 112 v;- zue rp 6, 133, Zohanne ps 29, 6. 9. 11.
1.5, ecc., zobia nm. 23, zoar 389 v, ecc. Secondario: zoi gioie rp 9, 219. —
Caduto regolarmente in protonica mediana: maor rp 1, 60; 3, 317; 9, 08;
mu. 39, 16; 43, 41; 46, 32, viaoi mu. 28 r; ma pezor rp 7, 203 è su pès'u.
— Per influenze esterne: Bengiamin Beg. mu. 12 r, 29 v, stranger -gera
rp 1,21, mu. 41, 18, fors' anche magiestaij mu. 134 r. Curioso, ma non molto
attendibile, destruie ep. 354, se non è da legger destriuje, che sarebbe un
italianesimo. — Cfr. DJ.
* Ma non mai nella tonica, e oto per auto alto, citato dal Flechia, ann. 15,
non può essere che un errore.
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e raorfol. 5
23. LJ in ij: assagio rp 3, 217, sul presente, e noto anche un curioso
caoegi mu. 170 v, 171 r. — In Ip, ps, mu.^, invece di {/ si ha gì, ossia ì,
ed è caratteristica provinciale, cfr. § 4: figlor Ip 1, 4. 25. 30. 33. 38, pigiai
1, 8, piglavmn 1, 1,3, despoglavam 1, 33, gli 1, 23, gle 1, 36; 2, 13. lo; 4,
17; 5, 6; 8, 6, e qui pure cauegli 1, 19; togla ps 27, 9, meglo 28, 17, fgloì^
fglo 28, 39; 34, 43; 29, 1, meraveglosa 28, 44, voglo 28, 5, dogla 29, 14,
semegla 29, 41, batagla 31, 22, ^fr^rZa 32, 5, ecc., ali. ai più rari ftgio fi-
gior ftgioy 30, 6. 25; 36, 16. 24; fglo figlor m\\^ 1 v, ali. a figio, meglo 1 v,
2 r, voglando 2 r, gli 5 v. Anche qui potrebbe sollevarsi il dubbio, se in ps
il gì non devasi ad influenza letteraria, ma non credo sarebbe molto fon-
dato; e così per mu.^' certe particolarità rendono ben probabile che ri-
sponda alla reale pronunzia. Di Ip non è nemmeno possibile dubitare, e
l'odierna pronunzia di Pietra Ligure s'accorda assai bene colla scrizione
del manoscritto. Cfr. nm. 25. — Risoluzione meno popolare è in veria rp 7,
94, velia 9, 336 'vigilia', miria 9, 332.
MJ in n, ma originariamente solo in protonica, cfr. § 3 : Bagnaniis div.
1380, più volte, 1381, più volte, ali. a Damianus, Bagnaniì%us 1381, donde
certo proviene il cognome odierno Danìn.
VJ BJ in gx gagieta mu. 69, 18, ma con ortografia etimologica zobia
ps 28, 38, mu. 46, 4, piobia mu. (30, 17, cfr. pobia nm. 25.
PJ in e: despazhar rp 1, 20, che io trarrei da -pappjare, Rom. XVII
71, fondandomi anche su questo riflesso genovese; sapia rp 2, 52, ecc.,
come zobia.
CJ in s : viazo rp 2, 33, viassa mu. 59, 19, viazamenti 86 r; viaiamenti
34 r, pare un errore ; fassa 46, 24.
TJ in s nella postonica, z nella protonica; necheza ecc., nm. 8; benixium
mu. 49, 1. 11. 13. 23, ecc., (ali. al dotto benissium 48, 14. 20. 42), marixom
48, 20, sono analogici, ma regolari goarixom 52, 10; 58, 9, norixom 78, 15,
staxom stazione 30 v. — Abbiam già detto al nm. 8 che -itia si riflette
pure per -i:a, prestixin ecc.; così in Yenexia de' 34; zuixio juexio, cfr. C,
su zuexe, piuttosto che da *juditium.
PTJ in s: cassao mu. 41, 14; aconzo dc^ 13.
DJ, perde il d e quindi si dilegua nella protonica: aiar e simili ps 33,
9, mu. 53, 44, ecc,, ìneitae de- 27, inved mu. 42, 7, sul quale anche invéa
55, 27, come covea su covear;- ma pozo mu. 47, 27, s'apozam 73, II. Pu-
ramente ortografico, radio radii mu. 193 v, 240 r. — In omecio, nm. 18, la
formola idj è trattata come fosse protonica, su omeciarì; ancoi, od. ankfj',
risalirà ad ankodji (o ankodl?). Per iao rp 3, 159, cfr. l'ant. it. ghiado;
forestiero glago ps 32, 38.
SS.I in s', abaxando rp 6, 87, od. asbasa.
6 Parodi,
L. 24. Confuso con R, cioè: tra vocali, dove era senza dubbio /•, cfr.
§ 3; davanti a consonante, dove probabilmente suonava r scliietto, car-
chao rp 1, 26, vorpe 9, 188, ecc., sebbene si possa anche supporre che la
pronunzia r sia moderna, e in origine ivi pure si sentisse un r, come
tuttora in qualche parte della Liguria. — All'uscita, la stessa fusione, ma
l'unico riflesso -r (-ri) perdurava vivissimo al tempo dell'Anonimo, come,
la rima ci ha dimostrato. Invece in tr. non se ne ha più vestigio, j^ovo
4, 5, 6, fdé 5, ecc.
ALT ecc. si riduce nella tonica ad aut at, e la forma più moderna non
ò men bene rappresentata della più antica, perfino in rp ; il che significa
che al tempo del copista la riduzione di au ad a era compiuta, mentre pel
tempo del poeta un po' diversamente ci fa giudicare la rima, nm. P iv. Nel-
l'atona si riduce ad u, nm. 21: otar citato, leotae rp 3, 1I6,* forme come
fazitae 9, 218, sono analogiche. — OLT ecc. si riduce ad ot ecc., vota rp 9,
250, straoota 9, 252, assoto mu. 76 r, dessota 182 r, voze 53, 8, revozo 60,
14, vosse volle nm. 68^ 10; ò anche nell'atona, sodae div. 1469. — Per ULT
ULC: otra rp 1, 33, doze dolce, vivo, ascota -an 6, 199; 7, 82, ma non è
chiaro se nell'atona si pronunziasse -m- od -o-; certo o all'iniziale, otragij
mu. 51, 10. Inoltre il trovare, ali. ad ascoterei rp 3, 5, docitae 4, 48, catello
ps 32, 6. 7, mu. 47, 36, anche coutello ps 32, 4. 38, rende probabile che la
fase intermedia fra il primitivo koutelu e il posteriore kìitelu fosse proprio
hòtelu. Del resto l'od. kìitelu è poco regolare per 1'», e il colitelo di ps sarà
di qualche varietà dialettale, meglio conservata. — Per ILT ho viotae mu. 55,
10; 61, 11; 62, 1; axevotae div. 1470, se non risponde a un ar/evoltate,
anziché ad ^agibil'tate. — Non è regolare pover mu. 26 r, povre ib, e la
caduta del l (r) si dovrà certo a dissimilazione: *purvere jmv., od. piivie.
Due casi di l in n: il solito monto e anoffanto nm. 17.
25. CL. Anche qui variamente cexia rp 3, 41, zesia -xia 9, 279, mu. 55,
6. 37, e il primo è l'esito regolare di un klesja, il secondo forse è un
esito secondario di f/lesia, ossia di gexia mu. 95 r, 140 v (od. geza). 0 è
da un dissimilato *gesia.ì Cfr. PL. — In nozhe rp 8, 18, nozherezao 8, 199
io vedo ora noe-, nm. 19, in cui l'o, proveniente da AU, avrebbe impedito,
come suole, il digradamento della consonante sorda. — In ps anche CL si
riduce a gì, apareglar ecc. 28, 37; 29, 27. 39, oregla 32, 5; invece Ip ci dà
ogi 1,41, 0 sì l'uno che l'altro testo possono rappresentarci condizioni
reali, cfr. § 4.
GL. Ricordo solo veglar devegla desvegla di ps 31, 9. 10. 13. — Un ne-
grigente in rp 3, 305.
PL, in C-: zahi 1. zhai rp 3, 320 piati, zho 1. zhao 3, 324, ali. a piaezar
3, 330, pmeiancio 331, ihaza oà. casa *plagea, ihastre piastre mu. 245v;
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 7
coniheta 275 r 'compieta', inihetao 311 r comprato. — Il l è caduto in. pu
rp I, 27 ecc., dc^ 3, 13, ps 30, 15, mu. 39, 35. 36; 40, 8, ecc., pusor pussor
rp 3, 210, dc^ 15, mu. 51, 20, ecc.; v'è però accanto, sebben più raro, jjuj,
che risponde all' od. cil, cfr. less. s. zhu. Io vedo in pu una dissimila-
zione, *^MÌ da *piu'i, e così spiegherei il pohia di ri, pel quale però i
miei testi danno piohia iogia mu. 41 v; 60, 17. Cfr. less. e XII 421.
BL. iaiia ps 27, 6, mu. 193 v, ali. a biava mu. 57, 37, che è la forma
odierna, iastema ps 34, 45, iastemando rp 6, 86, iassma mu. 166 r, ali. a
biassma 53, 43; stabio 48, 15, od. stàyu; assetnbiam 54, 4, sembia 55, 13.
24, sembravi 67, 10, del quale può dubitarsi se fosse pronunciato proprio
con bi; pubicha 54, 1, 1. pubricaì Notiamo ancora brandi mu. 35 v, che
ricorre pure nel sec. xvi, brasniao div. 1469.
FL. xonchi rp 8, 100 fìonchi, axeverir 7, 98; ma spesso con grafia eti-
mologica, fieioi mu. 54, 30, ecc. In fr: f ronza mu. 34 r, fronzora 33 v, cfr.
l'it. [tonda e il prov. fronda, fragellao ps 36, 19.
R. 26. Passa non di rado in l, e almeno in parte, io credo, per lo sforzo
di rendere il suono r: pallea mu. 140 v, 143 v, paleam 149 r, portigiolla
143 V, Catallinna 244 r, melletrisse 286 v; anche davanti a consonante: al-
bori, alchangelo 170 v, altifficio 243 v, (o dopo, fablicar 312 v), ma qui non
oserei attribuirgli uno speciale significato, pur riiiiandando alle osserva-
zioni del nm. 24.
Il dileguo tra vocali naturalmente non appare affatto, non essendo più
antico del sec. xvii; né la declinazione dimostra nulla in contrario, nra. 48.
Quanto ad apartidrai apartuio e simili, mu. 3r, 7r; 40, 11, risaliremo a
un dissimilato partudire, air. puir rp 6, 198, caso analogo, seppur non è
un errore. Dissimilazioni di genere diverso: tnosteran rp 3, 103, entera 8,
334, matesdi mu. 1 18 v, od. mntesdt, ali. a martesdi 59 r, (ma solo mar cordi
rp 9, 104, mu.^ 1 v, sebbene ora sia makurdì), aberga abergar mu. 53 v,
285 V, da arb., propocioim 74, 45, sepolco 30 v, (teresto 39, 39; 42, 2). — Ca-
duto anche davanti s, in fossa forse mu. 62 r, 267 v, ecc., cfr. 'Avverbj', od.
fosa; la forma più antica si mostra pure, forssa farsa niu.^ 2 r, 279 r, div.
1466, 1468, ecc. — Per l'Inserzione, num. 38. — Passato in n: sorfane mu. 38 v,
sorffano 170 v, 171 v, 172 r, 257 r, cfr. l'od. sufranin, Cristoffano 230 v, Cri-
stoffam 230 v, più volte, 231 r, od. Kristòfa.
All'uscita, le stesse condizioni che per l. Si notino le rime: acordarte:
carte rp 3, 227, marnarne : carne 5, 74, intero garte : arte 6, 221, sarvarne:
carne 9, 174, cfr. ri 16, 461; 112, 4, ecc. In tr. nessuna traccia di r finale:
acresse 4, consejé 4, segnò 5, vegni 5, inte 5, ecc. Cadendo il -r (Z) s'al-
lunga la vocale se tonica: ostee rp 8, 31, criidce mu. 67 r, sam Pee 85 v, ecc.
V. 27. Cadde ben presto nella protonlca, ma si conservava intatto nella
8 Parodi,
postonica: viazo rp 2, 33, zoar 8, 141, toagie mu. 19 v, vianda 49, 1. 8,
proavi 53, 8, proao 71, 14, proero 76, 44, ali. a provai- 59, 35, su próuM,
mentre proa de* 42 rappresenta l'analogia inversa, ^wor 56, 18, paoira poira
nm. 16, ecc. ; lavi mu. 65, 40, vescJiovo 68 r, 94 r, ali. a vescìio 94 v, veschi 68 r,
ove è da considerare lo sdrucciolo e il susseguirsi di due u, cfr. § 3, ove : nove
rp 9, 81, move 9, 157 ecc.; nota Icxia rp 6, 194, vivo. — Come estirpatore
d'iato, raro: possevuo mu. 108 v, consevuo 160 r, div. 1475, consevua mu. 161 r,
procevuy 220 v, {avolterio 41, 18). — In (7: il vivo uga mu. 33 r. — Il W
germanico ò v nel tuttor vivo varda mu. 34, 19, avardavi Ip 9, 16.
N. 28. Frequente la scrizione nn, per rendere il suono faucale »n, cfr. nm.
1 m: ponnan rp 1, 53, imna 3, 3, cfr. una mu. 30 r, 30 v ecc., bonna rp 3,
39. 40. 48. 64 ecc., anche in annima mu. 41, 16. 21; 43, 18, od. aimirna,
monneghe div. 1467, innimixi de* 31, mu. 56, 1 ecc., Spinnora tv. 6, stran-
ìiie mu. 79, 36, demonnij 80, 13, cfr. § 3. — Di n davanti a labiale, tocca
il nm. 1 n. — Per dissimilazione, in l, r; nomeranza rp 6, 81, morimento
5, 71; 9, 195, mu. 46, 6, (noranta mu. 45, 18; 47, 12. 19); callonego 281 r. E
caduta per dissimilazione, in Yicencio mu. 106 r, div. 1380, od. Visehsu; men-
tre nelle forme di coven covenir rp 3, 190, ps 27, 2, mu. 51, 18; 62, 29; 75,
43; 76. 1, dc^ sempre, è caduta latina. Casi meno sicuri: coviar rp 1, 13,
coverti mu. 64, 29, cossollaciom 52, 9, coffessar 55, 15, cojfbrte 58, 47, cof-
finiao 198 V, isolati, comezar rp 1, 51; 4, 23; 8, 94, comezamento 8, 296; 9,
199, incomezaiga 9, 110, strezeminto 8, 346, che sarà un errore, come in-
cotenenie 5, 58, senza neppur dire di usaza 3, 175, modan 9, 218. Cfr. i
casi inversi: sonbranzar rp 1, 55, damaninndo 2, 35, recongerai 3, 260. Per
Domenende ann. 47. In loitan loitanna mu. 47, 31; 93. 12, s' aloitanna 83,
33; 88, 2, la caduta del n par dovuta al dittongo precedente, cfr. § 3 e
qui nm. 32; e nello stesso modo spiegherei la caduta nei plurali, nm. 48.
— Non chiaro il solito n di agni rp, 9, 332, ps 30, 36, de- 29, 30, mu. 40,
18; 42, 22 ecc.
Finale di sdrucciolo originario, par si sentisse ancora nelle 'Rime', cfr.
nm. !*• Ili; anche ne' testi più tardi è per lo più scritto, serviludem mu.
41, 11; 59, 13, vergem 45, 32; 46, 3, azem 47, 24; 54, 20, forinen 54, 13,
ordem de* 6, mu, 54, 24, termen lo, 33, div. 1470, beatitudem mu. 62, 34;
73, 20, cfr. Moysen ps 36, 36; ma è grafia arcaizzante come mostra terme
div. 1479, termi mu. 27 v, e zoveno ::TOveni mu. 61, 36, div. 1466, già ri-
costituito sull'analogia del feminile. Scrizioni a rovescio: vergam mu. 14 v,
remenbransam 15 r.
C. 29. conduga rp 2, 72, segorar 2, 21, nigum mu. 57, 46; 92, 22, ecc.
Curioso agabar mu. 26 v, da *ad- capare, ma è forestiero. — CR: sa-
gramento rp 3, 313, ps 28, 42, sagramentnr mu. 57, 9, consegrcy 144 r,
Studj ligufi. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 9
aagrao 41, 13. — Resta dopo AU: podio mu. 47, 30 ecc.; ma. preicar pricar
non è chiaro, cfr. nm. 44*".
29''. QV. Per la teoria, vedi § 3; qui rilevo solo Pascila ps 28, 37, che
sarà un latinismo, e chesto de* 8, ch'io credo sia per questo, e ho già col-
locato fra gli eserapj del nm. 1 e. L'a di dioica ognunca non è originario;
ca devesi alla costante proclisia.
G. 30. Non rilevo se non che cognosce conserva sempre il suo g, rp 2,
38; 6, 132. 136 ecc.; per contro, sempre linagio, da linagu: per dissimila-
zione, come in kuìiiiseì Per GV: sangonao sangonenta -i mu. 81 r, 274 r;
86, 23, Ig 25, 203.
CE, CI. 31. Caduta antica in zaìii zho nm. 25, pino mu, 54, 36, piaezar
piaezando rp 3, 330. 331, rau. 59, 34, che rappresentano l'evoluzione le-
gittima di placitu, di fronte al semi francese caitu di ri, od. ccetn: cfr.
Rom. XIX 486. Per * frec-ina nm. 6; pei riflessi di facere ecc., nm. Q'S*^.
GÈ, Gì. 32. Iniziale: zermam ps 29, 41, zirà 41, 32, zeme 64, 27, {za-
gante nm. 18], ecc. Caduta antica in maistro ecc., inoltre in ceelà seellao
mu. 44 r, 171 v, suggellata -to, scello scellerey 153 v, un po' sospetti ; loitan
sarà piuttosto da *lonctanu.
T, D. 33. Caduti fra vocali : invio rp 3, 218, caramia 8, 292, meer mu. 164 v
mietere, meyva 164 v mieteva, comiao niu.^ 5 r, ingrao mu. 390 r, prestey de*
27 prestiti, scoa div. 1473, scoe 1477 riscuotere; piaezar ecc. nm. 31, refuar
rp 8, 224, veelo mu. 24 v , ^3rt/r 213 v, cavear 280 v, chaum; ma conservato per
dissimilazione: citde servitue e simili, cfr. maitinaa rp 3, 39 *ma[t]iliti-. —
grao 7, 39, conseo ma. 165 v concedo, dai 280 v dadi, raer 300 v, veoa ve-
dova 90 r, livio 48, 18, rancee de* 28 rancide; guagni rp 1, 11, guierdon 2,
70 e spesso, conzeuo 6, 181, creenza de* 19, traymenio ps 28, 26, abaia
mu. Ì04r, posseyva 147 r, impeijmento 160 v, alapiar 166 v, creente 160 r,
faiga 41, 25, marixisse 41, 39, peanne 42, 31, Roam Rodano 240 r. —
AV impedisce al solito il digradamento del /, maroto mu. 52, 35; pel
•Gabbiamo esempj contradittorii : odo rp 1, 65, odi 3, 136, ps 34, 37, ma. oy
mu. 72, 24, ode 50, 6, o'i rp 9, 25 udii, oim 9, 28, ma odi mu. 45. 6, oir
rp 1, 44; 2, 12; 3, 141. 143; 7,68, ecc., mu. 79, 13, ali. a odir ps 28, 44,
mu. 45, 28, e odirei mu. 45, 27; 46, 7, de* 6, oio oyo oya rp 7, 30; 8, 122,
ps 32, 42, mu. 72, 30, e odio ps 34, 31. 45, mu. 40, 3; 43, 28. 40; 46,
11 ; inoltre odando rp 9, 27, mu. 80, 22; [szhoi ri 101, 20, od. coi]; goe rp 8,
185, goer 9, 85, loar mu. 64, 1, loao 66, 8; 72, 3, loan 72, 2. Gli esempj di
oir odir ci farebbero propensi a credere che in origine il d permanesse
nella postonica, cadesse nella protonica, donde poi un generale congua-
gliamento; ma s'oppone cou coi. Gli altri dittonghi non esercitano alcuna
azione. — TR, DR: paire maire, lairo e laero div. 1466; quaira mu. 160 r;
10 Parodi,
ma nella protonica: guiarixe rp 8, 306, lavarixe mu. 29 v, amarixe 126 v,.
perciirarixe 237 v, albergarixe ib., aitoriarixe 387 r, cantarixe 59, 2, men-
tre Vi di lairom rp 6, 101, o di mairinna mu. 281 r, proviene dalla forma con
à tonico; - Pero ps 29. 8. 19. 21. 23, mu. 65, 29, e Per ps 29, 13; 30. 46,
nm. 41; vreao C, servirixe mu. 29 v, norigamento rp 3, 156, norige mu. 39, 27,.
noriva 61, 8, ecc.; probabilm. dexiri rp 3, 33, dexirava 1, 63. Ma cedro mu. 43,,
35. 36 non è indigeno. — NT: brondoravam mu. 28 v, in protonica. Qui
ricorderò anche TM: rissmar mu. 52, 6, rixma rismae 52, 38; 89, 40. — Si
notino pure: per D' T, seto .57, 18, asetar ecc., v. less. ; B' T. dotasse mu. 48,
28, dotava 60, 15, esempj che indicano come si deva incendere la norma po-
sta dal Picchia Arch. II 325 sg., in nota; P' T, creta rp 3, 120; cadcUa mu. 69,
43, non indigeno; D' C sozo -a rp 3, 218; 5, 71, ma ct'r. Schuchardt, Ro-
man, etym, I 43 e passim.
P. 34. Se interno, le stesse condizioni che pel v. In a lo bostuto de* 25
è forse commistione con bis-. — PR: avrir ps 35, 12; 66, 21, avrì 64, 26,
levroso ps 28, 7, dessovra mu. 59, 28.
B. 35. Come P. Noto revellava mu. 186 r ribellava, trivolli ib., cobear
QQ>, 6, ali. a covey 63, 33. Dopo consonante, par passato in u, nell'isolato
xorver rp 7, 123 sorbire, se è esatto: oggi siirbì. — RR: envria rp 7, 183,.
envrio mu. 68, 36, ep. 358, envrieza. 358.
36. 11 nesso CT. — Già in rp s'oscilla: aspeile rp 9, 86: delecte, aspeta
9, 321: sospeta; noyte ps 30, 7, raro note 35, 37; di solito in in il, ma
fruito ps 27, 8, mu. 43, 25 ali. a fritto 43, 39, conduyto ps 27, 6. Per rp
tuttavia attribuiremo l'oscillamento al copista. Si noti che l'i cade sola
nella formola -ect- e non già nelle formolo -ect- -Tct-, cioè in -iéit- e non
in -éit-, od. aspftu, ma stre'itu, Rom. XIX 485. — NCT : saynta satiynta ps 27,
5; 28, 38, saincti mu. 134 v, 2^oi>ìto rp 9, 228, ointi mu. 125 r unti, zointe
76j 32, conzointi 94, 4; ma zonta rp 6, 54, ponto 6, 229, santo spesso.
S. 37. Tra vocali digrada in s\ ma non dopo AV: cosse: ose rp 3, 65 ecc.»
nm. l'' I. Rimane anche in coci, od. limi, vedi 'Avverbj'. — Davanti / è
di regola i: Genoeixi: preisi rp 1, 55, e numerosi esempj potrebbero
trarsi da ri; vergognoxi mu. 52, 36, lacrimoxi ib., aventuroxi 56, 13; 58, lì,.
coveoxi 60, 28, precioxi 60, 29, inffoxi 60, 32, orgoioxi 66, 32, conffuxi 68,.
26, incluxi 73, 2, divixi 74, 15, preixi 54, 32, vixitar 53, 2, vivo, dexiri 59,
.5, nm. 33, muxicha 59, 2; 60, 40, vivo, dispoxiciom 67, 37, fixicianìia 71,.
45, ftxichi SS, 30, vivo, come propoxito 81, 23 e caa^i dc^ 47, (donde poi il
sng. kazu), e quaxi, frequento. — Un s prostetico in storbee mu. 88, 18,
oggi sturbiti, sprecioso ps 28, 9, sgotava 31, 24; per stramontar mu. 23 v,
strapassara ps 32, 38, strapasay de' 34, nm. 94, — Infine noterò un caso
di se, dissimilato in s: Sansiom Ascensione, od. Sansuh, cfr. nmm. 17, .39.
Studj liguri, § 2. Spoglio fonet. e inori', 11
Accidenti generali,
38. Epentesi di e, libero rp 8, 399, mu. 38, 1; 41, 4, ecc., leveroso 58 v,
ali. a levroso 59 r, soveram 83, 18, cfr. sovaranna nm, 17; - di n, lenger
rp 3, 139, lengermnenti de- 14, zinzanie dc^ 39, deslengoa mu. 57, 51 (cfr.
rit. sdilinquirsi), sempre vivi; per scambio col prefisso in-, ensir insir, in-
(jiiar, envrio; -di r, incrosto rp 7, 178, cfr. l'it. inchiostro, caristria mu. 11 r,
sam Sistro 219 v, più volte, refrittorio 282 v; - vernardA mu.^ 1 v, 4 r, saia
un errore (cfr. l'od, venardi rp 9, 17. 53, mu.^ 2 r, 6 r).
39. Aferesi d'a: guza'ì mu. 57, 40, Sansioìn nm. 37; - di e, temitele mu.
66, 16. 20; 95, 12, loquencia 61, 7, piffania 270 r; - d'una sillaba, fermarla
mu. 275 r, cfr. § 1 A nm. 53.
40. Sincope di vocale: ovra 2, 20; 3, 215; 6, 128 ecc., ermito -iti mu. 133 r,
171 r, sempre vivo, (vraxe mu.^ 3 v, 6 r, arcordando arcorde arcordao div.
1469, 1474), ìTiesmo mu.^ 1 v; 39, 32; 85, 29. 31, meysmo ps 28, 10, nm. 44\
santismo mu, 38 v, sapientismo 43 r, disnar rp 7, 97, ps 28, 10, sempre
vivo; inoltre in verrà terrà porrà vorrà varrà parrà morrà, ecc., nm. 60.
Probabili errori: Yenciaìi rp 1, 50. 67, tenbroso rp 8, 385, ancresmento 9,
197, — Perla caduta di r, nm. 26; di n, nm. 28.
41. Apocope. Per le questioni, non poche né lievi, che suscita l'apocope
di vocali nel genovese, è da vedere il § 3; qui mi limito a raccogliere
i fatti. Dopo n cadono tutte le vocali, tranne a; dopo r, tranne a ed inoltre 7,
ossia i romanzo, cfr. anche § 1 A nm. 12. Notevole guari rp 3, 321, ecc.,
nm. 44, ma for rp 1, 36, ecc., dovrà attribuirsi a fonetica sintattica, cfr.
for forse, for che mu. 295 r forse che. In paire maire persiste V e, perchè
era preceduto originariamente da tr; per frai nm. 2n.; Per Pietro, ali. a
Pero, nm. 33, e cosi -derer, rp 8, 93; 9, 304, paiono da spiegare come for.
Gli aggettivi parossitoni di 2.^ perdevano V-u: car rp 4, 1; 9, 79, avar 7,
33, dar mu. 61, 25, fer rp 7, 108, mu. 80, 18, plurale 86, 21, soì- solo, rp
2, 59; 8, 208, del 40, mu. 66, 4, dur rp 5, 95, segur 9, 234, dc^ 18, mu. 71,
27, ali. al plur. segur i dc^ 10, mu. 54, 6; 64, 3, sperzur rp 6, 59; ora, sul
plurale e il femminile, kàu, féu, ecc. Nei sostantivi, identiche condizioni, ma
queste di solito si mantengono nell'od. dialetto: cel rp 7, 140, mu. 02, 14,
od. sf, Pero e Per, od. Péli e San Pe~, veir mu. 222 v, od. dave'j, davvero,
cor .33 V cuojo, sor 44 r suolo, par 44, 19 pajo, od. pia, e par 65, 37 palo, zer
60, 11, (ora s'éu), agur, vedi G: però oro rp 3, 25, mu. 64, 3. 27; 65, 44; 77,
18, thessoro tesoru rp 3, 26, mu. 70, 12; 71, 2; 79, 2, ecc., od. óu, tres'óu,
sam Poro 41, 11. La caduta dell'^ è generale nei parossitoni di 3.^: lear rp
3, 244, plur, 7, 171, par 7, 138, mortar 7, 144, vii 8, 262, mu. 74, 12, plur.
63, 38; 80, 2, ecc., cruder 51, 30; mar 39, 9 mare, moier 44, 22, od. murlà,
12 Parodi,
ma, mugé. — Nei proparossitoni 1' oscillamento è maggiore e più diflicile
a spiegare. L'è cadde sempre negli aggettivi in -eive, proffeieioer mu. 51,
24, semegieiver 51, 8, desemegieioi 54, 2, seyvi 51, 41, parlicipeiver 56, 10,
raxoneiver 58, 7, dellecteioer 60, 11, aveneiver 62, 37; 86, 31, maneiver 62,
38, piaxeiver 63, 27, covegneiver 64, 4, convegneivi 78, 9, ecc.,- serie quasi
completamente scomparsa; in -abile afabel de- 11, intend.aber mu. 51,
18. 39, dwaber 52, 28, muabei- 61, 30, staber 87, 38; in -ibi le, orribel rp
5, 81, ps 30, 38, mu. 60, 12, terribel(e) rp 5, 82, senssiber, plur., mu. 51, 23. 38,
possiber 93, 19; in -ile, z<^e^ rp 6, 166, plur., e 9, 316, sng., ?</er mu. 204 v,
sng., 389 r, plur., de* 44, hiimel rp 6, 253, plur., ali. ad humeri mu. 179 v,
deber 52, 12; 312 v; nober 48, 25, plur., 51, 41; 76, 6, sng. La lingua letteraria
ha trionfato di tutti. Ma nei sostantivi proparossitoni di 2.^ l'incertezza è
glande: datari mu. 231 y; .scandaro rp 6, 82; angero mu. 42, 18; 43, 13;
47, 36, angeli ps 32, 9, mu. 38, 6; 40, 19. 20, ma anger mu. 66, 34; asperi
mu. 257 V aspidi; vespero 53 r, vesporo 80 v, 203 r, ma vespo 85 r, 293 v;
44, 35; zenero 46 a"", 117 v, zener 117v, due volte; apostoro spessissimo in
mu., ma aposto 177 r; arbore 170 r, erboro 40, 15. 24; 42, 27, erbori 39, 10;
40, 12, ma erbo 40, 14; diavoro rp 8, 246, diavollo mu. 255 v, ma dÀavo
39, 37; 40, 25. 39; 41, 17; discipo 290 r; consoro tr. 4; folguro mu. 174 v,
follgori 200 r; marmar o 224 v, marmori 176 r, 224 v; martori 203 v; p«-i-
goro rp 8, 105. 275. 396, perigo dc^ 17, mu. 55, 30; 63, 30, jìerigi 54, 33;
71, 14; lìovol ps 33, 27; 34, 5, povo tr. 4, 5, 6, mu. 51, 33; 56, 14, ecc. —
Infine: zener cener rp 9, 307, mu. 173 r, 241 r, cene 43 v cenere, ora senie;
piover povre nni. 24, ova. pùoie. 41.'' U -i( d'uscita, in iato originario con e
tonica, cade, e la vocale rimasta scoperta s'allunga: e io nm. 50, De Dee rp
1, 58; 2, 5. 16, ecc., mu. 39, 2, ecc., me mee Ip 1, 4. 30, mu. 41, 29; 48, 38,
re rp 2, 32. 56, allato a un letterario reu 8, 113, Berthome nm. 16, Sani
Mathee mu. 42 r, 172 v, Thadee 196 r, Sam Trope 170 v. Il fenomeno si
compiè prima che si fognassero iM e il d, cfr. axéo od. azóio, e qui sotto
-ée. — Cade anche -i, dopo é, ò\ u, sia o no antico l'iato, e la tonica s' al-
lunga: me rp 9, 11, mu. 53, 35, ali. a mei rp 9, 90, mu. 52, 27 e sempre
in Ip, pee ali. a pei nm. 48, re rp 8, 203 rei, e cosi zue farise ali. a farixey
nm. 48, le nm. 50, ali. a lei ip, tó tieni nmm. l'M, 68'' 15, ve vieni, forse anche
de rp 8, 88 devi [ri 12, 490, cfr. vei 16, 172, in rima con me, e quindi da
leggersi ve]; pei futuri odire avere nm. 00; e sei, nm. V> 1, ali. ad ei nm. 68'^
1, se cento mu. 45, 4. 14. 17 [se ioì-ni ri 14, 220]. In Ip la caduta dell'? dopo é
non appare; in rp (e ri) doveva esser mono frequente che nel ms. Nel nu-
merale tréi, nelle forme verbali lezéi menci e simili, nm. 3, fu impedita dal-
l'analogia di altre forme, e cosi dicasi dei futuri ave)-éi ecc., ma cfr. nm. 44''.
Dopo ci': vo rp 9, 61 vuoi, vota? mu. 272 v, di solito voi nm. 6S'' 10. [noi, ecc.,
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 13
nm. 48, toi soi, nm. 51 ; dopo ù': atru rp 3, 71. 172, ali. ad atrui 3, 166. 201.
268. — Anche e cade dopo é, ma la tonica, a quanto pare, resta breve : fé
fede nm. P I, ve vede, de deve nm. P I, 68'' 13. E però più probabile si tratti
di veri troncamenti, come sono in italiano città, fé; ere sarebbe allora re-
golare, e cosi see, nm. 7. Ma re re, nmm. l''!, 47, forse da *rée, abbreviato
nel nesso re de. In tree rp 6, 26, femminile di tres, l'iato è originario, quindi
forse la pronunzia era trcee, e V-e rimase, come segno del femminile, al modo
stesso che V-i nel masch. tréi; oggi trce tre'j. — Mena importanti: quax tuto
rp 2, 23, certo erroneo, tu rp 6, 50, mu. 57, 5; 96, 29 'tutto', aotom 57, 44, fran-
cesismo, loham de Meom 50, 20, cfr. l'od. G'uan, dovuto a fonetica sintattica.
42. Metatesi. Anzitutto di r: spraver mu. 99 r, acc. a sparve rp 3, 56,
frevor rp 4, 59, mu. 201 v, frevente 218 v, 240 v, crovo 211 r, 277 v, ali. a
corvo, od. króu, grilanda 115v, tromento 233 v, 273 r, tromentao 120 v. Sarà
Trope nm. 41'', destrobar 185 v disturbare, irond 44, 35 tornò, tronai 11 v^
ma altrove sempre tornava e simili;- craston 29 v, crastao 185 v, crava 309 v,
freve73, 18, freoar 99 v, intrege lo, 46, ali. a integro rp 3, 19, integramente 6,
245, ^rea rp 8, 304, tutti sopravissuti, crastd, pria, ecc; ma sempre dvri rp 3,
86, avrl mu. 11 r, havrise div. 1476, e avri mu. 203 r 'aprile', oggi arvl' per
l'uno e per l'altro;- tipo meno comune: burtessi (?) mu. 99 r brutture, sj'^er-
cioxi 125 r, spermessar C, scorsi C, pordomo -i 72, 3; 82, 34, ecc. — Di 5:
d.espoto mu. 32 r 'deposto', e più curioso egispiaim mu. 9 v, llv; 4.5, 26. —
Di n, solo apparente. Nella 3^ pi. di verbi uniti con enclitiche, passa dal-
l'uscita del verbo all'uscita del vocabolo; certo perchè si parte dal singo-
lare, cedendo all'illusione che esso formi un tutto coU'enclitica, e che la
desinenza propria del numero vada collocata in fine di tale complesso :
disse-li-m 53 v, 82 r 'gli dissero', su disse-li, misse-la-m 85 r 'la misero',
ocivalem 47, 27 per ocievan-le, partissem 23 r per partin-sse. Dello stesso ge-
nere è guielam ri 17, 11, non bene spiegato in ann. 43; cfr. .§ 3 e l'odierno
dév'-fsah per devah-ese devono essere. E come un caso d'incorporamento.
Pare erroneo trenssella mu. 245 r per trassen-la. — Metatesi d'un' intera sil-
laba: ìnazagem mu. llr, ali. a rnagazem, — Di grado fra due consonanti:
rnbito 223 v, rabita 276 v, e rabita ripida ho udito anch'io da qualche vecchio.
44. Effetti d'un i finale e attrazione. E notevole che rp si accosta ai dia-
letti lombardo-veneti, per l'azione esercitata da un -i d'uscita sull' e tonico^
anzitutto nella desinenza -enti: ordenaminti rp 3, 154, entregaminti 3, 271»
spesaininti 3, 314, siibitaminti 5, 55, greveminti 6, 155, primeraminti 8, 15,
spccialminti 8, 25. 398, fermaminti 8, 68, saviaminti 8, 71. 128, ali. a non
pochi in -enti, 3, 315; 8, 140. 320. 359, ecc. Sostantivi: conmoveminti 8, 7
{•.venti), strezemìnto 8, 346 {-.vento), certo erroneo, ma pur significativo.
Inoltre: farisi 3, 72, in rima con prendesi, che ha allato faresi 8, 387, in
14 Parodi,
rima con 'paresi, ma anche averisi 8, 160 (: avesi). Non chiaro e non sicuro
lingni 7, 197, ali. a lengni 8, 77; meno ancora deifisi 8, 290, in rima con
bachanesi. Il fut. navegeri 8,231 (: averei) par confermato da averi mu.^ 2 r,
e nota pure speri rp 8, 48 speriate; inoltre nram. 57, 61. D'altro genere sa-
rebbero orie 8, 300, che rima con meravie, apariemose 8, 187, ma saranno
errori, cfr. oreie 8, 414, ecc. I fatti raccolti fin qui non dubito sieno da
attribuirsi al copista di rp, o meglio alla varietà dialettale cui egli appar-
teneva, e un piccolo riscontro abbiam trovato anche in mu.^; cosicché pos-
siamo con molta verosimiglianza concludere, che qualche parte della Li-
guria si accostava per l'estensione dei fenomeni metafonetici ai dialetti
lombardi. Se anche in certi altri fatti sia da vedere l'azione dell' i finale, è
anche più dubbio. Alludo alle seconde persone dei perfetti di dare fare, ecc.,
faisti rp 6, 53 (loisti), faesti 6, 170 {-.consentisti), fisti 6, 80, ofendisti 6, 155
{•.devesti), caisti 6, 71 {: f alisti). Qui la rima impedisce di solito di pensare
ad alterazioni degli amanuensi, e s'aggiunge che anche ri conserva traccie
de' medesimi fatti: daesti 1, 38, in rima con enxisti, e 56, 121, in rima con
vestisti, faesse 126, 15, in rima con falisse, ali. a faesse 43, 83 {-.morese),
75, 47 (-.sostenese), fessi 82, 15 (lofenderesi). E v' è di più, che le forme
posteriori feisti deisti treisti, nm. 6S^\ accennano propriamente a faisti, an-
ziché a faesti e simili, nm. 16. Sorge quindi spontanea la domanda: siffatte
seconde persone di perfetto dovettero il passaggio dell' e tonico in i alla
metafonesi o a qualche fenomeno d'analogia? Nel primo caso converrebbe
ammettere che la forma con (?' sia schiettamente genovese, la forma con i
invece provinciale, e solo col tempo riuscisse a sopraff"are anche in Genova
il riflesso primitivo. Qualche aiuto verrebbe da un dei testi lombardi del
Salvioni, A, Arch. XIV 217, nm. 1. Cfr. per la seconda ipotesi il nm. 59. —
Attrazione. L'i di plurale si risentì nella sillaba tonica dei nomi in -no -ne:
main boin, da *7naini *buini: se la vocale accentata era e, u, Vi fu come as-
sorbito dalla nasale, ben beni, arcum alcuni; tuttavia ho beim de* 17, alcuim
div. 1466, due casi che non so quanto valgano. L' i fu attratto, pur rima-
nendo anche all'uscita, nei nomi in -ante -ande: il noto fainti, mercanjnti
de' 5, graindi mu. 42, 24; 82, 4, graym 91, 15, onde per analogia anche i
fem. pi. grainde mu. 95r ; 66, 28, oA, grehde, tainte 118 r, quainte 16 r, cfr.
nm. 48. Sul sg. spainto mu. 3 v, 60 v, spainta rp 7, 136 (sebben qui da leggere
spanta), più tardi spuento, deve avere influito anche l'analogia di sainto ecc.
D'altro genere: goairi mu. 113 r [cfr. ri 132, 6J, od. guce'i, nm. 41 , coirate
1 13 r, cuojai, feirar 22 v feriare, feiram 288 v; cfr. mainerà, camairera nm. 4.
In moire Ig 17, 20 muojo, se esatto, è da veder l'azione del cong. moira. Per
raina rana, da *ranea, nm. 2. — Cito ancora, per abondanza: spregssa
ps 36, 26, che può esser puramente ortografico, per sprrsa, ma può anche
Studj liguri § 2. Spoglio fonet. e morfol. 15
offrirci un esempio di i svoltosi da s, come in scesu, di qualche varietà ligure;
tuite or rp 8, 274, che è certo un errore, nonostante le analogie straniere.
44.'' Contrazione e simili. Nella desinenza -ài de' verbi di H con., seguiti
da enclitica, Y-l può cadere, sebbene le influenze analogiche lo abbiano poi
ristabilito ovunque. La caduta è anteriore alla fusione in dittongo di -ài.
Es.: trala rp 3, 220, per 'traggi-la' {tra-me ri 6, 108 traggimi], percasàve
rp 8, 15 {-.nave), ^qv percazài-ve, pensave 8, 50 [cfr. ri 71, 41 e 42], che
demanda-voi? mu. 66 r, che porta-voi 70 v, ve conturba-voi? 74 v, anda-voiì
102 V, 167 r; 86, 16, che fa-voi? 104 v, ossa-voi? 106 v, ve lamenta-voi?
130 V, nega-voi'i 152 v, ali. a demandai/ -voi ? 85 v, ve maravegiai voi?
89 r, ecc. Dubbi assa rp 8, 155, zama 8, 335. Anche qualche esempio della
caduta nella desinenza -ei: ve-ve mu. 39, 43 'vedete-vi', se è esatto, se-voi
nm. 68*^ 1. Gfr. § 3. Sono in fondo dello stesso genere: ocirlo per ocierlo
mu. 47, 39, ocirà per oderà 41, 20, ocirea 18 v condune Ip 3, 41, Ig 9, 81,
per condùe-ne condurci, conduceteci, ztcxe mu. 85, 29. 42, per znexe iayró
pr. 57, 3, per aieró aiuterò]. — Nella contrazione di ee, ei non tutto è chiaro.
Non popolare tu prichi mu. 252 v, pricar rp 3, 348, pricaor 7, 78, pricazion
•6, 139, con ei mutato in i, mentre forse dovrebbe rimanere; ma si potrebbe
supporre, pensando alla forma pre'iche ri 6, 110 (: drite), che Ve cadesse
davanti ad un i originario, atono e in iato. Gfr. XII 423, XIV 218, nm. 6.
E in modo simile, nei composti benixirte mu. 48, 12, benixi 49, 10, benixio
48, 39, tu binixi mu. 49, 9, marixisse 41, 39, marixom 48, 20, ove si potrebbe
attendere beneizir ecc. (cfr. meizina, àdreitil'a); oggi solo il cong. bentf/e.
Infine citar rp 8, 281, zitavi Ip 9, 15, zitassi mu. 53, 18, può esser nuovam.
estratto da zeta mu. 53, 30; ma questo sarà da pronunciar s'fia come da
*s'ieita, mentre il sostant. od. superstite s'è tu gettito, sarà a sua volta rifatto
su s'ita. Normale sembra la contrazione di ee atono in Freyrigo de- 2,
mu. 184 r [cfr. ri 127, 32], meixina less., vivo, e non è caso molto diverso da
ne in ui, Poiste div. 1472 'Podestà', Poistarie 1470, 1471. Nei verbi si oscilla:
veirà proveirà da veerà, sebbene possa esser rifatto su veivavei; creerò cree-
ram su creo creer, allato a creirarn; concerà mu. 151 v, per conseerà conce-
pirà, proceessem mu. 75, 43, su conceer proceer e simili. Per ìnegstno ps 28,
10. 42, cfr. spreyssa, nm. 44? — Di ae ai toccammo al nm. 2; ae si contrae
normalmente in ce, ma passò prima per aiì II solito aire, che rima con jjmre
ecc., e la desinenza -aigu da -àfdjegu, saloaigu ecc., inducono a risposta af-
fermativa, per ae interno con accento suU'a; e Ve sarebbe passato in i, quando
le due vocali erano ancora divise da un iato. Curioso aglio mu. 168 r, per
àelu 'egli ha'. Invece aé ed -àe d'uscita non subirono altra modificazione,
che di unirsi insieme sempre più strettamente; e ad essi s'accostò a poco
a poco, ma certo in tempo posteriore all'Anonimo, anche ài interno ed ài
16 Parodi,
d'uscita; cfr. le scrizioni paere ecc., nm. 2, che rappresentano la fase in-
termedia, tuttora viva nei dintorni di Genova. — 11 trittongo uei in ui, tardi :
poi potere, poiurt ecc., div. 1467, 1472, nm. 68*^ 9. — Una vera contrazione è
quella di aa in «, guagni rp 1, 11, vivo, e di -ii in -7: vi mu. 53, .39 vidi,
e cosi sempre. La lunghezza dell'i risulta dalla rima: sepelii ri 12, 566: voi
di(r), cioè dì, consenti 79, 135 'consentii': vi 'vidi '; mentre -ì" rima solo con
-i, vi 12, 186. 648; 16, 74; 49, 357. 361; 56, 97, ecc.; rp 3, 294; 8, 424; 9
45. 53. [Un -ie in 7: se De v' ay ri 45, 61, in rima con di dite]. — Per -jo-
in -/, nm. 19; per GV, nm. 30.
44°. Scambio di prefìssi e suffissi. Oltre i casi già citati qua e là: af-
fiamao mu. 61, 18; perfondo rp 4, 8; 5, 21, perposo 9, 85 proposto, per-
curao mu. 86 v 'procuratore'; preco.zàr 8, 192; 9, 200, ^rewemV rp 8, 188 per-
venire; disvolgaa mu. 86 v, e per contro deihavao 81 v; reposta 97 r, 144 r,
vivo nel contado, ma il s potè cadere per dissimilazione, cfr. resposo 175 v;
e citerò anche recreseagi 42, 22, invece dell'od. rinkreèe, cfi*. incresse 42,.
35, regracià 44, 36, invece dell'od. ringr., remendar 95 v emendare; secorr&
51, 32. — cimitorio mu. 211 v 3 volte, 213 r.
d. Morfologia.
Flessione nominale.
45. Metaplasmi. I. Di maschili della terza alla seconda: arhoro er-
boro, folguro, marmaro, vespero, nm. 41, fola rp 2, 39; 3, 333, in rima
con molo, grando 3, 59, es. unico, calexo ps 28, 41 ; 31, 7, pontifficho
33, 35. 44, teresto mu. 83 v, sorffano 170 v, 171 v, 257 r, ali. a sorfane
nm. 20, sam demento 223 v, ali. a Clemente, e elemento 165 v, due
volte, ramo 224 v, sempre vivo, abao 259 v, oggi solo in Mese Labòiv,
hereo 41 v, 116 v, sacerdoto 4", 15, anoffanto nm. 17, dollento dolento
mu. 59, 32, Ig 6, 2 [dolenta ps 33, 17, Ig 15, 27] ; inoltre ermito nm. 40.
Ma sempre veraxe contro l'od. viàhi, e per contro fumo rp 9, 44, con-
tro l'od. fìime. ~ Es. a sé, Sam Luco mu. 55 r, 57 r, vivo nel nome
d'una via. — li. Di fem. della terza alla prima: sea sete nm. 7, ali. a
see, progenia mu. 24 v, parea 135 v 'paréte', due volte, fornaxa 170 v,
vivo, sorta 201 v, voxia 200 v 'fama', noriza 53, 41, forestiero, cri«-
dera ps 31, 4, mu. 55, 8, comunna mu. 61, 6; 75, 49; notisi pure: la
dia 'il dì' Ig 21, 8. 20. Sempre in -e il fem. plur. di 3*: famolente
rp 6, 142, tremolente Q, 143, ecc. — Si ricordi ancora: malvaxe, sem-
pre, tranne un malvaxo ps 35. 33; e dalla 5"* declinazione, iacia
mu. 170 V, vivo, gasa.
StQclj liguri. § 2. Spog-lio fonet. e morfei. 17
Un nuovo singolare di fui ó fiae fiay ps 31, 7. 19; 32, 12, mu. 89, 8,
dovuto sia all'epitesi di -e, resa più facile dall'analogia di citàe e si-
mili, sia all'estensione del plurale. Ma la seconda ipotesi non conviene
a stràe stray mu. 105 r, 231 r, che fu nel sec. XVI strè; cfr. § 1 nm. 48,
0 § 3. — Per -ities, nm. 8.
46. Cambiamento di genere: la ventre rp 7, 87; 9, 300, la fel 8,
319, la barri mu. 30 v, vivo, vestimenta 52, 28, pr. 97, 8, ecc. ; masch.
tribic C. Dal neutro plurale: castele rp 1, 33, arme 8, 34, iazengne
8,328, testemonnie testimonnie mu. 68 r 'testimoni', miracolle 151 r,
nieire 314 v, osse 39, 42, legne 47, 35, come 47, 40, mure 54, 6, con-
fjìnnie 55, 4. 38, frule 63, 21, tnenòre 75, 13; 76, 37, ali. a menbri
76, 33, in parte vivi ; anche fastidie 386 v. Ma con V-a conservato, e
talvolta in sembianza di fémm. sng. : monta via rp 2 , 1 , pusor via
3, 210; 8, 82, quatro o cinque via 7, 126, spesa via 8, 270, doa fia
mu. 278 r, trea fìa 216 r, ali. a trea fiae 62 v, quanta via rp 6, 214,
quanta fìa o fìaa mu. 54, 29. 31, trea vota VÒ2v,puzoi volta div. 1475,
cento miia rp 1, 28, vivo, doa tanta mu. 22 v, 98 v, per doa tanta tempo
46 V, trea tanta 46 r, pu de doze tanta cha 164 v.
47. Casi. Mi pajono due nominativi rei dc^ 4, 12, 19 ecc., dc^ 1, 5,
6, ps 31, 27, mu. 71, 12, ali. a re nmm. l'^ 1, 41"^, e ley lei mu. 57, 27;
59, 14; 69, 3, ali. a leze ps 34, 19; 60, 23, ecc., nm. 17. Permane il s del
genitivo in niartesdi mu. 59 r, ora ììidtesdi, su cui lunesdi mu. 58 v, vivo.
48. Plurali. L' -i desinenziale dei plurali in -ai -oi, ecc., è studiato
nel § 3; qui basti dire che cotali forme non presuppongono affatto
la caduta d'un r intervocalico. L'oscillazione fra -dr -ór (cioè -iir) e
-di -ài (cioè -là) diminuisce dai testi più antichi ai più recenti, perché
V -i si estende; invece per -e'i -ó'i -ù'i il moderno dialetto non co-
nosce che le forme prive di desinenza, -e~, ecc., ma queste devono
essere, secondo il nm. 4P, una nuova riduzione fonetica di quelle col-
^-^■ ricostituito, che troviamo ancora nel sec. XV: fìdey mu. 128 r,
148 V, 166 r, allato a vertadee 220 r, overer 56, 16, cavaller 71, 22,
cel 74, 34; fìioi 44, 23; 72, 32, ali. a fìjor 62, 8, cor 58, 46; 67, 7;
77, 16, ecc.; muy 53 r muli. La desinenza scomparve per ragioni fo-
netiche anche in pe pee rp 1, 57, mu. 41, 39; 81, 41; 97, 3, re rei
82, 27; 83, 30, Zue ps 28, 28. 36; 36, 28, ecc., Ig 18, 36; 20, 11.
48, ecc., ali. a pei Ig 4, 63; 5, 62, farixey ps 36, 28, che sono però
abbastanza rari, tranne in Ip, che conserva sempre intatto V-i finale,
nm. 41''. In questo testo, e fors' anche in ps, Ig, sarà un carattere
provinciale. — L'oscillazione è pur continua fra -an e -am, -on e -oin
(cioè -un ecc.), sebbene a poco a poco le forme con -i internato trion-
Archivio glottol. ital., XV. 2
18 Parodi,
fino di quelle uguali al singolare, che io credo conservate per analogia
dei tipi in -r. Notisi che non può trattarsi di semplice scrizione eti-
mologica, perchè è escluso dalla rima: sng. fornicatiom ri 14, 317:
cinque ieneraciom ; sng. san 60, 29 : man plur. ; fani rp 6, 174 : faozi
Crìstiam, cfr. 3, 290, ecc. — Plurali con -n caduto, probabilmente
provinciali : rasoi rp 9, 186, dubbio, bastoy ps 35, 8, raxoe mu.^ 2 v,
3 r, mae mani 6 r, anche un mai mu. 37 r ; cfr. nm. 28, ann. 48. —
Dell' -i internato di fainti graindi ho già accennato, nm. 44, che lo
credo normale. Esso non appare oggidì che in questi due casi, poi-
ché è rimasta preponderante l'attrazione del singolare; ma per gli
antichi testi non si tratterà di grafìe etimologiche? Ci inducono a
sospettarlo e le grafie come mercaninti dc^ 5, ecc., e le rime: comandi
ri 14, 234: grandi (cioè graindi'?), canti 16, 388: pianti (cioè piaintiì
od. centi), cfr. rp 7, 173; 8, 125; 9, 245; forse anche monte (ms. monto)
ri 16, 78: pointe, cfr. 134, 371. Notisi che pianti è sempre scritto senza
Vi propagginato, e che V -i- è sovente omesso, anche nei riflessi di
NCT, cfr. nm. 36. Analogico grainde pr. 25, 4, quainte mu. 46, 12. —
I plur. amhaxoy ecc., nm. 16, mostrano la caduta di a davanti al dit-
tongo nuovamente formatosi, anhas{a)vn da ahbasaùi^ onde il tipo od.
halwéj (ballatoi) pianerottoli, con -icèj svoltosi da -to'i, tipo già rap-
presentato, nonostante la strana ortografia, da coìifessaoi ecc., nm. 15.
La somiglianza del singolare, in -ów, di anbasòw, da anbasaù, e di
azòto, da azèu, nm. 15, portò ad uguagliare i plurali, onde gameaoi, ecc.,
ib. — Plurali in -ci, ann. 48: oltre ad amixi, inimixi, sempre vivi,
ho ancora: Grexi mu. 51, 31; 91, 2, antixi 64, 7, mexi 86, 5, monnexi
104 r, 276 v, canonexi 274 v. — Restano : li proffecta mu. 133 r, 202 r,
li Evangelista 46, 9, li doi turista div. 1476; ma legiste decretaliste
profete, ecc., pr. 8, 9. 10; 87, 38. Infine zoi rp 9, 219 o non esatto
o non indigeno. Cfr. nm. 56.
49. Articolo: lo li, la le, anche davanti a vocale, li atri rp 6, 163; 7,
111, {l amixi S, 241), le atre 7, 194; davanti avocale, anche iogi 3, 86, i
atri 7, 19, forma schiettissima e la sola vìva, anche davanti a consonante,
sebbene bandita, per influenza letteraria, dagli altri testi meno antichi ^
— Metto qui: lombrissallo bellico mu. 171 r, lamo amo 318 v, vivo.
' hiccrto a morte pr. 12, 17, inamora-o 42, 7. Con preposizioni, sempre
de lo, da lo, in lo, ecc., {da ra ri 39, 79, cfr. 131, 20; 133, 10; 138, 71, ecc.];
plur. de li, da li, in li, [ma son da notare, in ri, dei atri 12, 120; 45, 69;
49, 234, da i enemixi 71, 44, en i atri 46, 79, ecc.]. Si direbbe che la caduta
sia cominciata davanti a vocale, per via di li, rj-, j- (se non si voglia
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfei. 19
50. Pronome personale: e io, die far-éì mu.^ 3 v, cfr. pr. 44, 31. 32,
donee 36 v, 300 r, soae desso 60 r, ^-terche e no te possee aora seguir ?
62 r; cfr. § 3. — Ui, che demandi tuì 43, 1, ecc.; enclitico in e tuì
rp 0, 41, mu. 53, 42, cfr. fae-toì pr. 42, 2, e § 3. Anche gli obliqui
enfatici w«, ti servono già come soggetto : mi e ine fijo mu. 47, 29, mi
lo seguiva 296 v, toa maire e mi 42, 28 ; ti sempre te consumi rp 3,
167, ti mesmo ps 29, 6, tu serai marcito, ti e tuta la toa semensa
mu. 41, 35, ti chi eri cum noi 56, 3; sempre comò mi^ corno ti. —
Pel plurale, oltre un no rp 8, 232, rileverò vo, che è talvolta encli-
tico: no savèivoì mu. 87 r, corno crereivoì 130 r, cfr. § 3; e il fre-
quente 0, rp 8, 10. 14. 32. 142, Ip 1, 8, e fuor di verso mu^ 2 r, 2v,
3 r, 4 V, dc^ 36, ecc. — Obliqui: mi ti^ enfatici; me te; ne ci, ve vi.
Terza persona: elo elio rp 8, 375; 9, 113. 115, ps 29, 8, mu. 40,
34, 35, ecc., e neutro: elio e tempo ps 29, 36, ecc.; isolato sili
mu. 47, 18 ^; che fin el a rp 9, 314, unde el e to frac AheU mu. 42, 12,
e neutro rp 3, 138. 209; unde lo va rp 5, 70, lo deia 6, 3, lo no a
7, 28. 33, cfr. mu. 55, 19, ecc., e neutro rp 9, 181, ecc. ; se l e bon
rp 9, 148, e neutro 7, 65; 9, 257, mu. 58, 29; o fo mu. 45, 7; 57,
11, ecc., neutro 62, 10. 29, ecc.: questa è la sola forma oggi usata
davanti a consonante. — Obliqui: accus. lo V, rp 9, 127. 205. 303, ecc.,
in enclisi; altrimenti lui: contra lui rp 9, 35, mu. 55, 20; de elio mu. 39,
41 ; in elio 39, 38; a lui, in lui, ape de lui rp 3, 62 ; 6, 204, mu. 62, 12, ecc. ;
ma vedi più sotto le confusioni di lui con si. Pel dativo atono, nm. 50^.
eia ella rp 2, 55, mu. 44, 21, ecc. ; de chi el e rp 4, 56, el e reina Ip 4,
8, e^ e porto A, Q; la no sea rp 3, 338, la sea Ip 4, 26, coyno la pò
mu. 78, 14, ecc.; Ve la reina rp 8, 308, oggi a l' e' a regina; a no
sera rp 3, 339, quelli che a voi inganar mu. 58, 40, e cosi 61, 9; 62,
35; 70, 24, ecc., sola forma adoperata oggidì davanti a consonante.
Obliquo: se o no la pò mendar mu. 74, 20; [^prega lid ri 12, 153];
coni ella ps 33, 4, in ella 35, 28, de ella 35, 29; de lui, da lui rp 2,
58, mu. 60, 39, cfr. ri 12, 262. 468; 39, 150. 155; 79, 42.
Altro pronome di numero singolare , ma d' ambi i generi, è lei le.
In origine sarà stato femminile, come lui maschile, ma presto invasero
scambievolmente l'uno il campo dell'altro; da ultimo lui scomparve.
Rari esempj di nominativo, né per l'obliquo son troppo numerosi: le.
pensare a Ij- J-). Resta però sempre la grave difficoltà dell'antico o, a,
§ 1 nm. 59. I pronomi, o (cioè u), a, nm. 50, stanno da sé. — Per enter
nm. 97.
* Sarà un errore egì ri 14, 88, cfr. ann. 50; corr. e [si] gi dà.
20 Parodi,
nom., ri 134, 385, accus. rp 2, 34, a le 6, 218, a Ile \g 25, 184. 212,
a lee mu. 14 r, cantra le mu, 47, 8; de leij mu. 89 v, tutti ma-
schili; femm. le mensma mu." 1 v, rum lee 125 v, da le Ig 5, 63, a
lei Ip 4, 28, en lei ib., cfr. nm. 4P. — Per l'uso di si, vedi più
sotto.
Plurali: eli rp 3, 36. 175; 8, 211, elli ps 29, 30. 44 e sempre,
mu. 62, 6. 7. 9; 63, 11. 12, ecc.; li te defendan rp 3, 47, che li san
far 8, 120, e così 9, 28. 246, di rado in mu.: li deveream 86, 7; i,
ch'i fazam dc^ 15, i no pom mu. 62, 4, y duram pocho 62, 5, cfr. 68,
27; 70, 31; 72, 9, ecc. — Obliquo: lor, a lor e simili, enfatico, é si
noti: ahiaìido lor fatto ciano... a Monsegnor dc^ 15; accus. atono li
[l', che l aye rp 9, 284); dat. li, nm. 50**.
elle mu. 60, 41; 63, 17; 77, 33, ecc.; le, corno le son rp 6, 226;
8, 136. Obliquo: lor, a lor, ecc.; atono le; dativo, nm. 50*".
In mu. non è raro un pronome e, che serve per tutte le persone e
numeri: coìno e sero memu.* 4 v (ove si confonderebbe con e io); se lo
poeir e gì fosse togìuo 84, 31, perso che e l'era freido 67 v, es. dubbio,
ma che sembra indicarci quale ne sia Torigine ; quando e saremo mu." 1
V, e no averemo 2 r, de lo qua e vivemo 3 v, che a lo meni e pren-
damo comtao 5 r, in che e senio 5 v, e no possemo 5 v, e no te tro-
vamo mu. 55 r, che e te dagemo 59 v ; e ve dixe^n mu." 2 v, corno e
la vini 5 V, e ne an dito 5 v. In Ip trovo : donde, doce Maria, e sono
descazai 3, 41, e in Ig: fortementi e (cioè ella) criava 22, 13. Cfr. § 3.
Riflessivo: enfatico si, atono se. Ma si è talvolta confuso con lui:
ben era per si ps 29, 2 'per lui'; tosto te troverai con si rp 4, 28
'con lei', tanto e de hem in si mu. 72, 9 sg. 'in lei'; cfr. ri 12, 67.
515; 39, 3; 99, 12. E per converso: De... da lui le goerre deschassa
mu. 90, 5, cioè 'da sé', cfr. ri 12, 1.55. La tendenza di lui ad esten-
dersi a spese del riflessivo enfatico, ha prodotto dapprima un oscilla-
mento, poi la totale perdita del si, che nell'od. dialetto è sostituito da Ic^
50''. Pronome dativo atono; avverbio gè. Forma di dativo non molto
frequente è li, e la maggior parte degli esempj è fornita da mu.:
fe-lli 39, 39 'a lui', tr asse-Ili ib., disseli 42, 26, si li disse 41, 22, cfr.
42, 3. 14; 43, 1; 46, 30, Ig 24, 22, e anche ri 111, 7; li caitem mu. 45,
35 'a lei', cfr. 46, 25; 69, 6; so he De li avea dao rp 7, 213 'a loro',
e così ps 33, 7, ep. 357, mu. 51, 2, ti li mostrasti 25 v 'ti mostrasti
loro'. Si confonde per la forma coll'avverbio: no li romaze arcunna
mu. 46, 22 'non vi', no li ossai intrar 46, 27.
i: li sol pei i an haxao Ig 5, 68 'a lui', clere i andava 22, 12, e
così 25, 92, cfr. ri 21, 6; 56, 110. 174; 94, 34; 133, 127; che De i a
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 21
dao rp 1, 48 'a lei', cfr. ri 57, 36; 129, 62; la soci stella i andava
avanti Ig 3, 35 'a loro', cfr. ri 97, 16. In pr. 29, 1 trovo: ye inu-
mine li lor cor: è esatto? Per l'avv. i ivi, ri 133, 138; 138, 104.
Ma la forma più comune e più diffusa è gi : gi convene rp 1, 19 ' a
lui', dissegi 9, 37; o gi farea torto mu. 59, 15 'a lei'; chi gi ronpe
lo coverihu rp 1, 10 'a loro', e cosi dagi 3, 279 'dà loro'; cfr. in
genere rp 3, 76. 88. 223. 224; 8, 121, de' 48, mu. 42, 18. 22; 43,
2. 19. 20; 62, 12, ecc., Ig 3, 36. 57; 4, 9; 5, 62; 25, 107, ecc., dc^ 14.
Senza paragone più raro è gè: rp 7, 70; 8, 256, cfr. ri 12, 85. 86;
14, 577. 704; talvolta in Ig, 2, 60; 24, 12. 33; piuttosto frequente
in mu., 40, 24. 30; 42, 2; 43, 4. 26; 46, 24. 26, ecc.; sempre in ps,
ove però è di solito gue, e solo talvolta gè, per es. 34, 7. 8. In Ip
qualche volta gli, 1, 23. 43, ma di solito gle: gle correa fini ali j)ei 1,
36, la barba gle strepavam 1, 42, cfr. 2, 13. 15; 7, 6 e nm. 23. L'av-
verbio è di solito gè: rp 3, 208. 211; 4, 32, mu. 44, 16. 18. 22, ecc.,
Ig 1, 35; 7, 40; 10, 15; gue rp 3, 104, e sempre in ps; ben di rado
gi: rp 9, 277, ove potrebb'essere anche pronome, ma cfr. ri 14, 602,
mu. 44, 23; 30 r. In Ip gle gì' : no gì era 1, 39, e così 1, 45, tu gle
fosti vivo e morto 6, 8. Abbiamo dunque due forme originarie: gi pel
pronome, gè o gue per l'avverbio, e la distinzione è ben conservata
nelle 'Rime', ove le poche eccezioni possono attribuirsi al copista,
e in Ig, che invece rispecchierà le condizioni del testo primitivo. Il
pronome gi deriva senza dubbio da [i]gi, come i da i[gi], e quindi
la pronuncia non può esserne dubbia; per l'avverbio invece non man-
cano le difficoltà. L'etimologia c'induce naturalmente a tenerci alla
forma §e, che è l'odierna; ma d'altra parte e la solita grafìa gè e
il gle di Ip dimostrano che esistette pure gè, pronome in origine
e svoltosi da gi, per attrazione di me te se ne ve. Cosi crebbe la
somiglianza coli' avverbio e si facilitò la confusione, alla quale il dia-
letto era già tratto, oltreché da motivi generali, anche dal paralle-
lismo di li e di i, adoperati in entrambe le funzioni. Che però il mo-
vimento non fosse in tutta la Liguria contemporaneo, dimostrano Ip
e ps. Per gi gè vèneti, cfr. Arch. X 243, al nm. 41 e.
50". Forme congiuntive; enclisi. Per Demerode dc^ 12, cfr. § 1 A
nm. 63; lo gue tnostra ps 36, 18 potrebbe essere letterario, che altrove
l'antica collocazione non occorre; d'altro genere restituir te la convenga
rp 3, 190. — Enclitici: seréa-llo mu. 85, 3, 2ìossd-llo 40, 8, tornassene
48, 3, zensene 48, 3, portdìicllo 140 r; e l'accento doveva essere sul
verbo anche in: che aveivelo faito? li sanavelo 67 r, no fareivello 166 v,
sereivello 265 v, avereivello 305 r (o avéive-lu ali. ad aveiv-élu ?) ; cfr. § 3.
22 Parodi,
51. Pronome e aggettivo possessivo: me mei e me, méa mteo (e
mcGÌ), nmm. 4, 4P; to ió'i, so sói nm. 10, e pel plurale notisi che rima
con voi vuoi, poi puoi, /yoi figliuoli ecc., ri 14, 101; 16, 458; 53, 221;
70, 60; 101, 35; 129, .38; 136, 15 sg.; rp 3, 109. 267. 292. .302; 5.
65; 6, 164; tua tue, sua sue nm. 13. Ancora in div. 1466: la vita soa,
terre soe, ma un esempio di mu. 53, 44, la to innocencia, mostrerebbe
già il masch. sng. to so esteso ai due generi, e forse ai due numeri,
come nel dialetto odierno. Infatti sò'i, sue, si riferiscono anche a sog-
getto plurale, com'è oggi sempre, cfr. de' 40, rau. 72, 31, ecc.; ma
lor mu. 39, 23; 43, 12; 70, 21; 72, 10 e altrove.
52. Dimostrativo. In dc^ 2 este per esto è forse un errore; desso
è frequente in ps 29, 4. 5; 32, 14, e pare un italianesimo, cfr. elio chi
mu. 70, 6, esso chi Ig 5, 35, s o fosti eso ri 57, 3. — ti mestesso ecc.
rp 3, 245; 6, 123. 255, lo so mestesso mu. 82 r.
53. Relativo. In origine sempre cJti pel nominativo dei due numeri,
che per l'accusativo ; e la distinzione è ben mantenuta in rp e ps, no-
nostante non rare eccezioni, e meglio ancora in mu. e specialmente
in Ig, dove non apparisce ancora alcun oscillamento. Pel chi nom. sng.
cfr. rp 1, 10. 36; 2, 5. 38. 52; 3, 4. 55. 142. 192; 8, 427. 428. 431,
ps 27, 2. 12; 28, 13. 17. 22, ecc., mu. 41, 1. 20; 42, 27; 46, 30;
51, 1; 52, 36, ecc., Ig 1, 19. 25. 29. 48. 59; 2, 18. 30 e sempre; cM
nom. pi.: rp 1, 24. 30. 34. 54; 3, 211, ecc., ps 27, 6; 28, 21, ecc.,
mu. 42, 31; 44, 11. 27; 52, 5, ecc., ig 5, 1. 40; 6, 76 e sempre; che
accus. sng.: rp 1, 48; 3, 190, ps 27, 16; 28, 1. 11. 16, mu. 48,
12; 49, 17; 54, 32, ecc., Ig 5, 19; 8, 24; 9, 50; che accus. pi.:
rp 1, 63, ps 27, 11, mu. 52, 7; 63, 38; 67, 38. Eccezioni: che nom.
sng.: rp 2, 3; 9, 82, ps 33, 18; e nom. pi: rp 3, 9. 145, ps 28, 3,
mu. 72, 2; 93, 18; chi accus. sng.: mu. 47, 25; 53, 49; 76, 24 (forse
cJt'i); e accus. pi.: mu. 77, 14. Gli esempj di eccezioni, che ho citato
da mu., sono a un dipresso tutti quelli che occorrono nella parte edita,
ben pochi di fronte agli innumerevoli casi, ove la norma è rispettata;
di ep. non ho ricordato le frequenti irregolarità, perchè la maggior
parte non sono che sviste dell'editore. Noto qualclie caso di neutro:
so chi e dentro mu, 64, 2, cfr. 69, 46; 76, 43, se possanssa assende...,
chi avem de rairo 64, 35, chi e contra le raxoim 94, 8 'quod est',
e nell'obliquo: quello chi la providencia aprovista vegnir 92, 4; ma:
die noi amo proao 82, 31 'la qual cosa'. In unione con prepo-
sizioni, di solito cid, per l'it. cui: a chi rp 8, 2, mu. 53, 18, in la
maxom de chi mu. 53, 41, de lo crimen de chi elli acussam Albim 55,
29, doe cosse sum, da chi 81, 24, in chi 72, 20, per chi ps 29, 1, ecc.;
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 23
ma lu pecao de che rp 6, 10, lo imigo in che mu. 55, 30, e così 58,
9. 40; 70, 23; 75, 47. Nota: in chi servixo mu. 61, 39, de chi reame
80, 55. D'altro genere: chi parea chi pianz esse 43, 16, fo amonio lo
ducha, chi... no bevesse 84, 15 sg.
54. Pronomi indeterminati e aggettivi pronominali: qualche confecti
rp 7, 102, cfr, 9, 247, ecc.; ognunca ognuncana ognunchena rp 1,
25; 3, 30; 5, 104; 6, 4. 25, ecc., ps 31, 30, ecc., quallonchena ora
mu. 108 r, chiumchena homo 140 r. Cfr. in che magnerà se sea tr. 5,
inoltre rp 7, 39, ecc.
56. -Numeri cardinali: masch. trei rp 6, 31, fem. ùrèe 6, 2u, ma
anche treg ps 27, 15; 30, 14; sexe sei mu. 23 v, div. 1469, 1480, qua-
tuordexe sedexe div. 1471, 1480, dixisepte nm. 17, sisanta mu. 44, 15,
■noranta nm. 28, dux'enti rp 1, 40, mu. 45, 21. 23, duxenti fantinne
188 r, trexenti 44, 4; 49, 28, goa trexenti 44, 15, se cento 45, 4. —
Ordinali: sexem mu. 40, 3; 41, 15, sezenna 389 v, oitenna 18 r, no-
venna 17 r, dexena ps 23, 13, unzenna 18 r, dozem 12 v, trezem 51 r,
quatorzem 19 r, diseptenna 389 v, centen rp 1, 46.
Flessione verbale.
Indicativo. 57. Presente. Sng., 1^ p. : cfon 'io devo' rp 9, 258,
ps 29, 5; 36, 42, mu. 42, 30 '. I noti dago stago vago vego^ nm. 68'',
sono da confrontare coi presenti ital. traggo seggo, né può bastare a
spiegarli l'analogia di digo, il quale anzi per identico fenomeno passò
da dì^u [ri 14, ?>94; 134, :>11] a dWju: cfr. § 3. Dove la consonante
della 2.^ pers. e dell'infinito era differente da quella della L* pers. ,
questa si rifoggiò su quelle: cognosso fuzo piaxo vozo, ecc.; rimasero
i cit. dago ecc., perchè le 2.*^ persone erano dai e simili, nm. 68''.
L'-o (cioè -u) rimasto nella 1.^ p. dopo r, n, è analogico. — 2."^ p.:
per la caduta dell'/, nm. 4P, inoltre sor suoli rp 6, 89. — 3.* p. :
quer mu. 74, 18; 77, 1, acc. al letterario quere ps 27, 10, mu. 76, 45,
fer rp 7, 54. 233, mu. 73, 24, ali. a fere ps 32, 37 e al notevole ore
olet rp 9, 99. — Plur., 1."^ p.: tipi soliti, demandetno ps 31, 45; 32,
13; avemo de' 4, 15, 20; redugamo dc^ 1, referamo dc^ 10; odamo ri
89, 17, ecc., acc. a partimo. Ma adoramo mu. 41 r; per cremo e
creammo, fassemo e fassamo, ecc., nm. 68''. — 2.'* p.: notevoli rendi
^ I riflessi genovesi di 'habeo' 'sapio' non furono se non ó, so, q dei
due esempj in contrario, citati in ann. 57, il primo, cioè he ri 71, 84, va
senza dubbio inteso 'est', il secondo, cioè se ri 12, 572, fu già corretto in
so dall'editore. Basta osservare che nelle 'Rime' non si ha ancora e da ai.
24 Parodi,
Ig 23, 36, forse sull'imperativo, cfr. vivi ri 57, 10, no cogaosime voi?
mu. 12 V, intendi div. 1467, — 3.'' p.: -paren rp 1, 4. 6, aduxen 3,
325, 6;e^ew 4, 22, perixem 9, 298.
58. Imperfetto. Nella 1."" e 3.'' p. sag. e 3.'' pi, della 2,''' e 3,^ con.,
le due forme parallele -ea, cioè -cba, ed -eiva, -ean^ cioè -cean, ed
-eivan, nm. 3; talvolta anche nella 4 ^ con. -ia, dormia mu. 39, 40. Più
di rado si mostra la forma senza v nella 1.^ p. pi.: sezeamo mu. 9 v,
dixeamo voleamo 20 v, odiamo 294 r. Su conteneam 55, 11 e simili,
anche dormeam ps 31, 8. 32, con scambio di coniugazione. Contratti
sembrano Uranio mu. 222 r, aveimo 12 r, div, 1469, 1477, poteimo div,
1477. Dubbio l'accento di ligavamo mu. 9 v, marnavamo 21 v, cercha-
vam,o 55 r, stavamo 134 r, dormivamo 37 v, ed anche di eramo 55 r,
130 r, div. 1477; ma essi hanno accanto èremo mu. 134 r, sperdvemo
87 V, stdvemo 37 v, 267 r, creiveyno 267 r, inoltre érivi nm. 68'* 1, ove
non può vedersi se non la fase immediatamente posteriore , identica
a quella degli odierni anddvimu e simili. L'accento sarà dunque sfato
ivi pure sulla radice; cfr. i toscani anddvimo leggévimo, ecc.
59. Perfetto. Desinenze comuni: in mu. fa capolino la desinenza -si
di 2.^ sng. e pi,, certo presa ad imprestito dall'impf. congiuntivo: tu
ne mandassi 189 v, treisi 23 r traesti, restasi mu.* 5v restaste, cfr.
demandasemo mu. 32 r. Alcuni casi di -isti, per -esti, nm. 44: faisti
feisti, ali. a faesti, traisti treisti, ecc., ofendisti rp 6, 155, e potrebbero
essere stati attratti, coli' aiuto della 4.* con., da foisti nm. 68'' 1, da
'^veisii visti, che è rifoggiato sulla 1* p. vii vi e sulla 3,'' vi; fors'anche
da caisti, nm, 68'' 17. Si ha pure deisti per dièsti, pr, 68, 3, che è as-
sicurato dall'impf. cong. deisse pr. 87, 16, deissem 81, 19; 95, 24, e
anch'esso sarebbe su dixi disse; — plur., l.^p.: -amo, -emo {scrivamo
mu. 53, 46, pres. ?), -imo. — I, Tipi forti: sng. l."* p.: foi rp 9, 351,
mu. 57, 54, avi 11 r, fei rp 9, 350, dei mu. 22 v, 31 r, sapi mu. 309 r,
creti 123 v, 297 r, vi 53, 39, trassi mu. 54, 37, dixi dissi ri 43, 189,
mu. 53, 41, vossi 55, 14, preixi 53, 39, imprexi 52, 7, me azesi rp 9,
349, missi mu. 55, 30; - 3.=^ p.: fo mu. 42, 19, ave 39, 38; 41, 22,
siete 44, 36, de rp 4, 55, mu. 46, 24; 51, 25, sape 55, 6; 84, 11, calte
ps 29, 22, mu. 80,40 e cheite mu. 51, 28; 155 v, crete 40, 38, vi 38,
7, vcgne rp 5, 3, mu. 41, 22; 42, 18, disse 38, 5; 39, 6, misse mise
39, 17. 38; 41, 19, comisse 41, 18, inpromisse 43, 3, s etremise rp 9,
196, ocisse mu. 42, 10; 64, 45, circoncixe Al, 12, romaze 46, 22 o re-
m,ase ps 30, 4, preize preisse mu. 40, 30 ; 84, 6, apeize 46, 25, inteize
48, 27, posse pose 42, 19; 45, 9, respoze respoxe ps 31, 46, mu. 40,
32, adusse mu. 49, 1, aparse 47, 3, parce 52, 25, averse 139 v, corse
Stadj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 25
ps 28, 8, valsse mu. 71, 24, volse 42, 16 e vosse ps 29, 19, mu. 42, 10;
44, 38 'volle', voze ps 28, 20; 29, 4, o vosse mu. 80, 37 'volse', non
sicuro {vose, ali. avós'èì), piansse mu. 60, 18; 91, 13, spansse ps 28,
9. 14, mu. 59 r, constrensse 71, 20, inspensse 84, 7; — plur. 1.^ p.:
stetemo mu. 294 r, cheitemo 294 v, dissemo 294 v, missemo 293 v, 294 v,
ocisemo 316 r, inteisemo dc^ 11, corsemo 295 r, vossemo 65, 50 'vo-
lemmo ', sonssemo 294 v, pervegnemo 294 r, 295 r ; anche vimo dc^ o
può star qui, ed ó rifatto sulla 1.^ e 3.* p., come sono probabilmente
anche gli altri esempj addotti ; poemo ri 16, 206. — 3.^ p. : fon rp 9,
32, mu. 45, 31, avem 40, 40, fem 45, 11, sapem 80, 24, cheitem 40, 20,
cretem 53, 49; 68, 35, vin rp 3, 174; 9, 26, vegnem mu. 45, 33,
clissem 46, 8, ecc., cfr. disselim 53 v, nm. 42, missem 55, 5, impromis-
seìu ps 28, 35, assisem 316 r assediarono, requesem 169 v, preisseni
preocem ps 32, 16, mu. 60, 45, possem 143 r, respoocem ps 28, 33,
aversseni mu. 294 r, corsem ps 31, 43; 32, 17, vossem mu. 39, 34; 53,
48 'vollero', ìnorssem morirono 52 v. — li. Tipi deboli; sng., 1.* p. :
ossai mu. 46, 27, maniae 49, 8; nassei 272 v, cognossei 57, 24; ìiory
60, 3, henixi 49, 8; — 3.* p.: sempre -ci nella 1.^ con., tranne un
'mandò div. 1470, letterario ^ ; nasce mu. 42, 20. 21. 34, cognoscé mu.
43, 12, recogié 44, 22; più incerti piove 44, 24, visque mu. 46, 35 o
vische 139 v, ma vive mu. 46, 36, poé 59, 7, mefé ps 32, 4; fuzi mu.
45, 35, henixi 39, 24, o/feH 45, 28 ; — 3."* p. : tirdm mu. 53, 49 ; poém
71, 25, nassètn 40, 46; inss'im 52, 35, offerim 45, 33.
60. Futuro. In rp non di rado -ar- nella 1.^ con.: armara 1, 40,
perdonara 3, 76, guardava 3, 144, andar a 5, 34, pensar ai 6, 40, e
cosi talvolta in ps: arrenavo 28, 32, renegaray 30, 14, lavaray 30,
21, allegrarey 30, 29; cfr. nm. 16. Per contro qualche -er- nella 4.^:
fazera rp 3, 282, mu. 68, 15, oderan Ig 6, 53. Per mosteran nm. 26.
Hanno in tutti i testi r raddoppiato, ossia r schietto, i fut. terrà verrà
parrà varrà vorrà porrà morrà, nm. 68''. Per la 2.^ pers. plur. avere
ps 28, 24; 30, 28. 41, odiré mu. 45, 29, veyré ps 30, 27, nm. 41^;
apartuire mu. 47, 7 'partorirai', avrà -ce da -ai; per averi nm. 44.
61. Imperativo. La 2.^ p. pi. di 3.* con. è spesso in -i, o per
metafonesi, nm. 44, o forse per attrazione delle forme corrispondenti
di 4.^: zerni rp 8, 11, cfr. ri 16, 55; 43, 109; 79, 182; 114, 37;
133, 32. 126, no temi mu. 32 r, meti 80 v; 57, 20, ponni 119 v, pianzi
spandi 119 v, eressi 39, 24, prendi ps 29, 46, mu. 43, 'ÒO, pianzi Ig 15,
* Cfr. pp. 73, 2. la ami. 59 si dà -ò, conio desinenza della 3.^ pi. di 1.^ con.,
ma non può essere che un errore di stampa.
26 Parodi ,
40. 46; 17, 3, ecc. Si ebbero cosi due tipi soli, come per la 2.^ sng.:
'pòrta, les'i senti; purtdi, les't senti; ma del tipo les'i non rimane più
traccia. Nota intendaj dc^ 17, dal cong. Si possono anche ricordare:
mante rp 3, 235, rete 8, 393, requer 3, 237 ( : mester), cfr. ri 130, 30;
fai rp 3, 165, perdùime mu. 160 r; ma arecordei rp 8, 57 è un con-
giuntivo, e così pure vegi ri 14, 543, porti rp 3, 351. Negativi: no
crei rp 3, 137 'non credere'; ni gè desienti ni gè cesi 6, 241, cfr. ri
14, 543, pr. 67, 4 (e no diexi nm. 98). Con enclitiche: tórnela mu.
13 V, aparèiemela 48, 12, cong. pidxeve div. 1471, tre volte, pia-
zeve 1473, piacciavi, cfr. nmm. 16, 50^— Notevoli leze ps 35, 13,
nnzelo mu. 30 r, forme originarie, vive qua e là, cfr. vene pr. 41, 14;
63, 38. 39 e il mio Tristano Riccard. , cxxxvi n.
Congiuntivo. — 62. Presente. In rp faze 5, 92, piaxe 9, 10,
ali. ai soliti ed antichi faza piaxa, par che rappresentino già l'o-
dierna estensione del tipo di 1.^ con. ; cfr. condugue ri 2, 61. Più tardi
abbiamo vage Ig 19, 58, allato al regolare vaga 25, 79, e con mag-
gior frequenza in mu.: dgie 74, 4, ali. ad agia 74, 7, vagie 80, 48,
cfr. dagem 33 r. — pi., 1.* p.: aparegiatno mu. 60 r, per l'antico e od.
-emù; partiamo rompiamo 78 r, sei^viamo Ig 4, 53; moriamo mu. 40,
32, per moiramo. Curioso l'incoativo perisamo Ip 3, 34. — 2.^ p. :
mangiai mu. 62 r, sulla 3.% come oggidì; convertiai mn, 186 v, 188 r,
per convertai. È appena necessario osservare, che il congiuntivo di
'avere' e simili fornisce, come in italiano, all'imperativo anche la 2.^ pi.
63. Imperfetto. Grià un lasesse mu. 75 r, od. gen. lasése, ali. a la-
.sàse, ora meno usato. — plur. , 1.^ p.: fossemo mu. 153 r, avessemo
55, 17. 37, proassemo 85, 37, bexognassemo div. 1477, ora fuìsimu
ave'simu ecc. — 3.^ p.: fossenon tegnissenon agitassenon div. 1473,
curiosi italianesimi ; del resto sempre in -en. Le forme feisi steisi deisi
son rifatte sul perfetto, e a loro volta attrassero forse (coli' aiuto
dell'impf. indie. ?) pioeissemo nm. 68'', cfr. zeissem ib., pareise ri 39, 83,
oggi jìàise ; molto dubbio venceisen 54, 237 ( : conbatesen).
64. Condizionale. Con -ar- conservato habandonarea -ps 30, 11. Come
nell'impf. indicativo, s'alternano -ea, ossia -ce'a, ed -eiva nella 1* e
3* sing., ean, ossia -ce'an, ed -eivan nella 3* pi.; ma le forme con v
sono meno frequenti. Sarà un errore la P p. vorei rp 9, 341. —
Nella 1* pi. di solito -eamo: avereamo ps 36, 35, porreayno mu. 190 r;
76, 9, vorreamo 152 r, f arcamo ps 36, 37; ma ho pure: offerireimo
mu. 91 r, porreimo div. 1474.
Infinito. — 65. Qualche scambio di coniugazione: oltre i più so-
liti, presumir mu. 188 v, relinquir 275 v, corompir 312 r, come ì'07n-
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfei. 27
pir, queriv 80, 12, ma poi deriva foneticamente da poei; xorver rp 7,
123, nm. 35; per cairQ'&n. Qualche volta già tegnir ps 29, 47, so-
stegnir 32, 27; 33, 2, su vecjnir, ma di solito tegnei. Ricorderò anche
no gè corre rp 3, 208, il quale mostra, come corre ps 3(3, 20, cor-
reiva Ig 25, 48, la coniugazione originaria di 'currere'; ma di solito
corir; goer goe rp 9, 85. 153. — Sul pres. , sagir G, cfr. nm. 23 e
assaie less.
66. Gerundio: nei testi meno antichi prende spesso un i nella 4^
con.: oltre a moirando ri 10, 203; 53, 104, anche fuziando mu. 21 r,
odiando div. 14G6, ali. a odando ^ acriando mu.^ Iv, mu. 129 r,
partiando 139 v, crovìando 294 r , ruziando 298 r. Uno stagendo
mu.'' 1 V.
67. Participio passato I. Tipi forti: nao rp 1, 29, i soliti dao
stao, ecc., ali. a daito stailo, c/mito nm. GS"" 17, tolleito ps 39, 30, sul
vivo cogeito pr, 42, 26, futo mu. 94 v, 2G0 v, misso mu. 79, 15, mixi
70, 21. 23, occisso 55, 37, assixo 62, 19; 77, 11, ex^wso rp 1, 62,
pterposo 9, 85, deposo mu. 97 v, despozo disposto 62 r, disposo mu.^ 2 r,
respoxo ps 32, 1, inclusso mu. 77, 14, spanso Ig 5, 7, ecc., di solito
spanto. — li. Tipi deboli: togiuo mu. 84, 31, venzuo rp 1, 72; 3, 338,
mu. 64, 47, confonduo rp 3, 266; 4, 57, renduo 4, 58, reemui (ms.
rennui) 5, 99, relwmug ps 28, 4, perduo rp 5, 98, mu. 39, 37, zer^
mio rp 8, 162. 365, tonduo mu. 156 r, possuo ps 31, 33, mu. 40, 15,
passuo mu. 53, 17, lezuo 60, 20, spandilo 72, 1 ; 75, 13, metuho me-
tuo ps 27, 4, mu. 90, 13, correzuo 90, 45, concevua 93, 17; 96, 33,
proponilo 93, 34, prevezuo 95, 18, provezuo 96, 12 ali. a proveuo 96,
11; dal tema del presente è pur beneyxio ps 29, 29; — viscuo
mu. 212 v; 43, 31, vossuo de'* 18, parsuo rp 9, 191, apparsilo mu. 148 r,
167 r, varssuo (64, 38); 89, 1.
68. Participio presente: di 1* con., pesente rp 6, 18, mu. 79, 3^
semeiente semiiente rp 8, 419, ps 30, 17, ali. a semeiante semii. rp 7,
168; 8, 175, cfr. vegante rp 2, 26; di 2% possente mu. 82, 6, ali. a
2)ossante mu. 71, 18. 23; 81, 42, ecc.
68'^ Verbi notevoli. — 1. 'essere': ei sei rp 6, 130; 8, 41:3, mu. 389 r,
Ig 25, 72, ali. ad e rp 3, 182. 203; 4, 1; 6, 58, mu. 48, 28; 53, 42,
nm. 41'', anche sei ps 31, 42; 34, 8. 9; semo^ isolato somo dc^ 22,
24, sei^ cfr. se-voiì ps 28, 22; 31, 9, nm. 44^*; eramo eremo nm. 58, e
per la 2^ pi. una volta erivi div. 1477, od. eivi^ su aveivi; sera, ecc.,
condiz. serea mu. 53, 20, ecc.; foi nm. 59, foisùi mu. 79 v (cfr. l'od.
condiz. false) e fosti 69, 44, fo, forno rp 6, 20, fom mu. 20 v; 38, 6;
sea mu. 38, 6, sei sis rp 3, 59, mu. 48, 30. 41, seag 66^ 44, seam
28 Parodi,
39, 6. 12, isolato e forse letterario sian rp 3, 45; fossemo nni. G3,
fossem mu. 46, 9; ger. seando.
2. 'fare'; fazo rp 8, 137, desfd rp 5, 44; 8, 411, fassemo fazemo
rp 5, 45, mu. 59, 33; 60, 5, pr. 13, 13, cfr. fazamo pr. 5, 29; 13, 11,
fam e anche faxem ps 35, 15; faxea o faxeiva ps 28, 20, mu. 46, 16,
ali. a fava mu. 80, 5, faxeam ps 35, 14, ali. a favam 35, 23, tr. 5; fei
nm. 59, 2* sng. e pi. /aes^« rp 6, 114. 170, che sta a fèi come l'it. fa-
cesti a /ecz', e faisti nm. 59, onde /mfo' mu. 41, 34; 74, 34, cfr. festi
ri 2, 44; 136, 27, fé fem; faci mu. 44, 13, fassa 62, 39, fazamo ri 12,
521, ma fazemo pr. 63, 6, facei ri 133, 22; per faesse faisse nm. 44,
/mse ps 30, 10, mu. 89, 2; 90, 21, feissem div. 1470, che sono rifatti
sul perfetto, come le forme analoghe di 'dare' 'stare' ecc., cfr. nm.63:
anche fesse dc^ 13, cfr. ri 43, 23; fazando de- 28.
3. 'dare': dago ps 30, 30, dai da^ dan\ daxea mu. 41, 9, su faxea,
cfr. 'stare', come fava su dava stava, daxeam ps 35, 8, Ip 1, 48, e
davam Ip 1, 43; dei diedi nm. 59, daesti o daisti nm. 59, deisti mu. 64 v,
demo 61, 2; dea rp 8, 430, mu. 48, 40, ali. a daga mu. 70, 8, c/Jrtf/i
49, 26, dagamo ps 28, 34 e daghemo mu. 59 v, dagai ri 12, 173 e cZft-
^Tiej/ pr. 57, 8, dean rp 3, 356, dagam ri 53, 149; daesse ri 127, 64,
deisse mu. 48, 19. 35, Ig 25, 53, div. 1471, anche daise Ip 1, 39,
daisse mu. 224 v, il primo da confrontar col perfetto daisti, il se-
condo forse piuttosto con raiso per reiso , scrizione a rovescio; da-
gando.
4. 'stare': stago stai sta, st'tgemo rp 5, 86 e starno mu. 216 r;
staxea mu. 61 r, ali. a stava, cfr. staxeivi ri 5, 31, ali. a stavi 16,
37; steti ri 16, 435, siete nm. 59, steisti pr, 47, 10; stea rp 8, 415,
ma e staga pr. 57, 9, staghi 37, 7 e stagJiemo 71, 19; staesse ri 75, 50;
134, 81, forse staisse 16, 196, steissemo pr. 61, 27, steissi mu. 22 v;
stagando rp 8, 168, mu. 96, 21, stagendo nm. 66.
5. 'andare': v«^o ps 30, 27, vai va; vaga e vage nm. 62, vagam
mu. 52, 32.
6. 'trarre': tra mu. 72, 37, ^rmw 53, 33; 78, 15, ma una 3* sng.
iraze ' ri 133, 73; 134, 328; traxea ri 16, 289; trassi nm. 59, ma
trete-ne mu. 112 v, 2^ pi. treisti 25 v e frem nm. 59; che tu sosiragi
mu. 73, 3, traghe pr. 27, 32; treisse traesse div. 1470.
* Che equivale a 'traggo'. lavece negli antichi testi veneti potrebbe ri-
maner dubbio se traxe o trase non sia rifatto su faxe, come daxe staxe ,
che si trovano pure, come infine exe (nel Tristano Corsini, di dialetto pa-
dovano). Da exe Tod. xe (s'è).
Stiulj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 29
7. 'avere': avemo de' 4, 15, 20, rp 5, 110, ecc., ed amo mu. 60,
21. 22; 74, 24; 75, 39, cfr. ri 85, 30; 101, 39, e starno-, avi ave mu. 59,
avemo mu. 294 v; aia agia rp 3, 188, mu. 63, 15, aiamo ri 54, 155,
aliai mu. 40, 1, od. agds, e agiei 233 v, agiam 78, 27.
8. 'sapere': savemo dc^ 8, mu. 39, 31 e samo mu. 26 r, 64 r, cfr.
ri 16, 32; sapi sape nm. 59; sapi ps 30, 20, sapia mu. 73, 33, cioè
sàca, sapiemo pr. 83, 31, sapiay ps 30, 40, od. sacoì'.
9. 'potere': posso, pò? mu. 73, 19, pò nm. 10, quasi da *pos {^potsì)
^pot, possamo mu. 41, 31. 39, cfr. ri 85, 4. 32, posemo div. 1468, cfr.
pr. 7, 22. 23; 12, 25, poi potete dc^ 30, mu. 20 r, contrazione del solito
j3oe/, p)0ìn 82, 4, do* 34, su pò, e anche 2')oren rp 8, 345, su voren, od.
pò'an da pò'ran; poeiva e anche poiva mu. 44, 39, e sopratutto in
div. 1464 ecc., cfr. pr. 59, 30; 70, 4, poivam div. 1464-65 ecc.; porrà
mu. 61, 3, e cosi nei condiz. porresi dc^ 10, porream dc^ 14, su varrà
vorrà, varrea ecc., isolato poerai pr. 67, 21; poesse rp 4, 12, poes-
sem dc^ 12, e per attrazione del tipo feisse, talvolta poeissemo mu. 20 v,
onde il contratto poisem div. 1468, cfr. pr. 65, 27; (sospetto posse ri
5, 20; 12, 34, difficilmente su fosse, cioè fuse)-, poeir mu. 54, 33, ma
poi div. 1468, 1469, 1470, cfr. pr. 58, 13; 63, 14.
10. 'volere': voio mu. 58, 46, voi rp Q, 192 ecc., mu. 56, 46; 57,
41 e va nm. 41'', vor, acc. al letterario volle mu. 78, 12, voremo rp 5,
111, vogiamo mu. 72, 6, cfr. ri 16, 27; 133, 89. 91, e vogemo pr. 82,
39j vorei rp 8, 42, ps 28, 31, voren dc^ 14, mu. 82, 34; von'ó, condiz.
vorrea vorreiva; vosi ri 43, 97, volse vosse nm. 59, vossem ri 5, 15;
voia ri 12, 62; 79, 132.
11. WaÀere'' : và(r)ram mu. 78, 31 'valgono', e vi apparirebbe l'od.
livellamento delle 3® plur. su quella di 1* con.; vagia, ma vagie mu. 80,
48, nm. 62.
12. 'parere': pareni ps 27, 15, mu. 90, 14; parrà dc^ 11 e così pa-
rsa parrea, ecc.: aparvj ri 56, 110, pr. 22, 6, su cui aparvia ri 56,
174, aparviando pr. 22, 28; paira mu. 88, 41; 90, 29; aparvisse
mu. 127 v; cfr. nmm. 59, 63, 67.
13. 'dovere': dei rp 3, 49. 60, mu. 53, 45, cfr. nm. 4P, de rp 2,
10. 12, mu. 43, 21, nm. 1^ 1, come fai fa, vei ve, demo mu. 9v, ri
86, 101, devemo devei, dem mu. 72, 11, ecc., su de; debia mu. 93, 9,
debi ps 31, 6, cioè degi, cfr. ri 14, 544, débiay ps 30, 31, od. degce, de-
biam deian rp 3, 46, mu. 95, 25.
14. 'vedere': vego ri 12, 185; 16, 317 e veigo nm. 7, vei mu. 57,
7, cfr. nm. 41^, ve 89, 23, veganio 51, 5; 61, 45, e cosi ri 16, 419;
133, 131, ali. a verno ri 57, 49, vegemo pr. 7, 22; veiva mu. 42, 24, ecc.,
30 Parodi,
viva Ip 1, 7, sul perfetto, se esatto; vetrai mu. 43, 5; 78, 1; 80, 58,
veirei ps 84, 42, Ig 5, 42, veiram mu. 51, 42, de* 44, ali. a un incerto
verrà mu. 79, 1; vi nm. 59, tu visti mu. 61, 4, se provi 91, 2; vega
mu. 55, 32, vegamo ri 53, 80, vegam mu. 87, 12; visse ps 30, 22, vissi
mu. 64, 37; vei^ ma vedeir mu. 90, 21 (ue^c'r rp 8, 197 è un errore);
provezuo nm. 67; revegayido div. 1468, ecc.
15. 'tenere': tegno mu. 72, 33, ma tengo rp 9, 127, che però sarà
differente solo per la grafia, nm. 1 m, te tee relee mu. 80, 54, nm. 1'' 1,
4P, su fai dei ecc., ten, ma te mu. 61,34, tegnamo ri 49, 96, sostegnamo
ps 31, 26, tenéi ri 87, 1, teneìi dc^ 24, tennen dc^ 4, soslenneni mu. 64,
19, ecc., forse pronunciato iennen; terrò mu. 74, 28; tegne nm. 59,
ma nota soslene mu. 51, 36 e la 3* pi. tenem ri 49, 309.
16. 'sedere': sezi mu. 56, 20, seze siede rp 8, 401, sea mu. 57, 3,
che pare un congiuntivo, adoperato per l'indicativo, cfr. l'ant. ital. dea
deve; sezea ps 29, 9; sezera mu. 95, 13; sezer seze 92, 19. 22, pr.
33, 6. 32, acc. a un sedei 69, 26; sezando ri 16, 444.
17. 'cadere': des-cìiazi mu. 52, 41, caze 89, 34; 90, 36; caiva 67 v,
cfr. ri 16, 251, cazeivan pr. 10, 28; caite e cheite nm. 59, ertisi/ rp 6,
71, cheitem nm. 59; cmV rp 7, 8, mu. 71, 25; 83, 22; ma caer ri 136,
139, cfr. 262, cioè kaéj; caito 40, 28 e cheito 89, 25. Dall' infin. hai
s'ebbe kèj nm. 16, cfr. pr. QQ, 11, e cosi dal pf. caisti heisti^ onde an-
che il part. edito, da *kaditu, venne a hcjla anziché a hcetu. Quanto
allo stesso caisti, presuppone una 1" p. ''^kaii *kai, e una 3* '^kai- da
queste poi, sull'analogia di steti^ si trasse calti catte.
18. 'credere': creo a^eao nm. 15, crei mu. 57, 53, ere nmm. 1'' 1, 41'',
creamo mu. 88, 25, ma cfr. creenio pr. 7, 20, cremo 73, 29, div. 1468,
crezemo pr. 7, 41, crei dc^ 14, 16, mu. 40, 33, crem mu. 7;j, 0; creerò
mu. 62 V e creró 60, 1, creram. 85, 37, ali. a creirani 23 v; crt^fo' cre-
fem nm. 59, ma ho anche un crece pr. 33, 30, probab. crezé'^ crea,
creamo mu. 95, 36, creai ri 134, 139; creasse mu. 86, 43, ma creisse
163 v; crer 39, 34, cree 43 v; cre^wa 81, 22.
19. 'dire': digo mu. 55, 26, nm. 57, di dij 74, 5. 31 ; 81, 46, digamo
de' 8, dc^ 15, mu. 43, 7, e digemo 29 r, dixem 91, 35; o?2e5^i 31 r, Ig
18, 69. 73, e deisti nm. 59; diga mu. 70, 6, c('?'^i« ps 29, 16; dieo:i
diessi rp 3, 68, mu. 89, 40, diesse ps 35, 19, diessem mu, 132 r, cfr.
deisse ecc., nm. 59,
20. 'venire': vegno mu. 60, 7, uè ri 18, 3, cfr. te, nm. 41'', ven,
vennem tv. 5, avennem mu. 92, 27, devenneni 71, 29, cfr. fewnem; verrà
65, 45 e anche venirà 92, 8; uen^a rp 3, 189, vengai 8, 14, ma cfr.
tengo, nm. 1 m; vegnir e più raro ^jernV mu. 68, 20. 21. 40; 69, 4,
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 31
21. 'gire': -f/ ri 16, 62, ze^ zestivi) 9, 48, Ip :3, 25, o zeisti Ip 8,
6, Ig 9, 49; zesi rp 8, 116, zeissem mu. 55, 6, cfr. pr. 52, 1 *.
Derivazione nominale *.
69. Derivati ^enza suffisso da temi verbali: aregordo dc^ 1, vivo,
cfr. pel verbo ps 28, 28, ecc., less., xii 388, [brama rp 5, 90), cav-
rego mu. 63, 29, vivo, deporto rp 8, 132; 9, 124, desdegno mu. 46,
34, cfr. nm. 94 s. des-, dola paura mu. 73, 6, invio invito rp 3, 218,
mu. 84, 16, liga de- 1, vivo, loxno^ pelezo, perforso, relevo, resoro
(1. resoru) ristoro, conforto Ig 15, 59, oggi resóu, cfr. less. s. xorai,
sciinziiro mu. 80, 14, seto, sivollo, spressa ps 36, 6 e spreyssa nm. 44
'ressa', oggi spresa fretta. Dubito se vada qui laìupa lampada mu. 46,
18, vivo.
69''. -abile -ebile -ibile: afabel, duraber mu. 52, 28; 85, 27;
90, 14, favor aber 60, 4, intendaber, muaber 83, 43; 87, 38; 88, 16,
staber 87, 38; 88, 11; 90, 13; — asteneiver astinente rp 3, 151, cfr.
less., aveneiver, cariteiver, conveneiver e convegneiver^ corpeivi mu. 317 v,
cureiver , dellecteiver , desdexeiver rp 6, 73, favorever dc^ 5, inmagi-
neiver, maneiver, mezurever, participeiver^ piaxeiver mu. 90, 24, j)>'of-
feteiver 51, 24; 90, 26. 32, raxoneiver 58, 7; 97, 3. 4. 5, seyver cfr.
less. 388, 403, semegeiver mu. 51, 8; 78, 31, deseìuegieive 54, 2; 89,
32, veritevel ps 35, 25; cfr. i fr. profitable, veritable^ ecc.; — oriber
orribel rp 5, 81, mu. 80, 53, possiber, senssiber mu. 97, 2, ecc., fer-
ribel(e) rp 5, 82. Cfr. nm. 41 e C.
69^ -aceu: menaza mu. 54, 14, ecc., gareaga de* 11, spuazo^ e si
accetti qui anche il semidotto odacia audacia mu. 29 v, ri 12, 306,
ora oddsia sfrontatezza.
* Rammentiamo pure: adiixe conduxe ri 136, 236. 243, aduxen rp 3, 32,
reduxea pr. 78, 9, ali. a reduem mu. 51, 11, perduime nm. 61, (adulo addu-
cetelo pr. 42, 36, adu)te 86, 1), aduesse pr. 91, 15; indue pr. 78, 14, adune
pr. 44, 39, condune condurci Ip 3, 41, Ig 9, 81, col e caduto; indurando
pr. 78, 9; — l'alternazione continua fra exo ri 36, 41, exe, exa, ed insl, en-
xirà, ensir- — requer nm. 61, cfr. ri 88, 1 (per quero, less. 381), e l'accento
di profer ri 126, 11, imper. sofer 136, 218 {fero 56, 126; tutti latinismi?).
Il pres. saio ri 23, 7; 109, 1, Ut sor nm. 57, sor ri 14, 516, sorsi 36, 102,
sorem, va in parte con voio, e inoltre con doio dolgo ri 109, 5.
* Di solito, quando non si cita il passo, si rimanda al glossario; tranne
se la citazione sia affatto inutile, per l'insignificanza del vocabolo. Se oc-
corra far raffronti con altri testi, si adoperano generalmente, qui come in
C, le sigle del Salvioni, Arch. XII 375 sgg., XIV 201 sgg.
32 Parodi,
70. -ale: abominar^ mu. 71, 7, dubbio, comunal, eternai rp 8, 263;
9, 167, fortuna)', lear, perpetuar rp 3, 192, pressencial C, pirincipar
rp 9, 301, quaresemar 9, 91, segorar 2, 21, spiritar 8, 222 o spiric-
tual mu. 50, 25. Cfr. nm. 41 e C.
10^. -an: '■feniena vegia et putam'' ep. 356, cfr. xii 424.
70". -anu: foran foranna. Dal tvc. fìxicianna mu. 53, 40.
72. -antia -entia: amistansa mu. 41, 18, bianssa 61, 3, ecc.,
contanza, dotanssa mu. 54, 17, ingoallansa, mermanza rp .3, 232;
6, 80, nomeranza nominanza rp 6, 81, semeianssa mu. 71, 15, soti-
zanza (1. sotiianza) astuzia rp 6, 104, cfr. ri 95, 97, mon,, Mazzatinti-
Monaei, Bestiario moralizz. (Rendic. Accad. Lincei, 1889) 1, Ardi, xiv
240, temansa mu. 13 r, 52 r, vivo, cfr. mm. p. 38, best. 493, ecc. — co-
gnossenssa mu. 53, 31; 77, 24, ecc. (altrove cognoscanga besc. 17, 888,
cognosanza best. 487, da confrontar con temansa), intendenssa intel-
letto mu. 77, 25, loquencia 61, 7, nascenssa, odiencia mu. 55, 40, og'gi
Gdiensa, ecc.
72^. -ardu: goliardo, vegiardo mu. 293 r, ecc.
73. -ariu: sorar solajo mu. 44, 16, cfr. besc. 274, xii 432; su-
tnaira fimnaira — beruerrpl, 162, cfr. less., bocer G, cavarer, dritu-
rer mu. 90, 26, ercher C, guerre rp 6, 56, lusenguer 6, 59, oster liost.
ostee ostello 2, 32; 8, 31. 232. 259, overer mu. 56, 16; 87, .30, luirler
parliere rp 3, 340, penser timore ps 34, 18, mu. 89, 13, romer, scuer
rp 1, 3, sobre 1, 31, cfr. less., somer somera, stranger rp 1 21 e spesso
in mu., dal frc, verger mu. 70, 9; 81, 16, dal frc, vertader mu. 65 r,
cfr. less., xarrer rp 6, 55; 8, 107, cfr. less.; camairera nm. 4, conffa-
ronera mu. 54, 4, taschera. — spesario rp 9, 276, cfr. less., su-
dario, ecc.
74. -aticu: inconiezaiga principio rp 9, 110, mesaggo, remerteghe.
Dal frc, beveragio mu. 58, 47, vivo nel senso di ' rinfresco ', hereditagio
40, 29, otragio mu. 82, 11, paragio 72, 13, ussaio 67, 5; 89, 10; 90, 30.
75. -atu -ata -ita -utu: costao costato mu. 39, 39, nivollao,
servellao; — duraa dura mu. 51, 23; QQ, 15, ecc., oggi dilata, intra
42, 27, oggi intrata, masnaa rp 3, 172 ecc., maxeld, naa, renomaa
mu. 56, 15; 66, 2, retornaa 90, 20, rozaa rugiada 49, 27, od. rus'à,
cfr. less. s. rosa, scoria; — ensia rp 8, 271, oya udito 8, 122, oggi
odia, nm. 33, recaya rp 6, 240, cfr. less. ; — varssua mu. 64, 38, de
vegnua. — Aggettivi : oltre canno, cornuo, ecc., ho barbazuo C
* Rispondcrcbbo ad un 'abbominale'; meglio leggere abominaa abbo-
minata.
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e mortbl. 33
75.^ -ellu: crivello ps :il , 10, vivo, cfr. \e^s.^ se agnello ^ uà: e le ,
vasselo.
76. -énse, -ensianu: hacanesi^ ziipreìsse \- cortexam mu. 55, 2;
il X di paixaim G4, 7 varrà s'. .1
77. -entu -lentu: ruzenento rp 9 , 40 , oggi rùs'enente , zenne-
rento .^^ 105, famolento 0, 142, piangollento , puzolento 5, 72^ j3ggi
spusulentu, sonorento 3, 221, tremolento 6, 143, mu.^ 1 v '.
77''. -enu: vedi i 'numerali'.
77". -eolu: cagnor, povtigiolla.
n^. -eriu: lahorerio.
77*^. -etu: roveao, spineao^ nm. 15.
78. -ettu (-ittu): leoneto leoncello mu. 297 r, soreto soletto Ip 1-,
16, pr. 15, 18; 17, 19, cfr. soletamentre mon., vacìwta barca-.
79. -ia: havazavia C, cavallaria, Erminia^ famia C, felonia, forsse^
naria mu. 86, 28, frc, goliardia -aria C, lecaria mu. 82, 10, frc, le-
vroxia 147 v, cfr. lesg., maislria, tnalotia mar. mu. 53, 22; 58, 13, od.
raoictia.^ marinaria rp 8, 129 'l'esercizio della navigazione', mercan-'
tia C, messellia mu. 314 v, nigromancia^ scotria C, senatoria mu. 55,
27. 29. 40, tenebria 58, 17; 60, 10, ecc., cfr. mon. F 172, sei. 72,
Lars., tricaria mu. 82, 38, frc.
80. -iciu: allevaisso^ aposli^o mu. 51 , 30 [e a Vap. va letto ri
38, 2]. Schietto gallicismo noriza mu. 53, 41.
82^. -ingu: vernengo.
SZ*". -inu: coffim mu. 57 v, cfr- less. In magazem mu. 11 r e al-
trove, sarà influenza francese ?
82*^. -ione, -t-ione: acussaciorn mu, 55, 8. 9; 86, 8, aslimaciom
70, 39, ali. ad estiraaciora 70, 31, cfr. astimar nm. 94, cassaxoni
mu. 115 r, comperaciom Od, 3; 75, 41; 76, 37, complexoni 88, 27. 29,
oggi kuvpresim temperamento fisico, deffenssiom 86, 7, derixom 54, 6^
destinaciom dist. 87, 29. 'ò'ò^ ecc., diciom detto 84, 18, exillaciom 53,
42, goarixom 52, 10, YÌYo^.governaciom 78, 32; 79, 27, m,axom 58,
35 ; 59, 3 ', minisiraciom aiuto 91, 8, ìnormoratiom, ps 28 , 20 , mu-
nitiom ammonizione, consiglio mu, 84, 42, ali. ad amon., norixom 78,
15, ordenacioìn 87, 25, ocixiom 34 r, perdiciom cosa mal fatta, o me-
* Forse è ricalcato su questi aggettivi, per necessità di rima, lo strano
vollento volante mu. 91, 18.
^ Il nostro traduttore tolse di peso dal suo originale someto sommità
mu. 73, 37, e certo anche Mussete 52, 5. 31.
* Stampato per errore maxo.
Archivio glottol. ital., XV. 3
34 Parodi,
glio 'sciupio' ps 28, 16, iwicaziom rp 6, 139, jyrobaciom prova mu. 95,
31. 32, responssiom -cium ps 32, 4, mu. 95, 14, sospessom mu. 56, 8,
sugigaciom 29 r, sustentaciom sostentamento 63, 24, tenninaciom scopo,
determinazione 51, 13 (cfr. bem terminao ib. determinato).
82®. -iscu: grecesco mu. 271 r, toesco de- 34.
82^ -issa: deessa mu. 59, 4, incantaressa 84, 10, maistressa 53,
42; 55, 13, tutti dal frc, novellessa novità, prevessa 43 r, 43 v, mezzo
gallicismo; cfr. inganorega pr. 26, 17.
82^. -istu: evangelesto mu. 66 r, avangeresio pr. 22, 5; 23, 7.
83. -iti a: affressa^ asperessa mu. 66, 9 (cfr. aspero 51, 36 e less.
s. asperor)^ avogollessa ^ dumestegessa mu. 58, 41, dozeza rp 8, 180,
envrieza nm. 35, franchessa mu. 55, 12, ecc., fravellessa^ cfr. severessa C,
freidessa, ihairessa 78, 41, nobelessa 72, 7; 73, 9, ioteza, oscuressa
53, 33; 87, 8, proessa 53, 34, ecc., reeza rp 7, 219, simplessa mu. 74,
3; 87, 27 (cfr. simplo 82, 43; 87, 30, ecc.), veieza veg. rp 9, 86, mu.
52, 8. — -franchixia mu. 55, 5, mondixia 154 v, pegrixia rp 3, 307,
mu. 58 r, prestixia rp 3, 306.
83''. i-iu, di qualsiasi provenienza: Alexandrio mu. 294 v, bru-
turia 183 r, Cartagenia 274 r, Effexeo 156 r, Europia 137 r, lustrio
46 r, 99 V, mandria 270 r, polerio ^^ v^ tir agno 140 v, 232 v, Totillia
287 r, zazunio -nnio (1. -nniu) rp 7, 108. 119, mu. 144 r, 152 r, ecc.
83''. -ivu: tocativo relativo de* 37, e non mi occupo de' contatti
di questo suffisso con -iu -ia.
84. -mentu: amassamento^ ancresmento rp 9, 197 (probabilmente
da leggere a' ncresim.), andamento movimento, andare mu. 56, 29,
aparimento rp 5, 63, o meglio apareiamento 6, 11, avegnimento 6,
157, ecc., ed euegnim. nm. 16, comenssamento 90, 21, fermamento
stabilità 90, 22, impaihamento 94, 24, nassimento 72, 21, norigamenlo
rp 3, 156; 5, 101, alimento mu. 61, 22, ordenamento rp 8, 52, par-
lamento discorso 3, 312, partimento partenza 8, 41 e dipartim. mu. 78,
24 , pensamento rp 5, 3, preponimento mu. 83, 43, refrescamento de- 7,
12, scotrimento^ strapasamenlo il trapassare, il fuggir via rp 2, 22,
* morte' mu. 240 v, str e [n]z eminto rp 8, 346 e destrenzemento 9, 42,
irai/mento ps 28, 26; 30, 4, travaiamento tormento mu. 39, 36, zon-
zimento 88, 14.
84''. -one: faossom falcione mu. 277 r, cfr. folzon, ecc., mrgh., bars.,
not. 22, peom pedone mu. 316 r, poxom, preom sasso 68, 6, sabiom 62,
43; 78, 11, cfr. xii 428, stagnom -um\ agg. a taston tentoni rp 5,
17, vivo, in zenogium mu. 26 v, pr. 97, 16, vivo.
85. -ore: agror m. 67, 35, amaror rp 8, 181. 417, caror ;3, 164,
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 35
dolssor dossor mu. 52, 33 ; 60, 40, vivo dusù dolciume, follar mu. 243 r,
frevor rp 4, 59 (con qualche influenza di freve), grandor mu. 73, 12,
frc. ?, pessantor ^ ptcor 172 r, cfr. less. , rancar rp 6, 88, stentar. Il
genere di paor non è riconoscibile ps 33, 31, mu. 54, 16; 56, 18, ecc.,
ma è femminile 273 r, pr. 6, 26.
85'^, -oriu: paoira ali. a j^oira nm. 16.
86. - 0 s u : afforozo , angustiasa , rive angustiaxe , mu. 294 v , ar-
rossa^ besegnaso rp 7, 228, coveoso mu. 60, 28, graniegnosa , voren-
toso^ voluntariasso mu. 174 r.
87. -tate: crudellitae mu. 55, 28; 65, 15, dacitae rp 4, 48, fa-
militae (1. famig.) 3, 234, fragillitaet franchitate 1, 42, leotae 3, 116,
marvaocitae mu. 85, 2, piayritae (1. cair.) 58, 18, sacitae rp 8, 189,
come anoilae ri 14, 104; 39, 135, sopra gli altri in -itate, suiigitae
mu. 94, 16, umilitae ps 31, 42, viotae nm. 24.
88. -tore: habitaor mu. 62, 15, acussaor 86, 9, aytoriaor 172 v,
ambassoi div. 1471, [homo) barataor rp 3, 118, erchezaor^ faasaor
mu, 170 v, fornichaar 172 r, governaar 79, 12, inganaor rp 7, 77, ^a-
voraor 3, 269, lecaor 3, 117, atragiaor mu. 85, 37, oxellaar 391 r,2)or-
toor 55, 11, pricaor rp 7, 78, procuraor ps 28, 11, renegaor mu. 172 r,
segaor 29 v, semenaor 251 r, tagiaor tagliere, tentaor 40, 29. — /^e-
veaor 84, 12, cagnassear -sseaor 96, 19 e nm. 15, carrompiaoi 2A1 y ^
{crear creditore), deffendeaor -dettai 137 v, 156 r, 168 v, [desiruar 168 v),
dormiar rp 8, 69, faxeaor mu. 175 v, cfr. ri 114, 51, farbiaai 29 v,
impenzeaar nm. 15, lezaai mu. 51, 42, ìnesaoi quasi 'messitori' 44 v,
perseguiar 148 v, serviar rp 9, 235, mu. 302 r, spaneaor nm. 15, traytor
ps 28, 12, venseaar nm. 15.
89. - 1 r i e e : aitariarixe Ip 3 , 32 , mu. 387 r , amarixe , cantarixe^
guiarixe^ lavarixe^ norigarixe mu. 29 v, percurarixe^ cfr. nm. 33; c?é;-
fenderixe Ip 3, 33; 4, 20, cfr. defensarixe ex. 711, servir ixe nm. 33.
90. andeura nm. 16, cfr. less., frexaura^ iaceura nm. 16, quasi
*ghiacciatura', mancanza di zelo e di ardore, ihavaura serratura mu.
43 V, od. cavò'ja^ infjìaura -cura 63^ 13; 72, 1, cfr. less. s. enxaura,
ligaura C, limeura nm. 16, scotaura mu. 13 v, iraveura nm. 16, od.
.atruvò'ja 'ritrovamento di cosa smarrita' e più spesso 'la mancia
dovuta a chi la ritrovi'; — bateura mu. 120 v, fendeura C, ronipiura
mu. 106 V, scarpiaura nm. 15.
91. -ura: aotura mu. 59, 25, basura rp 9, 112, brutura 5, 10,
covertura mu. 57, 12, disconffitura 57, 8, ihassura, paintura 72, 42,
zoventura rp 2, 55 e less.
91''. Qualche altro suffisso non più vitale: -Idu, gravca mu. 47, 7,
36 Parodi,
ranceo, storico p. 37 n,; -ile, dehel -r ps 35, 25, mu. 52, 12, nohcr
51, 41, hiimel rp 6, 253, umero -a pr. 17, 3. 4, od. iitniu morbido, da
tlmeru^ uter dc^ 44; -Ine -udine ecc., crimem mu. 55, 12. 29; 56,
10, dotto, formetn 54, 13; 149 r, terme n 75, 33; imagem 39, 29. 33,
ruzen ruggine rp 8, 243. 357, od. rus'e\ ancuzen rp 8, 356, od.
ahkìs'e; amaritudem mu. 62, 17, heatitudem 62, 34; 77, 9, servitudem
41, 11, simiUtudem 39, 30. 33, in parte vocaboli chiesastici. E tale è
pure màcula C, con -ìilu intatto, cfr. pegolla mu. 210 v, meno chiaro.
Si accettino qui fronzora 33 v, acc. a f ronza fionda, e lomboro lombo
33 V, inoltre iwssacora C.
91''- Infiniti e participj usati in funzione sostantivale: ùimaf/inar
mu. 65, 21 è dubbio, forse 'fantasia', intcrmesihaa 57, 46, dubbio \ te-
(jncìj tenere, tenimento dc^ 25, vestir rp 1, 7, od. vestì' vestito, abito.
È certo dal frc. stipar desinare mu. 87 r. — Pei participj cfr. nm. 75,
inoltre il solito vendea mu. 54, 36, od. vendia, presteo prestito de* 27.
Derivazione verbale.
92. Sufi". -i care: cayrtrc/irtr, rantegar C, scortegar mxx.'òl^ 19, cfr.
less. s. scrotegar. — Sufi", -idjare : cazezar C, netezar pulire, vivo,
nozherezao rp 8, 199, scarmezar C, segnorezar^ verezar veleggiare
rp 8, 71, vilanezao 9, 69; scandalizar ps 30, 6.
93. Denominativi: aitoriar mu. 245 r, cfr. less., apozarse 73, 11,
aprovistar^ arizar^ coxinar cuocere mu. 49, 16, ora kuzind far da
cucina, conflniar 143 r, contrar, domimar mu. 65, 23, erchezar, guier-
donar mu, 90, 24, ùisuperbiarì rp 5, 78 {insuperbieremo)^ invernisar
mu. 44, 14, od. invernizà, mendigar ps 27, 10, mezonar^ mollestiar
mu. 172 r, 270 r, pallidar 61, 20, cfr. C, parezar de* 41 (a rigore
potrebbe rispondere anche all'ant. it. paleggiare) sagramentar mu. 57,
9, tcììipestar percuotere, opprimere, 61, 42, vanar^ ventar^ violar^ za-
zumar rp 9, 322;- afosschirse nm. 94, anivollirse, ingoì^dir, orgoioxh\
soeù\ ecc.
94. ad-: abaxar rp 6, 87, acc. ad asbasar mu. 4:3, 17, ora asbasd,
acaveiarse rp 3, 206, acognosser mu. 00, 15, cfr. xii 385, acompir
mu. 84, '32, acontarse, acreerse mu. 81, 45, acrcsscr 90, 38, adeve-
gnir avvenire rp 9, 181, mu. 89, 21, cfr. best. 484, gst. xv 266,
voc, , adevinar ps 35, 9 (mu. 93, 23) e adiv. rp 9, 109, adiminuir
mu. 56, 33, adagiar 46 v, ora duga e redugà , adomentegarse div.
* È probabilmente da leggere : E no nigunna intennesihar.
Studj liguri. § 2. Spogliò fonet. e morfol. 37
1468, ali. ad adementegarse^ affìmnao ma. GÌ, 18, afoschirse 53, 24;
58, 22, aimpir riempiere 60, 10, adempiere pr. 22, 12, aingoar^ alu-
menar -minar rp 3, 7; 7, 74, mu. 39, 14. 18, ali. a ■illuminar -ini.,
alussengar mu. 58, 43, amantarse 91, 20, amarotir 50 r, amesurarse
rp 3, 197, amensurai di giusta misura 8, 26, aministrar trattare 60,
4^ cfr. kath. 911, col senso di 'servire', aontao aunt. mu, 70^ 26; 86,
30, apertegnir 81, 39, apoverir render povero 63, 14, apresentar
ps 34, 27, vivo, aprexiar 83, 21, cfr. xii 888, asscurir 87, 18, od.
askiiise.^ cfr, xii 389, aseao assetato rp 7,. 166, asegurao sicuro
mu. 59, 1, asemhiar ass. radunare 54, 4; 78, 23, ecc., asonarse sognare
11 r, (ma di solito sompnar^ sonao, ecc., cfr. less.), assihairir schiarire
77, 25, astimar ps 28, 4, astomagar stomacare rp 9, 296, astorbao
turbato 7, 3^ cfr. astorbeao less., aslrenzer, in astreite costrette
mu. 94, 1, vivo nel senso di 'restringere', cfr. xn 389, atempet^ar .,
iitrar mu. 67, 6, ausarse adusarsi ausarsi rp 8, 339. 394, avardarse
nm. 27, acc. a vardar^ di molti dialetti, axaminar ps 36, 29, pr. .82, 20.
. de-: debrixar^ decorrer^ deffallir venir meno, morire, mu. 61, 13,
deliverar 60, 17, demenar ^ deprender ^ derobar mu. 45, 30, detornar
stornare, tener lontano 07, 16, frc. ?, devear, deveglar svegliare ps 31,
9, acc. a desv., dezonzer mu. 78, 2.
des-: desbreigar sbrigare rp 8, 265, descapitao mu. 50, 11, desca-
regar dc^ 7, 17, vivo, descarnao mu. 52, 12, descassar rp 6, 195; 7,
216, mu. 55, 3; 56, 14, descaze 52, 41, vivo, o deschfajir mu. 61,
33, deschivar rp 9, 239, desconffortasse mu. 80, 10, descordarse 77, 8,
desdegaarse div. 1477, desguarnio 61, 44, deslignar tralignare 72, 11,
desmentar, desmontar ^ despailiar C, despartir dividere mu. 38, 7, de-
sperduo rp 9, 244, despessao C, despiegar esplicare mu. 87, 26, de-
spoihar Ig 25, 185 e despoglar Ip 1, 33, od. despiigà^ desprexiar rp
9, 36, vivo, dessemegiarse mu. 66, 7, dessoterar 91, 9, vivo, deste-
gnuo^ destender estendere, spandere, 66, 6, rifl. 'stendersi' 'giungere'
87,. 42, destorbar 67, 3, desvalar, desveglar ps 31, 13. 36, desviar C,
deszliairar rp 9, 13, cfr. less. s. deszhairando.
ex-: xboir^ scarpentar^ scarzar^ scaze accadere de' 37, vivo, sco-
rar^ scortegar nm. 92, scoxir ^ scriar mu. 54, 6, sgotar., sihairir 67,
24, spaiharse spacciarsi tr. 6, sparmiar.^ spermesar^ stronar, szhuir *.
Cfr. asbasar^ assihairir, astorbao, s. ad-.
* Son notevoli fra i nomi, per il loro s- prostetico, xgigno mu. 115 r,
xmirra 51 r, sprecioso ps 28, 9. 42, anche in ri 16, 295, storbeo mu. 88,
18, od. sfurbjic: per questo però va ricordato il vb. astorbear less., e anche
astorbao s. ad-.
38 Parodi ,
in-: envriar, imheverao mu. 56, 9, impremuar, inhindar ps 35, 8,
Ig 17, 27, vivo, incainao mu. 58, 37, inconviaì\ incorpar mu. 55, 29,
incresse rincrescere 42, 35; 43, 2, indurar^ infangaci 84, 2, inffen-
zerse 51, 31; 93, 23, cfr. xii 408, inforssar^ ingramirse rp 7, 208,
ingratiao^ ingravear mu. 46, 42; 47, 11, inllustrar illuminare, rischia-
rare 75, 21, ìnnoxa nuoccia mu. 390 r, inpiagar rp 8, 277, con senso
più generale che l'od. inóayà 'ferire, specie con un sasso e vicino
agli occhi o alle tempie', imprender apprendere mu. 52, 7, vivo, in-
salvaigir 51, 9, inselar {Vazem) 47,24, intopar entoparse mcontra,re
-rsi rp 9, 184. 249. 340, vivo, invear, invegirì {invegerai) rp 8, 340,
ìnveninao^ invernisar nm. 93, invoarse, involupaì\ inzenerar mu. 44,
8 ; 88, 9, clr. engendrar mon. e panf. 372, inzenzer cingere mu. 54, 5.
intér-, ecc. : e[n]tremeterse rp 9, 196, interprender mu 54, 31 ; 55,
22; 89, 10, ecc., intrevegnir accadere rp 9, 38, vivo.
per-: perduer condurre mu. 160 v, oltre il solito percassar 55, 1, ecc.
pre-: preponer proporre mu. 61, 5, civ. preponimento 83, 43,
re-: rebutor respingere, ricacciare ps 36, 6. 27, cfr. xir 425, re-
catati recreser -xer rp 1, 43, mu. 42, 22, ecc., nm. 44'', reforzarse
sforzarsi ps 33, 5, cfr. ITI 259, refrenar rp 6, 258, mu. 90, 32, cfr. xii
426, regratiar -dar rp 6, 135, mu. 44, 36; 58, 13, cfr. nm. 44'', sei.,
ap., ecc., relevar alzare ps 33, 4, rellugar^ remirar mu. 52, 38 ; 80,
29, remunerar 93, 36, cfr. less. s. mimerar^ resscatar 94, 33, retornar
rivolgere 59, 27, cfr. gst. xv 271, revozer mu. 60, 14, rezovenir rp
3, 180.
sub-: secorrer mu. 51, 32, cfr. secorsso 70, 5, less. e xii 431, so-
peditar, sostrar^ sugigar.
supra-: sovremoniar mu. 79, 31, soverm. 87, 41, cfr. sovrevegnir
ri 95, 225.
trans- ed extra-: translatar tradurre mu. 50, 21, transmuar tra-
mutare 88, 12, cfr. stramuar less., od. stramnà far lo sgombero; stra-
hossar^ stramontar tramontare mu. 53, 9, strangorar rp 4, 12, stra-
passar nm. 37, cfr. straportar ri 134, 187, slrangotir less., strangos-
sao mu. 61 v; slraviar ^ stravozer^ in stravoto rp 9, 252, cfr. less.
e XII 435, strazitar.
Indeclinabili.
95. Avverbj: in -menti^ di rado in -mente: ensemelmenti Ip 5, 36,
insem. Ig 5, 06, sagazamenti dc^ 23, atramenti aotr. tr. 6, mu. 72^
11; 74, 30, boocardamenti 56, 2, pianamenti 53, :30, anciannamenti
da gran tèmpo 57, 27, improvistamcnti 00^ 19, comimnamenti 65, 4,
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 39
nechanientj 71, 6, crudennenii 80, 14, inganoroz amenti 8 v, viaiamenti
34 r, certo per viaz.'^ pareyxementi ps 33, 40 (il solo pai'eise ri 12^
643), pacientimenti 34, 2; segurmenie rp 8, 56, humelmente 8, 350,
veraxemente ps 35, 2; — ^rwan rp 3, 321; 7, 61, goairi mu. 113 r,
cfr. ri 37, 136; 53, 125, é nm. 41, quasi quaxi rp 1, 56; 5, 11,
mu. 251 r, ora s-qucesi, da *-quaizi, for rp 1, 44; 5, 60, forza forsa
ps 32, 19, dc^ 22, cfr. forxa forscia pr. 52, 21; 60, 24, ora fosa^
assai rp 9, 206, mu. 76, 29 'molto', donde l'od. senso di 'abbastanza',
a lo hostuto de* 25, nm. 34, de luto mu. 75, 7, de lo Udo 86, 9, anco
ps 28, 3, italianesimo, assi anche dC* 54, od. asi^ 'così' mu. 85, 17,
atressiì^?, 28, 41, cossi mu. 75, 4, ecc., pur rp 9, 285, mu. 65, 21; 81,
18 'solamente', e rp 3, 170, mu. 77, 13; 78, 5 'tuttavia' 'pur sem-
pre', cfr. rp 9, 245, no... pur rp 7, 28 'neppure', non tanto... tna
non solo... ma, mu. 58, 13, anti 61, 29 e avanti 86, 36 'piuttosto',
per senior ps 30, 12 'separatamente', semegieiver mu. 88, 22, a dei-
leve 83, 4, per manifesto 78, 1, allo meni ps 31, 13, niente e talvolta
già ninte in pr. 35, 11; 53, 24; 75, 17, nm. 3, no... migamxx. 82, 16.
— Di tempo: anchoi rp 8, 179, anchoi a di mu. 173 r, 189 r 'oggidì',
l'endeman rp 9, 299. 308, damatitn mu. 23 v, sciìta ieri sera 44 r, de-
man damatim 22 v, bem ìnatim 85 v, aor rp 4, 29, mu. 70, 35, laor
mu, 52, 35, laoì^a. 57, 35, alaor 45, 39 e ali. ps 34, 40, alaora
mu. 44, .39; 47, 31, lantor ps 34, 39, lantora mu. 42, 13, alantora
71 v , in mendor rp 9, 351 , in si picen d'or mu. 72, 39, rairor rp 6,
35, tropo basso or rp 9, 257, tutor tuttora mu. 75, 34', tutora 82, 6
'continuamente', tido iorno 54, 30; 70, 5, perfiaa 52, 20, perfìai
T2^ 32, dal frc, adesso 70, 5 'subito'? o 'sempre'?, cfr. ri 37, 81;
39, 72; 134, 48; prumer prima rp 9, 62, cfr. ri 53, 164, da pri-
mer 53, 281, rp 4, 36; 6, 248, poi mu. 00, lo, poa rp 8, 347, ps 32,
11, tr. 5, mu. 43, 13, da poa avanti 40, 16 da allora in poi, posa
possa rp 9, 216, tr. 5, mu. 41, 32, asi tosto subito dc^ 21, mu. 00,
45; 78, 23, tantosto mu. 75, 22; 78, 12. 24, ecc., probabilmente frc,
avanti ps 31, 11, mu, 80, 54, avangijl8, 5, davanti mu. 43, 15 'prima',
in fin de chi o de qui rp 8, 11. 424, in fin a chi 9, 231, de fin da
or rp 8, 103, de chi avanti mu, 45, 27, de li avanti 40, 7, da li avanti
de* 31, in apreso dc^ 4, inderer rp 8, 93, mu. 139 v 'all'ultimo', in-
contenente mu, 41, 22, ecc., mantenenti 80, 17, de preseìite 40, 40; 41,
8, alla firn 42, 38, alo pu longo dc^ 29, uncha rp 5, 30. 89 , cfr, 3, 316,
zamai 5, 78, ps 29, 2, zamd nm, 44^ — Di luogo: ki, qui rp 9,
243, e in senso di 'ivi' 5, 83, coci cozi ps 30, 30, de* 53, mu, 7 r,
18r; 40, 46; 41 ruhr. 'qui', cfr. l'od, ki-kusi^ de coci 75, 23, de coci
40 Parodi ,
a irei di 101 r, con senso temporale, caci apresso 47, 17, tani /in caci
00, 38, li 42, 27, Ili unde 42, 'S'3^ e anche proclitico, nm. 50'', za^ za
tosto ps 35, 21, che elio no vegna sa mu. 182 r, in sa 88 r, in sa... in
la 90, 3, sa derer Ab, 8 'qui sopra', sa de sovra 314 v, za zu rt 12,
557,, ora solo desd insd, de la 60, 48, de sovra dess. rp 8, 130, mu. 59,
28, suza susa rp 9, 308, mu. 81, 2, la su rp 8, 223, de lassù aoto 53,
42, ora m, lasil' , zuza zussa giuso ri. 16, 284, mu. 171 r, z. in lo
piani 276 V, ma iuza ps 32, 5, italianesimo, soia rp 8, lA, de sola
del 2^ 21, mu. 90, 30, de sota in su mu. 52, 29, quello davanti derrer
e quello derer davanti 93, 2, dederer rp 9, 304, ps 33, 28, inderrer
mu. 80,28, apresso mu. 80, 5 'dietro '/e 45, 14 'dopo', ivovo rp 9,
90, li provo ivi presso mu. 55 v, aprovo ps 33, 29 'dietro', a la longa
{uni migiar) 113 v, cfr. pu a lunga -più. lontano pr. 41, 34, cossi a la
1. 42, b.hen da la lunga 42, 18, e cosi 51, 35, ecc., dentro e def-
fora mu. 44, 14, o rp 8, 117 'dovè', ma di solito usasi unde^ isolato
onda div. 1408; ecTia nm. 20, echame C, eche pr. 70, 7; 72, 33.
96. Congiunzioni: za già, or, ma. 73, 3; ca sempre pel latino quam,
in ispecie in rp e mu., aìiti ca rp 9, 80, ali. ad avanci die ps 30, 13,
2)u... dia mu. 55, 1 sg. ali. a p)iu . . . che ps 31, 35 sg., aotro o aotri cha
mu. .57, 25; 59, 11; in mu. solo poche eccezioni: 41, 9; 08, 19; 71, 14;
92, 28; 93, 12; 97, 9; demente che mu. ;ì7r, domentre che div. 1468,
de fin che rp 2, 40; 8, 144, de diin che 8, 109, tani fini che mu. 45,
39, in so che mu. 67, 17 'mentre che ?, poi che 41, 8 e il solo poi rp 9,
225, dx.poa da quando pr. 52, 10, poa che mu. 46, 40; 79, 18, dapoa
che 42, 11, Ig 16, 65, da poa in- za che da quando pr. 56, 17, ove il
che è analogico, su de fin che ecc. (e per contro dia se mu. 76, 7;
cha quod 88, 36), corno elli devoravam mu. 54, 38 'mentre', si tosto
corno rp 2, 29, asi tosto conio mu. 77, 43, cossi t. e. 57,24, de pres-
sente che 96, 6, a pr essente conio... e 60, 41, de pres. come 40, 40
'tostochè,', tanto conio 60, 40; 77, 42 'finché'; per so che 75, 42,
impersso che 92, 26, za che l'2, 4; 79, 32, da che 75, 37, con so sea
cossa che 81, 33; 93, 27; se rp 6, 41. 47. 51, ecc., mu. 72, 6. 9;
73, 5 ecc., ma si mu. 83, 39, e di solito in ps: 32, 8; 33, 45; 36, 41,
ecc.; per tuto che mu. 46, 1, ancor che 76, 28 e il solo ancor 84, 32,
pur die faito se sea 72, 27, conio elio- se sea appellao 76, 30; no per
quello non per ciò 92, 27; a veir 70, 4 'invero', unde perso 41,
17, asi corno rp 5, 16, cossi corno mu. 38, A, salvo de mu. 72, 29.
97. Preposizioni; davanti da de! 20, ps 27, 3, mu. 41, 5; 48, 41, da-
vanti de ps 34, 27, coll'acc. de' l'è, ecc., poi tute queste cosse m\x.'è2Y,
cfr. ri 53, 78, depoi rp 8, 165, mu. 43, 41, apresso ps 30, 24, mu. 85, 13
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 41
'dopo', derer da ti Ig 20, 2G 'dopo', infra ps 30, 28, uiu. 55, 6 'den-
tro'; enter inter i/de, fusione di inter e di intus, che conserva i
due significati, 'fra': rp 1, 74, de' 25, ps 27, 15, mu. 41, 30; 04, 4, e
* dentro' 'in': rp 9, 207, tr. 5, ps 28, 38, mu. 45, 9; 47, 40, ecc.; ora
non ha più che il secondo, e ha cacciato in, già cosi frequente ' ; de
inter la 'pria mu. 23 r, d'enter la lesta 320 v, od. d'int-u, -a, dal, dalla,
dal di dentro di, inter por la prexom :i20 r, entre rp 8, 332, Ip 2, 6, en-
tro mu. 40, 0, entro per rp 9, 211, dentro da ps 36, 4, mu. 43, 18; 57,
28, dentro de tr. 5, mu. 46, 19, for de 60, 2; 65, 36, fora de, defora
de 42, 29; 46, 25, for da 76, 5; 85, 30, enver inver inve rp 2, 32,
33, mu.'* 5 r, inved CJiaim inver Abel mu. 42, 7, de ver rp 3, 96, cantra
mu. 47, 8. 9, contra de 59, 34, e in senso di 'erga' 54, 21-, aprovo
de 43, 9; 47, 2 'presso', ape de ps 33, 34, ape de noi mu.-242 v, ape
de mi 318 v, ape de lo to lao Ig 16, 29, atra mu. 66, 13; 73, 15, dotra
•da ps 30, 44, tatn fini alo cel mu. 52, 27, tam fim alo tempo 43, 40;
45, 13, {tam fini da prume 12 r); sun sum rp 8, 296; 9, 311, mu. 47,
23, 27. 28, Ig 6, 34; 18, 4, som son Ig 13, 22; 25, 84. 190, in sum
questa ìnateria div. 1464, sover sovre, ove sarà supra + super, rp 5,
102, lp3, 1, mu. 71, 16; 96, 33, Ig 9, 2, cfr. sove pr. 67, 39, sover
seira rp 9, 294, sovre de mu. 48, 21, anche sovra ps 28, 28, mu. 39,
4, {siisa in rp 9, 308), sote rp 1, 57; 8, 409, mu. 39, 7; 43, 27. 32,
anche sola 63, 40, nm. 20; a men de lui mu. 84, 34,
97^. Interjezioni. Noterò solo do in ma.: do morte... do fìjor ine
122 r, doo carissimi p^oi 233 r, cfr. pv, 78, 142, 150, ecc.
Appunti sintattici.
98. Non rilevo se non certi costrutti ; da rp : mar anderà li faiti
toi 3, .303; chi in tanti perig ori vai... mester te son 8, 324 sgg.
cfr. 396 sgg., e anche 9, 165 sgg.; no diexi 3, 68 'non dire' cfr.
nm. 61, anche pel cong. pres. vegi, porti, usato come imper. ; quando
^ Di solito nei nostri testi in lo, ecc., ma inter è pure frequentissimo,
ed è quasi sempre scritto cosi, in modo da far parere assai verosimile
che risponda proprio aXV inter ìaXìno. E però molto probabile che abbia as-
sorbito in sé anche iniro, oltre ad intus. Quest'ultimo, secondo i nmm. 16,
20, darebbe iute. Cfr. XIV 247 n., inoltre Romania XVIII 621.
. .~ Si potrebbe forse sopprimere il punto interrogativo in fine del pe-
riodo, e intendere: 'Non lamentarti di mo', lasciando a contra il suo si-
gnificato usuale. :
42 Parodi ,
e lo requerea 0, 117 *lo richiedessi'; guardate de conpagnia chi te
metese in rea via 8, 121 sg., cfr. 0, 239 sg.; poi che^ lavorao tanto
5, 41; cognosando aproximar 9, 89; ìii... por ai trovar... chi pregen
9, 281 sg.; per no tropu axeverir 7, 98; chi tuti ìnenna per inguai
5, 00, cfr. 6, 50; 7, 122, menar per mente 0, 17. 124; da ps: e pleo-
nastico 27, 11; /o covegne esser confortao 31, 28; incomenza de corre
apresso 36, 20, cfr. rp 9, 34, conienzam d'axaminarlo 30, 29; da
mu.: la bevenda de la fee 151 v; ogni cossa chi a noce se dexeni
297 r; homo lo dexira 17., 3. 4. 5; c7ie a tal ben 75, 40 'vi è';
abondavi richesso 09, 45. 50; dexira a esser 78, 28, lassa a esser 83,.
34; se forssam a inclinar 86, 2, un po' dubbio; no e seno a cobear
00, (j'^ fa o no fa a dexirar 05, 1 1 ; 77, 35 ; 82, 30. 32, fa a mostrar
75, 37 sg.; se a de otriar 74, 10; ocier ale spae 71, 22, sum a segur
71, 27, a quai governaci lo mondo se governa 79, 12, cfr. 24; se fam
ali simpli dotar 82, 43; a greve e che 04, 47; che faita e f aossa
bianssa 75, 37, che faita ella e 89, 19; de che vnainera -morte 71, 21^
lo carro sani Martini 87, 3; quando e saremo disnae mu.* Iv, cfr.
rp 9, 95. 177, e anche 58;ue'/H scharchiza 80, 52; vennem fallie SS^
40; vem senssa appellar 80, 18 'senza esser chiamata'; desviamento
de veraxe fellicitae, senssa menar a firn so che prometeìn 73, 1 sg.;^
quando elli se partem spendando 03, 11 sg. ; per soi schunzuri dir
80, 14 'dicendo', per cantar 80, 32; de sonar 80, 18 'sonando', modo
tuttora vivo; e pleonastico 81, 42; 93, 19; che pleonastico 81, 28;
per bì'evementi finir 75, 54 ; in le quae più chi se delieta 77 , 22 ; so
sum tute cosse occiosse 73, 28; elio e so bem e tuta unna eossa 70,.
.5; povo che sovensso loan 72, 2; a chi vem l'unna senssa l'aotra^ falle
a tuto 74, 21 sg. ; la quar gente la lor statura no eram pia longhi
de un goo 294 r, ecc.
C. Lessico *.
abissar mu. 44, 14; in senso metaforico, condurre a male, rp 9, 113.
abrivar-se rp 1, 50, ps 36, 26, cfr. less. s, asbrivo -varse, che è pure rp S^
314; 9, 350. In pred. 20, 29 si deve leggere d'abrif d'abbrivo.
* Oltre alle solito sigle dell' 'Archivio' ne adopero per brevità alcune
l>oche, che qui indico :
dcr. = Belgrano, Documenti inediti riguardanti le due Crociate di S. Lu-
dovico IX Re di Francia, raccolti ordinati ed illustrati; Genova, 1859.
Studj liguri. § 2. Lessico. 43"
acalar acquistare, mu. 89, 12; altrove sempre 'comprare' mu. 33, 17 ecc.,
cfr. less., XII 384.
acaxonar accusare mu. 51, 29 ; 55, 11; 56, 9. 16; cfr. XII 385, gpa. II 37,.
Ili 40, caosonare pnf. 242. In ri 73, 27 caxnnoso^ forse ' accattabrighe ' e an-
che 'maldicente'.
accordio acord. de* 1, 2, 7, 8, mu. 55, 34; 89, 27, vivo, cfr. concordio,
desc. disc, rp 3, 14.5. 146, less., concordio cai, dven. 120, ma -do 131.
accustumao, meio acc. ridotto a migliori costumi rp 3, 8; cfr. mu. 85, 23"
'avvezzo', pnf. 256, ecc.; inoltre bene, mal costumato voc.
acesmao acconcio, opportuno, rp 9, 254. Vedi less., inoltre ri 43, 85: gente
acesmae di belli o temperati costumi; infine, specialmente per l'etimo,
mrt. 339 sgg.
aciso mu. 31 v.
acontarse, v. contanza.
adur addurre ps 27, 14, ecc., nm. 68''21 in n.
afabely a conquistar, facile dc^ 11.
aferrar~se allignare mu. 78, 11, vivo; cfr. less., dove ha senso proprio
(corr. la citazione, ri 91, 49).
affanar-se: se vivea de so che elio se affanava si guadagnava faticosa-
mente, mu. 229 r, cfr. ap.
affeciom, sentimento, impressione, mu. 85, 26.
affiagar: vegnine a mi, voi chi lavoray e sey affiagaij, e e' ve darò re-
posso mu. 250 V, stanchi. Si trova pure nel sec. XVI,
affbroso: doi afforoxi serpenti mu. 294 v; cosi nel sec. XVI, un afforoso
limbo, che fa paura, ribrezzo. Andrà con affare {afa?), ecc., e qui ricorde-
remo il gallicismo affressa ribrezzo mu. 319 v; cfr. dp. 377, kng. 330.
pcom. = Statuto dei Padri del Comune della Repubblica genovese, pubbli-
cato per cura del Municipio, illustrato dall'Avo. Cornelio Desimoni; Ge-
nova, 1886.
Ymd. = Plainte de la vierge en vieux vènitien, texte critique, ecc., jjar Al-
fred Linder; Upsala, 1898.
mrt. = Miscellanea Nozze Rossi-Teiss; Bergamo, 1897.
rpv. = Rim.e di Magagnò Menon e Begotto in lingua rustica padovana ;
Venetia, 1659; 4 parti.
Indico poi con pnf. il testo del 'Panfilo' pubblicato dal Tobler nel voi. X
dell" Archivio'. Quanto alla sigla ib. del Salvioni (XIV 203) si troverà se-
guita ora da una cifra romana, e questa rimanda direttamente ai testi della
prima parte; ora da un unico numero arabico, il quale si riferisce ai sin-
goli articoli dell'antico glossario bergamasco; ora dall'indicazione di pa-
gina, e non v'è difficoltà. Di pm. (Salvioni, XIV 204) adopero anche la parte
inedita e in tal caso non aggiungo altra indicazione.
44 Parodi,
Agaa, Sancta, mu. 249 r, 249 v, vivo, SahfAyà.
arjoaitar mu. 83, 40, sost. aguaito rp 8 327, oggi solo il vb. agiieitd,
•cfr. less. s. agaitao, e XII 385, XIV 205. Anchs nell'Albertano pistojese,
guaitare.
agotar rp 8, 97. 368, sempre vivo, ed anche nell'ital.; con goto^ less.
agovollo mu. 62, 28: l'ho considerato come un errore per avogollo, ma
non si può escluderne la legittimità.
agrevar, la vendea de la biava, farne salire il prezzo, mu. 54, 36, a Abram
agrevava monto quella vita 46, 16; cfr. XII 385, pnf. 568. \J agravao di rp
6, 148 vale 'offeso' o forse 'accusato a torto', cfr. mu. 54, 39.
agror acerbità mu. 67, 35; 85, 14.
aguillom pungolo, puntura, mu. 71, 17; dal frc.
agur; boni ag. mu. 62, 2. 13. 16. 18, mar ag. 12, 34; 85, 19, buona, cat-
tiva fortuna, dal frc. In senso proprio, aguri presagi, ottenuti con pratiche
superstiziose, rp 6, 169. Mettiamo qui anche beni agurao fortunato, mu. 52,
22; 62, 3, mar ag. 62, 15; 84, 39; 85, 1, pezo ag. 85, 3. 37; cfr. less. s. ma-
ì'agurao; infine bem agurosso 67, 2.
aina ayna odio mu. 54, 39; 63, 34, ecc.; dal frc.
aingoar adeguare, paragonare mu. 66, 18.
aiustrar -se avvicinare -rsi, esser vicino, intimamente legato, mu. 41, 16.
17 (ove è da vedere la nota); render vicino, chiaro, adatto all'intelligenza
76, 31. Anche zM^-c^rai avvicinati o arrivati 38 v, iiistrà arrivò 266 v; agostra
adhibe cat.
alargar -se allontanare -si mu. 45, 9; 63, 23, ecc., anche ri 37, 136, cfr.
alongao. E pur del voc.
alboxello mu. 51, 6. Se lo x vale, non s, ma r', il vocabolo non riesce
chiaro. Forse per arburezélu, donde arburzèlu (arborxello mon., bars.), e
poi la dissimilazione.
alimento ali. elemento mu. 39, 35; 51, 11; 88, 11, ecc., nm. 17; cfr. bars.
<3 l'ant. toscano.
allescar adescare mu. 307 r, come da Irsca, che vive sempre; cfr. inle-
scando clni. nm. 41.
allevaisso figlio adottivo, detto come ingiuria, ali. niarso mu. 314 r.
aloitar-se mu. 64, 9. E il vb. supposto less. 322, s. alointa, ^longitare.
Altrove aloitanar mu. 59, 5; 83, 33, ecc., cfr. less., sei. 7; qui anche loi-
tan mu. 93, 12, cfr. il veneto lutan.
alongao allontanato mu. 123 v, cfr. XII 386 e il voc.
amassamento, de le aigoe, mu. 39, 8, cfr. amassar raccogliere 62, 8;
63, 12, ecc.
amia amica mu. 80, 37, dal frc; ma cfr. pnf. nm. 17.
Studj liguri. § 2. Lessico. 45-
ancuzen nm. 12; cfr. brend. 49, 50, cavass., ecc.
angellicha mu. 75, 11. Rima con apcllà appellata, e quindi si dovrebbe
intendere 'angelicata'; se non restasse il dubbio che sia una rima sul ge-
nere di pelago ; zo ri 54, 52.
angossa pena, tormento, mu. 62, 4, mentre l'od. angusa non vale ch'i
'nausea'; cfr. XII 387, bars.
anguila, 1. aiigila. Ricordo il modo proverbiale tener l'a. per la eoa rp 4,
16; cfr. gst. VII 442, XII 476 sg.
animai-, con significato un po' oscillante, il che sì capisce anche meglio
in una traduzione: tuti li animai e tuli li oxelli mu. 44, 40, ove pare-
valga 'animali terrestri'; per mu. 44, 18, vedi la nota al passo. Infine
v. bestia.
anoffanto mu. 73, 11, e Rossi, Gloss, mediev. lig., 17, acc. ad aleoffante
mu. 294 r, cfr. l'ant. it. liofante lionfaìite; ma alifante nel Bestiario eugub.
(edd. Mazzalinti-Monaci) 3, ecc. Vedi inoltre btr. 74 e qui aricomo.
antriffexim, per antr., mu. 70, 36; 77, 2, latinismo storpiato.
aotom mu. 57, 44, frc..^ Cfr. antono XII 387.
apairar^se: se eli s'apayran de proveir de"- 17, che par significhi: se (i
nemici) fanno a tempo a provvedere. In due passi, non molto chiari, di
Bonvesin, apairar vale, a quanto sembra, aver agio, tempo di far una cosa,
e va coir od. piem. pairè apairé, cfr. sei. 8, inoltre kng. 5895, 5898. Per
me, l'etimo più probabile è il lat. par, donde *pariare, quasi 'mettersi in
]iarì'. L'od. genov. apajd, che avrebbe lo stesso significato dei vocaboli
citati, ma mi è noto soltanto dai lessici, risalirebbe invece o a '''par-it-are
n meglio a *par-id-jare, sarebbe cioè un allotropo dell' it. pareggiare. Non
è impossibile che anch'esso ci. sia conservato da apariemose rp 8, 187, il
quale significherebbe press* a poco 'sforziamoci'. Per incrociamento apariar
preparare dven. 113, lind. 541 G, st. Ili 11, VI 22, ecc.
apareir mu. 82, 33, v. pareir.
apartorir Ig 2, 16, ma apartuir mu. 41, 31, partuio 40, 11 (dove la man-
canza dell'a- può esser solo apparente), cfr. less., XII 387, bars., e infine
qui nm. 26. Il passo di Ig è da correggere senza dubbio in: ella e apar-
toria, e risulta anche da Gap. II.
ape de nm. 97; cfr. XII 387, bars., cavass.
apiangao: in tanta devociom... che li cor de la gente foni tuti apiangai
mu. 264 V, a questa prichaciom . . . ave tanta contriciom... che cum grande
abondancia de lagreme fa apiangaa, ib. Pare significhi 'intenerito' 'ram-
mollito', ma non oso proporre *planicare.
apostico fittizio, falso, mu. 51, 30; cfr. ri 38, 2 e nm. 80; inoltre Rossi,
Gloss. mediev. lig., 18.
46 Parodi,
approbrio o forse oppr. ps 35, 12, cfr. less. s. probio.
*apretar-se affrettarsi? ps 29, 30, cfr. la nota al passo. Ma ora son per-
suaso che si deve leggere invece aprestarse.
aprivaxar-se mansuefarsi mu. 51, 8; con funzione di sostantivo e forse
col significato di 'buon trattamento' 69, 9. E il fr. apprivoiser; cfr. compri-
var sei. 19, kng. 666.
aprovistar provvedere mu. 87, 34, prevedere 92, 4. 11.
aragosta granchio? Cfr. l'a. frc. e qui mamalove.
arangno rp 5, 37, oggi ànu e anche ànoxc^ cfr. less. s. ovra d' aragno,
frase che ò svolta in una similitudine nel passo di rp.
arasar: gli fo dao iena si gran mascd che de sangue fo arasà la bocha
a lo fìglor me Ip 1, 23 sg.; 1. arazd, con raza ragia, che in generale dicesi
dell' umore viscoso, che trasuda da certe frutta, come le susine, se son ben
mature. La medesima imagine è da riconoscere nell'od. genov. amustd far
sgorgare il sangue dal naso con un colpo, amnstd-se bruttarsi la faccia e
la bocca con umori appiccicaticci e specialmente col sangue uscito dal
naso: da musili mosto. Anche nell'ant. lombardo, in senso proprio: Quilò
si parla Octobre con soa faza amostada Bonvesin, passo non inteso dal sei. 7.
arbetrio rp 8, 145, nm. 8.
aregao rp 6, 152, 1. araegao, e cfr. less. s. araigando^ mod. 177; sost. rego
errore pv. 6.
aremorir: li farixe... avem grande dolor e penser che lo povo no li are-
morisse mu. 83 v, probabilmente: non si levasse a rumore contro di loro.
aricorno liocorno mu. 305 v, cfr. ali fante, citato qui s. anoffanto; e cosi
con lionfante va paragonato lioncorno best. 489, ant. it., ecc.
arizao: li apostori de Dee quasi corno de unna grandissima alegressa fom
arizai. Ali quaij lo ducha... disse...: voi si riiì mu. 197 r. Adunque: furono
mossi a riso.
arrar mu. 55, 36, cfr. arror aror, nm. 17, vita arrossa vita d'errore mu. 51,
22. Il deverbale drro, non bene inteso less. 326, vive nel nostro contado e, in
certe frasi stereotipate, anche nella città: per es. u l'à fcetu aru l'ha sba-
gliata. Non so se nella frase scherzosa t' f 'nt'ilna rùe, che risale al non
più inteso t' (f 'nt' un arùe, si conservi ara opp. arùre; ma il secondo non
potrebb' essere che letterario e quindi si raccomanda poco.
asbasar mu. 43, 17, derivato in -iare, se è l'od. asbasd. Ma cfr. bassar.
• ascarar: li se ascaràm l'um cimi l'aolro combatterono mu. 46 v; cfr. sca-
raguaita mon. e kng. 7518.
ascotar rp 6, 52. 199, ps 35, 22.
asetar-se ass. porre a sedere, sedersi mu. 47, 3; 54, 21, vivo, ma assetar
•calmare 57,30; cfr. less. (ma sentao ri 57, 40 vale 'dissipato', 'fatto spa-
rire', con xentar), XII 389, bars., e qui selo.
Studj liguri. § 2. Lessico. 47
asneise rp 1, 1 e pm.;cfr. less., dove la spiegazione del s non persuado.
asombiar assembrare, radunare, nm. 18, cfr. asembiar nm. 94 {nsemblar
bars.) e anche sembiar sembrare nm. 25.
asonao chiamato, quasi 'provocato' rp 3, 215. In piem. arsone salutare,
in mant. arsonar parlare, ragionare; e può esser utile anche soner chia-
marsi pred., che non è ignoto all'ant. ital. Diverso è strasonar -mento gst.
Vili 424.
aspecto attesa, indugio, rp 9, 222; cfr. spela kath.
*asperessar mu. 61, 26. È detto del mare e pare significhi essere gonfio,
quasi irto di marosi ; ss = s'. 0 forse meglio d ^speressa? Cfr. asperessa nm. 83.
aspero sordo aspide mu. 257 v, od. àspow surdu; cfr. XII 389.
assatar rau. 91, 24, nmm. 17, 24, per exaotar; cfr. asautar pat., ma saltar
not. 23, asaltata ant. romanesco, asaltazione ecc. ant. tose.
asseir assediare mu. lllr, assisem la citae 316 r; quasi *ad-sedlre, o
forse meglio *ad-sedére *se(d)eir. Col perfetto è da confrontare assixa
riposta, collocata, 77, 11. Sono da un semidotto asidiar, il pf. assidici, 289 v e
il part. assidià (da inimixi) 210 v; dei quali resta traccia nell'od. genov.
asidia importunare, seccare, asidiów uggito, di mal umore, e soprattutto
infastidito per indisposizione e arsione. Il deverbale è asidju seccatore, pro-
priamente 'assedio'. Probabile l'incrociamento con accidia, cfr. bars.
assempio asemp. rp 9, 317, ps 29, 26, asenpro rp 6, 228, cfr. not. 22, voc, ecc.,
inoltre aseniho less.
astriao : ni za mai fo alcunna personna chi la veisse astria ni corro-
saa adirata mu, 93 r, 93 v. Si dice tuttora vèffa astria vecchia rabbiosa :
con stria. In pm. anche l'infinito e un derivato: coìno l^ homo incomengn
astriarsse (1. a 'str. ?), e : elio astrieza in si mesmo.
atanzer , atdnze giunge mu. 84 v, lo fé vestir de bianco, chi li atanzea
firn, ali pee 73 r; anche in pm. Per l'a, sorto nelle voci arizotoniche,
secondo è detto al nm. 18, son da confrontare atanta mm. 6, atanda ug.
nm. 13''; ma non è però da escludere che si tratti d' un'antica ricomposi-
zione, come nel frc. ataindre; tanto più che il verbo semplice è conservato
nel ptgh. tanjo tocco, suono. Cfr. atenger XII 390.
atemperar ritemprare, moderare ? mu. 56, 48, (anche F atrempe ta mesure),
cfr. 55, 35 ; accordare (di strumenti) 80,15, cfr. gpa. I 39; contemperare 88,
1 1 ; atemperamento temperamento , complessione 88, 30.
atender dar retta, ubbidire: atexe alla responcium ps 32, 4.
*atenssar contendere mu. 83, 39.
atento: dar at. a un logo dc^ 23. Forse 'assalto', ma altri potrebbe pre-
ferir di spiegare 'intendere', 'mirare a'. In gpa. Ili 48 passar con roba per
attento vale forse: 'dove si fa assalto, si combatte'. In Matteo Villani at-
tento vale 'intento' 'scopo'.
48 Parodi,
ativo: chi à la mente tropo atìva rp 1, 59, forse: troppo pronta alle cu-
pidigie. 0 va corretto astiva, con astar less.?
attento che attesoché, div. 1474: cfr. l'ant. periig. attenta loro grande de-
gnitade Arch. stor. it., S. I, XVI, II, p. 139.
ava ape (solo al plur., ave) rnu. 72, 40; così brend., e cfr. avia XII 390.
In ant. senese lapa.
avanssar ajutare, far andare innanzi, mu. 82, 3; cfr. voc.
avangi -ci avanti ps 28, 5; 30, 13; cfr. dauangi kath. v. 46, 207, mrgh.,
mon., dananno bars., ecc. Nel contado si dice avanséi avantieri. Tipo non
dissimile ò l'avv. sovensso.
avar v^ 7,33; cfr. avairo less., derivato allo stesso modo che rairu cairu,
scuira oscura bars., ali. a scurio ib.
aveneiuer mn. G2, 21 ; 86, 31. Piuttostochè 'avvenevole' 'piacevole', par
che significhi 'conveniente' 'opportuno'. .
[a] vento: assi in fnn corno a [l" a] vento come al principio mu. 57, 48.
avironar 60, 4; 71, 18; 79, 37. Dal frc, v, virom.
avissar considerar attentamente mu. 66, 27, cfr. voc.
avisto attento, avveduto rp 3, 185; 6, 96; 8, 43; \. provisto.
avo avolo mu. 61, 37; oggi solo mesiàn da messe' avu, cfr, madiina da
madóna ava.
avogollo cieco mu. 58, 37; 59, 4; -85, 36; cfr. avogol ug., avogal bars. Dal
frc? Vedi qui agovollo. Il sost. avogolessa 82, 9; 85, 25.
axerho rp 6, 42; cfr. Salvioni, Nuove postille.
axevotae: lo bem e ax. de li qiiae il cui bene e agevolezza, agio, div. 1470,
cfr. nm. 24.
azonzer unire mu. 80, 7; raggiungere 79, 36; cfr. gst. XV 266, zst. XI
166, V. 86, e nell'ant. it. giungere.
bachalar: un h. chi m" e d/entomo, zoe Marcordi scuroto rp 9, 103. Ha
senza dubbio il significato^ un po' ironico, che gli è proprio nell'ant. to-
scano: uji certo gran savio, il Mercoledì di quaresima. Si noti che è Car-
novale che parla. Cfr. gpa. II 62. In Bonvesin è un passo quasi parallelo, e
Gennajo è chiamato goton (cioè g.) bacaler, cfr. gst. Vili 420. Io inten-
derei a un dipresso: che si dà delle arie, come persona d'importanza, e
lascerei da parte l'interpretazione troppo acuta e troppo dotta del Salvioni.
Riscontri meno importanti, Morgante Magg. iv 37, al. 41, 321; ma notevole
bacalarie mendice, Rossi, Gloss. mediev. lig., 33.
bachanesi rp 8, 291, cfr. less. Pare della stessa radice l'od. bahalètu maretta.
bagordar rp 1, 14; in buon senso, come anche kath. v. 940; solagi e ba-
gordi, Q nell'ant. it. Resta forse nell'od. genov. begikià' passarsela in ba-
gordi; \x^3^ par contaminato eoa bere., bevuta: cfr. begnda osteria Rossi, Gloss.
mediev. lig., HO.
Studj liguri. § 2. Lessico. 49
hancha: en rea h. a la fiìT, seze rp 8, 401 : si allude alla punizione dei
bancarottieri. Un passo di pat. 302 è molto simile a questo : En sto mondo
ne 'n l'autro no starà en legra banca.
Baraban mu. 76 r, cfr. less., Ib. V 70, besc. 1716. Per l'od. genov. barhàh
babàu, ecc., vedi mrt. 343 sgg., dove si tocca pure dell'accento medievale.
barafar ingannare mu. 83, 40; barato, forse 'concussione' (lat. fraudes}
55, 5, ma in genere 'inganno, frode' 55, 17, cfr. pm. 40; barataor (homo)
rp 3, 118. Osservazioni sull'etimo di questi vocaboli in rma. XXVII 212.
barbazuo colla barba incolta rp 9, 40.
bassar: no bassa non s'abbassa mu. 7.5, 1, anche ant. it.
basso or ora' tarda, rp 9, 2.57, cfr. bassora mtt. 163, 244, rpav., reggiano del
contado, voc, ecc.; inoltre strasora calm., Ili 148 sg., venez., mantov., milan.
del cont., mirand., ecc. In antichi testi toscani nel basso vespro.
bavasare rp 6, 179, bavazeie 7, 193: è da leggere bavazarie, e par signi-
fichi 'ciarle inutili e dannose'; cfr. il frc. bavardage, e nell'od. genov. ba-
bas'iin chiaccherone.
bazigar rp 9, 123. 213. In entrambi i passi trovasi unito con verbi che si-
gnificano saltare, ballare: con sagir nel primo, con baiarne] secondo, e avrà
quindi un senso affine. Nell'od. genov. banslgn altalena, bansi^àse, e par da
mettere con balzare. 11 n devesi a bansa, da baransa.
belo: iuostrando b. de for rp 6, 112; mostrar deve qui significare 'appa-
rire, mostrarsi', come in gid. 54, mtt. 312, e in special modo nell'ant. tose,
Gorra, Testi ined. di St. troj., 508, Dittam. I 3, I 4, I 11, V 20, voc, ecc.
berreto, faza berreta, rp 3, 119, pare 'faccia di birbo'; cfr. btr. 33.
bestia: cossi de bestie, corno de animai e oxeli mu. 44, 18. Il testo cata-
lano, riferito nella nota al passo, adopera animalies nel senso più comune
e generale, mentre nel nostro pare indichi soltanto gli animali terrestri,
quadrupedi, quelli cioè che in catalano sono detti besties. Invece le bestie
genovesi non sarebbero che i reptilies; cfr. rma. XXII 310, gau. 159. Oggi
bestia, si usa genericamente, benché di solito si ristringa ai quadrupedi;
ma un letto pieno di cimici si dice più de bestie; il che ricorda un po' il
bète di certi dialetti francesi, come piccardo e lorenese, che significa 'un
insetto qualunque'. Osservazioni non prive d'interesse si potrebbero fare
sull'uso di bestia e di animale nell'ant. toscano.
bestornar rivolgere altrove, traviare, mu. 86, 43; 88, 20; cfr. l'ant. frc.
bexijci rp 7, 192. E forse da leggere beskisi. Si tratta delle canzon chi
son trovae, chi parlan de van amor e de b. con error; il che arieggia alle
poexie faete a beschizzi, cioè 'in modo capriccioso' del nostro Cavalli
(sec. XVII), e al beschizzar bisticciare, fantasticare, scherzare, del Calmo (cfr.
pv. 123). Anche il bischizzo del voc. sarà da mettere qui. Intenderemmo dun-
Archivlo glottol. ital., XV. 4
50 . Parodi,
que nel nostro passo 'follie' opp. 'cose futili e vane'. In ri 38, 1 trovasi
proprio beschizo, cfr. less., e potrebbe interpretarsi 'umore strano' o meglio
'bizza' 'stizza'. L'etimologia del vocabolo è proposta par. 11 in bis + shisà-^ e
anche oggi mi sembra di non essere andato lontano dal vero; solo, converrà
prendere skisà nel senso dell'it. schizzare^ p. es. schizzare a letto balzarvi
d'un salto. In clm. 99 si legge de maneghe a corneo beschizzar in bareta
a erose, cioè, come rettamente interpreta l'amico Rossi, 'dal vestito bor-
ghese passare (o meglio, saltare, schizzare) all'abito sacerdotale'. Di qui
i significati 'saltare il grillo', come nel crem. beschisid-s 'mb., o 'saltare
la mosca al naso ', come nel bresc. embeschisià-s imbizzarrirsi, adirarsi (pieni.
esse an bìschiss essere in urto, odiarsi). I due sensi troviamo in certo modo
riuniti nel bresc. beschiziós selvatico, ritroso, schizzinoso, (vaiteli, bescliizi
schifo) ; e infine lo stesso ital. schizzinoso^ derivato da schizzare, serve molto
bene ad illustrare e confermare i raffronti precedenti. — Tuttavia, chi non
fosse contento della nostra correzione di bexijci, potrebbe invece ricorrere
a bes'igi'. od. genov. bes'igd-se rodersi, crucciarsi da sé, hes'igu chi si
rode, ecc., e anche lo stesso rodimento; vocaboli .che hanno numerosissimi
rappresentanti nei dialetti italiani e francesi. Il passo vorrebbe dire : can-
zoni che parlano d'amori, con vani e peccaminosi crucci.
bezenar rp 9, 294: o 'cenare di nuovo' o 'cenare ad ora insolita, fuori
dell'ordinario'; cfr. il frc. reciner.
hiassmar mu. 53, 43; rifless., nel senso 'dolersi di', 59, 33. Cfr. less. ia-
smar^ brasmar nm. 25.
biaxar rp 8,88, significa certo 'andar di sbieco', e, trattandosi di una nave,
'far delle bordate'; coU'od. sbiasu sbieco.
binda benda ps 35, 8, vivo, inbindao Ig 17, 27, vivo; cfr. XII 391.
boi mu. 80, 23 (in rima con dir)\ vale certo 'stupiti' 'attoniti'. Qiv.
xboir.
bonaceive: tempo b. div. 1469, cfr. less. s. bonaza ahonazao.
bordello rp 3, 123. Ora solo nel senso di 'chiasso' 'frastuono', eh' è an-
che toscano.
boscagia boscaglia inu. 73, 29; cfr. buscalea § 1, p. 14.
bocer bosso: impì quello bosse de laite mu. 291 r 'boccia' 'vaso', e va col
primo di questi due vocaboli.
hosticar scuotere mu. 63, 1 ; cfr. less. 335, ove ha senso un po' diverso, ma
affine. Oggi des'bustika disturbare, importunare.
braci: li demonnij comenssam a far grandi braci per le penne, de die
elli eram constreiti mu. 199 r. Vale senza dubbio 'strida' 'urli', o simili,
0 forso illustra il passo dei mon. B 292: Dund'eo ne sun tuo' me so en inolio
■crudeli braci, dove ponsò che il Mussafia intendesse, non senza motivo,
%
Studj liguri. § 2. Lessico. 51
'braccia'. Il e vale di solito s aspro, ma non è impossibile che risponda in-
vece a s' (i), cfr. citar rp 8, 281, nm. 1 o; dimodoché potremmo congiungere
questo vocabolo colla solita stirpe brag 6ra^-, - dell'ani fr. braire, it. sbrai-
tare, prov. braidir, ecc. Il genov. od. s'-braga, contado braga, come i suoi
affini d'altri dialetti, è un derivato in -ul-\ ma abbiamo anche sbrds'ica, da
uno sbras'ura, civetta, e anche 'sbraitone'; e questo si connetterebbe di-
rettamente colla voce di cui si tratta. Il tema brag- è parallelo al tema
brug- e può essere sopra esso rifatto ; brazo sarebbe da porre accanto a
bruzo, pel quale vedi in séguito.
brandon: brandoin aceixi mu. 105 r. In pcom. leggesi all'anno 1526, p. 201;
in le offerte de dette mese nove ^velatione de monache, non se possano ne
debiano dare brandoni in cera, e il De Simoni spiega: 'grossi ceri otlerti
od usati in chiesa'. Il che mostra che il nostro vocabolo ebbe vita piut-
tosto rigogliosa e non è un semplice ricalco del frc. brandon. Per l'etimo,
cfr. kng. ; è poi nota la famiglia di voci affini, ma con significato di 'alari',
bellun. bràndol, berg. brandenal, crem. berdenal, cfr. Ib. p. 8 sg., e in special
modo btr. s. cavedon, in n.
breno crusca rp 3, 182; gel., ecc. La frase saco de b. si adopera sempre
come un'ingiuria, nel senso generico di 'uomo da poco, buono a nulla'.
brixa mu. 61, 23, acc. a bixa 53, 27; 57, 40, 'brezza' 'sizza'. Solo il
secondo vive nel dialetto.
braca mu. 54, 24, frc. brache.
brochir mettere i germogli o le fronde? mu. 56, 37 ^ In Rossi, Gloss.
mediev. lig. 28, è braca gemma del fico, e cfr. ib. oblis, p. 71; inoltre tes.
254,255,261. Si potrebbe anche pensare a brotir, che avrebbe un discendente
nell'od. genov. berticèli anter. bertureli, per brat., garzuoli, cfr. Rossi, ib., s.
brotus -tulus.
brada mu. 46, 29, cfr. loss. 334. In bv. brua 594, 1224, 1349, e così nel
Buovo udin., zst. XI 30, v. 416. Abbiamo dunque probabilmente due di-
versi riflessi, che stanno fra loro come per es. *pla(g)itu e *plaktu; e col
riflesso genovese si accompagna brut al. 316, bradi ronzare, del basso li-
mosino: ^^ri^fia *br{lg(ijda, come freidu frrg(i)du.
brugore burgore: ne insird ihavelli e burgore e vesige infiai mu. 16 v,
brug. 315 v. É Tod. brigwa *v(e)rracula; cfr. ex. 224, rma. XXVII 220, Sal-
vioni, N. Postille.
brusca bruscolo mu. 118r, cfr. clm., kng. 1437 (!) e Dict. génér. s. btiche-.
* I due versi che seguono a brochir, sono forse da ridurre ad un solo,
considerando, secondo vuole anche l'ordine metrico della poesia, pinna de
fogie come una glossa; adunque: en la stai fructo cogie.
52 Parodi ,
oggi solo biisha. In clm. 216 trovasi una specie d'imprecazione: al sangue
d'i bruscandoli-, brusca + scandidaì Anche nell' od. genovese skahdida si-
gnifica 'bruscolo' 'scheggia'.
bruzo rumore, frastuono mu. 54, 6; 57, 30; 65, 35, cfr. XII 392.
bubanza rp 4, 15, mu. 54, 7, spesso anche in pm., cfr. Va., frc. bobance, e
less. s. burbanza. 11 r di quest'ultimo è senza dubbio posteriore e dovuto
a qualche contaminazione; si ricordi, per es., burbero,
bussula scatola o simile, ps 28, 8, oggi vivo, in questo senso, soltanto in
bisweta, anter. bisurèta, salvadanajo, e in bisulótu.
butar gettare ps 35, 14, vivo; ma non si usa più nel senso di 'cacciare',
che troviamo mu. 40, 26; tranne se accompagnato con fóa fuori, come mu.
42, 4; 43, 3. Cfr. less. s. butacasi e XII 392.
buo:om mu. 90, 7, frc. buisson; cfr. tuttavia al. 289 e l'od. piem.
cabezana ps 34, 45, cav. mu. 68 v. Cfr. btr. 60, s'. friso : una vesta da donna
con friso d' argenteria al cavezzo e alle maniche, Du Cange, ecc.
cadellar guidare mu. 69, 42, cfr. less. 336 s. candelando, e specialmente la
nota. Non pare vocabolo indigeno, benché della sua popolarità faccia testi-
monianza la frase superstite mete testa a kadelu metter la testa a segno.
cagnor cagnuolo ep. 358, cfr. st. VI 15.
cai: iava ben e cai e peiga rp 8, 19; è da correggere calca (cioè carca). In
un atto del 1248, riportato in dcr. 35 sg., si legge: Ego martinus calafatus
de lembregaria proìnitto et convenio libi marino usiis niaris... calcare navem
tuam ...de omni labore 2:)ertiiienti ad calafatiam, et claoare et cohopernare
(cioè incavigliare, guernire di caviglie di legno e di perni di fen-o) et pe-
gare dicta/n navem. E a p. 14: ipsam navem pegatam et calcataìn, cioè im-
peciata e stoppata. Un passo parallelo è in rp 8, 200 sg. : ma si vor esser
ben iavao e da tute parte ben stopao, ove stopao risponde a un di presso
a calcao. Cfr. less. s. calcao; ma specialmente dven. 34: la qual galia si de'
esser tuta calchada et inpegolada da novo; inoltre st. X 11. Invece il carcao
di rp 1, 26 ha significato diverso, calcato, frequentato (cfr. il sost. calcata
via frequentata gpa. III 38).
calexo calice ps 28, 41; 31, 7. 18.
canteluo: la dita spelonca era cantellua no segondo ooera humanna, ma
segando overa divinna mu. 144 r. Quasi canter-uta massiccia di mura; e ca7i-
teluto canter. è anche dell' ant. toscano.
canzellar eh. vacillare, traballare, mu. 58, 46; 78, 32, frc.
caosso, de l'erboro, pedale, mu. 305 v, oggi kasu.
car: za no te car de zo pentir, non ti caglia, non devi, rp 9, 150, cfr. less.
caramenti a caro prezzo mu. 67, 9. Con 'caro' preso in questo senso
vanno probabilmente il carena di mon. D 159 e il carina di kath. 1214, 1358,
Studj liguri. § 2. Lessico. 53
(e di cad. vii 10, forse ni 61), che al Mussafia parvero oscuri; Inoltre il
dantesco carizia, che sta a carezza come giustizia a giustezza, cfr. Bullett.
d. Soc. dant. Ili 144, VI 16 n. Tuttavia Dante poteva sentirvi 'carere'.
caramia rp 8, 292, era vivo nel sec. XVII; oggi kalamka. In meg. 378
temperavi lor charamya ; in Iver. stela calamita.
carar: cara a secho rp 8, 350, a terra? E il car di 8, 383 è certo errore
per carar.
cariteiver rp 4, 53, estratto da caritae.
carrega mu. 54, 21; 61, 5, Ip 3, 17: ha sempre il senso di 'seggio' 'sedia
onorifica', di che qt. 59, mentre ora si usa per 'sedia' in generale: cfr. XII
394, Ib. p. 38, ca., bars., Iver., mtt. IBI. É diflicile combinare insieme le di-
verse forme che il vocabolo presenta nei diversi dialetti; ma basti osser-
vare che nel genovese si risale a un doppio r: forse per influenza di 'carro'?
0 anzi dell'intero verbo karegà'ì
cassa caza caccia rp 3, 56, mu. 48, 12, ecc., cassar 48, 11; ora kaca ecc.;
cassaxoim. mu. 115 r.
Cassola: missela in la e. de la fronza mu. 34 r; ora kasóa cazzuola (dei
muratori); cfr. gand. 63 e caga XII 393, Salvioni, L'elem. volgare n. stat.
lat. di Brissago, ecc., bars.
castigar ammaestrare, ammonire, rp 3, 22; 6, 203, secondo l'antico uso
francese; castigamento ri 39, 97. Cfr. pnf. 488, fio. 26, 4. 5, ecc.
cativo 'meschino' o 'dolente' mu. 59, 10; di poco valore, meschino, 62,
30; 63, 12; cfr. less. 337, XII 394».
cautarì mu. 63, 32. Ho corretto cubitar, ma sarà da preferire covear.
cazezar edificar case mu. 175 v.
cego (plur. cegui) ps 32, 16, ora soltanto orbu.
carello cerchio mu. 75, 2: si attenderebbe sercu, o meglio il semidotto
cercullii, come 53, 4; 79, 38; 88, 10, col quale si raddrizzerebbe il verso.
cerner zerner rp 8, II, mu. 51, 16, ove ha il senso, tuttora vivo, di
'scegliere'. Cfr. less.
cessmo mu. 75, 33, cfr. acesmao e less. 338. Ma è difficile dire che cosa
qui significhi propriamente. Oggi sckzimu senno.
cingno cenno, forse quasi 'gesto', rp 6, 73; cfr. less. s. acignava, btr. 124,
Ib. p. 179, al. 359, rv. 28 sgg., ecc.
* Mi si permetta di correggere qui un errore in cui sono caduto nel § 1
nm. 48, prendendo cadiva per 'captiva'; mentre è un derivato di 'cadere',
nel senso che questo verbo mostra nell'esempio citato s. mar, cazer de
lo sosso mar. Si veda Wòlfflin's Arch. Vili 472, ove però cadivus è detto,
a torto, solo francese. Anche il Tobler, parlando del frc. chalf xvqì Rendic.
d. Acad. di Berlino, XXXIII (1896) 858, trascura il vocabolo latino.
54 Parodi,
circondo , -per , tutt' attorno, mu. 65, 24; modo escogitato probabilmente
per la rima.
cobear cub. mu. 66, 6; 73, 13, cfr. cobiter coveiter pred,, e less. s. cubi-
tare; inoltre cubitixia pm. 11 vocabolo indigeno è piuttosto covear.
colar collare le vele rp 8, 103. 383. Ctr. bv. 389 'e il voc.
compreysso sorpreso, scoperto, ps 34, 18; cfr. XII 396, meg. 827. Non è
chiaro che cosa significhi mu. 64, 31,: chi ha fatto sorgere il pericolo, espo-
nendo visi primo?
cornunal rp 5, 59, mu. QQ, 36 ; cfr. Xll 396, brend,
condicionao, che ha certe qualità e condizioni, mu. 88, 42. Noto condltion
'faccenda' e 'avvenimento' gst. Vili 418.
condimento ornamento in genere? mu. 61, 21. Cfr. Tant. frc.
conduto acquedotto, vivo, v. covro.
conffinnie -inie mu. 55, 4. 38, tr. 5.
conmento rp 8, 21, od. hòmehtu, term. mar., commessura, commento.
conpangna rp 8, 29. E la stanza della nave, che serviva come dispensa,
cfr. dcr. 23.
conpangnar accompagnarsi rp 9, 258.
conssar paragonare mu. 94, 32. Vedi less. s. aconzo accordo, che ho pure
da de* 13, e s. conzo; aconqo dven. 167 accomodamento (Ib. 1896?); cfr.
conzo ib. 135. L' od. genov. akuhsa vale soltanto 'scegliere, ossia accon-
ciare la verdura'. Con vari significati, consar ac, ecc., mon. B 261, clm.,
gst. Vili 419, Rn. 276, pv. 281, Ardi. XII 396, 398: si può anche ricordare
il poemetto napoletano sui Bagni di Pozzuoli (ed. Percopo) xxxvi 8. —
conssamenti acconciamente mu. 67, 20, cfr. sei. 20.
conta, en e, in fretta, rp 8, 102, cointa mu. 104 r, 226 r; cfr. contoxo fret-
toloso pm. ; il verbo corrispondente è contorse affrettarsi rp 9, 141. Pare
un riflesso di compitare: dal senso primitivo 'conto' 'penso' si svolse,
da una parte il senso di 'sto per' 'sono in procinto di' (contad. ò huintòw
de fa sono stato sul punto di fare; donde anche ó k. de hàs'e sono stato
per cadere, ho corso rischio, ecc.); dall'altra nel riflessivo, a quanto pare,
il senso di affrettarsi, che ci è dato da rp, ma che io non so dire se si
mantenga ancora, tranne nel deverbale, anch'esso contadinesco, kuìhta:
ó h. ho fretta. Anche in monferrino avèj cunta aver fretta. Al nostro vo-
cabolo è quasi parallelo l'ant. prov. cat. sp. coitar cuytar affrettarsi, cfr.
Diez less. I.
contanza accontanza, compagnia, rp 3, 231; aconiar-se accompagnarsi,
usare con, 3, 117. 230, cfr. sei. 2 sg., voc, ecc.
conto cointo cognito rp 6, 230; cfr. voc, ecc.
contrar combattere, opporsi, mu. 65, 46; 82, li.
Studj liguri. § 2. Lessico. 55
contrastar-se, ciim, mu. 47, 1.
contiimacio mu. 51, 28; 90, 36: falso latinismo?
conveneijver convegn. mu. 78, 9. 21, covegneiver 64, 4, ove par significhi
'quel tanto che è necessario'; cfr. coitignevol cat. 15 r 18, cotiigniuol pnf.
122, voc, ecc.
conv emenda patto mu. 49, 21, cfr. covegnente mu. 27 v, convenente XII 396,
il mio Tristano Riccard., il Bullett. d. Soc. dant. Ili 150, ecc.
coìivento patto rp 6, 115, cfr. gst. Vili 419.
cor cuojo, mu. 33 v, 1 13 r, coiraté cuojajo 113 r. Oggi hoju ecc. Qui spetta
forse Vi di Coiram Corano, mu. 288 r.
coragio cuore, natura, mu. 86, 21.
cormo colmo: elargì ben de raso colmo rp 3, 224, colmargli la misura, dargli
il resto del carlino: modo vivo, pel cui senso originario è da vedere Rossi,
Gloss. mediev. lig., 81, s. rasum, ad. Nel senso di 'fastigio' (di potenza, ecc.),
mu. 66, 12, cfr. less., e in senso materiale, dven. 151. Par s'accosti al senso
di 'vanto' rp 1, 72.
cornar suonare il corno: me cornam la morte spiritual mu. 302 v.
corzora rp 9, 248; il verso vorrebbe correzora. Si tratta del gioco di tal
nome, che probabilmente risponde a quel delle carregginole, o della cour-
roie; cfr. zst. XIII 307 sgg., rma. XXI 407 sgg., XXII 64.
costumar usare abitualmente mu. 57, 41.
cotom cotogne mu. 53, 12. Si può pensare che vada unito con pome:
roijxim e pome colon dà; cfr. gst. Vili 418.
covea: le quai covee dexiram per aveir delleto mu. 68, 35, esempio no-
tevole, perchè covee par conservi il senso del lat. cupédiae cose deside-
rabili, che eccitano il desiderio. Nel senso più comune , di voglia, brama,
54, 17; 60, 36, ecc., cfr. less. — Il verbo è covear mu. 63, 33, nm. 23.
covertura, in senso metaforico, 57, 12; e propriamente 'pretesto' tri. 23";
cfr. besc. 143, meg. 676, in senso proprio.
coviar convitare rp 1, 13. Ricorderò qui inconvio mu. 58 v, e il vb. in-
conviar ib., che assicurano la lezione che inconviava ri 43, 169, cfr. less.
360.
covro rame, um conduto (acquedotto) ... de e, mu. 47 r. Forse per 'bronzo'
gau. 196, 197, Ipid. 219, cfr. sai. 467.
craveaoi mu. 48, 22. 23, {crev. 48, 15, forse errato). Deve risalire a *ha-
prétu, forma morfologicaiiiente strana ma confermata da cravei XII 397,
craved Ib. 1173, forse da craveo (:agnelo) Rn. 410, e da vocaboli vivi: cfr.
Riv. bibl. d. letter. it. II 147, Arch. XIV 207, arb. 19.
creatura le cose create, rau. 75, 5, in rima.
creenza, letera dee. de* 19; cfr. less.
56 Parodi,
creor, plur. creoi^ creditore, div. 1467, 1468: per creeor? Credo piuttosto
che sia estratto direttamente da creer.
creta rp 3, 120, dar in e. dar a credenza. É vivo nel monf.; cfr. il frc.
dette. Pel partic. creto XII 397.
crevar crepare, trans., rp 6, 44 : a la unente creva l'ogio. La stessa frase,
in senso proprio, mu. 31 v: si li fava creva lo ogio drito.
cria grida, sost., do* 25.
croco uncino mu. 67, 6; cfr. Ib. p. 185, dp. 378, e il vb. scrocar scrocà
scrocher scattare, scattare con strepito, nel com. , bellun., regg. , e anche
in clm., descrocar sparare mtt. 194.
crolar rp 9, 35; cfr. less. s. corlar:, scorlare gand. 48, st. V 1. Oggi skrula.
criicifficar mu. '65, 29; cfr. less. 343, ove so ne dà una spiegazione al-
quanto ricercata. Credo sia dello stesso tipo di dampnifflcar mu. 84, 31.
Vedi pure XII 398, besc. 1511, theod. 81, lind.
cuba tomba mu. 216 r, 256 r, oggi kuba (il breve) cielo della carrozza, cfr.
cuba cupola clm. e kng. 2344. È noto che cupa ha il valore di 'cupola'
'tomba' già nel latino epigrafico, per es. CIL II Suppl. 6178, VI 12202. Cfr. il
BuUett. d. Soc. dant., Ili 144, anche pei riflessi stranieri, da cui probabilmente
questi nostri provengono. Forma più italiana ha chuva cupola (la cima del
tempio con tuta la sua chuva si s fendè) in una Passione veneta, pubbli-
cata dal Mazzatinti, Mss. it. d. Bibl. di Francia, Il 208; cfr. càvolo dv. 389.
cureiver curante, sollecito, rp 9, 305.
damagio rp 2, 9; 8, 363, damagiando 2, 35; cfr. pnf. 5, gel., ant. it. , e
less. s. darmagio.
debrixar mu. 53, 28; 61, 24; cfr. l'ant. it. dibrigiare, dal frc; inoltre sbrixar
XIV 214.
dechin che rp 8, 169, cfr. less. s. tachim, cioè, secondo è detto par. 12,
tam ehim, forma corrispondente alle notissime venete. E parallela a de fn
che rp 4, 33, dven. 151, bars., ecc.
decorrer trapassare, sparire, mu. 73, 14; cfr. descorrer XII 399.
degollar mu. 91, 14, cfr. less., bars., bv. 305, ecc. È da decollare -^ gola\
nel genovese dei secoli scorsi degolu rovina, il quale ricorda il frc. merid.
deguel degnai degol precipizio, abisso, e anche 'grande abbondanza', de-
goulà, ant. degollar precipitare, morire. Senonchè non è facile vedere quanto
spetti qui a 'collo' e quanto a 'colle'. E tracollo ì
delivro, a d., del tutto, mu. 40, 25. Cfr. dclivro sei. 24 e deliverar liberare
mu. 00, 17. Inoltre livro gau. 195, livrar finire mu. 188 v, less.
delleve, a, facilmente mu. 83, 4; cfr. de leve sei. 42 (de facili gau. 145),
a leve XII 411,
demenar agitare, trascinare mu. 51, 38, cfr. pnf. 264, 767; d. forssenaria
mu. 80, 28, cfr. sei. 24, rv., e l'ant. fr. demener.
Studj liguri. § 2. Lessico. 57
demerito merito mu. 55, 32. Ma forse è da leggere de m.
demeter smettere mu. 54, 31, cfr. sei. 24, mrgh. Un po' diversamente de-
mete less. Con altro significato pat.
demora indugio rp 4, 37, e probabilmente 7, 103; 9, 207, cfr. bars. Tuttavia
nell'ultimo esempio par che faccia già capolino l'od. significato di 'sollazzo'
'divertimento', sia pure con una punta d'ironia; cfr. rv. In tal caso sarebbe
preferibile metter la virgola dopo' enfenio, invece che dopo demora. Come
da noi demora, altrove ha preso il senso di 'svago' 'diporto' sozorno; cfr.
sozerno gst. Vili 416, sogorno bars.
departir partire, allontanarsi mu. 56, 13; 58, 41, riti.; dividere, disgiun-
gere 39, 19; 58, 31; far in parti 74, 16; distribuire 89, 16, cfr. 87, 27.
deprender-se, a, prendere per punto di partenza (del giudizio), aver ri-
guardo, 56, 11.
derochar atterrare mu. 42, 23. In senso diverso less. 345, e rp 5, 21, dove
si deve correggere: che se derive e deroche in gran per fondo chi uncha, ecc.
Neil' od. monferr. droche'e sdr., ed inoltre drive'e sdr. rovinare.
desco rp 5, 51 ; gpa. II 36, bars., ecc.
desconsso sconveniente mu. 81, 46, fìjoi dessconci deformi 62, 9. Cfr. scqhza
gel., qui conssar e XII 399.
descontao. di poco conto, misero, rp 3, 275.
desdexeiver rp 6, 73, cfr. dexdesevre sei. 27, e il vb. desdeser pat. 47.
deslavar lavar via, rp 8, 239; cfr. ug., delavado slavato pnf. 479.
deslear mu. 55, 23; 71, 8, cfr. deslegal XII 399, ecc.
deslengoar mu. 57, 51, nm. 38. Pare significhi 'indebolirsi' 'infiacchirsi',
e forse qualcosa di simile intese e volle dire il traduttore 79, 28. Pel senso
più ovvio e più frequente, less. 347, BuUett. dell' Istit. stor. it., XVIII 125,
e cfr. delenguar XII 399.
desmontar discendere (dal cielo in terra) 94, 28; cfr. Ili 259, brend. 10 e
voc. Anche nell' ant. romanesco, ecc.
desperduo perduto rp 9, 244; con altro senso XII 399.
despessao spezzato mu. 46, 31 ; 79, 18.
despiegar esplicare mu. 87, 23. 26; spiegare mtt. 60.
despigiar: si se despigid lo mantello rau. 10 v, si sciolse, si sfibbiò; no
lo poeam despigiar da lo leto staccare 103 r. Cfr. XII 399 e impiliar im-
pacciare gst. VIII 420, it. imptigliarsi, inoltre spigliato.
desquernar uscir dalla via, dall'ordine stabilito, mu. 81, 14, cfr. less. 347.
dessaxiao disagiato, addolorato, mu. 67, 33; cfr. ug. 326, sei. 27, voc; e
qui messaxio.
desservir meritare 55, 8; 85, 39. 41; 89, 25; cfr. l'ant. frc.
destegnuo trattenuto rp 9, 242, cfr. Ili 2.59, da un vb. destegneir -gnir trat-
58 Parodi,
tenere, pel quale vedi db. 45, mtt. 136, die. 172, 11, ca., sai. 448, ant. it.,
p. es. Bandi Lucch. 222.
destenpercmssa inclemenza (del tempo) mu. 78, 17.
deslrasso: da d. ali Citaen div. 1472, speize e destraxii 1471, certo; di-
sturbo, molestia; cfr. Rossi, Gloss. mediev. lig., 114. Nelle Visioni di S. Fran-
cesca Romana detratio strazio 115 B e detratiando 115 A.
destrenzer contenere, frenare mu. 69,/3, cfr. less. 348; ma 'essere in op-
posizione' 'contradire' 94, 12, Il sost. destrenzemento distretta, angoscia rp
9, 42. Cfr. gst. Vili 419, pnf. 253, mrgh., voc.
destreto de* 29, destrituay abitanti del distretto ib. 30, zen. 115, ecc.
desvalar: desvalando su e zu mu. 9r, desvalando de lo monte 25 v; me-
taforic. donee esser cossi descasao e desvalao?- cacciato e umiliato 36 v; cfr.
less., st. XV 81, mia. XXVII 204.
desviar mu. 77, 43; 78, 38, cfr. kath. 812 i, bars.;- desviamento l'uscir
di strada mu. 56, 25; 73, 1, che in pnf. 623 risponde al lat. 'devia' vie tra-
verse; cfr. sei. 26.
detornar stornare, tener lontano, mu. 67, 16; cfr. il frc.
deoear vietare mu. 40, 34; 41, 12; cfr. less. *, XII 400, pnf. 78, 622, clm.
^ E 1095, sebbene il Mussafia preferisca intendere quivi 'toglier di vita',
ant. frc. devier. L'imperatore prova tutti i tormenti, Cum el c/e possa fare
maor pene durare., Per que ella se debia più tosto desviare. Interpretando
'morire', i due versi sono in contradizione fra loro; né d'altra parte c'era
bisogno di cosi grandi sforzi, per uccidere Caterina, specialmente per uc-
ciderla 'al più tosto'. Infine il barone, che s'era assunto il brutto incarico,
avvisa poco dopo l'imperatore d'aver trovato cosi terribile tormento, che
nessuno potrebbe resistervi: A li toi comandamenti adesso vegnirae 1105»
cioè subito 'si disvierà', si allontanerà dalla fede di Cristo. Cfr. ca. p. 81.
^ Il Flechia ha, oltre a devea, anche desvea, che egli intendeva 'disvia, fa
uscir di via'. Vale invece senza alcun dubbio 'divieta'. Il passo è in ri 36,
45 sgg., e parla del freddo e del vento, che regna in Veltri. Altrove ho
mostrato come devano intendersi i vv. 30-32 (inventao battuto dai venti, ecc.)»
par. 19, e nei versi di cui trattiamo si continua lo stesso motivo. Il vento
è cosi forte, che non si può nemmeno uscir di casa; e se qualcuno, per
sue necessità, deve barcheza... in ver citae andar in barca a Genova, trova
arsura a gram zhantea, con un provim chi gì desvea. Il modo a gram zh.
risponde all' ant. fr. a grani piente in grande abbondanza; arsura è l'effetto
doloroso del vento e del freddo, che fanno scoppiare e sanguinare la cute
del volto e delle mani; provim è spiegato dal Flechia 'turbine' o qualcosa
di simile, e il passo parallelo di 37, 125 sembra gli dia ragione. Certo non
si può pensare all'od. sprùin o sprìin pioggerella, da sprina sprìina' p mi-
nare; al più potrebbe ammettersi qualche antico incrociamento. Ad ogni
Stiidj liguri. § 2. lessico 59
In ri 61, 2 e div. 1471 devéo, sost. Il semplice vear mu. 73, 16, cfr. less., e
ug. 1806.
devenir avvenire mu. 92, 25, cfr. dven. 128, 150, XII 400 e l'ant. it. In
brend. 58 deventadi avvenuti. Vedi qui vegnir.
d.exiar rp 4, 11, mu. 68, 19, acc. a dexirar.
dezaxio mu. 74, 18, cfr. sei. 27 e qui dessaxiao. Oggi in desdazu per
inavvertenza, sbadatamente (che si dice d'un malestro, d'un colpo dato ad
alcuno, ecc.), e pare che il d si deva a qualche intrecciamento con altro
vocabolo, p. es. con desdcetu malandato : cfr. desdacio disagio in ant. roma-
nesco.
dia di Ig 21, 8. 20; cfr. besc. 51, 1780, pass. p. 261, ant. it., provenz., ecc.
diffinitiva mu. 61, 1. Forse non è, come mi parve, errore del traduttore,
ma del copista, e si risale a d affinitae.
dÀssagiirao mu. 83, 37. Ho proposto, seguendo il latino, disformao; meglio
spiegherebbe l'errore disfi gurao o perfino disnaturao.
dixe decet: la nave, ...segundo se dixe, lo nostro Capitaneo seguiva div.
1475; cfr. Tit. s'addice, XII 401, kj. I 131.
doler cioè diiréj mu. 51, 22, se dogia 83, 12, se dolleam 1. se dògah 51,
21, ecc.; sost. dogla ps 29, 14, cfr. less. s. doihe.
dominiom mu. 62, 38. Un altro esempio di questo curioso vocabolo fu
indicato dal Mussafia mm. § 132, cfr. sei. 28.
dor rp 8, 333; 9, 192, ecc., od, do duolo, dolore, lamento.
drapo panno mu. 64, 16; cfr. XIV 208, cm. HO. In tri. trapo.
ducha mu. 84, 16, cfr. XII 402; ma duxe doge de* 27.
echame: echame quello che e hatezai mu. 83 r, echanie la camera tuta fo
impia de luxe 84 r, echame lo dee vostro 182 v, cfr. ps 36, 31: equivale dun-
que al semplice ec«, nm. 16, ed è trapasso di facile intelligenza. Cfr. besc.
452, e la diversa dichiarazione del Salvioni not. 22; inoltre eccome da celo
kath. 740; ecome 'l populo theod. 12 (la stampa: e com el p.). Invece di
ecca si trova eque, eque vos (la stampa e qué) pred.
Egispiain mu. 45, 26, e spesso nella parte inedita.
modo, a chi si metta in barca, il provini 'vieta' l'andare; e la maniera è
descritta nei versi seguenti. A proposito dei quali, accennerò ancora che
segnar 57 va corretto sonar sognarsi, o magari sognar, se si vuole conce-
derlo al genovese; che toleta 63 significa, non già 'cataletto, bara da morti',
com'è spiegato less. 398, ma bensì 'assicella di barca', la quale, col mare
grosso, è cativa seve cattiva, fragile siepe, ossia riparo. Il punto va se-
gnato dopo il V. 62; i vv. 63-64 appartengono al periodo successivo e di-
pendono da perigori... aparegiai da tufi canti (d'una toreta); anzi è ben
probabile ch'essi si trovino fuor di posto e vadano collocati dopo il v. 68.
60 Parodi ,
endueì' rp 6, 45.
ensemelmenti Ip 5, 36, insem. Ig 5, òQ, cfr. kath. 837, ensembramente kath.
534, insenbrementre dven. 72; inoltre ensieniemente best. eugub. 60, e in-
siemem. nell'ant. tose; infine VII 526.
envrio envrieza nm. 35, cfr. less. s. envrianza, XII 410.
ercher arciere mu. 234 v, erchezar 304 v, erchezaor ib.
hereo mu. 53, 48; 42 r, 116 v, herei 158 r, 160 r; cfr. heriedo III 262, redo
dven. 153, reo 171, areo gau. 168, od. tose, redo vitello.
essorbao accecato ps 32, 16. Nella parte che mu. ha comune con ps vi ri-
sponde sorbao. Cfr. frc. essorber accecare, spogliare.
essugar-se ps 34, 26, cfr. il frc.
este questo de* 2, probabilmente erroneo. Tuttavia ricordo ste prevede
kath. 90.
faciol', se trasse lo f. de testa e ora messer lesu Criste^ e poa desteise lo
f. in terra e disse: E ve prego, Segnor, che voi andei super questo me f.
mu. 71 r; quasi 'facciuolo', da 'faccia', cfr. dven. 95, 167 e l'od. venez. fa-
ciol faziól fazzòl accappatojo, che risponde in parte anche per il senso,
cavass., crem. fasòl fazzoletto. In prov. enfnqolar velare. E fazzoletto dev'es-
ser la stessa voce, venuta in Toscana dal settentrione; infatti non vi è
popolare.
faiellaì mu. 49, 20, 1. souella. Il s lungo fu preso per /, e il nesso cu
per ai.
faito: abrazar lo f. so (del mondo) abbracciarlo nella sua totalità, nel suo
insieme, rp 8, 182; cfr. brend. 50 -c/ie faita e di che fatta, mu. 75, 37.
, fallente 90, 18; il vb. è fallar,
famia carestia mu. 54, 35, cfr. ri 39, 6 e nm. 79.
familitae, 1. famigitae, nm. 87, che è estratto direttamente da famiga.
fancello mu. 63, 28.
fantaxia sogno, delirio, mu. 131 v, cfr. mrgh., Ipid. 215, voc, BuUett. d.
Soc. dant. Ili 151 sg., wa. Vili 519.
faocimele rp 6, 170. Si trova in un passo scorrettissimo, ove si condan-
nano le pratiche della magia: forse corrisponde all'it. facchnolo.
faoda: tegnir in f. in grembo mu. 13 r, cfr. less. Di vari dialetti pede-
montani,
/aossom falcione mu. 277 r, cfr. mrgh., bars., not. 22, mtt. 35, Salvioni,
L'elem. volgare, ecc.
fendeura fessura, spiraglio mu. 74, 2, cfr. kath. 876, ex. 837, gst. XV 269 '.
- Mn ri 96, 12, si ha collo stesso senso fragno, che il Picchia intese in-
vece 'maglia, tessuto'. Negli ultimi secoli si diceva ancora a Genova fròra
Studj liguri. § 2. Lessico. 61
ferir, a, rivolgersi rp 8, 156^ cfr. mu. 73, 24 e l-'ant. frc.
feria ramo mu. 69, 26, cfr. Ib. p. 187. In mu. 271 v vale più generalmente
'verga': (San Basilio) tocha le porte cum la soa ferlla.
fermamento stabilità mu. 90, 22. In ug. vale 'chiusura'.
ficar, soa pointura, mu. 72, 42. Cfr. zts, XVIII 13.
fir mu. 96, 13, cfr. less , XII 404.
firim fiorino dc^21.
fixicianna medichessa mu. 53, 40, francesismo ; ma ftxico medico 88, 30,
sarà indigeno : cfr. la scentia de la fixicha la medicina pm., e zen. 77, voc.
Oggi fizica ha nel popolo un senso molto vicino a quello di magia, e per
esso è fcica il magnetismo, lo spiritismo, l'ipnotismo e anche ciò che gli
appare di più straordinario nei giuochi de' prestigiatori.
fizema: lo demonnio li adiisse ala niente unna femena... e in tanta f. fo
aceisso che, ecc., mu. 276 r. Pare significhi 'caldo erotico', significato che
esclude senz'altro la derivazione da 'sofisma', difesa zst. XXI 130, mrt. 404,
senza tener troppo conto dell'uso antico. Cfr. voc. e inoltre Guido da Pisa:
di grande tenerezza e piatade incominciò a infisimare e Uagrimare. Senso
fondamentale sembra 'enfiagione (morale)'.
/iota fiotto ì mu. 59, 28, storpiatura d'un gallicismo.
foran foranna esterno, estrinseco, mu. 63, 38; 64, 1; 69, 55; 79, 37. 39.
forbir: forbe mu. 220 r, forbisse 274 r, cfr. pnf. 466, 721, XII 405;- for-
biaoi de li cavali mu. 29 v.
formen mu. 53, 31, 139 r, cfr. folmen mm. 31.
foror : desceize um angero da cel cum tanto foror, che paream che li fos-
sem tuti li troin de lo mondo mu. 83 v: rombo, od. fu, detto del fuoco, d'una
pentola che bolle, ecc., non bene spiegato in mrt. 414. Cfr. crem. fd furur
far rumore. Tra i vari sensi che il vocabolo assunse, ricorderò quello del-
l'ani fiorentino, 'demolizione di case', quasi il nostro 'sventramento'.
fortunar, tempo /"., rp 8, 61,
fortunna tempesta mu. 67, 21 ; cfr. ap., bars., voc, ecc.
fragellao ps 36, 8. 19. Oggi fragelów significa in generale: battuto, mal-
menato, e coi segni delle battiture; né qui il senso è molto diverso. Cfr.
theod. 12 e franzelar XII 404.
(scr. fireura) , che ha la medesima origine e si unisce col crem. flidura
fessura, spiraglio, col berg. feladura, forse col valverz. frigna buco, fessura
di rupe; cfr. Rass. bibl. d. letter. it. II 148 e ca. — Aggiungo, poiché sono
in argomento, che il verso seg. (De) te ferra de tal peagno non significa
'ti avvince, ti lega di tal ceppo', less. 353, ma 'ti ferirà con tale colpo del
piede'. Infatti, il contesto mostra apertamente che si vuol minacciare il
superbo d'esser precipitato dalla sua altezza.
62 ' Parodi,
fravellessa mu. 73, 17, vedi seoeressa. Trovasi flevereza sei., cfr. gst. Vili
414, e anche fevelle gst. XV 269, rv.
fraxellar sfracellare mu. 270 v, 278 r, cfr. XII 405.
freidessa accidia mu. 389 v.
frenna frenesia ma. 261 r; ora vivo nel sec. XVI. Da *frec-ina, nm. 6,
cfr. rit. frégola.
frexao: robe frexae mu. 82, 39, infrexaure ivQgì 24 v; cfr. frixius Rossi,
Gloss. mediev. lig., 51, friso btr. 60, enfrisar ib. 53, infrisado sei. 38, e
inoltre net. 22, Ib. p. 171, rv.; frixadura de perle dven. 64, 65. Neil' ant.
lucchese fregetto nastro, od. genov. frezetu.
[ronza mu. 34 v, fronzora 33 v, fionda.
frota frotta mu. 80, 21.
fruto furto rp 3, 123; 6, 98; cfr. less.
fiier mu. 58, 28; 88, 27, ant. frc. fuer, od. fur.
fuzir evitare, esser libero da, mu. 88, 7.
gameao camello mu. 155 v, nm. 16, cfr. gameri mni. nm. 34, gst. Vili 420,
gamhello btr., brend., fio., gambiro not. 27.
gamerra rp 3, 327, probabilmente 'mantello', da unire con l'it. gamur-
rino. E rea g. veste di condannato, di galeotto. Cfr. Rossi, Gloss. mediev.
ligure, 52.
glaijo ps 32, 38, cfr. tao Ig 15, 72; 16, 22; less., XII 406, bars., ca., lind.
goo mu. 294 r, 295 v, ntro plur. goa 44, 15. 26; 41 r. É un'antica misura
marina di lunghezza, che risponde a 'cubitus', nel quale pare s'abbia a
cercarne anche l'etimologia, sebbene ci sieno gravi difficoltà fonetiche. Cfr.
Rocca, Pesi e misure antiche di Genova (1871), p. 70, che ricorda anche
la forma goda.
goardar gardar Q,\i?>ìoà.\vQ, conservare, ps 30, 40, ecc.; rifl. mu. 79, 38; cfr.
XII 407, voc, ecc.
goarnirse, da freido, difendersi, mu. 70, 4 ; cfr. gst. Vili 420.
goliardo -dia -darta ep. 354; cfr. XII 406. In pm. il vb. goriardar.
gonella ps 32, 20; cfr. XII 407. Ora gune'lu.
gorfo dc^ 3. Ora ingurfa-se mangiare ingordamente.
gota: avea unna gota neigra sum la mascìia, chi li tegnea fini aV ogio
mu. 314 V. Vedi XII 418 sg., in n.
gotaa schiaffo mu. 69 r; cfr. sei. 32, not. 22, best. , passv. 329, pass. 35
e p. 263, Ib. V 40, tose, gotata.
grae graticola: fa rostio in unna grae de ferro mu. 218 v; cfr. XII 407, Ib.
1). 169. L'od. genov. gr'e significa 'rete'. - Ricorderò anche lo strano gra-
tulla graticola mu. 220 v.
gramegnoso: d'esto mar vitio ascoso tuto lo mondo e gr. rp 7, 228: è af-
j"
Studj ligui'i. § 2. Lessico. 63
flitto da esso, come da una gramigna? Ma ci suggerisce un'interpretazione
più propria pm. : se cognosce io parelio a la lengua se elio e gramegnoso.
Si tratta d'una malattia d'animali, v. Du Gange.
grand erre mu. 74, 35, schietto gallicismo. Cfr. però edro sei. 28.
grandor grandezza, masch , mu. 73, 1^, fem. sai. 487: frc?
grevar far danno mu. 62, 41, cfr. agrevar; grevessa 94, 34, bars.
guaitar-se guardarsi rp 8, 212, cfr. agaitar.
gnigno rp 6, 72; xgigno mu. 115v.
guissa -za rp 3, 185, ecc.
guza.r mu. 57, 40: oscuro. Se rosto sta per 'ramo' o 'cespo', guza si
potrebbe forse intendere 'rende come aguzzi i rami, spogliandoli di foglie';
fors'anche si potrebbe correggere sgussa li sguscia, denuda.
iaceura mu. 56, 50, quasi 'ghiacciatura', freddezza.
lassa mu. 60, 11, vivo, cfr. mon. D 139, clm. nm. cxvr, Arch. XII 406.
lave biade ps 27, 6, acc. a biava less. 332, forma superstite, col senso di
'avena'; cfr. XII 391, best , bars., sai. 465, ecc.
idola mu. 181 r, plur. idolo 41, 11; cfr. Ili 261, kath. 512, 550; il sng.
idola mrgh. e besc. v. 2066.
idria: idrie de tegnei aigoa mu. 56 r; cfr. not. 22 nm. 5, il prov. ydria,
il fr. idre, gr. vd^la. Altro vaso da liquidi è la ihara iarra mu. 56 r, od.
gara (di solito per l'olio).
ihairir distinguere mu. 52, 28.
ihossura (1. cosura) luogo chiuso mu. 57, 28, cfr. ug. Oggi Vau si conserva
in cosu chiuso, detto specialmente del naso, intasato, e in descode (j ice~ge);
cfr. less. s. iosa e qui s. szhuran, indossa mu. 50, 28, di fronte ad inclusso
66, 7, ecc., inoltre reclosa ug. 844, recliis 1117, prov. 42 e, 129 b, meg. 507,
Salvioni, Postille e N. Postille.
ihusma gusma div. 1475, 1479, oggi ciiz-ma ciurma.
imbeverao mu. 56, 9, oggi inbeviów imbevuto.
imbocao mu. 41, 2. È il catal. embolcatì
impaihar inp. rp 8, 124, ps 29, 20; 32, 9, ecc.; impaihamento mu. 94, 24.
Cfr. nm. 23 e less., XII 407 s. impagarse, 409 s. inpachiar. Il e genovese
non può risalire né a et, né a ctj.
imspear mu. 65, 38, cfr. XII 409; cfr. spe spiedo mon., ecc. L'ant. frc. ha
espeer, cfr. rma. XIX 330 sg.
incarnarse prender carne, corpo, mu. 75, 8.
incativio ridotto a male, in cattivo arnese, rp 9, 39, cfr. less.
inconviar, v. s. coviar.
incrosto rp 7, 178, cfr. XII 408, Ib. 1570, inclosto end. brend., zts. XVIII
72, incostre cremasco.
64 Parodi,
induxia mu. 25 r, cfr. kath. 370, db. 52, ca. 362, mrgh, en-, endusiar
ug. 794, gst. XV 268.
infantao mu. 41, 32: dal frc.
inffiaura mu. 72, 1, inffieura 63, 13; cfr. enxaura less.
infondaa stabilita? mu. 94, .37 (cfr. 72, 16 n.). Nelle Prediche di Fra Gior-
dano da Rivalto (ediz. Romagnoli) , p. 38 : questo senno del toccamento di-
cono i savii eh' è il primo senno del corpo e nel quale s'infondano tutti
gli altri senni naturali.
inforssar rafforzare ma. 96, 9. Nel Fiore son. xxxiii è neutro.
infortunar-se divenir triste, misero mu. 58, 17.
infoso: lo ducato se ne va, e la terra resta infossa de queste tale monete
cative div. 1474, resta piena, rigurgita. Per la sovrabondanza della mo-
neta di un qualche tipo era vocabolo tecnico; tuttavia si trova anche nel
senso più comune, s'enfosse si riempi (di cibo) rp 9, 186. Non si può dire
se fossero in uso altre forme. L'etimo dovrebb'essere in-fundere col senso
di 'versare in gran copia', e I'm, in luogo di «, proverrebbe dal presente,
^infunde, secondo la relazione rispunde: 7-ispus'e, ecc. Ma non so tratte-
nermi dal ricordare la possibilità che in fu su s si mescolasse nel dialetto
con (iMoiVinfUltus (*sub-fultus) , del quale discorre il Diez s. folto;
cfr. kng. 4271, BuUett. d. Soc. dant. Ili 155.
inganorozamenti mu. 49, 10: confei'ma Vo di inganorege less.
ingoallansa mu. 66, 19; cfr. ingoar 41, 3; QQ.^ 35, e less. s. enguar, dven.
151, meg. 139, ingualiciar eguagliare tri. 73^; invalmente ap., alo invale
sai. 450; inoltre qui s. aingoar.
ingordir bramare avidamente rp 9, 300.
ingramirse crucciarsi rp 7, 208, anche cat., fio. 9, 20; cfr. less. s. gramo
e ap., theod. 8, lind., grameza st. VI 24, meg. 89, bars.
inguento ps 28, 9. 14. 17, vivo; cfr. XII 408, bars.
inihetar comprare mu. 311 r.
inmagineiver 'imaginabilis' mu. 97, 2. 4.
innaffra ferita mu. 67, 35, dal frc; cfr. ennavrar less.
inprovista menti, imp. imprevedutamente mu. 60, 19; 89, 20.
inracionaoì mu. 60, 41. Ho corretto inracinao, frc.
insartiaa rp 8, 17, con sartia 8, 101.
intachao, de penna, de mar, mu. 83, 30. 31. 33. Dal frc?
intendaber, bem ini., intelligibile, mu. 51, 18.
interduto ep. 354. Convion correggere lettura e punteggiatura: la go-
liardia de vii homo et neglegente è spuza et marzor (il ms. tnaizoì-); la go-
liardaria d'um solicito è interduto e solazo. E lo stesso che desduto mon.,
prov-, cfr. piem. dòit garbo.
y
Studj liguri. § 2. Lessico. 65
invatjir assalire? dc^ 14, 16, 17. Cfr. mia. XXVII 201, ove si correggono
retimologia e l'interpretazione date di envagimento less. 362, e di vagiij less.
401, e si recano altri esempj. Anche in pm. : ch'elio e tosto invagio e perduo
per no esser armao ; però che l omo armao sì no se invagisse ma se de fende.
Significa dunque propriamente 'sbigottire'; donde forse passò ad un senso
molto prossimo a quello di 'assalire', secondo mostrerebbe dc^. Fors'an-
che si può concedere che in certi casi invagir si confondesse con *invair.
invear mu. 42, 7, donde invea nm. 23; imveoso pm.
invoar: se invodm a Dee fecer voto mu. 90 v, od. ihvu voto; cfr. cavass.,
e voo mu. 94 r, voaive ib., ora caduto.
involupar mu. 83, 14; 90, 39; cfr. invulpao ri 63, 22, vulpao rp 7, 67,
ove però il verso richiederebbe involupao env. Anche best. 20, 19; 23, 14,
mtt. 241 e cfr. gand. 65 volupalo; zts. XXI 192 sgg.
inzegno intelletto, indole, mu. 55, 35, inzegni de demonnij 87. 36 'soUertia'.
iometa Geometri mu. 76, 23.
ioxa gioia mu. 92 v, 96 r: gioia + gozo (s', ri 133, 133)?
iuexio giudizio ps 34, 28; 36, 42, ali. a zuixio mu. 93, 26, e così iuexe
iuxe ali. a zuxe, nm. 22, e a zuegar mu. 56, 11, ecc., zuigar 88, 23, ecc. ;
sempre iustixia dc^ 38, div. 1474, iustixé giustizieri mu. 243 v.
iuxtrao, cfr. aiustrar.
laborerio laboratorio div. 1468, 1471, od. lawejii. Altrove e in pm. signi-
fica piuttosto 'lavoro', piem. lavoreri, lomb., ecc., cfr. cat., pnf. 141,503,
Ib. 1524, 1528 e p. 214, ren. 382, dven. 141, pv. 15, zen. 69, db. 47, 91, gau.
198, mtt. Ili, Salvioni, L'elem. volgare, ecc.
lairar latrare mu. 222 v, 279 v; anche 'piangere' 'lamentarsi': e o layrao
criando e pianzando 69 v.
laitar allattare Ip 1, 11, cfr. st. I 5. Anche dell'ant. umbro e it., cfr. Trist.
Riccard. lattare e p. ccviirn.
langor debolezza, infiacchimento, pena, mu. 52, 11 ; 58, 3; 86, 12; languir
esser debole 84, 34; lamgerosso 62, 11, probabilmente erroneo, per lamgor.,
ov'è da ricordare Tant. fr. langorir. Nel latino tardo languor valeva 'mor-
bus', wa. Vili 543.
latin volgar, lo nostro l. v., il genovese, rp 9, 15.
lavanda rp 6, 193, vivo.
lecharìa mu. 82, 10, frc? Cfr. less. e leccatore gau. 157, ecc.
lemi legumi rp 9, IH, od. tèmi, cfr. less. 364, XII 411, bars., zts. XXII 474.
L'etimo *legtmen, proposto dal Galvani, è senza dubbio esatto; ma bi-
sogna aggiungere che il vocabolo fu rifatto su 'legere' scegliere. Contro
V*aUrnine del Salvioni sta la lunga genovese, cfr. re'mtt, ecc.
lensa lenza? mu. 67, 17. Il senso si capisce solo approssimativamente.
Archivio glottol. ital., XV. 5
66 Parodi,
Invece il lenza di ri 51, 12 vale probabilmente 'corda a retta linea', cfr.
Rossi, Gloss. mediev. lig., 119: non ha lenza diritta, cioè: le sue cose non
vanno bene.
leom pardo: li leoim pardi mu. 226 v. Ricorderò qui anche il femm. leonna
297 r, e liona parda gid. IH.
levementi facilmente mu. 78, 22 ; cfr. delleve.
limassa mu. 17 r, 17 v, ora lùmdsa; cfr, XII 411.
linaio mu. 39, 10. 23; 41, 2; 51, 9, ecc.; il dubbio, espresso less. 365, che
sia da leggere liiì., è contradetto dai fatti, vedi qui nm. 30.
lirio giglio mu. 252 r, cfr. XII 411; ma zigio 102 v, 105 r, e i vocabolari
genovesi danno come vivo s'igu da cave.
livio senza peli, liscio, mu. 48, 18, Invece in mu. 70 r significa proprio
*livido', V. merom, e lioor 121 r 'pallore'. Cfr. less. 365. E livio è da leg-
gere Ig 17, 35 = lap. X 35: qui è esliuio, donde l'erroneo lisuio di Ig.
lizo: marnerei al'ora de vespo lo pam lizo mu. 19 r, e si oppone a pam
levao. Vive tuttora lis'u frusto, logoro, e, detto del pane, 'mal lievito'; lat.
ellsus; cfr, Ib. p. 198 sg. e Riv. bibl. d. letter. it. II 149, wa. Ili 19, Vili
533 587.
loguer pagamento, ricompensa mu. 66, 22; 83, 16. 24. 29. 30; 85, 29;
dal frc.
lovo cervel mu. 73, 15.
loxno mu. 56, 22, cfr. md, 89, loxnar XII 412, gel,
luminar liminare mu. 18 v.
luminarli mu. 39, 15, luminarie 39, 12, detto del sole e della luna, cfr.
luminaria lampada brend. Oggi lume' a lucerna, lampadario; ma liimera mu.
52, 40; 58, 19, 22 è un pretto francosismo.
lunatica: unna soa fiiora lunatica isterica o pazza mu. 182 r; lunatico,
ciò he chi chage della luna Ipid. 223, cfr. fio. 30, inoltre zts. XVII 543,
Dittam. V 25, voc, frc. lunatique lunage, ecc.
luxirì mu. 82, 11.
magazem nmm, 42, 82*^.
maifatoi mu. 86, 40, maefatoi div. 1466, composto col plurale, come gau.
152, 157; mali fattori anche in ant. tose. Altrove marfator mu. 56, 18, ecc.
Ricordo pure malfacenti rp 8, 107.
mairinna mu. 281 r. Oggi mwina.
maitinaa rp 3, 39; cfr. X 238, sei. 43, mrgh., ant. tose, mia. XVIII 621, ecc.
maizor ep. 354, vedi interduto. Si dice sempre marsù' con senso concreto
di 'bambino, uomo sudicio'.
malliciar malignare mu. 55, 23.
malofjìcio maleficio, delitto ps 35, 42, mu. 56, 17. 19, per incrociamento
con officio; cfr. zen. 65.
y
Studj liguri. § 2. Lessico. 67
mamalove: li ynanderò tante ni. e grilli, che elle destrueram tuta V erba
e le fogie degli erbori mu. 15 v, un segnai, cioè una delle piaghe d'Egitto; e
cosi: tante m., aragoste e limasse..., che elle roeream tute le erbe e li erbori
chi romazem 17 v. 0 'bruchi' o meglio 'cavallette'. Nell'antico francese non
si trovò, credo, che una sola volta marmolues, nel Roman de Thèbes (ed.
Constant) II, App. Ili, p. 121, v. 1042: Et tarentes et tnarmolues; l'editore
è incerto sul suo significato. Un tema 'mal- ricorre nell'altrettanto raro ed
oscuro malot calabrone, del Chevalier au lion (ed. Forster) v. 117.
manaira mu. 46, 19, cfr. manara mon., mtt. 271, manera Ib. 1644, ecc.,
manareise less.
mandesi mu. 69, 46; 74, 15; 77, 39, ecc. Cfr. vnd. 99 sg., ove l'antica
affermazione ital. madie mades'i è ricondotta, seguendo il Diez, a m'ai Dio.
10 preferisco la dichiarazione del Blanc mai-Dio, che trova una buona di-
fesa nel perché madie? perchè mai? dell'Albertano pistojese 4. Cfr. mai-dé
mainò, di Bergamo, di Milano e d'altrove, gst. YIII 411, pv. 18, 153, md. 7,
e, per l'uso del mai in tali composti, lo stesso mai-nò, che ha per contrap-
posto mai-si.
maneiver abitabile mu. 62, 38.
mar, sosso in. epilessia: elio comenssà a cazer de lo s. m. mu. 288 r; cfr.
il crem. brótmàl e l'ant. tose, coloro che cagiono di rio male Propugn. II
318. Vedi lunatico.
marcordi scuroto il mercoldi delle ceneri rp 9, 104, vivo, cfr. Rossi, Gloss.
mediev. lig., 91.
martora -a mu. 79 v, 102 r, martorio rp 6, 269, che è da leggere mq.r-
tòriu {-.purgatorio, od. purgatóju).
maciachano div. 1469, masacano 1471, od. masakah muratore; col frc.
maqon.
maxelà Ip 1, 48; cfr. lap. xxv 18, massallata Mazzatinti, Mss. d. Bibl.
frane, II 547, e mascellata anche nell' Albertano pistoj. 67; inoltre gotaa.
11 sempre vivo mascaa ps 33, 42, cfr. less., è da unire col pur vivo maska
^mastica guancia.
mastegao noto per lunga pratica de* 5; cfr. dp. 384.
men, a: a men de lui senza di lui mu. 84, 33 sg.
mentoar mu. 250 r, it. ìnentovare, ecc.
ìuenuoì rp 9, 268. Sarà da leggere reemuo.
mercantia rp 6, 109 e passim. L'amico prof. Vandelli ha richiamato la mia
attenzione sul fatto che nei testi antichi italiani il vocabolo è sempre
scritto col t, come dovremmo aspettarci. E dunque molto probabile che il
nostro mercanzìa deva il suo z ad un error di lettura, diffuso e perpe-
tuato per via delle stampe. Cfr. mercadantta o mare. ren. 381, dven. 113,
68 Parodi ,
brend. 54, e, sul frc, mercatandìa mercad. mercaandia gau. 136, mtt. 214,
db. 36, Campanini, Un atrovare del sec. XIII (sic), 34, prov. 72 a, bars.
merir rau. 57, 1. 19; 63, 17, 77%erio 72, 3, cfr. less. e XII 414.
meritar ricompensare ps 33, 16, servixi meritae resi mu. 51, 10; cfr. l'ant.
it. e l'od. rimeritare.
merom: li ogi e li meroym neygri ps 36, 12, passo che si ritrova pure
in mu. 70 r: li meroim luti neigri e livij; cfr. li mellom meg. 260. La parte
superiore delle guance, sotto gli occhi ? Meglio la guancia tutta, da melu
(cfr. il tose, mele natiche); seppur questo non ha alterato un riflesso di
mala.
meso messo, ministro, intermediario, rp 4, 52; 8, 98; specialmente note-
vole il primo passo : darte a De per ti mesteso, senza m,ezan ni atro meso.
É da ricordare la frase odierna parla a strame'èi parlare a vanvera, stolta-
mente, che è illustrata dal parla da tra messo del Foglietta. E in verità
troppo noto che le parole riferite riescono facilmente diverse e peggiori di
quelle udite. - Agg. mesaygo missaticu tr. 4, 7.
messaxio disagio mu. 58, 39; 72, 32; cfr. dessaxiao.
messeanssa -hansa sventura, condizione non buona in genere, mu. 71, 24;
84, 38: ant. frc. mescheance.
messerenssa miseria mu. 89, 1; spesso anche meserente mess. 23 r, 33 v,
257 r, ecc., il quale però è di solito unito con rebelo, cosicché si direbbe
un errore per mescreente.
messom messe ps 27, 7, mu. 68, 7; 90, 8; cfr. sei., al. 289, 292, XII 414,
gau. 135, rv., inoltre mexonerius -encus Rossi, Gloss. mediev. lig., 67. 11
.verbo è irtezonar rp 9, 164, cfr. mon. Anche meer, megoa, nm. 33. Ricor-
derò il dantesco messioni Conv. IV 27, che ha il senso di 'spese, sfoggi',
e rma. XXVI 454 n.
mesureivei' misurato rp 3, 114.
meter, in parte, in divisione, in discordia, rp 7, 42; cfr. voc.
meza fora mu. 80, 41. 11 Mussafìa mi suggerisce giustamente metafora.
mezan, cfr. meso.
minuirì Solo minuando mu. 58, 16.
misserto mu. 85, 45: da miseritusì
missiom immissione, quasi ^missione, mu. 85, 3; un po' dubbio.
molli, 1. mogi, rau. 53, 36 {:ogi): gst. VIII 416, cavass., prov., tes. 241, ecc.
m^ra rp 7, 225, 1. mara.
mostrare, v. belo.
mozo stolto rp 2, 7; 9, 214. Però nel secondo esempio, li mo zi canti sa-
ranno piuttosto canti 'vani' 'capricciosi'. Cfr. less. s. imnocij e l'od. genov.
mùsù 'sazio, ben rimpinzato', 'benestante', il cui i- proviene dal plurale. Per
l'etimo è da vedere Schuchardt, Roman, et. I, p. 34 dell'estratto.
Studj liguri. § 2. Lessico. 69
muar mutare mu. 47, 11; 84, 19, ecc., muabeì- 83, 43, ecc. Oggi solo in
slramiìà' far lo sgombero.
ìnimitiom ammonizione mu. 84, 42, consiglio 91, 7, acc. ad amoniciom
amun., amonir rp 3, 22. In ant. perug. munì^ Arch. stor. it. XVI, P. 2*,
p. 136.
musar star a guardare, indugiare, rp 9, 247; cfr. less. e XII 416. Ma in
ri 54, 7] è probabile valga piuttosto 'suona la. musa'' cioè la 'cornamusa',
cfr. pivar zen. Yedi pur Bullett. d. Soc. dant. IH 153.
muxicar suonare, far musica, mu. 56, 30. 0 va unito, come aggettivo, a
strumento ?
7zaa raccolto mu. 59, 17, propriamente 'nata' nm. 75.
nascensa escrescenza cutanea, lo segnar (piaga d'Egitto) dele nascensse
mu. 16 V (che son poi specificate in biirgore, ihavelli, ecc.). Cfr. gst. Vili
421, gand. 50; ant. perug. m,oÌte nascense, le quale tutte eran piene de veneno
Arch. stor. it. XVI, P. 1*, 149; ant. napol., nei Bagni di Pozzuoli, iv 9, p. 102,
ove non fu inteso dall'editore, gst. X 265; ant. it., per es. in Feo Beleari.
navirio mu. 91, 3.
necamenti mu. 71, 6; cfr. less. 371, XII 416, zst. XII 295; aggett. weco, cioè
nèccii, da un nequus nequa, che si trova già nei Vangeli della versione
Itala: nequam trattato come ciippa?
Nichia Nicea dc^ 4.
nivola -Ila 53, 21. 28. 39, ecc . oggi nuvia; ma cfr. niola clm. , nivola
lomb., ecc.; nivoUao, sost., mu. 58, 20 (1. lo niv. funjde), cfr. less. 374.
norir mu. 51, 15; 61, 8; norixom 78, 15.
noro nolo mu. 228 v.
novellesse novità mu. 167 r.
oir udire nm. 33; oya l'udito rp 8, 122, oggi l'odia.
olente ps 28, 9, olimento mu. 61, 22, cfr. XII 417, rv.; oritoso mu. 4 v, che
ricorre pure in pra., olitoso, e va con oritar mu. .50, 30, oritava 123 v, che
è piuttosto singolare. Per ore olet, nm. 57, ole besc. 1753; per olioso ul.
pv. 204, cavass.
ora aria, vento rp 8, 374, cfr. ri 36, 50; anche maschile in mu., per forsa
de venti e de graindi ori se rompi la nave 52 v. Cfr. XII. 418, zts. XVII 506.
orco rp 7, 195, aggett.: villano? Cfr. Salvioni, Postille e N. Postille.
ordem mu. 82, 19. 20, ecc., ordenaciom 87, 25; ordenar 87, 25, ordena-
minti rp 3, 154.
ordio orzo mu. 17 r, 57 v, l-'. . -■■■■' ■■ , : -
ordir rp 6, 78. Unisci e le ree ovre qui son Ordie, facendo dipendere il
tutto da pensa.
organar produrre suono, mu. 56, 31 ; vedi muxicar. È l'ant. frc. orguener
organer, ant. sp. organar Milagros 26. In theod. 86 organezava.
70 Parodi,
orgoio rp 6, 43, cioè orgogu (:oio); orgoioxir mu. 89,9, cfr. orgoiar prov.
orio olio mu. 42, 3, cfr. less. s. oleo.
oritar, v. olente.
orrezo orrore mu. 59, 5, piuttosto strano : cfr. provenz. orreza.
orza rp 8, 337, orzar andare ad orza 8, 86; oggi anche in andà' a l'orsa
andar di traverso, barcollando. Cfr. dcr. 239.
osso oso opus rp, 3, 72. 193; 8, 280; 9, 340, mu. 30 v, ecc., cfr. less., pred.
ohs OS, par. 19; di derivazione straniera. La pronuncia era ós'u, come at-
testa la rima. Alla frase mar a to osso risponde nell'ant. it. male (o heìie)
a tuo., a suo uopo, p. es. Man. D'Ancona-Bacci I 134.
hoste rp 1, 61, ospite. Vale 'esercito' dc^ 26, mu. 91, 3.
otriar mu. 77, 28. 40; 78, 29, ecc., dal frc; cfr. oltrità XII 417.
hoverar ps 27, 2, overa mu. 79, 17; 81, 36, ecc., ma ovì'a 83, 16; oveì~er
operajo, artefice, 56, 16; 87, 30; oggi d-ooiu adoperare, mete ih dovia id.,
gurnu d' óte'j, quasi dies *operìlis , giorno feriale.
Pague mu. 67, 30, frc.
paixe mu. 62, 15, nm. 3.
pallidar impallidire, nm. 93. 0 non sarà un aggettivo, a cui per errore
il copista aggiunse un r in fine?
par palo mu. 65, 37.
paraxiu rp 5, 49, mu. 59 v, oggi Pazii l'antico Palazzo Ducale; cfr. l'ant.
tose. Parlaselo, ov'è influenza ài parlamento.
parea parete mu. 135 v, due volte, cfr. mon. In clm. parei assiti, cfr. brend.
10, BuUett. d. Soc. dant. Ili 119.
parei apparire mu. 53, 25, brend. 54, sai. 472, voc, ecc.
parlamento discorso rp 3, 312; cfr. kath. 373, pnf. 325, brend., voc, eco.
parila rp 4, 34. Parrebbe ' partito ', ma si può anche intendere ' parte ',
come 9, 358, less., bars., soprattutto sai. 440.
participar: participam cum Dee mu. 83, 26 sg. , far participar in lor
bianssa far parte a loro della beatitudine 86, 38 sg.; participeiver partecipe
56, 10, nm. 69''. Cfr. partieipevole con affine a, gid. 34, 38.
paù padule mu. 66, 6; 78, 11, di genere incerto. È maschile gst. XV 270.
pea'nna orma mu. 42, 31. 34. 39, cfr. piem. peagna e gel. s. piana. In
Festo 'peda: vestigium humanum'.
pegar; peiga spalma di pece rp 8, 19; cfr. dcr. 36, sei., gst. Vili 415,
mrgh.; inpega best. AS^, pegazà less.
peigar-se: se peigam si piegano mu. 96, 3, 1. se cei^ah, od. cegà-se. Cfr.
plegar-se mon. D 129 e un passo parallelo in bese. 2190, ov' è detto del
cielo, che si abbasserà verso la terra; inoltre mrgh.
peigro mu. 83, 43, pegrixia rp 3, 307, pegricia mu. 90, 40, pigreza ps 27,
8; cfr. XII 420, brend. 64, kath. 211, ecc.
Studj liguri. § 2. Lessico. 71
pelezo rp 8, 5. 72; cfr. less. e sopratutto V. Rossi, in Nuovo Ardi. Ven. V,
P. II, p. 27 sg., in nota, delFestr. Ma il vocabolo ha forse bisogno di qualche
altra dilucidazione.
pento dipinto rnu. 94, 36.
perffeto perfezione mu. 78, 20. Ma credo sia da legger piuttosto a stao
perffeto.
perfondo nm. 44°.
perforso sforzo (d'arme, di guerra) mu. 20 v; cfr. XIV 212 (e con senso
generico md. 118). In rati, refforzo 20.5, res forco gau. 213. II wh. peì~forrarse
meg. 238, resforgarse III 259, gau. 205.
pere/olla pergamo mu. 194 v, dven. 159, ant. it., ecc.
perio ps 27, 8, guasto, detto d'un frutto, oggi quasi solo in niize pc'ja
noce secca, vuota. In pm. tanto che tu seraj perio e smorto.
pesar rincrescere mu. 82, 28, cfr. il voc.
pestellencia danno, male, sventura, mu. 61, 32; 71, 30; 80, 57; cfr. Ipid. 213.
pestumar calpestare, o meglio frantumare ,' mu. 157 r. Oggi pestìi' mu {u
breve) pestumìn è quasi solo vocabolo vezzeggiativo, detto dalle mamme ai
bambini, ma forse si sente ancora nel senso di 'pezzettino' 'un pochino'.
piaezar mu. 59, 34; cfr. sei. 58, pat. V&v piao mu. 54, 36, v. qui zalio.
piangollento mu. 124 r, 267 r, come da 'piangolare'; cfr. sei. 58, besc.
1597, gst. Vili 415 sg., ove il Salvioni propone di ricondurre le varie voci a
planct-, leggendo il g come y. Ma il genovese non Io permette. Sono dun-
que forme diverse dalle nostre plangiorenta mm. p. "09), pianctorento XII 421.
piassar mu. 50, 18, od. casa piazzale di villaggio; cfr. XII 421.
pignata mu. 22 r, 28 r, od. pundta.
pilota palla, pallottola, probabilmente dal frc. ; cfr. ^^e^a ap., brend. 50.
pogi polli rp 9, 84, nel proverbio meio e a presente ove ca deman pogi o
pernixe meglio fringuello in man che tordo in frasca. E la nota base
■^puUeu XII 424, rma. XX 68 sg.
pointar puntare, cioè far ogni sforzo, mu. 66, 30; cfr. prov., voc.
paisà pòlizza rp 9, 309, vivo nel sec. XVI; da ctnódez-iis, lat. basso opo-
dissa. Cfr. pcom. xl, rma. IV 330, X 620 sg.
polexim pulcino mu. 98 v: um par de p. de colombi. Cfr. § 1, p. 18.
pomo il frutto proibito rp 6, 19, plur. potue mu. 53, 12.
pondM rp 8, 39, con ii: popolare o letterario? In gand. 51 pandoro.
pontifficho ps 33, 35. 44; cfr. Ili 262, XII 422.
pordomo mu. 82, 34; 83, 22; 86, 41, ecc.; cfr. less. s. prodommi e XII 423.
portigiolla porticina mu. 143 v, oggi spurtigò'a apertura nella sottana,
tose, 'spaccatura'.
possacora d'aigua, pozzanghera, mu. 234 v, cfr. zen.
72 Parodi,
poxom mu. 64, 14; 84, 11. 17. 23. Nel primo passo traduce 'bacchica mu-
nera' e ha quindi il senso generico di 'bevanda'; negli altri potrebbe an-
che stare per 'veleno', ma è meglio pur qui intendere 'pozione'. E cosi in
iTion. C 66 {pexon, I, pox.), ug., gand. 80, e nell'ant. frc.
2J0ZO poggio mu. 47, 27; oggi, nel contado, pós'u (o breve).
praria mu. 70, 1 1 ; si attenderebbe praeria, e sarà dal frc.
preom sassi mu. 68, 6.
présteo imprestito de* 27; cfr. empresleo cat. 3 v 2o, inprestedo dven. 61, ecc.
ptrestixia rp 3, 306.
presumar rp 6, 256, anche dell'ant. it. ; oggi solo pres'ilinì, in funzione
di sostantivo, 'petulanza'.
prevessa nm. 82*'; cfr. preveda Ib. 1463.
Priami Priamidi mu. 91, 12.
primogenita primogenitura mu. 49, 20. 21.
primo tempo primavera mu. 53, U; 63, 20; 90, 7; anche in div. 1473. Cfr.
monferr. da primma in primavera. Nell'ant. fiorentino si trova tempo nuovo
e pare abbia lo stes'so senso bon temp md. 183. Nel napoletano Regimen
Sanitatis ver tiempo e anche solo vera.
proa prova mu. 76, 17; ma forse l'è che precede è da espungere, e proa
è verbo, cfr. proar 76, 3.
profectar mu. 39, 32, -tizar 39, 42.
proffeto profitto mu. 54, 28, cfr. gau. 185, Ipid. 202; proffeteiver mu. 90,
26. 32.
progenia mu. 24 v: oggi nel biblico de genia ih prugenia.
provenda cibo mu. 64, 10; cfr. prevenda less., prependa gst. XV 270, it,
prò fenda, ant. frc. provende.
provisto preveduto rau, 92, 7. 13. 26, ecc., e p)roveij -vei/r, col part. proveuo
96, 11, provezuo 96, 12, ecc.; ant. frc. porveoir. Il provista di 53, 38 ò meno
chiaro; forse 'ben disposta' 'atta', da paragonar con avisto.
pubico mu. 54, 1, esatto? Si può ricordare Salvioni, Postille.
pud mu. 38, 4. Che vuol dire?
puìr pulire rp 6, 198, nm. 26.
purgatorio mu. 85, 15: è forse aggettivo, 'purgatore'.
quairo, fossa quaira, mu. 160 r.
querir nm. 65; cfr. less. s. quero, gst. XV 271.
querno quaderno (cioè 'libro') mu. 65, 41; v. desquernar.
quito mu. 85, 6. 8, ecc., frc.
raer radere mu. 300 v.
ramar mettere i rami mu. 56, 37, cfr. l'ant. frc. - Nel senso di 'derubare,
mandar a male' 54, 34, ant. frc. desramer. Un aramare abbacchiare, in
Rossi, Gloss. mediev. lig., 18.
Studj liguri. § 2. Lessico. 73
ramo d'oliva, lo sahao de, i3s 28, 6; cfr. XII 425.
rantegar: un morim, quando elio va beni forte, no fa tar r. mu. 44 v:
od. ràhte§a rantolo.
rasati rp 9, 182, rasoi, plur., 9, 186. Non capisco e non so a che favola
si alluda. Supponendo una lacuna dopo il v. 184, si potrebbe pensare al
Roman du Renard (ed. Martin) I p. 30, vv. 1050 sgg. (cfr. II p. 127, vv.
661 sgg.) e far corrispondere rason al frc. bacon.
raviole rp 9, 97, od. ravio'.
ravir, rav'io, mu. 80, 38; 91, 1; ravida cat. 26 r 1.
raxoi raggi mu. 96, 21: sul frc. rayoìil
raxom d'entro ragioni intrinseche, mu. 79, 39.
recatar riscattare rp 7, 242, ps 28, 4, Ig 6, 81=lap. VI 81.
reconiisso affidalo mu. 41, 7,
recoverar ricuperare mu. 53, 37; 80, 31; procacciare de* 32; ristorare
rp 1, 12, cfr. mu. 85, 4; oggi arekumd ristorare, confortare, rifocillare. Cfr.
XII 425.
recreao riconfortato mu. 67, 34; voc.
reemuo rp 5, 99, ps 28, 4; cfr. less. s. remilo, qui menuo e XII 425.
regoardar: per far regoardar tnenaze mu. 82, 42, per valersi (de' ser-
venti) come guardia contro le minacele?
relevo : lo r, de l'aotra (viaìtda) mu. 42 v, it. rilievi.
rellugar splendere mu. 61, 37, rifl. 58, 24; cfr. less. s. relugor; lugor
cavass; inoltre VII 551.
remerteghe de* 18, forse 'ricompense' 'risarcimenti": quasi *r e- meri-
tati e icì
replicar, in so cor de r., mu. 78, 39: deve ripiegarsi, rivolgersi tutto al-
l'esame del proprio cuore?
reputar, in si, attribuire a sé, mu. 63, 30.
resenio aggranchito rp 9, 21, oA. arensenìu, cfr. recreser refrescar regra-
ciar, per gli od. rihkre'se rinfreskd ringrasid, nm. 94. Per l'etimo, vedi
rv. 28 sgg. Tuttavia, restan dei dubbi: cfr. onglie arencinate uncicate zts.
XVII 506.
ressignar consegnare mu. 71, 23.
ressister persistere mu. 57, 25.
resstimer riassumere mu. 95, 34.
restoio mu. 59, 22, cfr. Rossi, Gloss. mediev. lig,, 83. Sarebbe 'metter in
ristoppio', quasi: ridurre a male, fiaccare. Ma la rima {p:u) è falsa.
revozer mu. 60, 14, gand. 49, ecc.
rissmar mu. 52, 6; 89, 40, rixma 52, 38; cfr. XII 427 e gst. XXXII 70 n.
rissor spinoso mu. 234 v, oggi riso' riccio, istrice.
74 Parodi,
roca roccia rau. 78, 11.
roixim roxim, mu. 53, 12; 57, 43, frc. raisin.
romer rp 2, 30; cfr. sei. 64; in it. romèo, gst. VI 157 sgg.
rosta mu. 57, 40: oscuro. Forse 'ramo'? e si deve confrontare coU'it.
rostaì Come se il traduttore si fosse rammentato del dantesco 'Che della
selva rompleno ogni rosta\ ove però significa naturalmente 'ostacolo'. Ma
sarà da legger costo, od. kustu cespo, con rima falsa.
rota, de li serventi, mu. 63, 28, ant. frc. rote route. Nel toscano Febusso
e Breusso (Firenze, Piatti, 1847): più non de uvea in tutta la rota che fusse
a cavallo, cioè 'in tutto il loro seguito', p. 176.
roveao roveto, nm. 15, cfr. gst. Vili 415, Salvioni, Eleni, volgare, ecc.
rustif/iti, 7, 195, 1. -gi, oggi rì'iste^u 'zotico' o anche 'aspro' 'non le-
vigato '.
sabao ps 28, 6, cfr. less. sabu, che è la forma odierna, sabba dlm.
sacerdoto mu. 46, 15.
saffir saltare, ballare rp 9, 123; in pm. sagir da um Ioga a iim antro,
cfr. sai. 428, 429, 478 ecc., e con senso non differente less. Per la forma,
cfr. assagio rp 3, 217, less., db. 59, XII 389, ecc.
sagogio: le mosche com li sagogi mu. 15 v; cfr. XII 429, XIV 344.
saollar satollar mu. 61, 7, ecc.; saollo 60, 33.
saòra zavorra rp 8, 248, oggi sòiora.
saraxim rp 7, 62, mu. 46, 39, acc. a Sarren Sarrein tr. 6, ant. it. sa-
raìno.
satisfar rp 6, 260 (satifar 6, 32), mu. 85, 44 ; cfr. sastifar best. 493.
xboir xboìo sbigottire -ttito mu. 52. 37; 53, 20; 86, 44; sbaimento xb. .53,
19; 80, 53; vedi boi, al quale potrebbe anche mancar per errore il s- pro-
stetico. L'etimo è incerto: forse è vocabolo affine all' od. rebulse rinfran-
carsi, riprender lena, sollevarsi, e entrambi andrebbero col tema bud (bùdd)
di boegaso less. (bt'i'degu pancione, cfr. XIV 390j, biis'a pancia, it. buzzo id.,
forse *buddju; o con bod (bodd), che pare affine al precedente e cui può
appartenere anche boegosa: btr. 34 sg., kng. 1262.
scagnella sgabello mu. 190 r, 287 v, cfr. l'od. scànu ufficio, banco, less.
scampissarì mu. 57, 34. Forse stampissa dantra (\) chiude dentro?
scargnir Ip 1, 41, cfr. less. s. scregnir; e agg. squergne squerne schergne
rp 3, 263; 6, 178, mu. 187 r, scregnimento 68 v; cfr. XII 429, 433. Oggi
solo skrinus'u beffeggiatore, nm. 17.
scarmezar sollazzo? mu. 65, 22. 0 è da leggere scarniezar quasi 'scher-
neggiare'?
scarpentar-se lacerarsi mu. 86, 22, vivo ; cfr. XII 429 s. scarpar, rnia. XVII
62 sg., ove però dovevo meglio distinguere tra scarp- e sgarb- e animet-
Studj liguri. § 2. Lessico. 75
tere come probabili fusioni di carpere col german. skarp skrap, ecc. Vedi
pure scarpellar gand. 53, Ib. p. 182.
scarzar-se strapparsi ps 34, 45. Anche in pm. pensa de li... martir coìno
Cìj som scarzay e tormentai/. Uno scarzaverit Rossi, Gloss. mediev. lig., 25,
s. basitare. Contro *ex-carpsu sta lo s; forse -carptiare, efr. mlr. II
656, kng. 2899, e il precedente.
scelente: lo cel e piairo e se. mu. 32 r, sch. e ihaira corno crestato 54 v,
od. skile'hte, che è il tose, squillente, attribuito ai colori.
scelo suggello tr. 7, mu. 153 v, ceelar sellar nm. 32, dal frc. ? Cfr. snello
XII 436 e Ib. X 55.
scorar rp 9, 287, propriamente 'scolare' e quindi 'asciugare'. Con un
contrapposto molto curioso, oggi skwà' significa piuttosto 'ammollare' 'in-
fradiciare'; probabilmente perchè skivn', colare (acqua), prese il senso di
'colare sopra un altro, bagnandolo". Si dice di solito: me suh skwóiv mi
sono infradiciato, suh sknu (deverbale) sono tutto fradicio.
scoria frustata rp 6, 166, ex-co rrigiata. Oggi skurià' frusta e skuriàta
frustata.
scorsao scortecciato mu. 43, 12.
scorsi: faxeaìn li leoini tai scorsi de quelle osse mu. 44 v, od. shrii'sii scric-
chiolio, skrusl', kng. 4577.
scotria furberia rp 7, 219, equivale a scotrimento 6, 104 e less.
scoxir distinguere mu. 67, 42: cfr. '■ascusi intueri' Ib. 298 e p. 177 sg.,
Rn. 759, st., e inoltre il prov., l'ant. frc, ecc. É probabile che abbia qualche
relazione coU'od. skdzi (Un) sparlarne, di solito per vendetta, mettendone
in piazza le miserie o le debolezze: verbo che altrove credetti ricondurre
a *-causìre, da causa.
scracar sputare mu. 64, 43, od. skrakd scaracchiare : è dunque senza il
suffisso derivativo, che credette riconoscervi il Flechia III 121 n. Il suffisso
è invece nel sost. skrdkow, da skrakaru, cfr. scarculo XII 429.
segera segale mu. 116r, due volte, nm. 16; cfr. segre sei., Ib. 664.
segnar punger la vena mu. 170 r; cfr. voc, ant. frc, ecc.
segnarle) far il segno della Croce, rp 3, 49.
segur scure mu. 152 v; cfr. sei. 66, Ib. 1653, bars, ; segure e segura, acc. a
scura, nell'ant. lucchese.
seira ieri sera : elio a mangiao so che noi gè possamo seira davanti mu.
44 v; cfr. gel.
semegiar sembrare rp 5, 14, mu. 88, 17, cfr. kath. 415; semegianssa sim-
bolo mu. 71, 15.
seno senso mu. 96, 31. 36; 97, 1; cfr. XII 431, XIV 214, fio. 1. È frequente
nell'ant. ital., Ant. Rime Volg. V 291, in un sonetto attribuito al Cavalcanti,
76 Parodi.
Canzon. Chigiano am. 451, Jacopone da Todi; e aggiungi il passo di Fra
Giordano, cit, sotto infondaa.
seno! rp 4, 57. Sarà da leggere: se no [_vqì} esser confondilo.
senzer cingere, sénzite mu. 163 v, cento ib., se lo sense 60 v.
serena -nna sirena rp 8, 117, mu. 60, 25.
Serpentinna Proserpina mu. 99 v. Si legge anche in qualche romanzo del
cinquecento, cfr. stfr. II 250, e pare d'origine francese.
servicial servo o serva, masch. mu, 115 r, femm. 68 v, cfr. dven. 136,
dim. p. 362, ecc. Anche servente ps 32, 11, mu. 47, 25; 82, 41, dlm. v. 88,
voc, ecc.
seto seggio mu. 57, 18, oggi solo se tu {da kare'^a) paglia della sedia:
con asetarse, e diverso quindi da seo mon., e da sezo st. XVIII 8, brend. 10
e less.
severesa debolezza mu. 82, 22, 1. s-, e cfr. xeiver seiv. mu. 80, 56, less.,
o fìeive mu. 54, 30, fievellessa 82, 33, scrizioni etimologiche. Vedi anche
s. fravellessa.
sezer sedere mu. 81, 11; 92, 19. 21. 22; elio sezerà de terminarlla sarà
conveniente 95, 13.
sgelar gocciolare ps 31, 24, cfr. VII 520, gotta guttolina Ipid. 214, zts.
XVII 495; sogottare Ant. Rime Volg. III 173. A Genova ora solo gussa, cfr.
XII 406.
Simonexe, Sam, mu. 292 v.
sirao storpio mu. 315 r, Ig 20, 16; cfr. XII 431, md. 99, cavass., bars.
siropu bevanda (detto ironicamente del vino) rp 6, 65.
sitiotaiì mu. 82, 1.
sivòllo sibilo, fischio, mu. 294 r, 1. sivi'iru, od. sigiai, deverb. di sigiod;
cfr. mrgh. sigolando.
, socir insozzare rp 7, 224.
soda soldato de* 23, nm. 24, vivo nel sec. XVI, ma oggi surddtn-^ cfr.
sodo soldo, mu. 45, 31.
sodan -danna mu. 58, 46, dal frc ; ma, col legittimo f, cat., pnf. 247, mrgh.;
sodornamenti mu. 53, 29 pare un errore.
sofferir-se astenersi mu. 89, 24.
soffraita mu. 63, 33; 69, 49. 52, ecc. {soffaitra 70, 2); soffraitosso 63, 12;
86, 36. Cfr. XII 436. Il vocabolo è frequente nell'antica poesia italiana del
dugento.
somer asino mu. 33 r, le someve 30 r; cfr. kath. 246, Ib. 1107, prov. 104c,
mat. 84.
someto sommità mu. 73, 37, frc.
sopeditar calpestare, opprimere, mu. 54, 9; anche div. 1468: per ambi-
tiiim de segnorezar e suppeditar altri, e div. 1477: tion lassarse supeditar.
Studj liguri. § 2. Lessico. 77
soperzho rp 1, 9; 9, 286, significa a un dipresso 'abuso', mentre in Bon-
vesin si spinge fino al senso di 'sopruso', gst. Vili 423. Pel verbo, soper-
zharv^ 7, 145. 146, v. less., inoltre st. Ili 7, mrgh., pnf. 71, 97, 469, e spe-
cialmente kath. 13, ov' è adoperato come neutro.
sordio stordito mu. 311 r, con 'sordo'.
sorprender-se, de ioia, accendersi mu. 63, 21.
sorzer: (la fontana) sorzea orto mu. 49 r; anche pm. xorce sgorga, cl'r.
less. s. xorgente e XII 432.
sostrar sottrarre mu. 66, 41; 67, 25, ecc.; frc?
sovensso -zo, avvb., mu. 51, 13; 83, 12; 84, 37: cfr. XII 432, ov'è agget-
tivo, passv. 325, gel.
sooram principale, capitale, mu. 76, 3. 7. 21. 22; cfr. XII 432.
spander versare, mandar a male, mu. 28, 18; spainto 42, 14, nm. 44, che
fu nei secoli passati spuehtu, e spandica sparsa, suddivisa mu. 75, 13.
sparmiar mu. 74, 18; 89, 1. Per l'etimo, cfr. mrt. 341.
spegar-se liberarsi rp 6, 120 ; cfr. less., ove ha senso diverso. Ma qui sarà
da *ex-pedicareì
sperar: questo non speremo non temiamo div. 1468, cfr. brend. 55, lind.,
e lo spagnuolo.
spermesar: era monto ?neio vendelo (l'unguento)... che spermesalo e per-
dello mu 59 v, che risponde a ps 28, 16. Pare che valga 'spanderlo' 'but-
tarlo via': *ex-premicjareì (Cù\, per la forma, l'i t. sprj'maccmre). Nella tra-
duzione della Gerusalemme Liberata, del secolo scorso : ra vitta sarce chi
sprernessd spesa inutilmente.
sponza mu. 80 r, oggi spuhs'ia spugna; cfr. ap.
spraver sparve nm. 42.
sprecioso prezioso ps 28, 9. 42, v. p. 37 n.
spuazo ps 36, 12, cfr. spuazao less. e XII 433.
spuriar rp 8, 371, oscuro. Forse è lecito proporre un *ex-puritare, o *ex-
pur-idjare, àapus; cfr. l'ant. frc. pierer 'nettare' e anche 'gocciolare' 'sup-
purare '.
squiiar rp 6, 51, squia 8, 185, ove la rima esige skiga, mentre oggi si
dice skìiga, cfr. al. 66 squigla: bigia. Per altri raffronti e per l'oscuro etimo,
V. less. 392, XII 430, XIV 404, rma. XVII 64 sg.
stabio mu. 48, 15, 1. stàgu, vivo.
staera rp 1, 28: miia de st. di buona misura.
stagnum -om stagno, lago, mu. 21 v, 38 v, 54 v, ecc.; anche nel napol.
Regimen sanitatis.
stao stabilità mu. 67, 4, tener la nave in stao in buona condizione rp
8, 282.
78 Parodi,
staxom stazione, lì si é unna si. de filistei, ma. 30 v, nm. 23. Cfr. il meno
popolare stazon 'officina, bottega', btr. HO, Ib. 1523 e p. 214, dv. 369, zen.,
gau. 181, mtt. 23, 45, 351; per stacio anche III 259 n., dven. 130, 141, ecc.
stazella mu. 58, 16. Certo per stanz. o stenz,, schietto gallicismo.
stentar stento mu. 158 v.
stilo modo, maniera, rp 7, 112.
stopar calafatare rp 8, 121. 201 ; v. cai.
stor conviene mu. 85, 30, cfr. less., sei. 11. Certo è rifatto su vór, ecc.
strabossar ; um grani dragom . . . pallea che lo vollesse strab. mu. 306 r, lo
dragom lo stràbossà ib.: *trans-vorsare, con v- in b-, secondo la teoria
svolta in rma. XXVII 177 sgg.
strapasaj trapassati, antenati, dc^ 34.
straviar far uscir di via mu. 69, 5; in Bonvesin 'scomparire' gst. YIII 424.
strazitao: piascum stava str. e maraveiao attonito, sbigottito, mu. 93 r. Cfr.
desgetarse perdersi d'animo paoL, desghetao clm.
stremo; detornar le cosse streme mu. 67, 16, allontanare le sventure, le
rovine?
sirena rp 9, 94, in rima con cena, cioè sena (o meglio senna).
strenzer sminuire, ridurre a nulla, perdere, mu. 52, 33.
stronar gridare, far baccano, mu. 66, 21, con truh.
sufficia basta, ha di notevole la sua diffusione; cfr. XIV 215.
sugigar mu. 152 v, sugigacium 29 r.
sutnaira fiumara mu. 186 v, 1. silmcera: oggi in qualche dialetto ligure
scihnc'ea, con immistione di sciima.
szhuran rp 9, 160: 1. szhuiran cioè scuiràn, da szhoir less. Non si può
decidere se si tratti di -elùdere o -claudere: il primo è in rechili re-
elùde ri 12, 152, il secondo in descóde (i wfge) aprire (ad alcuno le orec-
chie, ironico), vivo, cfr. qui ihossura.
tagiaor: inter li tagiaoi e inter le scuele sui taglieri e nelle scodelle mu.
15 r, od. tagów, nm. 15; cfr. gst. VIII 424, clm., dlm. v. 48, voc, ecc.
«atar tagliuzzare mu. 46, 20. 32; per altri significati, gst. Vili 424, Arch.
XII 436.
tambuto tamb.: cum balli e cum tambuli mu. 34 v, organi e de trombe e
de trombete e caramelle e de tanbuii 176 r. Nel secondo esempio si tratta
d'uno strumento musicale; nel primo invece sembra significhi 'chiassi' o si-
mile, e s'avvicini a 'trambusto', come nell'esempio di less. 396. Ma l'ant.
frc. tabut e il provenz. tabust equivalevano pure a tabor, tabur; e per contro
anche questo vocabolo si estendeva a significare: suono di tamburo, strepito.
tanto soltanto, elio tanto egli solo de* 48; cfr. st. X 10, Bullott. d. Soc.
dant. Ili 135; tanto solament(rìe pnf. 639 e ant. tose.;- tanto, aggett., tanto
grande mu. 80, 8.
Studj liguri. § 2, Lessico. 79
taragnà rp 5, 40, od. tana ragnatela.
taschera, de cor, tasca o bisaccia, di cuojo, mu. 33 v.
tegnir ritenere, ricordare mu. 77, 30. 31, cfr. less. e XII 436; se tegiiam
si mantengono 71, 20; demente che lo d'i tem dura rp 3, 253.
teììiperalitai , de lo giorno, mu. 40, 6: ciò che distingue il tempo? Si
parla del sole e della luna.
teresto, paregso t.^ mu. 39, 39; 42, 4; 44, 5,
terra tremora terremoto mu. 174 v, 250 r, 256 r; cfr. VII 552.
tessniera mu. 53, 27, frc.
Tomao div. 1474, 1476, ant. ven. Tornado ecc., III 283, dven. 113, 115,
116, ecc.
tondir mu. 69, 34: girar a tondo?
tonel mu. 60, 20, frc. tonneau. È plurale e si attenderebbe quindi tonelli\
anzi è forse da scrivere così.
tonnina rp 9, 111; cfr. Ib. 1685.
tornar girare mu. 59, 19, rivolgersi 82, 9, cfr. lap. xxviii, Iver. 101;
tornar a niente 79, 28, t. in pizen don ridursi a, rp 3, 100; cfr, Ipid. 202.
torno, la balestra de lo t. balestra a tornio, rp 9, 360.
tragr trahir ps 29, 4, ecc., traitor 28, 12, traimento 28,26; 30, 4, cfr. bars. ;
traissom mu. 51, 34, cfr. traigQom XII 437, XIV 216, che è diverso da
traizoìn, cioè trais'un 57, 13; 59, 6, frc. trahison, che si riflette pure nel
traison di ug. 207 e forse nel traixon di besc. 1208.
trayto, d'una prea, ps 31, 3.
tramiso Ig. 1, 17 (lap. I trasmisso) ; 8, 22 = lap. xviii 22; cfr. gst. Vili 424,
tramisi dven. 132, e il sost. tramesso involto, piego, dm.
travaiamento tormento mu. 39, 36, con travaiar rp 7, 44; 8, 283. 391 : ora
travaga vale soltanto 'lavorare'. In rp 8, 283, per mar o vento travaiao, il
senso dell'ultimo vocabolo è incerto; forse: mosso, agitato, tempestoso.
tregua rp 1, 75; in div. 1470, 1479, treuga treugua.
trencar troncare mu. 64, 43; cfr. less. e XII 438.
trexenda vicolo a uso di latrina rp 9, 295; cfr. § 1, p. 16, inoltre sch. 207,
Ib. 1418. Anche in pm. noy somo pover e trexenda, ove pare significhi
'fango' 'lordura'.
tribù: de lo menor tr. mu. 30 r, sovre li ir. 31 r; maschile come in Dante.
È femminile XII 438.
troa troja mu. 84, 2, od. iroa,
Troyam imperaor mu. 222 v, l'imperatore Trajano. Antica confusione con
'Troja', nota già dal CIL. XIV 3626.
tropo: lo gram tropo folla, moltitudine, mu. 120r; cfr. XII 438, XIV 216,
Bull. d. Soc. dant. III 115 sg., zst. XXII 212 sgg..
80 Parodi,
trossno mu. 56, 20, frc.
trovar: le canzon chi son trovae rp 7, 190.
troveura tr. 6, nm. 90.
Ulto: tuta mutaclom ogni, mu. 88, 7.
uverno rp 5, 2, mu. 56, 36, vivo ancora nel secolo scorso; cfr. less. s.
ioerno.
iixele stoviglie: lavarixe de le soe ux. mu. 29 r, *t{sitelle, cfr. oseegle
XII 418.
vacheta barchetta mu. 165 r, due volte. Che cosa sarà?
vanarse vantarsi rp 9, 185; cfr. gst. Vili 424, e il provenz.; pel senso 'va-
neggiare' BuUett. d. Soc. dant. Ili 139 sg.
vanuir: vanuisseni mu. 70, 33, frc.
vardar ps 34, 19; cfr. mon , pat., best. 494, lap. p. 35, oggi avardàse.
varsiia valore mu. 64, 38.
vassalo sottoposto, gregario mu. 46, 5; è noto anche da Dante.
vasselo vasello mu. 22 v, 144 r, vassele 18 v, 1. vai-, e cfr. l'od. vaselcea
piattaja; inoltre XII 438, bars.
vedeir mu. 96, 21, unico es. Il vezer di rp 8, 197 sarà da correggere re-
zer, cfr. ri 49, 47.
veelo vitello mu. 25 r, 25 v, cfr. vedelo cat. 25 r 5, ecc.; oggi solo vitelli.
vegnir avvenire mu. 80,57; cfr. ug. 105, 1646, best. 494; notevole la frase
tar or vem rp 3, 289. 309; 8, 4, cfr. ri 53, 128, ecc. Nell'ani tose, venire
ebbe pure questo significato e inoltre quello di ' divenire', che troviamo
cat. e gst. XV 271. Par valga 'convenire' in ri 53, 138, e 'n tar casa gi
ven intrar, e 36, 54. Vedi qui devenir.
vegnua, de, al sopraggiungere improvvisamente, de- 15.
veira rp 9, 277, veria 7, 94; 9, 302, velia 9, 336, vigilia, veglia, nm. 23;
1. veiria, vivo per es. a Sampierdarena, ve'ja. Si può confrontare XII 439,
ov' è già ricordato l'ant. tose, vilia.
venia: cutn grande lagreìne e venie mu. 117v, cento venie fa ogni iorno
181 V, preghiere, atti di adorazione; cfr. XII 438. E così nell'ant. toscano,
per es. : il presto Giovanni si fece invenia a quello ramelino lo adorò, in
un mss. riccard., e nel Fioravante ed. dal Rajna, 366. Difficilmente può aver
relazione con questo vocabolo l'oscuro uiniae rp 6, 169.
ventar far vento mu. 61, 26; cfr. inventao battuto dai venti ri 36, 30 e
qui s. devear^ in n. Anche desventar toglier forza al vento ri 36, 53.
ventre, femm. rp 9, 300; lap. xvi 48.
veoa vedova mu. 91 r, come in mon.; di solito il notarile e chiesastico
vidua, che solo vive, cfr. XII 439, XIV 216.
veritevel verace ps 35, 25; cfr. mon. A 17.
Studj liguri. § 2. Lessico. 81
vernengo : camere verìienghe mu. 1 77 v, cfr. invernengo sei. 40.
verssar volgersi rau. 82, 10.
vexenda: andar per soe vexende faccende mu. 10.5 v; cfr., pel senso di
'faccenda', affare, fatto, XII 439, pnf. 298, 730, zts. XVII 496, pv. 91, e, pel
vb., mu. 65, 50, less. 329, ov'è già Tod. ihve:ehdd-se anfanare, perder la
testa, confondersi per poco o per molto da fare, inoltre 'incapriccirsi di uno
0 di una', iiivezehdu chiasso, viavai, ecc. Notevole Asc, VII 409 n. Ricorderò
come più vicini al primitivo senso di 'vicenda', db. 96, mtt. 34 'vece', mon.
G 230 'ventura' e A 107 'volta'; render visenda ex. 763 contraccambiare.
vexim concittadino mu. 68, 22, e cosi nell'ant. it. e nello sp. Cfr. Sal-
vioni, Elem. volgare.
vezao: era homo v. e marizioso furbo mu. 52 r; cfr. vegad -do pat., cai,
bars. ; nialvegao sei. 44, cfr. fio. 35, 15; veqaamentre pnf. 666, cfr. brend.
88, ecc.; ve:;oMS cavass. Nelle Laudi Cortonesi (ed. Mazzoni) xl 17 sg.: (S. An-
tonio) volse basseQa-h'enveqa De salir a grand" altare: che fa capaci?
viazo viasso rp 2, 33, mu. 59, 19; 73, 12, cfr. viazamenti less., sei. 75,
bars., ecc.; vivaciamente best. engub. 7, voc. In ug. viaco è avverbio.
victualia de' 8 ; cfr. XII 439.
viniae, v. venia,
violar -Uar suonar la viola, o suonare in genere mu. 56, 28; 80, 6.
virar mu. 56, 26; 87, 5.
virom mu. 83, 3, frc.
vivo: so e viva raxom mu. 85, 36; cfr. kath. 726.
volentay -rentay mu. 39, 39, tr. 4; vorenfoso, evegnimenti vorentoxi liberi
mu. 95, 20.
vollento volante nm. 77 n.
vomer vomitare rp 6, 15. É l'infinito desiderato less. 403.
vota giro, cammino rp 9, 250.
vozer-se mu. 79, 23. 38; 80, 29. 37.
vreao vetro mu. 144 r, § 1 p. 21 e qui nm. 15; cfr. ver mon., venez.
vero, ecc. Oggi solo vedru.
vulpao v. involupar,
xentar sparire, cfr. less. e mrgh. s. desentar; l'etimo è indicato mrt. 347 sg.
xonco fionco rp 8, 100. 382, vivo.
xorver'? sorbire rp 7, 123, nm. 35.
zahi rp 3, 320, I. zhai ossia cai; zho 3, 324, 1. zhao ossia cchc; cfr. less.
s. piao, ove però non è ben chiarito lo svolgimento fonetico, v. nm. 31.
ze andò, ecc., nm. 68^ 21: mar gè zesti male facesti rp 9, 48, mar gè
ze ri 53, 133 ; cfr. bars., ecc.
zema gemma mu. 64, 27, favilla rp 9, 6, che è oggi s'hna, per incrocia-
Archivio glottol. ital., XV. 6
82 Parodi, Studj liguri. § 2. Lessico.
mento con s'emi (cfr. ri 16, 143) od. s'unì gemere, che ora dicesi solo del
fuoco che cova e tratto tratto manda qualche favilla, e di chi stia tutto rin-
cantucciato e inerte, soffrendo o il freddo o la miseria o simili.
zennerento brutto di cenere rp 9, 105.
zer gelo mu. 60, 11.
zerberio Cerbero mu. 80, 18.
zervelao cervellato rp 9, 98; cfr. gst. Vili 418, md. 13, 198 e l'od. mi-
lanese.
zexia nm. 25; zexian frequentator di chiese rp 6, 130, v. nm. 25.
zictar zitar gettare ps 27, 9; 35, 6, ecc., zitao cacciato fuori 42, 2, nm. 44*^.
L'od. s'itòio vale 'gettato in bronzo' o simile, ma comunemente 'calzante',
Sfatto a pennello'.
zinzania dc^ 30, cfr. dm. e l'ant. tose; vive, s'ins'ahnia.
zirar-se mu. 41, 32; oggi solo gjd-se.
zoar rp 8, 141.
zogar-se burlarsi di, opp. scherzare, mu. 79, 35.
zoiaì Solo il plur. zoj nm. 48; cfr. pat. 433, 467, ov' è maschile, cavass.
zonzer congiungere mu. 60, 45; 77, 37; zonzimento 88, 14. Cfr. XII 440.
Pel senso 'raggiungere', v. s. zupreisse.
zota vergata mu. 74 v, azotar 74 r, cfr. less. e XIV 389.
zovo^ oltra :., dc^ 24. Si dice ora ihs 'l s'uvi sul monte presso Busalla,
il cui nome fu italianizzato in monte Giove.
zuma, 1. zhuma piuma rp 3, 104, od. ciima (ti breve).
zupreisse: quando unna persomia voi andar per zonzer aoiri, ■Je tra
monta fia lo z. e la gonella mu. 181 r; con zupo zuparel Ib. 390, zuparelo
pv. 53, Qopa Campanini, Un atrovare, ecc., 46, zipun btr. 122, ecc.
[Continua.]
IL DIALETTO DI CERIGNOLA*.
N. ZINGARELLI.
Vocali toniche.
A. — 1 . Fuor di posizione, o diventato finale, ha il suono incerto
di à, tra i contadini n (a Foggia a^, a Canosa e, e attraverso la Pu-
ijlia va per una scala infinita sino quasi a perdere l'elemento a\ cfr.
F. NiTTi Di Vito, Il dial. di Bari, 1 n., ma non mai del tutto): Re-
gnate, caretàie, nate nuoto, vb. ; -are: parici', pegglijd', acchjà' ad-
flare; imperativi: vci, fa; -avit; truà; particole: ddd, equa, cfr.
guci, guaio, *gua\ — Assai notevole l'efi'etto àeìVi finale nella 2.'' sing.
dell' impft. che risponde con ie all' a delle altre persone : candieve,
purtieve, dove è principalmente da vedere il Parodi, Arch. XIII 300 sg.
— La risposta d" allegro' qui è allereghe. — 2. Rimane intatto per
effetto di qualsiasi posizione: agghje, aliu e habeo; pegghjarsc pi-
* Gerignola è al confine meridionale della Capitanata, divisa per l'O-
fanto dalla Basilicata e dalla Terra di Bari. Del suo dialetto non v'è nes-
suna antica scrittura; e tutto il suo bagaglio, diciamo cosi, letterario ridu-
-cesi ad una cantilena composta e pubblicata da Don Luigi Conte nel
Dizionario delle Due Sicilie- al saggio pubblicato nel Paranti, I parlari
d'Italia in Certaldo, da Don Luigi Morra ; ad alcune novelline popolari
nel voi. II delFArchivio del Pitré, e finalmente ad un piccolo saggio di
versione del e. I, 1-27, della Commedia nel numero unico Ofanto Casamic-
ciola, riprodotto nel Capitan Fracassa del 1883, settembre. Le citazioni di
parole di questo dialetto, fatte dall'AscoLi e dal Meyer-Lùbke, sono attinte
al saggio del Papanti. — Quando in questo scritto si parlerà di favella
dei contadini, che differisce spesso dal parlare comune e meno rozzo,
s'intenderà della gente di campagna, i cosiddetti cafoni: ma questi tuttavia
abitano in città, e un vero contado non esiste. Un'altra varietà dialettale
sta in quel linguaggio affettato, semicolto e semidialettale, del ceto si-
gnorile; ma non ha nessun valore per la conoscenza del dialetto, seb-
bene qualche volta possa servirci quasi di spia.
Noto ancora che mi permetto di valermi largamente della solita venia,
mantenendo l'ortografia italiana ca chi ecc., ga giù ecc., trascurando cioè
le giuste trascrizioni ha hi ya ()i ecc.
84 Zin garelli,
gliarsi, statte statti. — Anche qui marche marchio, come nel leccese
e neir.alatrino, Arch. X 168, cfr. Ascoli II 198'. — Qui è notevole
alle, che ha un plur. msc. ilte, e il fem. sing. e pi. pile (cfr. nm. 5) ;
dove è singolare il riscontro con l'esito nell'Onsernone e nel Verba-
nese, Salvioni, Arch. IX 196-. — 3. -ario -aria: I. azzàre acciajo,
cedddre e ella ri u, scarpdre, pcire, eennaVe januariu, calldre cal-
daria, pagghjdre pagliajo, e fem. stanza per la paglia, pandre pa-
nariu. Isolato aire aja. — II. cucchjiere, varviere barbiere, cande-
niere; carvuniere, fr. charbonnier, vecciere, beccajo, boucher, Arch. IV
403 (cfr. nella Cronica del Villani, IV 4: « buccieri ovvero merca-
tante di bestie » detto di Ugo Magno), fumiere, afr. femier, mod.
fumier. — E come nella formola e ... a del n. 8 (cfr. n, 20), si hanno
le forme candennre, saitteire feritoja, ramn're lamiera, ecc., tutti femi-
nili. — Cfr. ScHNEEGANS, Sicil. dial, 14 sgg., e le fonti successive.
E lungo, I breve. — Data la base parossitona, abbiamo n, tra i
contadini ai, nelle formolo è ... a, e ... e, ì. . . a, ì ... e; e all'incon-
tro la combinazione torbida "/, che possiamo trascrivere gi, nelle
tormole e...u, e ... i, ì . . . u, t . . .i; avvertendo che Vg è poco sen-
sibile (in Andria però è spiccato). Data la base sdrucciola o in po-
sizione, i due suoni originarj si riflettono rispettivamente per e ed i,
che non sono tuttavia esenti da un lieve turbamento. — 4. Esempj
nel parossitono, dato -a od -e; per l'è: sHre, gastnme bestemmia,
reine rena, greile creta; parale, masc. ; ineise, Traneise, Mulnse, di
Mola di Bari, 'ndurn^ise 'un tornese'; tnse, app2ise ptp.; chjeine; per
Vi: sdreighe, strega, ^mmeice in vece, fnte fide, peipe piper, cur-
reice corrigia, neive'^, peire. Dato -u od -i', per 1' é: Canngite n. loc,
pargite 'p\.,menelgile mandorleto, levgite olivete, sgive sébu, piQise, Roite
aceto, Struppgite n. loc. 'sterpeto'; mgise, Trangise, terngise turonen-
ses denari, appgise.^ chjgine,prgise specie di vaso, 7'pmc reni; per l'^:
pgile, sigile stelo della zappa, ^nzgine in seno, reìigive ricevo (mjme
meno, è letterario; le voci popolari sono cchjù pikke, man§e). — 5.
* Un caso 'sui generis' è nel doppio riflesso di magistru (cfr. it. ma-
stro e maestro) : maste e meste, la seconda delle quali forme s'applica al
feminile.
^ E invece illusorio rincontro con un esempio di Frano, da Barberino,
Reggim. e Costumi di donne, ediz. romana del 1815, pag. 115: su 'eltitu-
dine. Senza dire dell'atonia, l'ediz. del Baudi di Yesme legge meglio : sciel-
titudine elettezza.
3 Cfr. ait. neva.
Il dialetto di Cerignola. 85
Esempj nel proparossitono o in posizione, dato -a od -e; per l'è:
sfmejie, rez:ie retia, ntr. pi. passato a fem. sing. e pi.; stedde stella,
venneTie vendemmia, pdete pedita; per VI: vei-de, edde illa, pec?£^f-
tre puledra, vezze vicia, ferme, t^nde, mregJie nigra, muddeske
molle fem., zeppere cippus con formazione di plur. neutro, senge
signa, P'^sce, cpcere, ernie cenere, granirne, lengue, vere§e virga,
c^gghje fem. pi. cilia, destere dita (ma è invariato in famigghje,
striggghje, cuchigglije xoy/uXtov, tutti fem. [non così in certi dialetti
del barese], e anche qui: mencie àauvòaXv)). — Dato -o od -i; per
Ve: tridece, pilete; titte; per VI: virdc pi., idde ili e, pedditre Ardi. I
18 n, firme, menutidde piccolo, linde, nireve nigru, cicene vaso per
acqua di forma speciale, xuxvo?, tose, cecero, cecino, ìnuddisM, vat-
liseme battesimo, sin^e signu, zippere cippu col passaggio al sing.
masc. della desinenza di ntr. pi., pinele pillola masc. , fatlizze fac-
ticiu, sicchje secchio, pisce pi., cicere ceci, guidegue vedovo, dista
digitu, f ridde (fem. fredde), spisse, capidde, nasidde. — 6. L'-o
della 1^ pers. sng. (ma non l'-o epitetico della 3^ pi.) ha sempre
lo stesso effetto dell' -a e dell' -e (cfr. Arch. IV 124, ecc.); sicché son
pareggiate 1* e 3* sing,, mentre qì rimane alla 2* sing. Seguono ora
gli esempj per è e per ì: creite credo -e [cretene credono] ergile credi;
peise 1* e 3% pgise 2*; vdle 1* e 3% voile 2% di 'vedere'; venne ven-
nene vinne; chjeike chjgike, di 'piegare'; veive vgive, di 'bere', 'inette
mille; enghje inghje da implere; senghe singlie da s ignare nel
senso di incidere, tmge tinge. — 7. L'-ére d'infinito: vedeje teneje;
■cfr. gl'inf. in -are al n. 1, e quelli in -ire al n. 11. — Di e in posiz.:
■crise cresci, ali. a crese cresene, cresce crescono; stedde.
E breve. — 8. Nelle formole è...u, é...i, s'ha il dittongo ie,
col secondo eleménto alquanto velato f siere, miere, diece, ajiere ad
héri, piele piedi. Nelle formole è . . . a, e . . . o lai, e . . . e, s'ha il dit-
tongo ei: feile, m<dle, peite piede, [jggeile è semiletterario]; e s'ha
cosi la distinzione tiene tieni, di contro a teine tiene. — 9. -eu ed
-eo si confondono: ddgic, mgic', gic ego. — 10. In posizione e nello
sdrucciolo, l'esito normale di é...u, è...i, è ancora ie: tierne te-
nero, vierne hibernu, viende vento, liette, ecc. Cosi nei plurali:
meecMe, vierme, prievete, cielze gelsi, pezziende strumiende turmiende.
Normale invece Ve, date le finali -a -e: f meste, presse, cervedde,
peeure, vecchie, mezze ; pedde, -ìnmde -mente. Normali perciò anche
i singolari come verme pezzende ecc.; ma analogici, come in antitesi
del plurale: vecchje vecchio, prevete strumende ecc. Normali nella
€onjugazione le 2J' singol.: spienne pierde miedeke, allato alle 1.^ sng.
e 3.'^ pi. : spenne spennene, perde perdene, medeke medekene.
86 Zingarelli,
I lungo. — 11. Nel parossitono: vaine, f dolce, spgikc spica; anche
qui il solito czìYiecc. pi. cimece. Ma in posizione e nello sdrucciolo:
figghje, facidde favilla, stidde , spingule splcula Ascoli IV 141 n.,
[vinde venti], libbre libro '^ ma fekete (o fighe cfr. bar. f^ddeke). Per
la conjugaz. ci limiteremo a dnihg dicene', roire rirene, ridere. — In
loXo : statgie estate *aestativa, ^('ss^/e 1 i x iv i a, se^pr9?e, vossigno-
ria; maroie morire, e così tutti gli infiniti in -ire, cfr. n. 7.
0 lungo, U brève. — Nel parossitono, s'ha ou, tra i contadini
au, date le formolo ó . . . a, 6 ... e, u . . . a, a ... e; e s'ha all'incon-
tro ù, date le formolo 0 . . .u, 0 . . . i, a . . . u, u . . . 2. Nello sdrucciolo
e in posizione latina o romanza, s'ha rispettivamente: Q , u; il se-
condo un po' turbato. — 12. Esempj di 0 nel parossitono, dato -a od
-e: croune, seroufe, zouke soga, coide coda, soide sola e sole, pe-
louse, patroune padrona, sculaloure, e così sempre per -orla; lioune
leone; canzoune fioure, e così sempre per -one, -ore, pelmoune tive-j-
[Awv; vouce. Di u: Canouse Canusia (accanto a Canusium), Venouse
Venusia, crouce, nouce, loupe 'ordigno per arroncigliarè qualche
cosa in una profondità' e 'fame da lupo', loute fem. , plur. ntr. di
lutum, soupe supra. — Esempj di o nel parossitono, dato -ìi od
-/: sùle, pelùse, patrùne, maccatùre mouchoir, pesature 'pigiatojo'
pestello, /Motóre fulcitoriu tappo, e così tutti i nomi in -orio; inol-
tre nùte nodo, cfr. lo spagn. ; i plur. liùne /iure pelmùne vùce ecc.
Pure alcuni feminili, in cui veramente saremmo ad o ... e, hanno ù al
plur.: scrùfe, zùhe, crune. Di ir. lupe, erme pi., nwce pi., tume come
il leccese da .3-uaov, cfr. spagn. tomillo. — 13. Esempj per ò, nello
sdrucciolo od in posizione, dato -a ed -e: attobre, soreke *sorica,
ait. sorico sorco, sorge sorice, ketoTie pi. fem., cydonia. Per a:
One unghia, grotte, volpe, vohke buco a, tombe, cohe ntr. pi., cuneu,
gQvete ntr. pi., e ubi tu, santodde santocchia, fQrke nel senso di utensile
a forca, cenocchjere ntr. pi. , ginocchia, polpe, stoppe, corte e urta,
zavorre, pozzere ntr. pi., pozzi, doppeje dupla, dolce, pomece, ggìQ-
vene, otre, kekombre cucumere, polve, torre. Fanno eccezione fùrhc
nel senso di patibolo, forse voce giudiziaria, u7ie pi. (l'esempio di un-
gili in Nannucci, Teoria dei nomi 238, non è certo), grùtle, per cui
parecchi esempj classici di grotti in Nannucci ib. 259 e 753; cugghje
fem. culeu. — Esempj per 6, dato -u od -i: surge pi. msc, ketune
id. , urdene ordines nel senso di 'filari', seruppc, chjuppe pioppo,
jùse de orsù, ma sost. nel senso di abitazione sotto il livello della
strada. Per u: farne, curie trottola, numbre numero, aiìste agosto,
ruzze rozzo *rudiu, lurde, cuTie cunou, puzze puteu, santudde.
Il dialetto di Cerignola. 87
cenucchje, segghjuzze, chjwmne piombo, duj)peje, pulze polso, ztdfe
solfo, sulke sul cu, dulce, vulpe, gyuvene^ guvete, fenuccltje, tnrre (n.
loc, : i Tturre Le Torri), curte. Eccezione è fenocchje; mostra fase ter-,
ziaria ^werne djurnu, cfr. campobassano. — 14. Nella conjugaz,: ad-
doitre odori, addorene odorano, caldure odora [così pure dovrebbe es-
sere 'yx'zoure, 'nzùre *inuxorare, ma più spesso si sente sempre
'nzùre\\ coste cQslene caste, di 'costare'; accQcchje accucchje di 'accop-
piare'; corre correrie curre\ rombe rombene rumbe '^ fotte fottene fuitei
notte Ttottene nutte di 'inghiottire'; assonnine assomene asswnme; al-
terazione terziaria in vre§o7ie, vre^onene vre^uene. — 15. Notevole
nonne no, enfatico, accanto a no, non proclitici ; d'altronde in sili, aperta
vùe nùe, vos nos; e cosi tue, sue, ma regolarm. tee soe tua sua.
0 breve. — 16. Dà il dittongo ne nelle formole ò...u, ó...i:
bbuene, fuekc, suele, vueve bovi, e anche muede modu, come in ispagn.
ant., DiEz P 162, però solo nella frase tratta' muede o miiedde, cercar
modo. Ma all'incontro ou, dato 1' -« od -e: bboune, foure, route, scoide,
solere '^sora (e in questa analogia, come di solito: noure nuora),
soule sol[e]a, vouve bove, nouve nove, cuce ho di e, coi quali va
anche oume h emine. Invariato, come in napol., è coure. Nella co-
njugaz., la 1.^ e 3.* sing., e S."* pi. danno ou, o, la 2.^ uè: couce, co-
cene, cucce; tnouve, movene, mueve. — 17. Pur qui si tratta -éolus
-éòla come se fosse -eólus -a, cfr. IV 131; perciò: caggoule ca-
ve ola, scaroide^', s'eccettua fasoide, ma fasùle pi., renartele polve-
rino, acquarùle venditore ambulante di acqua. — 1 8. In posizione e
nello sdrucciolo si ha di regola o, dato o . . . «, o ... e : soreme '*so-
rania, lemosene, corle collera, monche^ fQ^^tC) sing. e pi. fem. Da
6 . . .u, ó . . .1, costantemente ne : cuefene 'tnuenece garueffele fuerte,
tutti plurali; uerze ovzo, uerte, gruesse, suezze sociu, compagno,
uguale, cuente computu, ìnucrtc, vuemmekc vomito, scazzueppele
ragazzetto, ngr. *c7/avT(707rouXo;, Morosi XII 84, numide molle *mollo
D'Ovidio, IV 154, uemene. Ma lasciando i semiletterarj popele, stg-
'inehe, non sMia il dittongo nei sing. masc. garoffele garofano, cofene,
moneke, cfr. Schneegans, Zeitschr. XXI 431. — Si osservino ora le
seguenti coppie, col regolare avvicendamento: luenge longe, truenele
tonitru e tronele ntr. pi. divenuto fem., uecchje occhjere, uesse os-
sere, cuerne come, fuegghje foglio, fogghje erbe da minestra, gghjuem-
bre gghJQtnbre, gì o mera; coi quali va pur cuedde collo, il cui plur.
originario è passato a un fem. sing. in codde 'peso di grano che tra--
' scariola indivia.
88 ZingarelU,
sporta a spalla un facchino = 2 tomoli napoletani', onde si conferma
l'etimo di collo, balla, da coUum, e non dall'inglese coil. Anche qui
il curioso riflesso di socer e socera [socra): serue§e e serouge,
come il nap. smere, socre, il barese sroke sreke, Nitti di Vito, 9. —
Nella conjugaz.: porte portene, piierte, e cosi volene: né lo Schnee-
GANS, 1. e, si sarebbe dovuto meravigliare del volene e eocene barese,
senza dittongo, poiché le basi volunt coquunt riescono illusorie.
Porremo definitivamente qui come da *nòmen-: ngmene nomenene
nuemene, cfr. De Lollis XII 16.
U lungo. — 19. È costantemente ù'. nùie nudo, sùke, ^nature,
nùvele, -ùte -utu; e non occorrono altri esempj. S'aggiunge qui pure:
cruste zolla -e, ^crùsta, Curtius, Grundziige ^156. Ma in poche
voci sdrucciole appare come fosse it : bboffele fem. pi. accanto a
bhufele bufalo; il solito l^Qdeee pulice, cfr. il molisano e l'abruzz.
(Pinamore); e i -^ìuv. i:>ertosele, pertonse, allato a pertùse, pertugio, ma
difterendo anche nel significato.
AE. — 20. In tutto come e. Notiamo secondo quei numeri: itreine
praegna[ns] f. , priene m. , grieke, il vino greco, ciele, /iene', nella
conjugaz.: cdke ciche cehene', \^amhreste amhrestene, ambrieste, da
'prestare']. Son letterarj : greike il Greco, Griece Greci; cui uni-
remo peine poena. — Il solito scaravdóe, Ascoli X 8 sg.
AU. — 21. Mantengono il dittongo: laure, rauke lettor., caule.
Panie, che si chiudono anche in coule, Poule, e il plebeo gauóe gau diu.
Si risolve, come o, in couse, in tresùre pi., che però ha il sing. tre-
soure', toure toro, non varia. Nello sdrucciolo; povere, che non varia.
Nella conjugaz. : goute golene, gùte, godo ecc.
Vocali atone.
A. — 22. In protonica. Oltre ai soliti casi di aferesi, comuni all'ital.,
e per lo più ai dialetti di Bari e di Taranto (cfr. De Noto, App. di
fonetica del dial. di Taranto, 18): vetacule abitaculu nel senso di
coabitante, rate aratro, lioite aceto, crrve acerbo ; bbeloinc, abitino della
Vergine, scapolare, divenuto fem. per fusione dell'a- con l'articolo. Dif-
ferente il caso di la ''nzoTie, axungia. In o per contatto labiale:
Mombredoneje Manfredonia, bommoine bambino. In ti: susfasioime;
culoine stagno , cfr. il tose, catino, che ha pure questo significato. —
23. In postonica. Interno e finale sempre e; con sincope successiva in
sorme '* sòra'ina, 'inegglijprme , fegurde', ma vedasi il n. 109.
E. — 24. Di regola e, in qualsiasi positura, salvo i casi che se-
guono. — 25. Protonico. Per l'aferesi, son già noti: rmrc, ait. reda.
Il dialetto di Corignola. 89
remoite romito , sattc esatto , con l' astratto sattQìc nella frase male
sattgie fallo, intteme. In a, oltre gli esempj comuni al toscano (e
ricorderò anche i plebei abreo, arrore, dal/Ino, sagreto, del Redi,
Annot. al Bacco, ediz. diam. Barbera, p. 291), o al barese (Abbate-
sciANNi, NiTTi Di Vito): shjannoure splendore, inalate, staccate; lunga
la serie di ar da er: quareilc, taraTioule allodola 'terragnola', ma-
range n. 72, jìapariedde papero, marcan'zgie, carmusgine cremisina,
sargende, sarcizzeje, óelardte scellerato, hattargic, fandargie, carlia-
rdte, A influenza analogica della 1.* conjug. saranno dovuti i condi-
zionali e futuri dei verbi in -ere: fakarrd' ecc., cfr. nm. 27. — In u
innanzi a labiale: duvHre luàle levato, sduvacà' '^exdevacare, du-
mdne, dumanne domanda, rumangie rimanere, irumpgine temperino,
summmde, sementa, rushegghjd' risvegliare. — 26. Nell'iato: crejdte,
spagn. criado, {ì'cjdle regalo], vejdte beato; e cfr. n. 28.
I. — 27. Protonico. Di regola e: bbetgine v. nm. 22, peTidte, les-
sgie, renale, i proclitici ve, se. Notevole arrengà' (Diez less. s. rang)
'mettere in fila', accanto ad a rringc 'in fila, un dopo l'altro', e
quindi 'senza scelta'; cfr. Villani, Cron. Vili 5G: «E cosi ai'ingati
a uno a uno » (il Vocabolario registra la voce in questo senso sotto
arringare concionare!). L'aferesi in tutti i composti con in: 'mmideje,
'mmgite invito e mmgite invita, ecc.; 'nde intus proclitico. Ettlissi in
f amare crivello, naske nari (^Morosi, IV 140). — In « innanzi a liquida :
maravigghjc , salvagge, sanapisìue, sanggine gengiva, varoide viri a
ghiera, anghjùte implétu, anghj and' n.'òl, ammarrd' n. 100. Circa i
tipi di futuro e condizion. : sendarrà' sendarrgie, cfr. il nm. 25. — In te
innanzi a labiale : rtòii<yem', abbuvye ^avvivescere risuscitare, addii-
vena indovinare (cfr. ait. addivinare) ; finalmente l'incerto buccJy'ere ^.
— Sincope in sdrupà' 'dirupare', scaricare, gettar giù, addossare ad
altri. — 28. Postonico, in e. Ettlissi in spirde spirito, Min§e Dome-
nico, In iato: vìzzeje, Ggllcjc Egidio, sp. Gfil; e metteremo qui anche
zejclne zio.
0. — 29. Protonico. Di regola u: parta', murgie morire, cumbdre
compare, turmicnde, uppeld oppilare, Lunarde, purtegalle arancia, ecc.
E a per o iniziale, negli esempj comuni ai dialetti meridionali: aguanne,
hoc anno, addoure, acchjdle, anoure onore, canate cognato, canu-
scznze, arlQceje, affmne offendere ; aMgile occidere. In e per ragioni
non facili a discernere: premmedoule pomodoro, mezzoune mozzi-
* In timihane tym pania fondo, coperchio, zumbungie syinphonia, Vu
può essere di antica ragione; cfr. Asc. XIV 346 s».
90 Zin garelli,
cone, kenQcchje, 'pelgite, che con, calzeniette mutande, [Ggeseppe]^ gnerno
'signor no', chennulte condotto, 'canale, tubo'. Aferesi: Igive oliva,
levnte accanto a levoite, oliveto, razzejoune orazione, 'fficeje, vanngine
avannotto. Ettlissi Analmente in cromie, saprgitc, fresiiere. — 30. Po-
stonico. Sempre e, interno, e all'uscita. In iato: Ggiuanne, pulite.
U. — 31. Protonico. Di regola intatto: affunnà', fannàte valle, vul-
pgine nerbo, durate; e le proclitiche u lo, mi un, 'stu. Mutasi in e o
in rt limitatamente, per ragioni di assimilazione e dissimilazione: mac~
catùre ^miicatorìu fazzoletto, kecozze, veccoicne boccone, felicene
fuliggine, setterra sotterrare. Frequente l'aferesi a causa della fusione
con l'articolo: 'nguiende, ^nggine uncino, neforme, renale. Pur qmved-
dgike bellico. Sincope in 'nzurd', crejùse. — 32. Postonico , appari-
sce intatto, quando non è eliso : mascule, spicide, spingule spillo, na-
vicide, acure aghi.
AE. — 33. Costantemente e : demoneje ecc. Aferesi : Mileje Emilio, sta.-
tgie estate, riiz'ze aerugine. AU. — 34. In a: aciedde '^ aucelluy
e con aferesi, provocata dall'articolo, il lem. ciedde; arecchje e rec-
chje, aùreje augurio, arefece, [aùste], abbracùte obraucatu (-utu),.
adznzeje udienza. — In u: Lurgite, repusdte.
Consonanti continue.
J. — 35. Iniziale. Di regola e: cneJ<e, òettd' iactare. Sonde
giunta., cii7nìnende giumenta, cenndre, égie '^ j ir e, diente juvencu, cu-
vedgie giovedì. In songe j unge re, songe juncu, vi è dissimilazione.
— 36. Pure gff-: G'g acume, Ggelgrme, Ggesù, gga; e questo ri-
flesso si preferisce sempre più , laddove fra i contadini è più fre-
quente e. Intatto parrebbe in jazze, aitai, giaccio, covo della lepre,
onde il vb. agghjazzd' accucciare, appiattarsi. — 37. Mediano, e : 2^eice
pejor, decàne digiuno, inaónse maggese, maódi maggesare; ma all'in-
contro: raagge, il mese, e magge major. Semiletterario Cajcite Gaeta.
38. DJ, GJ, comunemente in ó: curnn.te, rdòe raggio della ruota ^
curreice, ouòe ho die, sartacene ^wcidi^ìne, mecunkele vaso per acqua,
*modiunculic, gauce gaudiu. E ó in trainouce tramoggia. I soliti
■inuzze vciOT.zo,'tnezzoHne mozzicone, ma miezze^ ruz'ze rozzo, e cfr. n. 33.
RDJ: uerge hordeu; NDJ: vreggTie verecundia. Epentesi nei serai-
letterarj ^mmideje, meserecgrd'je, dejeite ot'atxx, propriam. 'digiuno'. —
39. VJ, BJ, sèmpre in gg : caggoide gabbia, ragge rabie, Uegge ''He-
vio, Iggge^ cfr. Meyer-Lubke I 420. — MBJ : cangd', scanljd'. Sin-
golare il doppio esito aggc. agghje habeo. — 40. LJ, LLJ , sem-
11 dialetto di Cerignola. 91
l)ve gghj: figghjc, C2gghje cilia, Pugghje, agghje, cugghje , stag-
ghle estaglio, ragghje, igghje ili a, anche 'fianchi', magghje, fogghje,
spogglìje, megghje; e canigghjc crusca, cfr, Xlll AQQ, scunnigghje na-
scondiglio, cfr. XIII 411. — 41. RJ. Di -ario, v. n. 3; di -orio,
n. 12; e aggiungasi varoule, padella bucherellata. Ma sumarre sum-
m arili, avoleje avorio, comune all'aitai, e ad altri dialetti. — 42.
SJ. In tutti gli esempj certi, sempre s: vdse basiu, case, fasoule^
sfasuldte 'squattrinato', perltcse, Veldse Biagio, cenoise cinisia; e
il naetatetico casemuloine sottovesta * camisiolino; poi (NSJ): am-
masuncitc appollajato, ciisoie cucire, pesa' pigiare, pestare, onde pe-
sature (non '^pistatorium come vuole il De Noto, 37). — Semi-
letterarj : accassejounc, passejoune; cui s'aggiungano ruódte rugiada,
hbiiógie bugia. — 43. MJ, NJ, sempre To'. siTie si mia, venneTie e l'a-
nalogico metone mietitura; greTie covone, ere mi a, cfr. B. Campa-
nelli, Fonetica del dial. reatino, 142; peTioune massa di spighe a
forma di pigna, ecc. Semiletterario (chiesastico) è precimeje p rac-
co ni a, pubblicazioni di matrimonio. Cfr. straneje strano extraneu.
— 44. CJ, quasi sempre in zz : fazze, stazze, fattizze, suezze, vezze,
vrazzc, lazze, vizze crespo, e n. d'animale, ericiu ; nùzzele nòcciolo.
Ma in co: facce facie, renacce, erinaceus. — NCJ: onze uncia
(cfr. mhran'zesdte infranciosato); velanze', cfr. cozze teschio con-
che a, e cozzele chiocciola, n. 73. LCJ: calzoune, scalze, calzette. —
45. TJ, PTJ, CTJ, generalmente in zz: puzze', pozze *poteo', chiazze
platea (plattea), mazzecd' 'schiacciare coi denti' da *matea (mat-
tea). Son letterarj azzej'oime razzejoune\ e con zz dopo vocale pa-
latale : Letiz'zeje ggusti'z'zeje. Nello e di pacejmze, pazienza, s' avrà
dissimilazione e influsso di pace e influenza chiesastica. È e' = ptj nel
solito caJiRd' cacciare {caccejd' andare a caccia). Entrambi gli esiti da
*roteolare: ruzzela, propr. 'ruzzolare', ma nel senso attivo di 'agi-
tare, rigirare', e ruceld', andar ruzzoloni, ruecele cilindro girante in-
torno ad un asse. Qui andrebbero anche pacce pazzo, paRJioie, cfr.
Salvioni XV 130. — NTJ RTJ: sendenze, accQnze acconcio *aclcomp-
tiu; scorze corteccia, guscio, scuerze nel senso di crosta; scurUa'
scorticare e scorciare. — 46. PJ sempre co: sacce sapio, pe^^owne,
sicce sépia, acce apiu. Una specie di trasformazione terziaria è re-
stocce stoppia, stupula. — 47. STJ è s nel comune siere usciere.
Semiletterario è certo hhesteje in senso ingiurioso; e non del tutto
popolare v^steje bestia, propriamente 'l'asino'. Non sono persuaso che
risalga a *perus tiare o e orni {r) usti are il nostro Iruód', come ne-
anche il tose, hriisciare, il cui sci è e e non .s-: ma converrebbe par-
92 Zingarelli.
lame più distesamente che non si possa in questo luogo. Qui piut-
tosto//-i^^o' dissipare, da frustum, frustiare, come l'afr. froissìer,
cfr. Havet, Romania III 338, e Schwan, Altfranz. gramm., ~ò2.
L. — 48. Iniziale é mediano generalmente intatto. Alterato , oltre
che nei soliti ruseTmcle e kenocchje, pure in pinole (cfr. D'Ovidio IV
101), vasmecoule pxctXtxov, e tumene tomolo, come in barese (cfr. Ab-
BATESciANNi, 32). Raddoppiato nel semiletterario manchdloine , e in
qualle quale, interrogat,; trasposto in corle ^yoXspx, e già anticamente
in padùle come nell' aitai. , e nel tose, vivente. Nell'articolo rimane
solo al fem. sing, [la), il sing. msc. facendo m, e il plur. di tutt' e due
i generi: i. Singolari son jiodece pulice, e ìiazzaroule lazzcruola,
che forse è ìiazzaroule, come se l'art, indeterm. si fosse sostituito al
determinativo. — 49. LL, sempre dd^ schiettamente dentale : muedde,
stadde, pedditre puledro (cfr. srd. puddedru), nudde, idde ille, quidde,
fodde^ addobbeje alloppio, tnarticdde^ capidde, ecc. Anche qui h°refatte
bello, come in barese; e pare un'importazione dai paesi sulla destra
dell'Ofanto. — 50. Nei gruppi ALT ecc., solitamente intatto {scalze
n. 44, culcarsc coricarsi, ecc.). Ma: aute altro, in posizione procli-
tica àie (onde n ai' une un altro); e uteme ultimo. Assimilato il d in
calle cal'du, scallà\ calldre. Pur qui: curiiedde e scarpiedde, secondo
che è pure nel tose, e in molti dialetti (cfr. a proposito del reatino
la bella osservazione di B. Campanelli, p. 68). Frapposto e mutato
quindi in r in prulioine pullicenu, trappund're talpa. L'epentesi è
in puleze polso, faleze falso, ìmleze milza, dolece ecc., cfr. n. 58.
51. CL, TL, PL, riduconsi a clij (perla cui pronuncia v. D'Ovidio
IV 162): chjueve, chjurme e chjorme xì'Xs'jTax Arch. XIII 368, macchje,
iìiidacchje bastardo, 'ndennacchje comprendonio, capocchje, pell^cchje,
Mundicchje ni. (cfr. Montecchio in Toscana), uecchje', vrcchje'^ chjdne,
cJy'aììpe piane a, sicchje, cacchje cappio, cacchjoulc 'cappietto per affib-
biare', coccige, scucchja spajare. Tra vocali anche l'esito -gghj-, per
cui cfr. XIII 375 sgg., e 452 sgg.: magghje, cunigghje, nagglijiere nau-
cl eru, propriam. ' capo dei mietitori o del trappeto o della tinaja', spig-
ghje spicchio, e il notevole tertugghjc tortuca toriucla. La 'pari-
glia' di buoi è paricchje, e all'incontro ;pan^^7yc quella di cavalli da car-
rozza, di pistole ecc. Rimbalzato in chjappe cappio, 'nodo scorsojo',
oltre chjuppe pioppo. Anche qui nostre inchiostro, e insieme: car-
vune carbonchio, grangTte ranocchio '. L'esito è sonoro quando sus-
* Malamente si manda con questi il barese e tarantino carong, che non
è già da caruncla, ma dalla stessa base del tose, carogna, cfr. Ascoli XI
419: caronea.
Il dialetto di Cerignola. 93
segua a n'. mznghje me n tuia, menghjargile sciocco, enghje empiere,
anghjanà' salire -planare, cfr. sic. acchjanari. All'incontro: sur-
chjd', che sarà * surbiculare. — Da t'l, per assimilazione II, onde del :
spadde fedde, Ardi. IV 163, rodde vivajo, quasi rotula, accanto a
rQcchje crocchio. — Semiletterarj duppeje doppio, sbjannoure splendore.
— 52. 6L riducesi a gghj: gghjuemhre, ghj anele gianduia, acc. al
semiletterario grande glandola, quagghje. caglio, strigghje. Per n da
NGL; one, notte (*inglutit), ma segghjitsze; cfr. d'altronde granone
e carvuTie al n. 51. — 53. BL iniziale pare che normalmente diven-
tasse j: jange bianco, jnle bieta blitu; ma per influsso letterario è
più frequente hbj-: hbjange, é cosi hhjunde (non popolare pure nd).
Il solito gastnme, sic. gastima. Mediano: negghje nebbia, sugghje sub-
bia. — Pare dissimilato in kelumbre *columbli fichi fiori, cfr. il
sorrentino palombole in Villani, Cron. XII 93. — 54. FL si deter-
mina variamente, ma l'esito più antico e schietto sembra J: jonele
fionda, jwre fiori, jiire de fQike fichi fiori, Jató' Sfiatare, propriam.
'soffiarsi il naso'. Più 'culturale' è di certo fj: fjùre, fjàte, fJQkke.
Con L in R: fraggelle (anche in un graffitto del sec, XVI, relativo
alla battaglia del 1503, in una cappella dove si disse seppellito il duca
di Nemours), fracccV fiaccare, rompere; frussejoune. FFL: acchjd ad-
flare, napol. asd 'trovare' e 'cercare'. — 55. SCL, STL SPL il
cui esito integrale avrebbe ad essere skj (cfr. IV 166-7), danno sem-
plicemente sk, perdendosi, come per dissimilazione, lo j. Cosi avviene
pur nei dialetti di Terra di Bari e in parecchi di Capitanata e Ba-
silicata. Per r INIZIALE, siamo più volte a basi non latine: skdve,
sclavu, shavotte cavallo di Schiavonia; skatlohne schiatta* skitle
schietto ; skante schianto, spavento, e skattd' schiattare, skdppe schiap-
pa, scheggia; skuppHte *sclop)pus, skueppe scoppio, urto nel ca-
dere; skaffe skaffa, schiaffo schiaffare, skama guaire exclamare
skana spianare, della pasta, cfr. tose, 'spianare il pane'. Mediano:
Iske Ischia, insula pifjske *peslo, Ascoli III 456 sgg. ', muske omero
* Ormai retimologia del meiid. 2^esco, grosso ciottolo, da pensili *pes-
sulu, va tra le cose meglio accertate: nell'ordine ideologico, I'Ascoli stesso
pose i confronti con xQSf^ccg néz^a , 'praerupta rupes', 'pendala petra'.
Pessulum peslum valgono 'appensum domui tectum', 'aedificiolum ex-
tra murum in viam prominens', 'domum parieti quasi appenditium' (Du-
cange); cioè 'corpo avanzato', come un terrazzino, un verone e simili. Ora
pesco ben dice semplicemente 'pietra' nei dialetti meridionali; e in molti
nomi locali del Sannio, degli Abruzzi e della Basilicata, pur parrebbe non
94 Zingarelli,
musculu, 'mmeskà' immischiare, maskette lucchetto, 'maschietto',
ma mascule maschio; freskà' fischiare (con inserzione di r) e siskc
razzo, che però sembra il napol. sischje fischio ; duskd' sentirsi la scot-
tatura *adustulare; cruske pane arrosto, crostino *crustlo; raskci'
raschiare; fruske frustulu (Apuleio, I, 'frustulum panis', ìtdX. fru-
sto) fruscolo, ma è voce vezzeggiativa per gli animali domestici, e
di gen. fem. — Gir. n. 68.
R. — 56. Tenace sempre, salvo i casi notati ai n. 59-61. Cosi in
ccrcise^ rcire^ c^cere. — Circa la prostesi di g in granoTie, ait. gra-
ìiocchùi-, V. Meyer-Lùbke, I 356. Dissimilato: Leggiere, Ruggiero. —
57. In date condizioni, R si traspone facilmente (cfr. IV 164). Cosi,
in primo luogo, nella formola protonica cons. + voc. + R + cons., quando
la consonante che gli sussegue sia f, 6, i\ m, g: j^ruffideje ostinazione,
frubbecHte forbicine (accanto a fuerce forbici), cruviedde corba, pro-
priam. 'mastello', tnbruvidde morbillo, 'ndruceldte intorbolato (intor-
bidato), frcvùte bollente, preulgite pergolato, pregatoreje purgatorio,
frmnmagge, frumnigihe formica, prummesse permesso. Intatti carvoune,
carbone, cai^vuTie carbonchio. Un po' diverso: vregone verecundia;
e qui finalmente anche frecógine forchetta per tavola. Susseguendo-
gli altra consonante, la formola rimane intatta. — Che se poi la for-
mola anzidetta è postonica, tutto si limita all'epentesi di un e tra r
e la cons. successiva: sereve serva, areve arbor, v^re^e^vareve barba,
fpreve ferve {ci'C.frevùte), soreve sorbu, niereve nervo, cmreve corvo,
che anche si alternano con le forme intatte. S'aggiunge ereve erba.
Di CR cfr. n. 78. — 58. La formola cons. + voc. + cons. + i2 si riduce
dir altro che 'Pietra', così: Pesco, Pesco Canale, Pesco Costanzo, Pesco
Cupo (cfr. Pietra Cupa), Pesco La Mazza, Pesco Lanciano, Pesche, Pesco
Maggiore, Pesco Pagano, Pesco Pennataro, Pesco Rocchiano, Pesco Sanso-
nesco. Pesco Solido. Ma, a veder bene, dal concetto di 'pensile, sporgente',
come si venne da una parte a 'edificio sporgente', così dall'altra a 'rupe
sporgente', 'sasso clie sembri pendere dai fianchi della montagna'. Il pesco,
sasso, e il Pesco dei nomi locali ci offrono due diverse riduzioni: il primo,
all'idea generale di 'pietra', l'altro a quella più etimologica di 'rupe'.
Sono borgate collocate su brevi altipiani, su sporgenze delle rocce; e Pe-
sche presso Isernia presenta addirittura la forma del plurale, e pare dav-
vero scaglionata su pel dorso della montagna.
[Noto, per ogni buon riguardo, che il ms. del prof. Zingarelli era nelle mie
mani prima che si leggesse la Nota del prof. Grasso: Illustrazione geograf.
di un articolo glottologico del prof. Asc, il. Istìt. Lomb., aprile 1899. —
G. I. A.]
Il dialetto di Ceriguola. 95
a cons. + R + voc. + cons.: frabbeke, frebbdre, prubbeke 'pubblica'
{moneta), Gh'abbejeile\ cràpe^ coi derivati craincce^ empinele pallini
per tirare ai capriuoli. Notevole, ma comune: graste, gr. mod. viffrpx,
^vaso di fiori', — L'R, N'R, s'invertono (clr. lo spagn.): corle n. 48,
tì'erne tenero, cieme genero, cerne cenere. — 59. Frequente Tettlissi
dopo t: reite retro, arreite anche nel significato di 'iterum' (cfr-
afr. quant il sera arriere repaires, Amis et Amile, v. 393), maste,
quatte, auto, rà' te aratro, nueste, canlste; non sono costanti men'^ste,
teneste, 'nd^rpele, arteteke àp^ptxtxr,. Ettlissi è forse anche in sembe
sempre semper, cfr. soupe sopra. Pur qui pe per, che ha facoltà
l'addoppiativa ; e pur qui pf? d'une, per uno, a testa, il cui d proviene
di certo, per falsa analogia, dal tipo qualchedùne. — 60. Epentesi
di r in frisìie, frusedde fiscella, vesprc vespa, comune all'abbruzzese,
^ndruppecd', pur comune all'abruzz., *intoppicare. In feni'Je finire,
c'entra manifestamente 'fornire' cfr. abr. ferni^ reat. fernire. — Dis-
similazione: murtdle, Velardgine (abruzz. Velardine) Berard-, celeb-
bre, ìnercludoie mercoledì; prudgite prurito. — G-eminazione iniziale
in rrobbe, rr</, interna nei condiz. e fut. : candarrQie, facarraggc, ecc.;
garrese n. 76; in varroile, barile, rr è forse etimologico, e va a ogni
modo col barrii spagn. e pg. — 61. RS, ridotto a s nei soliti suse,
jùse\ a ss in musse muso, a zz in muezzehc, morsico. Del resto in-
tatto: urse, corse, persoune, vQrsc borsa, vursidde taschino.
V. — 62. Iniziale, intatto. Non sarà mero accidente fonetico in me-
noie venire, meaùte venuto (cfr. abr. meni). Ma ancora: magabbonde
plebeo acc. a vag-, piane rncnishe 'pane vinesco'; cfr. Ujiazze vinacce;
e gli esempj del n. 66. — 63. Mediano, intatto: nmve neive, nouve
nove, vouve (accanto ai proferimenti plebei: nuefe neife ecc.); lava
lavare; csrve cervo e acerbo, cuerve, nierve nervo. — Si dilegua, per
lo più a contatto àx o u: paure, paoune, faune favonio, luci levare,
trud' trovare, arraugghjd' 'arrivogliare'; lessgie; cruattgine colletto
' cravattino ', sruizzeje servizio, amici arrivare : dove la vocale atona
sarà passata ad u secondo il n. 29. — 64. SV in sb : sbid' avviare ,
rusbegghja risvegliare, sbreuTidte svergognato, sbogghje svolgere. —
Finalmente -W- in bb nei composti: abbuvye n. 27, abbia , abbarnbe
avvampo, abbahd' accanto a sbakd' *exvacare cessare della pioggia,
abbiende adventu, riposo, sosta; e in prubbjne proviene. — 65.
NV si determina in rnni: cummiene (ma pure, specie tra i contadini:
cmnbieae ecc.; cfr. doni Becienze), 'mmeice in vece, tmnideje, t am-
merse 'l'inverso', rnmgite invito, ìion moule non vuole, mogghjaddgic
'non voglia Dio ! ', bomm_^spre buon vespro, akkemmogghje *acconvoglio
'copro', e con m scempiato in protouica: akkumegghjdte.
96 Zingarelli, Il dial. di Cerignola
V. — 66. W e V. E negli esempj comuni: guPìTC, guiaele bindolo,
arcolajo, guargie guarire, guajgine guaina, guasta' vasta re; e inol-
tre: gtvire. nella frase è guHre è vero; gupclegue vedova.
F. — 67. Intatto, iniziale o tra vocali. Scomparso in fuerce forfice,
cfr. ait. force, ma nel dimin. : frubhec^tte. — NF passa costantemente
in mh: 'nilierne inferno, 'mh^tie cattivo, malizioso, 'mboine in fine,
'tnhonne infundere bagnare, 'mbdme^ 'mòra proclit. infra, Mbande
npr. , 'm bacce in faccia, 'vn broncie^ sani Brangiske, dom Belumnne
don Filomeno; cfr. n. 98.
S. — 68. Di regola intatto, e sempre sordo : si7ie, sicce, siike sugo
(nap. zuke), rouse^ colise^ ueseme fiuto 'oTav), vorse^ urse, turse ; segghje
scegliere, del grano. Ma pur qui: zukkere, zavorre, zamhoTie, zidfe^
zuekkele zoccolo. Di SK in sk (cfr. n. 55) sono esempj : skaroiile n. 17.
skuffeje scuffia, skùme^ shiffe schifo, batello, skoife schifo, schifezza,
maskcre, flske fìsco, friske fresco, bruske brusca, abbuscct buscare. —
69. Superfluo avvertire che sia meramente analogico lo s di nase na-
sco, crpse ecc. (su nase nasci, nasgime nasciamo, ecc.). Passa in sonora
dinanzi a consonante sonora: sbreunàte ecc.; e dopo n'. p^nze, crmzey
cfr. Arch. IV 167, manze^ ecc. — LS è Iz: falze, pulze, con ten-
denza all'epentesi, faleze, cfr. n. 57. — 70. SS, CS, PS, danno gene-
ralmente ss: assecurà', fosse ^ grasse , russe, matasse, tpsse ^ 'ssdme
sciame, ^ss^tnpeje ex e mplu, cosse coxa (*nc?ecoie appare semicolto),
fìsse, lessgie, lassd\ assgie e x i r e , quisse chisse eccu ipsu, ggisse. E
/ tuttavia in vase basso, afr. frc. baisser, prov. baissar, sp. bajo;
sidde ala a x ili a, masedde^ sala' scialare, sciapgìte insipido, sciocco
(con Va del tose, sciàpido e l'accento di scipito; cfr. atosc. sciapito);
case comune a quasi tutti i dlt. merid. , fr. caisse, prov. caissa, pg.
caixa, e ncsùne nessuno, cfr. Ascoli II 126 e n. Per 'n'zone e 'nzùrCy
D'Ovidio IV 168. — Invertito in laske laxu {'^lax'cuì); e il solito re-
golare tueske tox'cu. — Scempio in postonica: maseme^ proseme fra-
sene fraxinu. In Lesandre, Alesandre , influisce forse Lysandru.
— 71. Ricorderò la caduta dì x st s finali, solo per dire che ne ri-
manga impinguita la vocale come in sillaba aperta: po2« post, s^je
sex, nùe, vùe; e s'abbia, come altrove, era', accanto a crpje cras^
oltre a peserà' postcras, con la curiosa derivazione piescridde^ pe-
scrueffele^ da mettere accanto al pescrellone molisano e abruzzese.
Sovviene dal Pulci, Morg. xxvii 55: «Crai e posterai e posteri e
postquacchera »-.
[Continua.]
NOTE ETIMOLOGICHE E LESSICALI.
e. NIGRA.
Terza serie (v. voi. XIV, p. 353-384).
1. — it. aìnoscino, can. tamassin. '- ^ m cl^^r-^,,
L'it. amóscino (Fanfani), o amosclno (Yalentini), 'specie di
pruno', fu rettamente riferito dallo Storm (Arch. IV 387) al-
l'agg. lat. damascènus, che congiunto a pruna (Plinio), o
anche senza il sostantivo (Marziale), significa appunto la specie
di pruno che ebbe nome dalla regione di Damasco. Lo Storm
spiegò il dileguo, in aìnoscino , del ci iniziale, conservato nei
corrispondenti vocaboli greco medievale, inglese e francese, « per
l'illusione che vi si avesse la preposizione di {pt^ugno cV-amo-
scino). Per l' ì riflettente 1' e latino, egli recò a confronto Sa-
racino pergamiìia pulcino. Quest'etimologia è confermata dal-
l'equivalente vocabolo can. di Vi verone : tamassin^ che ha con-
servato la dentale iniziale, convertita però in sorda, probabil-
mente per qualche spinta assimilativa [tamariss tamarisk ta-
marindi ecc.).
2. — VB. ans under.
Il VB. anséndèr 'accendere' appare come voce d' imprestito
recente, dal nted. entzùnden anziÀnden, di eguale significato.
3. — Antico genovese helletegd.
Per esprimere 'solleticare', l'agen. ha il verbo helletegd, il
neogen. bullitigd, donde il deverbale bullitigu 'solletico'. Nelle
due ultime forme, l' ic da e è dovuto al precedente suono la-
biale. Alle genovesi rispondono le voci emiliane : parm. òledgdr,
regg. mod. bledger, 'solleticare', donde hlèdeg 'solletico' (Meyer-
Archivio glottol. ital., XV. 7
98 Nigra,
Liibke stampò erroneamente, in gramiii. I 584, emil, dledger in-
vece di Uedger). Tutte queste forme pajono postulare una base
immediata ^bellilicare, la quale dovrebbe essere un lat. *vel-
I iti care, posto di fatti dal Muratori a base delle voci emiliane,
e fatto provenire da veliere (Murat., Dissert. 33, s. solleticare).
II senso di questo *velliticare, se esistesse, non dovrebbe es-
sere diverso da quello di velière, che fu usato per 'solleti-
care', come è dimostrato assai chiaramente dalla glossa del les-
sico, falsamente attribuito a Cirillo, ya^yaAttw 'titillo vello'
(Corp. gloss., II 261. 40), senza parlare del port. beliscar 'piz-
zicare'. Da questo lato, l'etimologia non incontrerebbe difficoltà.
Ma dal lato morfologico, la cosa è diversa. Un latino popolare
velliticare da veliere è un vocabolo inverosimile, che è dif-
fìcile ammettere, benché ritenuto possibile, non solo dal Muratori,
€ome s'è detto, ma anche dal Flechia (Arch. II 321 n), e dal
Parodi (Rom. XXVII 40). È difficile ammetterlo, non tanto per-
chè dovrebbe appoggiarsi sulla base di un participio *vellitu,
che manca bensì nel latino classico, ma potrebbe presumersi nel
latino popolare, al pari di *tollitu ( Meyer-Lùbke , II 339),
fundìtu (Ascoli, Arch. VII 141 sg.) ecc., poiché le glosse me-
dioevali ci danno un sostantivo vellitio = titillatio (Corp.
gloss., II 261. 41 ; la glossa è citata dal Parodi in Rom. XXVII
40), ma perchè la formazione d'un verbo avelliti care invece
d'un normale *vulsicare sarebbe altrettanto insolita quanto
quella, per esempio, d'un *ra or diti care per morsicare. Nel
romanesco vo)iicd, citato dal Flechia, il t appartiene alla ra-
dice vort- (vert-ére), non già a una derivazione da voi ve re,
e quindi non ha da essere qui invocato.
Il Flechia, ben sentendo la debolezza d'una tale spiegazione,
ne tentò un'altra, non senza esprimere però qualche dubbio.
Egli suppose che il gen. belletegà potesse rappresentare un com-
posto di per e letegd , foggiato sul modello di pellucidus =
per-Iucidus. La seconda parte del composto sarebbe stata, a
suo giudizio, la stessa che è nella seconda parte dell'equivalente
ìialìa.no sollelicco'e = *sub-leticaì'e, dove leticai'e rappresen-
terebbe un aferetico e metatetico *titillicare. Ma se questa
spiegazione della seconda parte del composto è ammessibile, lo
Note etimologiche e lessicali. - III. 99
stesso non può dirsi di quella della prima, cioè del passagg-io
del prefisso per in bel, di cui si desidererebbero esempj più
probanti di quelli finora invocati.
È forza perciò rinunciare anche a questo tentativo di dichia-
razione, pur ritenendo come verosimile la spiegazione del Fle-
chia circa l'equazione tra il -letegd dell'antico genovese, e il
-leticare dell' it. solleticare, equivalente a *titillicare. Ma se
questa spiegazione di -letigd ha, come pare, un fondamento di
verità, che cosa sarà dunque questo tei-, che figura come parte
iniziale di helletigd ?
La risposta sarà, secondo ogni verosimiglianza, che noi ci
troviamo in presenza di un composto, risultante dalla fusione
di due verbi di significato identico, da annoverarsi tra quelli
indicati dal Caix ne' suoi StudJ, p. 199. I due verbi sono i si-
nonimi veliere e *titillicare, quest'ultimo ridotto per aferesi
e metatesi a letigare. Quindi V agen. helletigd equivarrà a
vel[lere + *til]liticare. E sarà un bell'esempio d'un tal ge-
nere di composti, da porsi accanto a fracassare abbollessare e
simili.
4. — it. bietta, fr. bilie, lomb. bicc; ecc.
L'it. bietta significa 'piccolo cono di legno per rincalzare,
rinforzare, serrare, o anche spaccare'. L'origine di questo vo-
cabolo, dichiarata oscura da Diez, non fu ancora chiarita in
modo soddisfacente dai successori (v. Kòrting 31, e ora Parodi,
Rom. XXVII 216). Bietta non deve essere parola indigena in
Toscana, dove ha per sinonimo 'zeppa'. Essa pare invece indi-
gena nell'Emilia, donde ha potuto facilmente passare in To-
scana. Se cosi è, si può pensare che la parola emiliana stia per
*biljetta, dove bilj- bij- sarebbe da bikl-, per il qual processo
qui gioverà più specialmente ricordare i boi. kudja 'quaglia' e
bréja 'briglia'. Sarà esotico anche il tose, bilia 'legno storto
con cui si serrano le legature delle some', cfr. il fr. bilie nella
medesima significazione. La ragione di codesto bilj- è normal-
mente applicabile all'aprov. bilha, fr. bilie, piem. can. bija. vb.
bilja, 'rocchio di legno, pedale, bastoncino', prov. fr. billon,
piem. can. bjuji, 'tronco d'albero segato', svizz. rom. bihllon
100 Nigra,
behllon 'pièce ronde de sapin ', fr. billot 'ceppo', can, bjana
'zeppa'. E rasentiamo per la significazione: can. bjokk, bl. bio-
chus, 'tronco d'albero (prov. cat. bioc in Diez s. v)'; ma qui
non osiamo affermare che bj- sia da bilj-.
Il Diez (s. biglia) ha dato per base probabile ai fr. bilie bil-
lot il mai. bickel 'dado, cubo'. Questa etimologia fu confermata,
per bilie biglia, dal Mackel, che fa procedere il mai. bickel da
un presunto anteriore aat. '^bickil (103).
Che qui si tratti veramente d'un esito di -kl- è specialmente
comprovato dal lomb. bica, mil. anche bigg, 'ceppo pedale', cor-
rispondente per il senso e per la base, salvo il genere , al fr.
bilie, al piem. bija ecc., e salvo il suffisso al prov. fr. billon e
al piem. bjun.
Rispetto al gemi, bickel e alla sua possibile parentela con temi
celto-romanzi, si vegga il Kluge s. bicke.
5, — it. sp. pg. pr. branca, fr. bilancile, rum. branca,
lad. braunca, it. branco, pr. branc.
Il significato originario non è punto 'ramo', come sembrarono
credere il Neumann (Zeitschr. V 386) e lo Scheler (s. v.), ma
bensì quello di 'artiglio' e 'zampa d'animale', donde poi, se-
condo i luoghi, vennero quelli di 'palma della mano, spanna,
pugno, manata, ramo', e anche (nell'it. branco) 'riunione di
animali', a similitudine della riunione degli artigli nella branca^
0, se si vuole, dei ramoscelli e delle foglie nel ramo.
La voce branca si trova già per tempo, col senso di 'zampa',
nel latino popolare, in un frammento del gromatico Latino To-
gato (Gromat. vet. , ed. Lachmann 309), che registra branca
ursi, branca lupi, come marche incise sulle pietre di limite.
Questo scrittore visse nell'epoca imperiale, non si sa bene in
qual secolo. Il frammento di trattato che di lui ci rimane fu
pubblicato, nelle successive edizioni dei gromatici, dal Tourne-
boeuf (de agrorum conditionibus, an. 1554), dal Rigault
(auctores finium regundorum, an. 1614), dal Goes (auc-
tores rei agrariae, an. 1674), e poi dal Ducange ( Gloss.
s. V.) nel 1678, e più tardi dal Porcellini. Ma pare sia rimasto
ignoto al Diez, che registra soltanto un branca leonis del
secolo undecinio.
Note etimologiche e lessicali. - III. 101
Ma che è questo branca? Il vocabolo non ha fondamento nel
lessico latino, poicliè la connessione con brachiuin non è so-
stenibile. Dovrà dunque essere una parola d' imprestito, portata
assai per tempo dalle legioni nel territorio latino. E poiché né
il lessico greco, ne il celtico, non offrono alcuna base soddisfa-
cente, par di doverla domandare al fondo germanico.
Questo ci dà un fondamentale *krai'iipa, dónde l'aat. krampf
krampha krampho 'uncino', e come aggettivo: 'adunco'. Vi si
connettono, o ne dipendono, negli idiomi germanici come nei
neolatini, numerosi vocaboli, con o senza perdita della gutturale
iniziale, che sarebbe troppo lungo e superfluo qui registrare. Ba-
stino per tutti: Tingi, cramp, il fr. crampon, l'it. grampa (e
con l'afei'esi: rampa) 'branca d'animale, zampa', grànfia e ràn-
fia 'artiglio'. L'equivalente pieni, grinfja sta all'it. grànfia, come
l'aat. krimpf sta all'equivalente /^rawp/" 'adunco' (si compari il
berg. sgrafa daccanto a sgrifa 'piede di gallina').
Il BL. branca non sarà altro che la metatesi di questo krampa]
come il tose, gronco è metatesi di congro. Una conferma di
questa metatesi è data dai vocaboli equivalenti it. brancucce,
friul. grampuce fem. pi. (v. Pirona s. v.), specie di fungo fatto
a branche, detto più comunemente in Toscana diiole, in berg.
didèle, in piem. tnanine (clavaria coralloides).
Il significato, evidentemente, non dà luogo ad obbjezioni. Dalle
nozioni di 'uncino, adunco', che ancora si sentono nel vie.
branco, it. rampo, 'uncino', il passaggio a quello di 'artiglio,
zampa' è facile a spiegarsi. Né può far difficoltà il digradamento
della sorda labiale in sonora divenuta iniziale, dinanzi a r. Come
nelle voci già citate: grampa granfa grinfja grampuce, s'aveva
il fenomeno analogo per la gutturale, così s'ebbe, nella figura
metatetica, per la labiale (cfr. del resto pr^ugna hrugna, ecc.)
6. — vicent. brombo -a 'pruno, prugna',
basso-engad. brùmbla 'prugna'.
Colle significazioni corrispondenti, occorrono: friul. brómbuUi
'prugna', brombolar 'pruno', trev. beli, bromboler, beli. param-
holer, ver. brombolar, 'pruno selvatico' prunus spinosa. Con
significati affini : pieni, brombo 'tralcio', can. biell. (Viverone)
102 Ni-TH,
hruniba 'il complesso dei rami d'un albero', romagn. hromhla
hròmhal 'frasca rampollo', bresc. brómbol 'tallo del cavolo in
fioritura'.
11 piem. brombo sta certamente per brómbolo (cf. piem. neì^po
'nespolo'); e la comparazione delle forme dei paesi limitrofi la-
scia supporre che fors'anco il vicentino brombo -a rappresenti
un brómbolo -a di ftise anteriore. Il basso-eng. brùmbla (circa
il quale non ci lasceremo fuorviare dal Pult, 'Le parler de Sent\
273) sta benissimo anch'egli in questo gruppo, nonostante il suo ù.
È avvenuta all' Engadina un' attrazione reciproca tra il conti-
nuatore del lat. prima: prùnna brunna, e il continuatore di
'*'brombla.
La base di questo nostro gruppo e' è probabilmente fornita dal-
l'aat. bramai (asass, bremel brembel brember, ingl. bramble)^
vepres rubus, derivato esso medesimo dall'equivalente aat.
bramo brama, a cui va pur connesso l'asass. bróm, ingl. broom,
'ginestra'. 11 passaggio dell'» radicale in d, oltreché nella citata
voce anglosassone, appare nei composti, ted. brom-bere, sved.
brom-bdr, daccanto al dan. bram-baeì', e all' aat. brdm-beriy
'rovo, rumex'. Il secondo b delle forme alto-italiane non sa-
rebbe epentetico, come quello delle voci anglosassoni (v. Skeat
s. bramble), ma più verosimilmente proverrebbe dal b di -beri in
brdm-beri, brom-bere.
Anche in un'altra coppia di voci, che nell'ordine del signifi-
cato qui spetta ma dipende da un fondamento affatto diverso, do-
vremo forse riconoscere l'influsso dell' w proveniente dall'i* di
pruna. Abbiamo cioè in Val d'Aosta: pr Urna prima ' i^vugnai\
priimé prime 'pruno', che vanno tra le forme di *pruma:
savoj. prdma ecc., aat. pfì'iima, gr. -jzQovf.ivov, ristudiate dal
Meyer-Lùbke in Zeitschr. XX 534-5.
7. — it. bucato, apr. sp. bugada, fr. bttée, ecc.
Queste, e le altre voci romanze affini, significano l'imbianca-
tura dei panni col ranno, e anche i panni stessi imbiancati. Il
Muratori, il Galvani, poi recentemente il Kluge (s. bauchen), e
con esso, ma con qualche dubbio, il Mackel (19, 144), si dichia-
rarono per la provenienza dei vocaboli romanzi dal ted. baU'
Note etimologiche e lessicali. - HI. 103
chen di egual significato. Ma già Ferrari , Menagio , Tassoni^
Diez, Tommaseo, Flechia, Mistral, Scheler, Petrocchi, la riferi-
scono all'it. bucare, dando cosi a bucalo buèe ecc. il giusto senso,
che è 'forato forata'.
Ma nello spiegare la ragione d'un tal significato, i più cad-
dero in errore, affermando che il bucato è cosi detto perchè si fa
passare il ranno per un panno bucato (v. segnatamente Diez
Tommaseo, Scheler s. v., Flechia Arch. II 328). Ora questa spie-
gazione non è giusta. Il panno per cui passa il ranno, cioè il
ceneràcciolo, è permeabile all'acqua, come sono i panni in ge-
nerale. Ma non è forato, e non lascia passar la cenere. Invece
il vaso che serve all'imbiancatura dei panni, detto in Toscana
'mastello' o 'tinello' se in legno, e 'conca' se in terra cotta,
in francese 'cuvier', in aprov. 'tinel, rusquió', in spagn. 'cola-
dor', ha in fondo un buco da cui cola il ranno. Adunque bucato
significa propriamente 'mastello bucato' come buèe significherà
'cuve buée', e collo stesso nome del contenente si venne poi
anche ad indicare la cosa contenuta, cioè i panni imbucatati.
Perciò il Tassoni definisce giustamente: 'tronco bucato dal qual
passare la liscivia ' ; e il Mistral : ' Le mot bugaclo vient de bou
boue ,trou', parceque la lessi ve est proprement l'eau qui passe par
le trou du cuvier'. Che il nome bucato debba applicarsi al ma-
stello e non già al ceneràcciolo, è anche provato dai sinonimi ca-
navesani bima bilnd, che provengono da biln 'bugliolo mastello'.
La sintassi conferma questa spiegazione. Si dice in Toscana
imbucatare e mettey^e i panni hi bucato. Questa dizione sa-
rebbe scorretta se bucato indicasse il ceneràcciolo, il quale si
pone sopra i panni già imbucatati, e non sotto di essi. D'altronde
l'imbiancatura dei panni non riuscirebbe se il ceneràcciolo avesse
dei buchi e lasciasse passare la cenere. Per chi le ignorasse, si
riferiscono qui le definizioni del 'ceneràcciolo' e del 'boccinolo'
date dal Carena ^ : ' Ceneràcciolo : grosso panno di canapa, con
' cui si ricopre la bocca della Conca o del Mastello, e sopra il
'quale si pone la cenere per farvi il Ranno'. — 'Bocciuolo:
' pezzo di canna, piantato nel foro che è presso il fondo del Ma-
* Giacinto Carena, Vocabolario d'arti e mestieri, s. lavandaja.
104 Nigra,
'stello 0 della Conca; pel Bocciuolo esce il Ranno che si rac-
* coglie nella sottoposta Catinella'.
8. — it. caciocavallo.
Nell'Italia centrale e meridionale è detto caciocavallo un ca-
cio fatto con latte di vacca o di bufala (Fanfani). La forma di
questo cacio, somigliante, anche per la dimensione, all' oq^ig d'un
cavallo, gli valse questo nome plebeo, che etimologicamente equi-
vale a 'cazzo di cavallo', e si trasformò poi per altra interpre-
tazione popolare in caciocavallo. Passò questo vocabolo in Ru-
menia [ca.^caval), in Grecia {xaùxa^dh), in Turchia (qudcìiqavdl),
in Ungheria (kaskavdl), collo stesso significato. Ma da alcuni fu
creduto d'origine turca; da altri fu interpretato come 'cacio di
cavallo, pferdekàse' (v. Cihac s. v. ; Rudow, Zeitschr. XXII 230).
Si compari, per il senso, il lomb. (Brianza e Valsassina) cacò,
cagg, che ha i due significati di 'borsa del caglio' e di 'scroto',
e brianz. cagelt 'borsetto pieno'. Nelle campagne lombarde e
piemontesi, il caglio animale si conserva in vescichette o borse
di pelle, appese alle pareti presso il camino.
9. — GAL- (kal-) ecc., nella composizione neolatina.
[CtV. Arch. XIV, p. 272 sgg., p. 3G0 sgg.]
35 \ piem. a karaljocc 'a cavalluccio' (Gavuzzi). Il pieni.
hocó, tra gli altri significati, ha quello di 'mucchio viluppo am-
masso gruppo'. Dicesi di cose attaccate insieme.
36\ sic. caragiau 'ghiandaja'. La seconda parte del compo-
sto appare intatta nel pure sic. giaa che ha l'identico significalo
di 'ghiandaja'.
57; sic. carcay^azza 'gazza'; carazza sarà probabile riflesso
d'un * Cora ci a, da corax 'corvo'.
38] lim. cacardano f. 'creux d'un arbre' (Mistral). È me-
tatesi di caracduno la cui seconda parte cduno significa 'ca-
vitò, creux, terrier'. Per la metatesi si compari il prov. caca-
omulo 'escargot', coll'equi valente caragaiUo, sp. caracol.
39', abruzz. calapuzzo 'terebinto' (pistacia terebinthus).
Che la seconda parte del composto sia ' puzzo ' è comprovato dai
sinonimi abruzz. legno-puzzo, calabr. palino, fdenle, e abruzz.
^
Note etimologiche e lessicali. - III. 105
catapuzza, nel quale ultimo vocabolo la prima parte rimane
i ncerta.
40] cat. calapat 'rospo'; v. infra, s. crapaud (nm. 15).
41', al vallone calmousèle 'nascondiglio', esaminato in
Ardi. XIV 361 , n.° 30, si dovranno aggiungere il piem. ca-
mussina 'prigione' (Cuneo; v. Arch. XIV 374 n), e il berg,
eamilssù 'prigione' e 'piccola stanza' (Tiraboschi).
42; VA. karharé 'grosso campano'; v. infra, s. caròt, nm. 11.
43; alto-milan. cali/non 'paleo'; per la somiglianza del pa-
leo col frutto del limone.
10.— Di alcuni nomi della 'caprùggine'.
Tra i varj nomi dati in Italia alla caprùggine delle doghe, è
notevole la seguente serie : gen. zinna, bresc. mani ferr. zina,
parm. piac. zejna, romagn. zena, pad. trent. zigna, aless. (monf.)
arzeina (verbo arziné 'caprugginare'), mil. gina, ginna, sard.
gina, inginna, sic. jina, bresc. ina e anche rezina (cfr. aless.
arzejna). Il gen. zinna si usa anche per 'orlo di tetto o di
muro'; e l'aless. zejna significa il 'solco che fa nella pelle un
legaccio stretto, o una piega dell'abito compresso sul corpo'. Tutte
queste forme sono di genere feminino.
Il Lorck , registrando la maggior parte delle forme precitate
(206), rigetta con ragione ogni loro connessione, sia con inge-
gno sia con cinghia, e riferisce, senza appropriarsela, l'etimo-
logia del gr. yvvri, proposta dal Cherubini e dal Monti. Ma in
fondo riconosce che die herkunft dieses loeituerbreiteten loor-
tes ist dunkel.
La distribuzione geografica di questi vocaboli sembra accen-
nare ad origine germanica. In fatti si trova nell'aat. un fem.
zinna, a cui risponde il neoted. zinne, col significato di 'merlo
di muro '. Questo significato converrebbe abbastanza con quello
di caprùggine, poiché l'estremità della doga caprugginata pre-
senta una rassomiglianza caratteristica con un merlo di muro ,
e le doghe d' un tino disposte in cerchio offrono l' apparenza
d'una piccola torre merlata; e il gen. zinna, come s'è visto,
indica pure l'orlo del tetto o del muro. E cosi, fuori d'Italia,
daccanto al fr. ])V0\. jable 'caprùggine', vi è il prov. jablelo
106 Nigra,
'combles d'une toiture'; e l'afr. jaUe gable ha pure il signifi-
cato di 'frontone d'ediflzio' e di 'panconcello'.
Ma a questo ravvicinamento, cos'i tentante per la somiglianza
del significato, fa ostacolo una grave difficoltà fonetica. Lo z ini-
ziale dell'aat. zinna, come dimostra d'altronde il pi. cinna, è
una sibilante sorda, e suppone un tema germanico con una den-
tale iniziale parimente sorda *tinna (v. Kluge s. zinna), mentre
le voci romanze hanno l'iniziale sonora. Ora la riduzione d'una
sibilante germanica iniziale sorda in una sonora romanza non
è ammessa. La questione rimane perciò insoluta. I vocaboli qui
riuniti vorranno considerarsi come semplice contribuzione les-
sicale ^.
Il significato di 'fessura intaccatura incrinatura', è evidente in
altre voci equivalenti, come sono p. e. piem. mortaza =fr. 7yior-
taise, kardo propriamente 'cardine', vb. antapa 'intaccatura',
BR. skroza 'incavo', monf. garza 'carreggiata', filùra 'spi-
raglio', krepa 'spaccatura', sgcrvassa (fr. crevassé) 'fessura',
ankr èrnia 'tacca', ecc.
11. — berg. caròt e altri nomi del 'campano'.
Al valdostano karrd f. e al sav. carron, 'campano, campa-
naccio', spiegati in Arch. XIV 363 (s. carillon), si dovranno
aggiungere: berg. caròt caroó, va. karrelé, 'campano', va. kar-
karè 'grosso campano'. In quest'ultima voce il kar- iniziale, an-
ziché una sillaba reduplicativa, rappresenterà la particella pre-
positiva kar- ( = kal-), esaminata in Arch. XIV 360. Vedi qui
sopra al num. 9.
* Quanto alle ragioni etimologiche, senza dire del fr. Tprov. jable o dei
prov. gnule jaule, va. galjon, altrove addotti, c'è ancora, sul territorio
italiano, il problema della stessa voce capruggine (cfr. Diez IF 342, Meyer-
Lùbke II 471), la quale non potrà andar separata, per quanto è della base,
dagli equivalenti capurnature capernatur^ caprennatnr§ dell'abruzzese, ca~
prenateùr§ dell'agnonese. Risaliremo forse a sostantivi diversi, come * ca-
perà *capertna ecc., dall'uno de' quali potè provenire il lat. caperare
'corrugarsi', già proposto dal Galvani, secondo che opportunamente ri-
corda lo Zambaldi (s. v.). — G. I. A.
Note etimologiche e lessicali. - III. 107
12. — bepg. e al elina 'pigna del mugo'.
Il berg. catelina risponderebbe ad un ita]. *capitellma, e vor-
rebbe dire etimologicamente 'tettina', come il berg. cavclèl (= *ca-
pltello) risponde anche per il senso a capézzolo. Questa dichia-
razione naturalmente importa un t = pt, anteriore alla riduzione
(li -/- in d.
L'etimologia è spiegata dalla rassomiglianza tra la pigna e la
tetta. Si compari l'equazione etimologica tra l'it. poppa, piem.
piìpa e il com. polna 'pigna', dal lat. pupa *puppa, Arch. XIV
288-9.
13. — Verbi in -e care.
Malgrado le obbjezioni sollevate nella Zeitschr. XXII 297 con-
tro la dichiarazione di toccare ecc. data in Arch. XIV 337-8,
obbjezioni che si sottomettono volontieri al giudizio dei lettori
competenti, si prosegue qui la serie delle voci appartenenti alla
stessa categoria.
Lasciando per ora in disparte l'esame sull'origine di pacco e
impiccare da pangere e -pingere, per mezzo di *pagicare
-*pigicare (cf. pagina co/npages, compingere) e d'alcune altre
simili forme, qui intanto son considerati i soli due esempj che
seguono :
It. straccaì^e, allato ai i\\ traquer détraquer. — Il verbo ita-
liano, secondo il Diez, andrebbe 'probabilmente' con l'aat, strec-
clian 'stendere'; ma', per altro non dire, osta la diversità della
vocal radicale. Il verbo francese è ragguagliato dallo Scheler al
neerl. irekhen 'tirare'; ma ritorna la stessa difficoltà. Nell'it.
s-traccare, la sibilante sarà preposizionale, e perciò il verbo
francese non ne sarà punto diverso. La base comune sarà latina, e
l'Ulrich, Zeitschr. 1X419, avrà toccato la vera sostanza, ponendo
un *tracticare. Questa sutura solleva però, sotto il rispetto fone-
tico, le medesime obbjezioni che erano avvertite per *tacticare
dirimpetto a taccare in Arch. XIV 338. All'incontro vorremo:
*tragicare da tragere (strabere; cfr. tragula traha ecc.).
Il frc. traquer, che ci offre incolume l'antica gutturale, spetterà
naturalmente alla ragion dialettale della Francia del Sud o di
108 Nigra,
determinate circoscrizioni della Francia di Nord-Est, come ap-
punto è di toquer allato a toucher , o pur di attaquer allato
ad altacher. — La significazione di trailer e torna ben perspi-
cua nel deverbale it. stracche, abruzz. straccale, 'dande, cigno
da calzoni ^.
L'altro esempio importa principalmente per l'ulteriore docu-
menticazione dell' ^ica di derivazione verbale ridotto a ^ca, E que-
sto: fr. clocher, pie. cloquer, prov. claucd, aprov. cloquar, piem.
■coke, can. cokar, 'zoppicare, oscillare, tentennare'. Qui si pre-
senta sùbito al pensiero il lat. claud[i]car e. Ma anche si po-
trebbe trattare di *clopcher ecc. (aprov. clopcar) cfr. bl. clop-
pus 'zoppo', afr. cloper 'zoppicare'), in fonia semplificata. Sa-
rebbe però sempre esempio opportuno dell' •^^ca ridotto.
14. — can. piem. cepp, friul. clipp ecc., 'tepido'.
Daccanto al piem. iébi e al friul. tìold da tepida vi sono, in
Canavese e altre parti del Piemonte, l'agg. cepp, f. cèpa, e nel
Friuli clipp, a cui sono da aggiungere il vallanz. chioepp e il
lion. cliapo, collo stesso significato di 'tepido'. Queste ultime
forme, cepp clipp chioepp cliapo, come già per la prima di esse
aveva genialmente intuito il Flechia (v. Salvioni, Arch, IX 198 n),
risalgono ad una base tepulu (aqua tepula Frontino, Plinio),
parallelo a tepidu. L'evoluzione, per cui questo antico tepulu
venne a riflettersi in cepp *cliepp clipp ecc., è identica a quella
per cui dal lat. populu si riusci, per via di *plopu, all'it.
pioppo', ed è quanto dire che da tepulu si venne a *tlepu
"^tleppu, onde necessariamente *kleppu.
Dal nome provengono le forme verbali, can. ceplr, vb. scèpir.
friul. clipl clipd ìnclipd, 'intepidire', ecc. ^
^ Nell'equivalente piem. slake (mentori, staca 'guinzaglio'), si produrrebbe
il dileguo di r dopo st-, come in stivale per *strivale, lomb. vs. strival,
Arch. XIV 299.
* Notevole che la palatina i)roveniente da hi- kj- qui possa coincidere,
per via del dittongo dell' e, con la palatina proveniente da tj- (tiepi- tjepi-)-
Così nel civi valmaggese, che sta nella serie di tepidu, non in quella di
tleppu. Ma ulteriori indagini potranno anche stabilire delle particolari
Note etimologiche e lessicali. - III. 109
15. — crapaud, e altri nomi del 'rospo'.
Delle numerose forme del nome del 'rospo' che rivengono,,
sul territorio francese e occitanico alla base crap-, munita di
suffissi diversi, basterà qui citare, ricorrendo alla 'Faune popu-
laire' del Rolland, le seguenti: afr. crapot, aprov. crapaut gra-
paud, acat. grapalt , picc. crapeux, vallon. crapan, lim. ling.
grapard grapal gropal, Lisieux crapas, fera, crape, Bray cra-
pou. Il BL. ha crapaldus crapollus. E la più schietta di co-
deste forme è il fem. crape di Lisieux, la quale alla sua volta
ci conduce all'it. grappa, sp. pg. grapa, 'zampa, artiglio', che
è quanto dire all'aat. crapfo 'uncino' (cfr. prov. graps 'mano
colle dita curvate', fr. grappin ecc.). Dato ciò, il fr. crapaud &
le altre forme similari significherebbero propriamente 'zamputo',
fr. 'pattu'. In fatti il rospo e la rana, volgarmente considerati
come rettili, si distinguono da questi per la facoltà di camminare
col mezzo di quattro forti zampe, che l'assenza della coda rende
più appariscenti. È naturale che questo carattere del rospo abbia
suggerito all'imaginazione popolare la denominazione che qui si
esamina.
L'etimologia qui proposta trova una valida conferma nell'it.
zambaldo 'rospo', che non può dir altro se non 'zamputo', da
'zampa', in perfetta corrispondenza col fr. crapaud da crap-,
e nel delf. e pittav. grapielte 'lucertola', che dovette avere que-
sto nome, identico nella base a quello del crapaud, unicamente-
per il carattere comune delle quattro zampe -. E altri raff'ronti
ancora comproveranno questo ravvicinamento.
contaminazioni tra serie e serie. Una già se ne vede chiara nel friul. cllpid,
dato dal Pirona allato a clipp e twid. Il nizzardo chèbe (Mistral), se la.
trascrizione è corretta, parrebbe da collocarsi a fianco del valmagg. civi.
— G. I. A.
^ E trattandosi di forme popolari soggette a facili deformazioni, sarà pur
lecito il chiedere se il fr. crécelle 'raganella', cioè il noto strumento che
sostituisce le campane negli uffici religiosi della settimana santa, non ri-
sponda, malgrado Ve per Va di tal posizione, ad un *crapicella, col si-
gnificato etimologico di 'rana'. Lo strumento avrebbe cosi preso il nome
dal suo suono stridente e monotono, simile a quello della rana. Di fatti l'e-
quivalente vocabolo piemontese è kanta-rana. e l'it. raganella significa ad
un tempo la rana e lo strumento. Né questi raff'ronti saranno i soli.
110 Nigi-a,
La lucertola, il ramarro, la salamandra, che al pari del ro-
spo e della rana si distingono per le quattro zampe dai serpenti,
hanno in certi luoghi della Francia un nome che non ha biso-
gno di commento: delf. quatre-pattes quatre-pieds quatre-pès 'ra-
marro d'acqua', Liège quatre-pierre kateì^-piège kouatt-pesse
* salamandra', fr. orient. vallon. quatre-piche quater-pièche quatte-
pesse quaire-pierres coueite-pay 'lucertola' (Rolland). Occorre
appena notare, che le deformazioni del secondo composto, in al-
cune di queste voci, equivalgono a pieds o pa/Ze? (v. Horning,
Zeitschr. XVIII 26). E si comparino ancora i loren. ketehras
kuetehì^s 'salamandra', huetebras 'ramarro', riferiti dall'Adam,
^Les patois lorrains' 344, e interpretati per * q uà d rubra chi a
Marchot, Zeitschr. XIX 102.
Il cat. calapat 'rospo', se la nostra supposizione sull'origine
della particella prepositiva cai- cala- ecc. è ben fondata (v. qui
sopra, al nm. 9), significherà 'quale zampa', 'quelle patte' (cfr.
Arch. XIV 294), e anche questa voce non avrà bisogno d'altro
commento.
Eguale significato di 'brancuto' 'zamputo' hanno il mil. ver-
ban. sali, il berg. sai e il mant. zatt , 'rospo'. La provenienza
della voce milanese da *ex-aptu, a cui, fin dall'epoca del Mé-
nage, si fece risalire la voce toscana, manifestamente diversa,
sciatto, non è ammessibile, sia per il senso che non quadra, sia
per la fonologia, poiché il mil. 5 non sorge nella combinazione
[e]x + vocale, ma bensì da e o p come appare in savaUa 'cia-
batta', sampa 'zampa' ecc. Il mil. satt ^ come indicano del re-
sto gli equivalenti mant. zatt, e berg. sai (il cui s corrisponde a ;:r
come in sanfa 'zampa'), vicent. sala 'zampa' e 'ditola', sta per
Qott', e noi siamo in realtà ricondotti al lomb. ven. zata 'zampa',
al trent. it, zatta 'piota, branca, pinza del gambero e dello scor-
pione, penna fessa del martello', e al posch. catta 'mano'. Ora,
siccome zatta sta per *zdppicla {*zampicla), derivato dalla stessa
base dell' it. zampa e del ted. zappeln 'sgambettare zampare'
(cf. it. cianla ciantella e ciampa = zampa), cosi salt sat e zatt
staranno per *zdppiclo (J'^zampido) , cioè '^zamputo. Con queste
formazioni è da compararsi il mil. zanca 'branca di gambero',
■che supporrà uno *zdmpica da zampa.
Note etimologiche e lessicali. - IH. Ili
Si accenna qui, senza insistervi, ad una possibile connessione
colla stessa base zamp- zapp- d'un altro nome del rospo, co-
mune alla Spagna e al Portogallo', cioè sapo zapo, di cui il
Diez (s. sapo) riferisce, senza appropriarsela, l'etimologia, pro-
posta dai lessicografi spagnuoli, dal gr. c^/i/^, lat. sèps, specie
di serpente, di lucertola e d'insetto velenoso. 11 Gerland (Grundr.
di Gròber, I 331) fa derivare la voce spagnuola-portoghese dal
basco zapoa 'rospo'. Ma è ben più probabile che il vocabolo ba-
sco sia preso dal lessico spagnuolo. La questione .etimologica è
qui complicata, per un lato, dalla presenza dei friul. 'save 'sav
'rospo' (Pirona), e dei fr. dialettali, Gard sabau, morv. sibot ,
Vogese saoate, 'rospo, rana' (Rolland), che, se sono indigeni, vor-
rebbero una base con p scempio, e per un altro lato dall'equi-
valente slavo zaba ^
L'it. rospo, che manca in Diez e in Kòrting, starà per *rosco
(cfr. l'it. vispo allato al mil. viscor ecc. -), come indicano gli equi-
valenti trentino roseo e lad. ruosc rusc, e queste saranno voci
aferetiche, risalenti all'aat. frosk, neoted. frosch, 'rana', sulla
cui origine v. Fick e Kluge s. v. E si comparino i rum. bi^oaskà
'rana', broskoiu 'rospo', l'alb. breske , il gr. mod. iinQaaxa,
* L'it. ciabatta, il fr. savate, sabot, il prov. sabata, lo sp. zaoata, il pg. sa-
jìata, si connetterebbero, per il senso, con 'zampa, ecc., poiché la ciabatta
veste il piede e ne rappresenta la forma. Questa connessione sarebbe an-
che comprovata dal mil. zampettala 'sàndalo' daccanto all'equivalente pur
milanese zapetta. Ma il v del fr. savate, e il & delle corrispondenti voci
provenzale e italiana non possono aversi per dirette continuazioni di pjp
(o mp) e si dovrebbe perciò credere che non sieno indigene, ma impor-
tate dalla Spagna, oppure che parallela alla base zapp- zamp- abbia esi-
stito una base zap (cfr. bl. sapa e sappa). Questa difficoltà non esiste
per l'it. zappa, comune ad altri idiomi neolatini, nome del noto istrumento
agricolo, che in lomb. significa anche 'ascia da botte, raspa, raschiatojo",
tutti arnesi che hanno la forma d'un piede o d'una zampa. Difattl il bl.
sappa, che è già nelle glosse d'Isidoro, ha il doppio significato di 'zappa'
e di 'calcagno'.
^ berg. viscol; prov. viscard biscard 'éveillé, plein de vie'. Ancora: pieni,
monf. viské aviské, alpino aviscà (Mistral), sav. aveschà, 'accendere, allu-
mare, eccitare il fuoco', lim. aveschà 'eccitare'; — jDiem. can. monf. visk
avisk 'acceso'. — V. ora il Parodi in Rom. XXVII 227.
112 Nigra,
'rospo', con cui sembrano connessi i termini celtici: irl, losgàn
(= vlosc-dn), armor. gioesklèn, corn. gioilskm, donde Tingi, loel-
Jdn, 'rana'.
Da questa ultima serie deve separarsi il calabr. vrósaku 'rana',
portato dai Greci, che risale al gr. ^àrQa%og, per mezzo del pur
calab. vì^ótahu, e dell'aristofanesco ^qóiaffic, Arch. XII 83.
16. — can. piem. erlo 'altezzoso impettito baldanzoso'.
Oltre a questi significati, il vocabolo can. piem. ha pur quello
di 'anatrone, il maschio dell'anitra', e in piem. quello di 'smergo,
anserino'. La frase piem. fé Verlo significa 'fare il superbo, bra-
veggiare, stare in sussiego'. Risponderà a un lat. herùlus 'si-
gnorotto'. Che questo diminutivo di hérus 'padrone' sia passato
per tempo negli idiomi neolatini, è dimostrato dalla glossa d'Isi-
doro eruli domini.
17. — VB. fjamales'na 'vampa'.
È un composto di fjama 'fiamma' e les'na, che ritorna nel
com. lesna, e al masc. nel mant. lesn, col senso di 'lampo'. Adun-
que fjamales'na significherebbe letteralmente 'fiamma-lampo'.
Circa l'etimologia di les'na, v. per ora Mussafia, beitr. 75.
18. — piem. bresc. gola; afr. jolif.
La voce piemontese gola 'baldoria, fuoco di gioja, fiammata',
e l'omofona bresciana per 'allegria', off"rono un bell'esempio di
aferesi per dissimilazione. La forma integrala è gaggia =*gau-
diola, da gaudiolum diminutivo di gaudium; cfr. ^rov. gau-
jolo gaucholo 'feu joj^eux, feu de ramée' (Mistral), romagn. gii-
gola 'giubilo festa'. Per lo schietto gaudiu, cfr. il piem. goj
m. 'gioja piacere' e gli equivalenti guasc. goi, prov. gau ecc. ^.
La base *gaudiola col suo significato di 'allegria festa giu-
bilo' suggerisce un nuovo pensiero circa la provenienza, non
* È dubbio se al prov. r/aujolo, romagn. gugola, piem. {/ola, {fola 'fiam-
mata', si possa aggiungere il movvan. jolée jiolée jiaulée 'divertimento o
festa per nozze' (v. Cliambure, Gloss. da Morvan, s. v. ). Il berg. gionda
giondina giimgina 'festa, giubilo' vorrà per base jucunda ecc.
Note otiuiolog-icho e lessicali. - III. 113
ancora bene accertata, dell'afr. Jo^z/ 'allegro lieto' (nfi'. joli con
diverso suffisso) e delle connesse forme it. giulivo, aprov. jolièit.
L'etimologia proposta da Diez (s. giulivo), che fa provenire que-
ste forme dall'anord. jol 'festività di Natale, o del solstizio d'in-
verno', benché generalmente ammessa (v. Littré, Scheler, s. v.,
Mackel 34, Kòrting 4471), non impone una convinzione assoluta.
Che il nordico jol, col suo speciale significato sia stato introdotto
in Francia dai Normanni, o anche prima di loro, è una sem-
plice ipotesi. Ma in ogni caso non è facile comprendere come i
Francesi, non avendo conservato nella loro lingua il tema nor-
dico semplice, abbiano foggiato su di esso un aggettivo con suf-
fisso latino, e gli abbiano dato un senso più generale e, per qual-
che rispetto, diverso. Il dubbio lasciato da questa spiegazione
rende legittimo il tentativo di nuove ricerche sul campo latino.
E qui si presenta la base sopra citata: *gaudiola, col senso
di 'allegria giubilo festa', postulato, come s'è visto, dal prov.
gaujolo, dal romagn. gugola, e presumente un fr. ^jojole, onde
*jole, parallelo al piem. gola. Col suffisso -Ivu, da '^jole si sarà
normalmente formato jolif.
L'it. giidivo fu importato dalla Francia. In esso Vu protonico
invece dell'o, come già notò il Mackel, non ha di che sorprendere.
19. — it. gorra, alto-it. gurra, 'vimine, vinco', e a'ocì affini.
Oltre al piem. can. monf. vs. gura, vb. va. sic. gurra, sono da
citarsi : it. parm. piac. gorra, sic. agurra, vurra, quey. agourro,
prov. gourro, e collo stesso significato i diminut. piem. can. pav.
gurin, piem. (Cuneo) gurett, parm. piac. gorren, mil. gorin, prov.
gourret ecc. In vs. guril è il nome del 'salcio'. Del resto, pa-
recchi dei vocaboli citati significano ad un 'tempo 'salcio' e
'vimine'.
Il Braune (Zeitschr. XYIIl 523) connette gorra gurra coi
bass. ted. gorre gord, fris. górde, mneerl. gorde 'vinculum. Io-
rum', neoted. gurt 'cintura'. Il Chabran e il De Rochas d'Aiglun
cercarono invece una base al quey. agom^ro nel lat. agolum
'vincastro', da cui lo Scheler faceva poi provenire, con minore
improbabilità, il fr. houlette. Ma l'una e l'altra etimologia sono
ugualmente inammessibili. Il ted. gurt, e meglio il derivato giÀìHel,
Archivio glottol. ital., XV. 8
114 Nigra,
ha conservato la dentale nel riflesso monferrino gridilinna 'cin-
turella' (v. Nigra, Canti popol. del Piemonte, less, s. v.); e quanto
al senso, la concordanza non è intera, poiché e' è ancora assai
differenza tra una 'cintura' e una 'verga di salcio'. Quanto al-
l'agolum di Festo, non si vede come se ne potesse ottenere un
*agolla (ci aspetteremmo agulu agili u, come baculu, ba-
cili u), ne alcuna analogia, dato pure un *agolla, perchè se
ne dovesse avere un *agorra e gurra.
È più verosimile che gorra gurra e le forme affini siano con-
nesse col romagn. gor 'l'ossiccio, rossastro', e col trivigiano
goro *di color castagno', cioè 'rosso-castagno'. Gorra equivar-
rebbe quindi etimologicamente a 'rossigna' e sarebbe stata così
detta in origine dal colore della vetrice rossa (salix purpurea),
per distinguerla dalla vetrice bianca. Il nome sarebbe poi diven-
tato generale e applicato a quasi tutte le specie di vetrici.
Alla stessa base {gor}'-) ritornerebbero: 1.° fr. goret, sp. gor-
rin, pav. goranèi 'porcellino'; — 2.° sp. gorrion 'passero', dal
colore castagno delle penne, che valse a quest'uccello l'inter-
pretazione popolare del suo nome francese moineau, come se si
avesse voluto dire 'monachello' (Diez attribuisce l'interpretazione
popolare alla dizione del salmJsta passer solitari us in tecto;
ma è più probabile che sia dovuta al colore di marrone delle
penne, eguale a quello della cocolla dei frati); — 3.° sp. pg.
gorra, gorra, it. gorra, 'berretto di contadini, dal colore rosso-
scuro'.
Quanto all'etimologia, nulla di certo. Un gv originale potrebbe
dare cosi il g di gurr- (gorr-), come il b di bùrru 'rossastro'
del lessico latino e del burra di Festo 'vacca dal muso rossiccio'. .
Ma, a tacer d'altro, dal gv originale dovremmo aspettarci un v
latino, quindi vurru, non burru. Ad ogni modo, come con-
nessi col burra di Festo, nel senso di 'fulvo', sarà lecito qui
citare i seguenti vocaboli: vb. borre, vs. horri, sav. borra,
^toro', VA. bore 'bue', trent. burlim, prov. bourret bourrec,
'torello', guasc. breto 'genisse', rouer. bourrino 'vacca sterile';
oltre sp. borrico, fr. bourrique, piem. burlkk, it. bricco ecc.,
'asino'.
Note etimologiche e lessicali. - III. 115
20. — fr. goupUlon 'aspersorio', e ancora alto-it. loisca,
lad. V isola, 'verga'.
Neir articolo relativo a loisca (Arch. XIV 383), ponendo a
base di questo vocabolo l' aat. tolse (neoted. wisch) 'spazzatojo,
scopa', fu osservato, che nei paesi in cui il vocabolo romanzo
era in uso, esso presentava la risposta a w germanico iniziale
unicamente con v w, e non mai con g gu] e questa costante
mancanza di § gu in risposta al w della presunta base ivisc era
anzi addotta come una possibile obbjezione alla proposta etimo-
logia. Da nuove ricerche fatte sul campo francese, dove sembrava
che il vocabolo non esistesse, apparirebbe ora dimostrata la pre-
senza d'una voce del medesimo stipite, in cui si risponde appunto
con g gu, alternato con v, al io germanico iniziale. È l'afr. gui-
pìllon gaepillon (Cotgrave), passato nel più recente goupillon, e
alternante colle forme vipillon (Carpent.), vimpilon (Cotgr.), bl.
vispilio (Due), col significato di 'aspersorio, spazzatojo, frasca,
scopa'. Altre forme francesi sono date, insieme con queste, dal
Thomas nel suo articolo su 'goupillon '^ Fra queste è notevole
guipon 'scopatojo dei calafati'.
Nelle forme francesi, il 5 si è facilmente dileguato dinanzi a
p; ma che esistesse, è dimostrato dal bl. vispilio, che il Du-
cange adduce da una carta inglese, oltre che dalla forma esioi-
spillon, usata da Nicolò Bozon e citata dal Thomas (o. e, 312 n),
e dall'olandese qidspel (kwispel) 'aspersorio', che fu già da
G. Paris rettamente ravvicinato al fr. goupillon ^. Codesto sp
risponde poi, come nell'ingl. loisp, al germ. se] di che si vegga,
oltre il Noreen e il Ceci, citati in Arch. XIV 383, Skeat s. wisp,
Kluo^e s. wisch ecc.
* Ant. Thomas, Essais de philologie frangaise, Parigi 1898, p. 309. —
• Quanto all'etimologia di questo vocabolo, il Thomas così conchiude: «Il
semble bien qu'il faille chercher l'étymologie de goupillon dans un radicai
vipp icipp que le latin ne peut pas fournir. Or ies langues germaniques
ont précisément un radicai wip qui se présente avec deux p en bas alle-
mand et dans Ies idiomes scandinaves, et dont le sens primitif 'se balancer,
ce qui se balance ' s'accorde fort bien avec l'usage de goupillon.-»
2 Bulle tin de la Soc. de linguisti que, II cxv, Cfr. Ant. Thomas o. e. 309 n. 2.
116 Nigi-a,
Se la relazione qui presunta tra l'alto-ital. wisca, lad. viscla^
e il fr. goupillon è dunque fondata, si dovrà dedurre che goiipil-
lon originariamente significasse un ramoscello con foglie, o un
mazzetto di verghettine, ad uso d'aspersorio, quale si adopera
ancora adesso per lo stesso uso nelle povere chiese di campagna.
Chi scrive ha visto più volte far l'aspersione dell'acqua bene-
detta con dei ramoscelli di bossolo.
21. — fr. grivois.
Il fr. grivois significa, secondo Scheler, 'soldat éveillé et alerte,
drille', e poi genericamente 'libre, bardi'. 11 fem. grivoise si-
gnifica 'vivandière', il verbo g^nveler 'faire de petits profits il-
licites'. Al fr. g^^iaois corrispondono i prov. grioouès, ling. gri-
bouès, guasc. grièuat, mars. grivouaì'd, 'luron', e i piem. griwé
(fem. grlwes'a griiuejs'a), can. grivejs, vb. gèrvejs, 'ardito de-
stro sagace coraggioso'. Il vb. griva m. significa 'furbo'. Le
forme piemontesi vennero di Francia o di Provenza. Il fr. grH-
vois e il prov. grivouès non sono altro che l'afr. e aprov. griu
'greco', aumentato dal suffisso di provenienza -ois-es = it -ese^
lat. -ense. Griuois risponderebbe quindi ad un it. *grechese. La
spiegazione dei significati di questo vocabolo è la stessa che
serve a dichiarare i varj sensi assunti dalla voce greco nelle
lingue romanze. Essa deve cercarsi nella riputazione buona o
cattiva fatta da epoca già remota ai Greci e più tardi ai mari-
na] delle coste di Turchia, dell'Asia minore e dell'Arcipelago;
della quale riputazione si ha un argomento nel significato del
quasi equivalente vocabolo fr. prov. cat. levanti 'levantino, ma-
rinajo Turco o greco, furbo, ardito, bandito ecc.'. Alla stessa
origine si dovrà riferire il fr. griveler , 'guadagnare illecita-
mente', che sarebbe un it. *grechellare, ravvicinato a torto dallo
Scheler a un "^gripare o al fiamm. hribbelen 'ràper'.
In francese, il fem. grivoise, passato in senso sostantivo, si--
gnificò ' ancienne tabatière, qui était munie d'une rapo servant à
ràper le tabac' (Littrc s. v.). Questo strumento sarebbe venuto
in Francia, secondo il Litti'é, da Strasburgo, nel 1690. Lo stesso
autore fa derivare grivoise dal basso-ted. rapp-eisen 'rape à ta-
bac', con g prostetico; e fa poi provenire il vocabolo gi-ivois
Note etimologiche e lessicali. - III. 117
da grivolse, affermando che questo strumento essendo diventato
di moda tra i soldati , quelli che se ne servivano ricevettero il
nome di grivois. In mancanza di prove storiche corroboranti una
tale affermazione, è lecito supporre che lo strumento di cui si tratta
ubbia per contro preso il nome dal paese da cui sarebbe stato in-
trodotto, così sembrando indicare il suffisso di provenienza -oise
= -ense, allo stesso modo che bncoise pigliò il nome dalla Tur-
■chia (v. Arch. XIV 300). Secondo questa supposizione, la pri-
voise sarebbe dunque etimologicamente la tabacchiera greohese
o grcchesca. In ogni caso, se dei due vocaboli, griuois e gri-
volse, l'uno è provenuto dall'altro, certo il derivato sarà questo
e non quello.
22. — Voci romanze
che si connettono col mat. gtHutoel 'ribrezzo', ecc.
Allato al dan. gru 'orrore', all'aat. ingrùen 'horrescere',
grùoth 'horripilationem' (Graff), al mat. e medio-basso-ted. gy^u-
toen, neoted. grauen, 'aver ribrezzo', stanno: mat. griul griu-
loel, mbt. gruioel, neot. gràuel, ' ribrezzo ', e con nuovo suffisso
l'aat. gruìih, mat. griuwellcìi, mbt. g^'uioelich, neot. gràulich,
Miorridus'.
Ora, con griul ecc. son da confrontare: prov. grivoulà 'fris-
sonner'; — svizz. rom. grébolà gribolà 'tremar di freddo', gre-
holoìi griholon 'brivido, pelle d'oca'; grohelìiou uno dei nomi
del diavolo, che equivarrà quindi a 'orribile, terribile'; greuletta
grulelta (gin, grealetle greulaison) 'brivido per freddo o paura';
greulà grulla (gin. greuler) 'rabbrividire, tremar di treddo o
febbre'; — afr. greuller, Vosges grulé, fr. cont. gruler, borg.
groullai grullai, Jura grouller,\oven. greullè, 'grelotter'; Vos-
ges grulons m. pi. 'frissons', fare gruloite 'faire trembloter',
regimile 'tremblotant'.
Con queste voci andrà il fr. grelot (se risale a ^greulot "^gre-
velot), e il 'sonaglio' avrà cosi avuto il nome dal suo tremolio,
come attesta il derivato grelotter 'tremolare dal freddo'. Cfr. il
còrso ientenne 'sonagli', Tommas. Canti corsi 288.
Un'altra combinazione della stessa base è rappresentata dall'aat,
<jruioisón grùisón 'horrescere', e dal neot. gratis grus 'ribrezzo
118 Nigra,
raccapriccio'. Con questa è da confrontare : il basso-can. (Piverone
Vi verone) §ruizu (Flechia Arch. XIV 117) 'brivido', che riviene
a ^^ruizulu (cfr. pieni, nespu = nespolo ecc.). E rasentiamo cosi
altre forme sinonimo, in cui però manca l'elemento labiale e anche
sono appendici {ce, zz) cui non basterebbe il semplice fondamento
del s: it. gricciolo 'capriccio' e 'raccapriccio'; ven. grìzzolo e
sgrìsolo, ferr. mant. bresc. grizol sgrlzol sgrlsul, mil. regg. parm.
sgrisor, 'ribrezzo brivido'. Nel vicentino prevale la forma fem. al
plurale sgrisole 'brividi'. 11 piem., come il boi., ha zgrizàr (Ga-
vuzzi: sgvisòr) 'battisoffia', e il berg. sgrisaròla 'gricciolo, bri-
vido '. Il suffisso dimin. ^ulu di gricciolo ecc. è probabilmente ro-
manzo, poiché il mat. gìnul ecc. appartiene ad un altro stipite,
senza il s^ e Tingi, grisly 'orribile' corrisponde all'asass. gryslic
23. — it. guarag nasco 'tasso barbasse'.
La voce toscana qui citata offre un curioso esempio, sia pur
di mera trasformazione popolare, del v iniziale latino e del b
mediano latino, passati in gu- Poiché non par dubbio che gua-
raguasco sia un allotropo di bardasso e rappresenti il lat. ver-
bascu (sp. barbasco, v. Diez s. v.), con epentesi di a tra le due
consonanti del nesso mediano. Accanto a guaraguasco compajon
nella stessa regione, con leggiere modificazioni, guaraguasto e
gua7^aguastio.
24. — Riflessi di Kyrie eleison.
Alle voci riferite sotto hrijalés'im (Arch. XIV 368), si ag-
giungano le bergamasche: creelès criolès crioUs 'fracasso delle
tenebre nelle chiese la settimana santa'. Il Tiraboschi, che re-
gistra quelle voci, cita, nell'appendice del suo vocabolario ber-
gamasco, il seguente passo di G. C. Croce, il noto scrittore po-
polare bolognese : « i gran cridalèsimì che si fanno in Bologna
nelle Pescarie tutta la quaresima » ; dove la parola fu malamente
italianizzata, come se procedesse da cricla.
25. — Svizz. rom. liivro.
Mancano in Kòrting, n. 8465, i riflessi di uber, con l'arti-
colo concresciuto, registrati, per la zona ladina, dall'Ascoli in
Noto etimologiche e lessicali. - III. 119
Arch. I 32 499. Ai quali ben s'accompagna lo svizz. rom. liì-
i:ro, scritto anche liv7^o in Bridel s. v. , pur qui limitato alla
'mammella di vacca, capra, pecora, e d'altre feraine di animali
mammiferi'.
26. — fr. prov. mèle z e 'larice'.
Le voci adottate dal francese, rnelze e mèlèze, sono in realtà
provenzali, prive del n finale, come nei parlari provenzali può
normalmente avvenire. Siamo dunque veramente a mèlzen mè-
lèzen.
Con la prima di queste voci va il piem. rnerzo = *mérzen. La
storia di questa forma, che postulerebbe per base, invece d'un
*melix, come pensò il Mejer-Lùbke (Zeitschr. XV 243), piut-
tosto un *mergen- o *mergin-, rimane per ora incerta.
Con la seconda, vanno il piem. malèzo = malézèn , brianzon.
inelèzen, linguad. melézo, Jura melèzou ecc. E la base latina ne
dovrebbe essere l'aggettivo melligenu (che però il Georges più
non accoglie), o il pliniano melllgine 'succus e lacrimis arbo-
rum', non ostante l'I (cfr. it. caleggine). Se questa seconda voce
fosse la base, l'albero avrebbe preso il nome dal proprio pro-
dotto. Per simili formazioni di nomi d'alberi, si possono compa-
rare gl'it. citràggine melùggine perilggine, l'umbro moldgine
'celtis australis', berg. malìgen 'sorbo corallino', ecc.
27. — it. nicchio -a; nicchiare .
Il fr. nicher fu già prima d'ora fatto risalire a *nidicare
(v. Schucliardt, Zeitschr. XIII 531), e sarà un altro e.sempio di
verbi formati come toucher , di cui s' è studiato in Arch. XIV
337-8, XV 107-8. Le forme equivalenti afr. niger nigier^ daccanto
a nicher, presentano lo stesso parallelismo che i riflessi francesi
di re-vindicare: revengier e revancher.
GÌ' it. nicchio nicchia ' conchiglia aperta ', e il secondo anche
'incavatura nel muro per collocarvi statue o vasi', vorranno eti-
mologicamente pur dire 'piccolo nido', e saranno cioè riflessi di
*nidiculu *nidicula, piuttosto che di mitulu, come propo-
neva Diez, s. nicchio.
Nicchiare^ in quanto è ' puzzare ' (toscano di Val d'Elsa), che
il Caix, St. 422, fece provenire da *neculare, potrebbe egual-
120 Nigra,
mente essere = *nidiculare, e significare propriamente 'man-
dar odore di nido'. Per il significato, sarebbero da confrontare
il piem. kuviss, quasi *coviccio, da covare, significante 'stantio',
detto di uovo corrotto, e il can. ktvejs 'odore di rinchiuso', pro-
priamente 'odore di covile'.
28. — can. pitro 'gozzo'.
Qui avremo un altro esemplare in cui si rifletta l'obliquo tri-
sillabo di neutri in -us (cfr. Ardi. II 423 sgg. IV 402, X 12 n).
Il can. pitro significa propriamente 'gozzo'; ma i va. potrò,
vola, pitì-e, albv. petre, deli, piit^o, dicono 'ventriglio, stomaco'.
La base comune è il lat. pectore. La voce va. ha pure il senso
di 'petto' nel composto pótrorogo 'pettirosso', e nei derivati de-
pótraljà 'scollacciato', e insieme empótrè 'ingozzare'. — Cfr.
più in là, il nm. 40.
Il nomin.-accus. pectus sta invece a base del piem. pett 'petto',
can. pelt, vb. monf. com. pece, va. pjett, 'mammella delle vac-
che e d' altre femine d'animali ' ; cfr. fr . pis ecc., e v. Arch. I
87 305.
29. — piem. pre 'ventriglio dei polli'.
L'equivalente canavesano è prér. La base è un *petrariu
da petra, e il ventriglio dei polli è così detto per la quantità
di pietruzze che in esso ordinariamente si trovano. Per la for-
mazione si comparino il piem. dré e il can. drér 'di dietro' da
*deretrariu. Avrà la stessa base l'equivalente valdese péWe
prie, quasi 'petraja'.
30. — can. pussar.
In canavese, due verbi, diversi d'origine e di significato, con-
fluiscono nell'unica forma riportata qui sopra; e sono: pussar,
piem. monf. pussé, 'spingere, urtare', dal lat. pulsare; —
e pussar 'attingere' acqua, o altro. Questo secondo verbo de-
riva da puss 'pozzo', come il fr. puiser da puits, l'aprov.
pozar pousar , neopr. pousà , da pous ; con la diff"erenza però,
che il verbo canavesano mantiene la sibilante sorda anche tra
vocali, mentre nei riflessi transalpini il s intervocalico è sonoro.
Si è qui registrato questo vocabolo dialettale, per quel qualsiasi
Note etimologiche e lessicali. - III. 121
contributo che possa recare alla storia ancora dubbiosa dei ri-
flessi volgari di puteu.
31. — afr. ra'incier, nfr. rincer.
La giusta spiegazione dell' afr. ra'ùicier, la cui formazione, in
una nota precedente (Ardi. XIV 380), fa dubitativamente messa
innanzi come non diversa da quella ivi proposta per il can. .sVéj'n-
sccì" , è data in Behrens, 'Ueber reciproke metathese', p. 47.
L'aprov. retensar, e l'emil. ardinzar ardinzer (Flechia, Ardi. II
30: ard- = red- ret-) non lasciano dubbio che la base di 7'ahi-
cie?^ sia *retenciare, metatesi di *recentiare, divenuto 7'een-
cier ramcier per il normale dileguo del t intervocalico.
32. — emil. lomb. inatta, rata.
Il boi. ratta, romagn. ferr. lomb. rata, significa 'erta, salita
rapida'; donde il nome locale boi. Mezzaratta letteralm. 'mezza-
salita'^. È un sostantivo da rapida, e s'intenderà via. L'ag-
gettivo tose, ratto -a, 'rapido' e 'ripido' fu già rettamente ri-
vendicato alla base latina rapidu dal Flechia (Arch. II 325).
In bergamasco, daccanto a rata 'erta', vi è pure il sost. ratèll
'sdrùcciolo'.
33. — piem. rista.
L'aat. rista 'pennecchio', come fu riconosciuto da Diez (s. resta),
spiega il piem. can. coni, risia, va. albv. rita, vald. delf. rito,
prov. risto ristro, svizz. rom. ritta reta, 'tiglio di canape della
prima pettinatura, garzuolo fino'. In Canavese, il tiglio di ca-
nape prende, secondo il grado di finezza della pettinatura, i nomi
seguenti: 1.° 7nsta ''tiglio il più fino della prima pettinatura';
2." erkoUna, va. rekolenne, ' tiglio di seconda qualità, prodotto
dalla seconda pettinatura'; 3.° stupa 'stoppa; tiglio dell'ultima
qualità, della terza pettinatura, o rimasto dopo la seconda'. Il
nome di stoppa è pur dato al tiglio del lino d'infima qualità.
* Nome d'una chiesa, detta Madonna o Santa Maria Mezzaratta, e del-
l'attigua villa già residenza e propi-ietà di Marco Minghetti, situate a metà
della salita del Monte sopra Bologna.
122 Nigra,
E anche il nome di rista è comune, in alcuni luoghi, al tiglio
più sottile del lino. Difatti, in pieni, si dice ristell o ristin d'Un
il 'lucignolo di lino'. Ma in Piemonte e nelle Alpi svizzere e
savojarde il nome di rista, senz'altra indicazione, è applicato per
antonomasia al tiglio di canape di pi'ima qualità. La locuzione
piem. e can. lèjla d'rista significa la tela più fina di filo di ca-
nape, e in questo senso è usata nelle citazioni di basso latino
piemontese fatte dal Ducange; Statuto di Vercelli;... et de tela
riste canape et stope lini etc; Stat. di Mondovi (non di Mon-
real, come in Zeitschr. V 21 s. resta):... de teisa telae ri-
stae... de teisa telae stopae ecc.
La matassa di rista è detta in can. rest, ristell in vb.
34. — Nomi del 'rosolaccio'.
La tinta di rosso smagliante del papavero selvatico tra le spi-
ghe di frumento, valse a questo flore il nome toscano di roso-
laccio, quello tedesco di lilatschrose, e altri simili, che non hanno
bisogno di spiegazione. Il fr. coquelicot allude alla somiglianza
tra il colore dei petali del fiore e quello della cresta del gallo.
Ma in alcuni dialetti dell'Alta Italia è dato al rosolaccio un nome
che significa 'bambola, 'pupazza', come: ferr. piipla, berg. po-
pona, che significa anche 'bimba', daccanto ai lomb. pila pòa^.
piac. biibba, piem. binata ecc., 'bambola', dalla base lat. pupa
*puppa. Similmente nel dialetto mentonese, il rosolaccio è detto
fantina, quasi 'ragazzina', e nel bresciano madonina. Queste
denominazioni sono dovute, secondo che pare, ad una vaga ras-
somiglianza che il rosolaccio presenta con una bambola vestita
di rosso, quando i suoi petali piegati all' ingiù lasciano scoperto
il guscio del seme. Di fatti, in varie parti dell'Alta Italia, e forse
altrove, le madri e le bambinaje sogliono fare con questo flore
una pupazza per le bambine, cingendo al gambo con un filo d'erba
i petali ripiegati in guisa da rappresentare una gonnella rossa
con cintura verde. Il guscio, che è ricciuto, messo cosi a nudo^
si riduce con poca pena a figurare una testolina emergente dal
busto di scarlatto.
Note etimologiche o lessicali. - III. 123
35. — can. sakun, ecc. 'bastone'.
Can. salimi 'bastone', sakunar 'bastonare'; berg. zacù 'ba-
stone', zacunà 'bastonare'; sillano zakkon 'pezzo di legno da
bruciare' (Pieri, Arch. XIII 347); zaconus 'randello' negli
statuti di Riva (Schneller s. v., pag. 211). Quest'ultima voce fu
ricondotta rettamente dallo Schneller al gemi, zacke zacken
'ramo, rebbio', che sta egualmente a base degli altri vocaboli
citati qui sopra. Ritorna sacon pure in un documento dialet-
tale del Delflnato , del sec. XIII , pubblicato, secondo una copia
dol 1403, dal Devaux nel suo Essai sur la langue vulgaire du
Daaphiné scptentrional au moyen dge (Paris 1892; p. 88 484).
Fra le tasse da pagarsi al sovrano sulle merci esposte alla fiera,
vi è indicata quella di due denari sul centinajo di bastoni, de-
stinati a far cerchi di botti e tini : le cenz clels sacons II den.
L'editore, a cui la parola riusciva nuova, pensò ad un errore di
trascrizione. Ma, come si vede, la trascrizione è giusta ^.
36. — VA. saljott ra. 'locusta'.
Al Valdostano saljott si accompagnano, coll'eguale significato
di 'locusta, cavalletta', il berg. sajòt, il vallevent. sajotru, il
cremasco sajoéó sajóttol e f. sajóttola', e tutti risalgono, per
-ottit ecc., a sai io, significando perciò, come già fu avvertito
dal Biondelli, il 'saltatore'; cfr. Arch. VII 500. E a salto, con
suffissi diversi, risalgono analogamente le voci sinonimo: va. su-
tal] , fr. saiUerelle , norm. sauticot, sp. salton; cfr. il volgare
lomb. salta-tnartin, e simili.
37. — can. sampatt.
Risponde a 'simpatico', e significa il nervo grande simpatico,
ma specialmente quella parte di esso che forma i gangli del-
l'abdome. È usato per indicare i 'visceri', quando si sentono
commossi da un'impressione fisica o morale. Si dice per esempio :
a m'd trema 'l sampatt 'mi tremarono le viscere'.
* Nelle glosse d'Isidoro e" è un sacculum identificato con paculum,
il quale ultimo vocabolo si dovrà probabilmente interpretare per baculum.
i24 Nigra,
38. — pieni. s'gaj\ mil. scagg\ piem. sboj.
Quanto al piem. s'-gaj 'terrore improvviso, raccapriccio', che
va coll'it. ghiado ecc., basterà rimandare a FlecMa, IV 377. —
Al mil. scagg, com. sqaacó, mant. squai, 'ribrezzo, batticuore,
terrore', deve darsi all'incontro tutt'altra base; e sarà *ex-coa-
gulu, quasi 'squagliamento, deliquio'. — Finalmente, il piem.
can. s'bòj, 'sgomento momentaneo', proviene dal piem. IxJj 'bol-
limento', che risale a bullire. Il significato etimologico è 'bol-
limento' 0 'sbollimento', e si intenderà del sangue. Si compa-
rino it. huglio 'tumulto', subbuglio ecc.
39. — Alcuni nomi del 'sorbo corallino' (sorbus aucuparia).
Nella regione delle alpi occidentali , il nome più comune del
sorbo corallino si presenta nelle forme seguenti: sav. va. temell,
svizz. rom. va. temè, can. piem. tiunell, mondov. valsass. vaiteli.
tamarin, mondov. tamaris tameris, fr. dial. iimier, e le forme
fem. svizz. rom. temala, Vaud temella , Orta temelina, novar.
timolina. Daccanto a queste s'incontrano le forme con r dopo t:
piem. tremo, valsass. vaiteli, tremej m. pi., e i fem. Arbedo tre-
mola, novar. tremolina tramolina. E. Rolland, a cui devo la
notizia di molti nomi di quest'albero, mi indicò pure il port. tra-
mazeira.
Donde provengono codesti nomi? E anzi tutto, il r è origina-
rio nella loro base o non lo è?
Il Salvioni (Dial. d'Arbedo, s. tremola), fondandosi sul valsass.
e vaiteli, tamarin e sul temelina di Coirò (Orta), ravvicina l'arb.
tremèla, e altre forme similari al nome del tamarindo, dal cui
frutto si estrae la materia delle preparazioni farmaceutiche ben
conosciute sotto questa appellazione. Ma la forma della maggior
parte dei vocaboli, qui sopra trascritti, ripugna ad un tale ravvici-
namento. D'altronde, il sorbo corallino non sembra avere alcun-
ché di comune coll'albero indo-africano, il quale poi non è vol-
garmente noto in quanto sia un albero. Non si comprende facil-
mente come il nome arabo potesse arrivare alle Alpi svizzere
savojarde piemontesi e lombarde, senza lasciar traccia sulle co-
ste europee del Mediterraneo. Né il frutto, amaro e astringente,
Note etimologiche e lessicali. - III. 125-
del sorbo poteva essere logicamente ravvicinato a quello ben di-
verso del tamarindo. D' altra parte, la presenza di r dopo t in-
certe forme, come p, e. nelle novaresi tremolina tramolina, non
è facilmente spiegabile per ragion di metatesi. Le indagini eti-
mologiche dovranno quindi seguire un'altra direzione.
Le forme senza r dopo t, segnatamente il fr. timier e il pieni.
lumell, parrebbero accennare ad una comunanza d'origine col
lat. thymum, che è il gr. i^vfxov, o col relativo composto thy-
melaea, che dice insieme 'timo' e 'ulivo'. Senonchè, il sorbo
corallino e il timoson piante apparentemente ed essenzialmente
diverse. Il primo è un albero, l'altro un arbusto. L'uno è ri-
marchevole per il suo frutto, l'altro per i fiori. Quello nutre gli
uccelli e la selvaggina (fr. sorbier des oiseaux, ingl. fowlers
service tree, ted. eheresche ecc.), questo dà il miele alle api.
Infine il timo ha un profumo gradevole, il sorbo invece, dalla
scorza, come dalle ciocche dei suoi fiori bianchi, manda un odore
ingrato che gli valse il nome di 'puzzolente' in varj dialetti: ted.
S. Gali, stmk-esch, prov. poidsso, piem. pussja, Saluzzo pizzera,
mond. pisso ^ vallon. pelrai, Doubs pule pente petenier , svizz.
rom. poueta, ecc. Anzi questo puzzo del sorbo, forse più ancora
che il sapore amaro delle sue bacche, fece a quest' albero, cosi
grazioso di forma, e delizia degli occhi nel tardo autunno per
i suoi grappoli di corallo, una detestabile riputazione presso i
contadini e i pastori di Provenza, Linguadoca, Velay, e altri
luoghi di Francia. Di fatti, in prov. ling. Aveyron è detto 'cat-
tivo frassino' mau fvais, inai fraysse, ecc., nel Velay e nelle
Basse Alpi ha un nome che sembra connesso con 'tòssico': Vel.
tuissié, B. Alp. tuichier] e in prov. nell'Alta Loira e nel Gard
ha comune il nome coll'aconito, prov. Gard toro, prov. A. Loira
tourié (cfr. prov. toro 'aconito, bl. thora 'veleno'). E pertanto-
inverosimile che la base postulata delle nostre voci risieda in
thymum o ne' composti di thymum.
Ad una connessione qualsiasi di timier tiÀmell tremela iremo
col lat. temètum temulentum (o col ted. taumeln, aat. tu-
malón, 'barcollare, girare') non è lecito pensare, benché i rami
del sorbo corallino, quando sono gravi di còccole, vacillino come
un ebbro, e benché si dica che le còccole stesse, al pari dell'uva,
abbiano il potere d'inebbriare i tordi che le beccano.
126 Nigra,
Non rimane, per quanto è dato di vedere, il germanico e il
celtico non ci porgendo alcun ajuto, se non di ricorrere al lat.
tremore, che ha dato Iré/Jiala all'italiano, termo al piemon-
tese, trenible al francese, per 'alborella '. Difatti i nomi del sorbo,
piem. tremo, valsass. vaiteli, tremell, arb. tremola, si spiegano
come normali riflessi di tremùlu *lremellu *tremella , e
allo stesso modo si spiegano, colla reintegrazione del r, dilegua-
tosi nel nesso tr-, le forme tiimell temell temella ecc: In lùmell
Vii è dovuto alla sequenza della consonante labiale, come nel
piem. silmja 'scimia', subì 'sibilo' ecc. Il fr. timier si spiega
colla sostituzione del sufi", -ariu (solito in nomi di alberi: prunier
sorhier poirier laurier auhier peuplier ecc.) al suff. -ellu. Il
dileguo del r in parecchie delle forme qui esaminate, o dipende
da dissimilazione dovuta alla liquida del suffisso, o piuttosto dal-
l'incrocio di temere e tremolare, che già fu invocato per lo sp.
temblar, Ardi. XI 447. I suffissi diminutivi di tamarin temelina
tremolina non presentano difficoltà. Quello di tamaris tameris
potè forse nascere dal contagio di tamariscu, o tamari ce.
Resta a spiegarsi il port. tramazeira , circa il quale non soc-
corre per ora che il dubbio confronto col port. tremoQOS 'lupino '.
Secondo l'etimologia qui esposta, il sorbo corallino, nella re-
gione qui sopra indicata, sarebbe dunque stato chiamato il 'tre-
molante', come l'alberella. E questa denominazione si chiarisce
di fatti per la grande mobilità e flessibilità dei rami di quell'al-
bero. Del che si ha una riprova in varj altri nomi dati al sorbo
corallino in luoghi diversi. Cosi esso è detto in va. freno ver-
geno o v erg elen, cioè 'frassino dalle verghe, frassino flessibile'
(cfr. vallon. ve7''gì 'courber', verjant 'flexible'); in ingl. wicken
^ramoso pieghevole', quick-beam, quicken-lree 'mobile tremulo'
{aisland. quikr 'tremulo'), witchen 'cadente flessibile' (v. Skeat,
s. witch-elm), in ted. quitschenbeerbaum 'bagolaro mobile, vivido'.
40. — bologn. s te)' retta.
Il significato di questo vocabolo è 'calza di staff"a, calza senza
pedule'; cfr. il vicent. streva 'guiggia' e 'staffa dei calzolaj'.
Stervetta sta per *slrevetta o *st7-ivelta, e proviene da *strÌDO
{sp. estribo, afr. estrien estrie f ecc.) 'staffa', che ha per baso
Note etimologiche e lessicali. - III. ' 127
un germanico st7'eupa, come fu detto nell'art, su stììmle, XIV
299. Il significato 'calza di staffa' giustifica l'etimologia di ster-
vetta, e conferma quella di stivale *strwale. E a proposito di
quest'ultima sia lecito qui mentovare le forme equivalenti, ber-
gamasco striai, col dileguo di v intervocalico, e Valdostano di
Courmayeur estreval.
41. — it. traghetto , piem. tragett.
Il tose, traghetto ha, secondo il Meini, tra gli altri significati
(trapasso, passaggio, traversa ecc.), quello di 'rigiro'; in roma-
nesco traghetto significa 'tresca' (v. Belli, ediz. Morandi, VI 264);
in piem. tragett, e nel basso-can. (Vi verone) Iragàtt trigàtt, di-
cono 'andirivieni, pratica secreta'. Sono deverbali dell' it. tra-
ghettare tragittare -* tv Sinsj e ci Sire, che ha, oltre i significati
di 'trasportare, traversare, trafugare ecc.', quello di 'giocar di
mano'. Anticamente si dicevano tragettat07n i bagattellieri, come
appare dal seguente passo del 'Volgarizzamento delle pistole di
Seneca ', citato dal Vocab. della Crusca : « Siccome fanno i bus-
« soletti e le pallette e gli altri strumenti de' travagliatori e de'
tragettatori. » Lo stesso vocabolo collo stesso significato è nel-
l'afr. tresgetteur trajettaor 'escamoteur' (v. 'L'art de Cheva-
lerie').
42. — Riflessi di vetére (cfr. il nm. 29).
L'Ascoli, I 96 213 405 455 527, già raccolse più riflessi di
questa base trisillaba e più altri se ne aggiungeranno. Qui intanto
si notino, in ispecie per la significazione: basso-eng. (Sent) ve-
dàr 'fumé, rance (se dit de la viande et du fromage)'; berg. èder
(= veder) 'stantio'; can. veri, vb. vere, 'stagionato, vecchio', con
applicazione limitata alle cose, non estesa a persone o ad animali.
La stessa limitazione occorre nel verbo derivato can. anverjar
'invecchiare, stagionare'. In Val Brosso, la nostra voce è la
seconda parte del composto G'assvere, nome d' un'alpe, la cui
prima parte è gass 'giaciglio, covo' (onde 'capanna, agghiaccio',
cf. alomb. giagpo, prov. ajassà 'enfermer dans le bercail', e in
ispecie Arch. X 108); G'assvere perciò: 'capanna-vecchia'; cfr.
Praveder nella Valle di Mùnster.
128 » Nigra, Note etimologiche e lessicali. - III.
it. cocca, fr. coche, coque.
Si tolleri, come appendice, un nuovo esempio di ce da do, che
viene ad aggiungersi ai parecchi di cui già avvenne di toccare
(cfr. in ispecie clocher ecc., p. 108).
I significati di cocca, secondo i lessicografi italiani , sono :
1.° 'punta di pezzuola, di grembiule, di ciarpa, angolo di panno,
e simili'; quindi i piem, bikokin 'berretto a punte', sp. bico-
quin ' berretto a due code ', fr. bicoquet ' cappuccio a punta ' ;
— 2.* 'estremità del fuso dove si ferma il filo', quindi 'nodo
di filo alla cocca; tacca della freccia; estremità posteriore della
freccia', e 'tacca della balestra ove si tende la corda'; —
3.° 'cima di monte', e quindi l' it. bicocca', — 4.° ' termine '^
donde la locuzione: in cocca in cocca 'presso al termine'
(Fanfani); — 5.° 'nave', cioè, secondo che appare dal signifi-
cato del fr. coche, 'battello fatto d'un tronco d'albero scavato'.
Questi significati, alcuni dei quali sono comuni al già citato
fr. coche e all'aprov. coca, si riassumono in quello generale di
'estremità', come ben vide il Salvini (cit. da Tommaseo, s. cocca).
Non sarà dunque temerario porre per base a queste forme un
lai. *caudica (*caud'ca), da cauda preso nel senso di 'estre-
mità'. L'o di cocca, pur essendo in posizione neolatina, ha pro-
nunzia chiusa, e ne viene un argomento particolare per questa
dichiarazione; poiché veramente si risale all'a volgare di coda
còdex. Quindi cocca = cod'ca.
La glossa di Papias caudica = navicula, che è la base ma-
nifesta dei fr. coche coque in quanto significano 'battello', e
dell'it. cocca 'nave' (cfr. caudex, e navis caudicaria, can-
dì cat a 'tronco d'albero scavato ad uso di barca'), confermerà
ancora la etimologia qui proposta.
Etimologie.
129
it. froge.
E ancora un'altra appendice. — Col vocabolo froge, e colle
forme dialettali affini che saranno riferite qui appresso, s'intendono,
in Toscana e nell'Italia media e inferiore, le 'narici del cavallo'.
Il vocabolo ebbe la ventura di provocare le indagini di Caix
(St. 327), di Schuchardt e di Meyer-Lùbke (Zeitschr. XX 530,
XXI 199, XXII 2). Ma la sua origine è rimasta oscura. Il Caix
faceva provenire froge dal lat. fauces; ipotesi facilmente con-
futata dallo Schuchardt, e non ammessa dal Meyer-Lùbke. Que-
st'ultimo, alla sua volta, oppose alla connessione, proposta dallo
Schuchardt, della voce italiana colle celtiche, airi, srón, cimr.
ffroen, brett. fron ecc., * narici', due principali obbjezioni, cioè
in primo luogo la differenza fonetica tra l'it. froge e la forma
gallica "^frogna. base presunta delle voci celtiche precitate, e
in secondo luogo la ragione topografica, poiché la voce italiana
si trovò finora soltanto nell'Italia media e inferiore, e non già
nelle regioni gallo-italiche, dove si sarebbe dovuto aspettare se
fosse d'origine celtica. Il Meyer-Lùbke, pur rifiutandosi di am-
mettere le ipotesi sovraccennate, confessò tuttavia modestamente
che non era in grado di proporne altre.
Il vocabolo è un feminino plurale, e si trovò finora nelle forme
seguenti; tose, froge, nap. forge, abruzz. fì^oge, rom. e march.
froce frosce froge ^, romagn. frós; nelle quali, come si vede, la
consonante palatina mediana oscilla tra il suono
sordo e il sonoro. Ma il suono originario sarà
pure il sordo, se la base, quale ci appare, dovrà
essere forbice f or fi ce. La somiglianza ben ca-
ratteristica delle due narici equine coi due anelli
delle forbici, rende questa etimologia assai ve-
rosimile ^. Ben è vero che alla base latina il to-
scano dovrebbe rispondere con "^ froce per ''^ force
(cf. force), 0 *froze per * forze. E tuttavia da
avvertirsi, che trattandosi di un vocabolo rela-
tivo al cavallo, si può presumere che esso sia
passato in Toscana, nell'Abruzzo e nel Napo-
litano, dalla campagna romana che è la i^egione
Archivio glottol. ital., XV. 9
130 Etimologie.
allevatrice di cavalli, e dove appunto la consonante palatale sorda,
in posizione mediana, suole alternarsi colla sonora, non solo in
froce-fy^oge, ma in varie altre voci, come hruciare-ljì^ugiare^
braciuola-bragiuola mdcioto-mdgiolo ecc. C. Nigra.
^ Raccolta di voci romane e marchiane ecc.; Osimo, Quercetti, 1768.
^ 11 Direttore deìVArchiv. glott. mi comunica due passi del Maggio Ro-
manesco, in cui il vocabolo, che qui si esamina, si applica alle narici del
toro che ... sbuffa le froscie (Canto li, ottava 37), e della 'vaccina' che a
froscie gonfie, co' la testa china, A zompi corre (Canto VI, ottava 1 19). Que-
sti interessanti esempj non modificano però , anzi confermano la nostra
spiegazione. Anche le narici bovine somigliano, benché in grado minore,
agli anelli delle forbici, e si capisce facilmente che ad esse pure sia stata
applicata la denominazione suggerita in primo luogo dalla forma delle na-
rici equine. Questa è anche applicata, come appare dai lessici italiani, alle
narici umane. Anzi il Meini, nel dizionario del Tommaseo, dà, colla solita
incoscienza, per primo significato di froge, le 'falde laterali con le quali
termina il naso nella specie umana'. Vero è che si affretta poi a correg-
gere: 'ma più comunemente dicesi ancora del cavallo'.
it. pazzo.
Non si può dire che i tentativi fin qui fatti per dichiarare
questa voce (v. Kòrt. 5913), sien riusciti particolarmente felici; e
anche il più recente, quello di P. Rheden*, che ci condurrebbe a
naióCoVj s'infrange all'insuperabile ostacolo della geminata sorda.
Una base, che meglio d'ogni altra si legittima, è patiens.
Ideologicamente, non vedo che si possa impugnare, tanto più che
nulla vieta di supporla ridotta da [mentejpatiens (cfr. il ted.
geisteskrank). Per quant'è della forma nominativale, non man-
cano, — pur facendo astrazione da pregno, — esempj di siffatti
aggettivi; vedine Meyer-Lùbke, II 72, dov'è da avvertire che
recens ritorna anche nell'engad. ì^es; e or s'aggiunge manso
= mansues, Asc. XIV 343 2. C. Salvioni.
* Etymologische beitràge zum ital. worterbuch, XXIII. Jahresbericht d.
Privat-Gymnas. am Semin, Vicentin. in Brixen; Bressanone 1898, pp. 34, 39.
* Per la desinenza, v. anche Schuchardt, Roman, etym. I 4, dove si rico-
nosce che al ragguaglio : savio = sapiens nessuna difficoltà verrebbe dall'-o.
GLI OMEÓTROPI ITALIANI.
SILYIO PIERI.
Esordio.
Il fenomeno lessicale che forniva la materia al presente Sag-
gio, è tutt' altro che insolito e inavvertito, ed è tale anzi che
ogni filologo ha spesso l'occasione di constatarlo. A chi, per esem-
pio, non accadde mai di pensare alla sostanziale ed originaria
differenza, che appare o si deve presumere, tra canlo 'il can-
tare' e canto 'angolo'; tra fllro per 'pozione amatoria' e per
'apparecchio da colar liquidi'; tra invitare in quanto è 'fare in-
vito' 0 'stringer con vite'? Ma una ricerca metodica e un'elen-
cazione compiuta di tutte le voci, nelle quali secondo due o più
significati diversi siano da riconoscere due o più diverse origini,
non so che alcuno la tentasse fin qui per alcuno degl' idiomi o
antichi o moderni. Del resto, mentre la cosa è ben nota, manca
però, non essendosene mai fatto un particolare studio, il nome
per designarla con brevità e proprietà; onde ci bisogna comin-
ciar proprio da questo. Aveva io pensato dapprima ad esiti o
forme coincidenti, o solo coincidenti; e il barbarismo non
sarebbe stato più duro a smaltire di tanti altri. Ma poiché, con
vocabolo adottato felicemente dall' 'Archivio' e ormai ammesso
e usato da tutti, chiamiamo allòtropi {aXXórqoTioi) gli esiti di-
vergenti d'una stessa base; parrà naturale il chiamare omeótropi
(òfioiÓTQOTtoi) i due 0 più esiti di basi diverse, i quali conver-
gano in una sola e identica forma ; e ci atterremo senza più a
questa espressione ^ — Oggetto precipuo del nostro esame son
gli omeótropi veri e proprj ( Capit. I ), cioè quelli ove la coinci-
denza risulti perfetta non solo per identità di genere e declina-
zione nei nomi e di conjugazione nei verbi, ma anche per iden-
* Già nel classico greco: òfj.oiÓTQ07iog -oy, che è allo stesso modo (Leo-
pold); e insieme l'astratto vfxocoTQonia.
132 Pieri,
tità in Ogni singolo elemento fonico della parola ^ ; come sono ap-
punto gli esempj sopra citati. Non furono però trascurati nem-
meno gli oraeótropi imperfetti (Capit. II), cioè quelli in cui la
piena coincidenza viene a mancare, o perchè occorra dall' una
parte e ed p (stretto) e dall'altra e ed o (largo), ed è un caso
assai frequente; o perchè s'abbia di qua s o z (sordo) e di là
s' o z { sonoro ) ^. Ma ci parve sufficiente di darne solo alcuni,
a modo di saggio. Pigliamo in esame, dal nostro punto di vista,
le voci non solo della lingua viva ma anche dell'arcaica (vale
a dire da più o men lungo tempo antiquata e fuor d'uso); e al-
cune anche ne adduciamo dagli odierni dialetti toscani. Quanto
a' casi d' omeotropia, ove una delle parole è un nome proprio,
essi furon solo citati allorché quest'ultimo apparve ben noto e
cospicuo (per es. : dante, dàino, e Dante', ecc.). Nel dichiarare i
significati secondarj d' una parola, cercai di conciliare la mag-
gior precisione con la maggior brevità; e li omisi non di rado,
se la loro evoluzione appariva ben manifesta. Dell'etimo, o sia
latino o d'altra origine, non do alcuna spiegazione, semprechè
esso abbia il medesimo significato della parola che si vuol dichia-
rare ^. — Quanto al dare ordine e assetto alla materia raccolta,
* Perciò non si registra: sole^ il sole, le sole (sole 'sol', solae 'solu',
né sei 'sex' e 'tu es', ecc. E anch» per lo più tralascio gli omeótropi, in cui
la differenza delle rispettive basi risulta solo da un prefisso, come da s pri-
vativo (ex, dis) o intensivo, ecc. L'omeotropia dico 'latina' od 'originaria',
se la coincidenza delle voci diverse appar già nell'etimo latino {fuco, da
fùcus 'il maschio delle api' e 'belletto', v. Georges ; ecc.). Anche ci ac-
cade qualche volta di parlare d'omeotropia 'morfologica', che suole aver luogo
allorché in due voci é contenuta bensì la stessa materia etimologica, ma di-
verso è per ciascuna il processo di formazione o la logica funzione degli
elementi ascitizj (uso, sost. e prt. tronco di ' usare ' ; canino, agg. e dim. di
*cane'; ecc.).
* Altri easi d'omeotropia imperfetta, da me però non considerati, si pos-
sono avere da s e /, come in sposare are. deporre, spos'arc prender moglie
o marito, ecc.; e da i ej, come in ballato e ballato, rispettivamente da balia
e balia, ecc.; là dove altri provengono da una medesima consonante scem-
pia o doppia, quali casa e cassa, fato e fatto, ecc. Ma di tutti codesti esempj,
come ho detto, parve conveniente, o per più ragioni, che non si tenesse al-
cun conto.
' Le diverse definizioni d' un termine son date di séguito, distinte per
numeri arabici ; e a ciascuna" corrisponde, dopo la trattina, e con lo stesso
Gli omeótropi italiani. - Capii. I. 133
poiché il presente Saggio, - sebbene inferiore di molto per mole
e di gran lunga per importanza - , forma per così dire il pajo
con quello su Gli allòtropi italiani (Arch. Ili 285-419), cosi
m'ero proposto dapprima di seguire anch'io il criterio fonetico.
Sennonché, mentre questo tornava opportuno al Canello, il quale
doveva non di rado passare in rassegna esemplari di categorie
bene omogenee e assai ricche d'individui (come i varj esiti -ajo,
-aro, -iere -o, -ario, da ariu; od -aggio, -àiico, da -aticu; ecc.);
per me invece una distribuzione di tal forma riusciva incomoda
in pratica e grandemente artificiosa. Perciò mi sono attenuto alla
semplice classificazione alfabetica, riserbandomi di supplire, ove ne
fosse sentito il bisogno, con breve Indice fonetico.
Ma quale l'utilità di questo lavoro? Risponderei a codesta do-
manda, che una indagine rigorosa e metodica, esercitata intorno
a una parte qualsiasi d'un idioma, non può non recare qualche
luce anche su fatti già noti. Del resto, non dispiacerà innanzi
tutto di constatare quale sia press' a poco il numero degli esiti
convergenti da basi diverse offerti dalla lingua italiana; il quale
risultò per avventura da' nostri spogli più copioso che non pa-
resse prima d'ora. E s' avverta a questo proposito che, sebbene
il presente Saggio sia stato esteso a tutto il materiale nostro les-
sigrafico ^, pure esso è, verosimilmente, assai lontano dall'abbrac-
ciare tutti i nostri omeótropi; e perché non pochi di certo sa-
ranno sfuggiti alla mia industria, e più ancora perchè furono
omesse quasi tutte le voci, ove si potranno bensì nascondere esempj
d'omeotropia, ma ove nello stato presente de' nostri studj etimo-
logici non e' è dato di veder chiaro a sufficienza ^. Ma una par-
numero, la rispettiva etimologia o notazione. — Se 'are' segue alla voce
iniziale, prima del nm. 1 (per es. : aguglia are: 1. ago; ecc.), vorrà dire che
essa è arcaica ne' varj suoi significati; e se 'are' vien dopo un dato nu-
mero e precede a una definizione (per es. : a,rzentino: 1. are. argentino; ecc.),
si dovrà intendere che il nome è arcaico in quel particolare significato.
* Ho interamente spogliato all'uopo il Voc. del Fanfani; e largamente mi
son valso del Tramater e del Petrocchi; e ho anche ricorso ad altri.
* Per contrario, circa i nomi che in questo o in quel sign. appajono d'ori-
gine oscura o mal certa, potrà qualche volta l'omeotropla da me presunta
essere col progredir delle indagini riconosciuta fallace; e avvenire perciò
che debbano i cosiffatti esser tolti dall'elenco.
134 Pieri,
ticolare utilità inerente a questa sorta d'indagine sta nel fatto
che, bisognando scrutare spesso se più significati diversi proce-
dano 0 no da uno stesso etimo, il nostro intelletto s'acuisce in
singoiar modo e scaltrisce a scoprire la filiazione metaforica e
figurativa de' vocaboli, e ciò vuol dire ad uno tra gli esercizj più
spirituali e più filosofici, che dalla scienza del linguaggio ci pos-
sano per avventura esser proposti. E spesso, a questo cimento,
risulta del tutto illusoria la distinzione tra due termini, creduta
già e sostenuta con ogni apparenza di verità. Per non addurre
che un solo esempio, il Kòrting quanto ad assettare 'accomo-
dare' si tiene alla probabile etimologia dello Storni (*as sèdi-
tare, da ^sedere', nm. 827), ma ne separa assettare 'castrare',
accogliendo per esso l'etimologia del Diez (*assèctare, da 'se-
care', nm. 823); e viene in tal modo ad ammettere un fenomeno
d'omeotropia, il quale si dilegua non appena si consideri che
acconciare disse ugualmente, con onesto (e forse ironico) eufe-
mismo: 'castrare'. Del resto, dovendosi esaminare di continuo,
in lavoro di questa specie, alla stregua delle norme fonetiche,
per quali trasformazioni si giungesse alla coincidenza degli esiti
da più basi diverse, anche il criterio fonetico si rinforza in qual-
che modo ed affina, e tende perciò a "divenire uno strumento di
sempre maggior precisione. Ma se non altro avrò col presente
modesto Saggio per parte mia cooperato a toglier da' nostri Vo-
cabolarj la disonesta confusione, lamentata anche dal Flechia
(Arch. II 28 n), per la quale si fa spesso una sola voce di più voci
distinte, e qualche volta al contrario una sola ed unica voce è
smembrata barbaramente in due! Il citare esempj, anche in gran
copia, sarebbe facile quanto superfluo ] e d' altra parte non sa-
rebbe di certo una cosa lieta.
CAPITOLO PRIMO.
OMEÓTROPI VERI E PROPRJ.
ahbiettare are: I, imbiettare; 2. rendere abbietto. — 1. da
bietta zeppa a cono, voce d'et. incerto e assai controverso, v. Kòrt.
31; 2. da abiéctu. L'omeotropia non fu qui perfetta che nelle
forme arizotoniche (del resto: abbietta di fronte ad abbietta, ecc.).
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 135
accezione: 1. significato ammesso (d'un vocabolo); 2. are. e volg.
eccezione, are. parzialità. — l.acceptiòne; 2.exceptione. Esem-
pio questo d'omeotropia dovuta a sola diversità di prefìsso; cfr.
qui s. aspetto, ecc.
accia: 1. filato greggio in matassa; 2. are. ascia (Ariosto). —
l.aeia gugliata, filo; 2. ascia.
accontare e acconto, v. conto.
accordellalo: 1. panno tessuto a righe; 2. accordo (in cattivo
senso). — 1 . sost.-participiale da cordella ('chorda'; o-ir. cordel-
lina spighetta); 2. da accordo ('cor'), raccostato gergalmente al
termine che precede (cfr. ^ fare la cordellina, Petrocchi s.v.).
accuparsi: 1. farsi cupo; 2. volg. occuparsi (e anche: m ac-
capo ecc.). — 1. da cwpo, v. Suppl. Arch.V 124; 2. da occupare.
Ma ammessa come vera l' etimologia da me proposta per cupo,
l'omeotropia, in sostanza, risulterebbe illusoria.
adagio: 1. proverbio, sentenza; 2. lentamente, pianamente (avv.).
— 1. adagium; 2. da ad agio, con comodità, v. qui s.v.
adattare are: 1 . trattenere, indugiare (rifl.); 2. affrettare, ir-
ritare. — 1. probabilm. *ad-ad stare; 2. german. *haist- (got.
'haifsts'), fretta, ardore; e sembra, a traverso l'ant. frne. [ìia-
ste ecc. ; v. Kòrt. 3859).
addiacciare, v. diaccio.
àdito: 1. passaggio ad un luogo, ingresso; 2. il sacrario del tem-
pio, in cui non entrava che il sacerdote. — l.aditus ('ire');
2. adytum aóvrov {òvm).
adorare: 1. prestare un culto religioso; 2. are. indorare. — 1.
adorare; 2. da oro aurum.
affascinare: 1. legare in fascine, are. far fascio; 2. indurre il
fàscino, ammaliare. — 1. da fascina, dim. di fascio fascis; 2. da
fascinare ('fascinum'). Ma l'omeotropia, a causa dell'accento,
è solo perfetta nelle forme arizotoniche.
affettare: 1. tagliare a fette; 2. are. bramare ardentemente, mo-
strare con ostentazione. — l.da fetta, prob. = *fìcta (per fìssa,
prt. fem.da 'findo'), V. Kort. 8788; 2. adféctare. Ma la piena
omeotropia è limitata alle forme arizotoniche. - Qui pure: affet-
tato, 1. salame tagliato a fette; 2. chi opera con affettazione.
" affettato, v. affettare.
136 Pieri,
agghiaccio: 1 . are. diaccio (luogo dove i pastori rinchiudono il
gregge con rete); 2. manovella del timone. — l.sost. di agghiac
dare, da ghiaccio iacùlum, cfr. qui s. diaccio; 2. donde?
agio: 1. comodità, opportunità; aggio, il vantaggio che si dà o
riceve per cambiamento di moneta ^ ; 2. are. età (in ambo le forme).
— 1. et. incerto (cfr. a ogni modo, per la forma agio, Kort. 142 e
Scheler s. aise) 2; 2. frnc. age, da *aetaticum, v. Diaz. s. v.
agnellotto: 1. grosso agnello, are. uomo semplice; 2. sorta di pa-
sta con pieno. — l.accresc. d'agnello -us,; 2. per anelloUo, accr.
d'anello -us.
agno: 1. poet. agnello; 2. are. tumore all'inguine. — l.agnus;
2. et. ignoto.
agone: 1. grosso ago, specie di pesce; 2. campo ove si combatte.
— l.accresc. di ago acus; 2. «ywv.
agro: l.agg. contrario di 'dolce'; 2. territorio, campagna. — 1.
acre; 2. agru (ager).
aguglia are: 1. ago, guglia; 2. aquila. — l.acucula (o sec.
altri *aculea), V. XIII 389-91 e 454; 2. probabilra. da aguglino
aquilino, e v. la nota ^. — Qui anche: agugliotto, 1. ganghero del
timone ; 2. are. aquilotto.
* Questa seconda voce, che è del linguaggio commerciale, dovrà la doppia
all'analogia de' tanti -aggio = frnc. -age.
"^ Confesso che la vecchia originazione da uiaiog propizio, opportuno (pel
ditt. semplificato, cfr. paggio), mi par tuttavia la meno improbabile.
^ È aguglia superstite nel fior, guglia gheppio, e nel gen. aguga, ove in-
dica alcune varietà del falco e della pojana (v. E. H. Giglioli, Avif. it. 260, 235
e '44-5); e altrove. La già fiorente vitalità di questa voce appare da' deri-
vati; e infatti, oltre aguglino -a (anche agg.), e agugliotto (v. il testo), c'è
perfino agugliaccio (Pulci). Ora quesV aguglia come l'avremo noi a dichia-
rare? La cosa non par molto agevole, giacché noi, naturalmente, non ce la
possiamo cavare con la stessa disinvoltura di chi osservava che 'aquila per
metatesi di lettere ha fornito aqulia aguglia' (v. Tram.)! Unica via, se non
sbaglio, è di pensare che aguglia sia estratto da un derivato e che da que-
sto abbia il ? e il 'nuovo accento'. Ma il l dove si potè elaborare? Di certo,
in aguglino da *agulino aquil- (onde si sarà poi esteso anche ad agugliotto
e 'gliaccio), e quivi per virtù dello j parassitico che si svolse per avven-
tura da I (Iji da li); cfr. l'ant. it. sa^/irc', ecc. Per la riduzione dì qv a. k
in questa stessa base, cfr. Suppl. Arch. V 110, Nulla è poi a dire dell' ac-
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 137
agugliotto, v. aguglia.
aguzzetto: 1. alquanto aguzzo; 2. are. ministro, consigliere ^ —
1. dira, d'a^rwj;^^, prt. tronco à' aguzzare *acutiare ('acutus');
2. pare, con suff. diverso, il medesimo che aguzzino (anche alg-^
V. Tramater), custode di schiavi, che è probabilmente lo spagn. al-
quazil, ministro del tribunale (dall'arabo wazìr ministro; cfr.
Zamb. 1398).
aja: 1. spianata innanzi a una casa rustica, are. ajuola; 2. so-
printendente all'educazione (fera, di ajo). — l.aréa; 2. dall'equi-
valente spagn. a?/a -o, che è il basco ayoa custode, v. Diez.s. v.
ajpne: 1. spazio di terra per asciugare il sale; 2. are. nella frase
'andare ajone', cioè: 'a. attorno perdendo il tempo'. — l.a.ccv.d'aja
area; 2. et. ignoto.
àlbatro: 1. corbezzolo; 2. grosso uccello acquatico ('diomedea
exhalans' di Linn.). — l.arbùtus; 2. forse dallo spagn. aica-
iraZf d'et. incerto, cfr. Zamb. 27 s. agrotto.
alberello: 1. piccolo vaso, barattolo; 2. piccolo albero; 3. pioppo
bianco. — l.da alve[o]lello {c^r. albuolo da alveolus, Kòrt.
489), con r per dissimil. ; 2 e 3. v. qui s. albero.
àlbero: 1. pianta legnosa d'alto fusto; 2. pioppo bianco ('popu-
lus alba'). — 1. arbore; 2. prob. albùlu. Cfr. XlllTln.
allegare, v. legare.
allenare: l.dar lena, invigorire; 2. are. scemare, alleviare. —
l.da lena, che è ajlena, sost. da alenare per anhelare (onde:
'respirazione', poi 'spirito' e 'gagliardia'); 2. da lene lènis -e.
Con omeotropia perfetta sol nelle forme arizotoniche.
allettare: 1. attrarre con piacevolezze o lusinghe; 2. stendere
come in un letto, (rifl.) mettere a letto. — l.allectare ('al-
léctus' da 'allicére'); 2. dal sost. lèctus {lé%og).
allumare: 1. dar l'allume alle pelli, are. infondere allume en-
cento, protratto in aguglia, a causa del soverchio peso dell'ultima, e perchè
nei derivati quadrisillabi si potè avere un accento secondario suU't^ (cfr. Pel-
le'gro, desunto da Pellegrino, ecc.).
* In questa voce, arcaica com' essa è, non ci è dato discerner la qualità
della sibilante. Ma l'analogia ò! aguzzino (v. il testo) sembra accennare alla
sonora; e in tal caso l'omeotropia sarebbe imperfetta (cfr. al Gap. II).
138 Pieri,
tro un liquido; 2. dar lume, accendere. — 1. da allume halii-
men; 1. da Imne -en. - Qui anche : alluminare, 1. are. dar l'al-
lume ; 2. are. e volg. illuminare.
alluminare, v. allumare.
almo -a poet.: l.che dà vita, eccellente; 2. animo -a. — 1. almu
-a; 2. con l per dissim.da an'mo-a = smlvau -di.
alto: 1. elevato dal piano, eminente; 2. fermata, sosta. — 1.
altu; 2. ted. halt, cfr. Diez 610 s.v.
altore: 1 . are. autore ; 2. pt. alimentatore. — 1. auctore; 2.
alture ('alère').
amarezzare: l.dare il marezzo alle stoffe; 2. are. amareg-
giare. — l.lo stesso che marezzare ^undulatum reddere', da
mare; 2. da amaro -m?,.
amato: l.prt. e agg. da 'amare'; 2. uncinato a modo d'amo.
— l.amatus; 2. hamatus ('hamus').
ammagliare : 1. stringere (le balle e sim.) con legatura a guisa
di rete; 2. aret. batter col maglio. — l.da maglia macula; 2.
da inaglio malleus.
ammattare: 1. fornir d'alberi (la nave); 2. are. chieder soc-
corso con cenni (più spesso: amait-). — 1. probab. dal fvnc.mdt
albero di nave, di che v. Diez s. masto; 2. et. ignoto.
amìnazzare: 1. uccider con mazza, uccidere; 2. ridurre in
mazzo. — Rispettivam. da mazza e mazzo] e poiché questi ambe-
due da matéa (cfr. Kort. 5159), l'omeotropia è solo apparente.
annata: 1. spazio d'un anno; 2. adnata (membrana che cuopre
la superfìcie esterna dell'occhio). — l.da anno -us.; 2. adnata,
cioè: 'che sta sopra' (propr. 'nata sopra').
annegare: 1. uccidere sommergendo; 2. are. negare, dinegare.
— 1. adnècare ('nex'), cfr. Kòrt. 5575; 2. adnègare.
apone: 1. grossa ape, pecchione; 2. are. lampone (Soder.). — 1.
accr. d'ape -is; 2. v. Suppl. Arch.V 92-3.
apportare: 1. arrecare; 2. are. approdare. — l.da portare
-are; 2. da porto -us.
approdare: 1. venire a proda; 2. far prò, esser utile. — 1. da
proda sponda, V. qui s.v.; 2. da prode utile, v. Georges s.v.
aìHnga: 1. specie di pesce ('clupea harengus' di Linn.); 2. ar-
ringa (discorso in pubblico, concione). — 1. german. haring; 2.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 139
deverb. d'aringare at^r-, dal germ. hring circolo, adunanza ^ Cfr,
Kòrt.3882 e 4021.
armellino: Lare, albicocco {'malus Armeniaca'); 2. ermellino
(specie di donnola). — l.*armenlnu, con l-l da n-n per dissi-
mil.; 2. aat. harmelin (dira, di harmo), cfr. Kòrt. 3889.
aì'pe are. : 1. falce e spada falcata; 2. arpa. — 1. harpe àortri;
2. germ. harpa. Cfr. Kòrt. 3892-3.
artato are: 1. artificioso, fallace; 2. stretto. — 1. da arte; 2.
prt. d'artore-are.
arto : 1. stretto, angusto; 2. membro, giuntura; 3. Arto, l'Orsa,
il settentrione. — l.agg. artus; 2. sost. artus (corrad. al pre-
ced.); 3. dgxTog orso -a.
argentino : 1. are. argentino; 2. arzente, mordace. — 1. da ar-
gento -entum; 2. dimin. à'arzente, da '^ardiente ( = ardente, da
'ardeo)'.
aspettare e aspettatpre, v. aspetto.
aspetto: 1. volto, vista; 2. l' aspettare, aspettazione. — l.ad-
spéetus -us; 2. sost. da aspettare expéctare. -Qui anche: aspet-
tare, 1. are. riguardare (considerare, appartenere); 2. attendere.
E inoltre: aspettatpre, Lare, spettatore; 2. colui che aspetta. Cfr.
qui s. accezione.
assentare: 1. allontanare, rimuovere; 2. are. sedere; 3. are. adu-
lare. — l.absentare; 2. *adsedentar e ('sedeo'), cfr. Kòrt.
826; 3. adsentari (= 'adsentiri') .
asservare : 1. are. conservare (cfr. luech. asserì)-) ; 2. are. as-
servire (assoggettare). — l. da. sei-'vare -are', 2. da servo -ns.
assetato: 1. che ha sete^ avido; 2. agg. del baco da seta, quando
ha fatto il bozzolo. — l.da sete sitis; 2. da seta, cioè seta, cfr.
qui s. saja ^.
* Che si tratti d'un deverbale, appar quasi con certezza dall' a iniziale,
com'è dappertutto in questa voce.
2 A questa coppia d' omeótropi dovrebbe tener dietro: assettare, 1. acco-
modare, mettere in assetto; 2. castrare o estirpare Tovaja (ai polli), ove si de-
ducessero rispettivamente da'*'assedrtare (cfr. II s. assetta) e *assèctare;
v. Kòrt. 827 e '23. Ma in questo verbo l'omeotropia è affatto illusoria, giac-
ché il secondo sign. procede senza alcun dubbio dal primo; cir. acconciare
anche per 'castrare'. Vedi rEsoRoio, a pg. 134.
140 Pieri ,
assolare: 1. render solo (t. del giuoco); 2. are. esporre al sole;
3. disporre a suoli o strati. — 1. da solo sòlus; 2. da sole sol;
3. da suolo solum. Ma de' primi due rispetto all'ultimo la piena
omeotropia è limitata alle forme arizotoniche.
assordare : 1 . render sordo ; 2. fermare con funicella un canapo,
a cui è legato un peso da sollevare (Fanf.). — 1. da sordo siir-
dus; 2. pare *assoldare, da solidu, cioè appunto 'fermare'. E
l'omeotropia non sarà perfetta che nelle forme arizotoniche.
astare are: 1. esser presente; 2. metter in asta. — 1. adstare;
2. da asta ha sta.
attestare: l.unir due teste o testate; 2. far testimonianza, af-
fermare. — l.da testa, v. Diez. s. v.; 2. da testis. - Qui anche:
intestato, 1. prt. di 'intestare'; 2. che non ha fatto testamento.
atto: 1. azione; 2. adatto, acconcio. — l.actum; 2. aptus-um.
avventare: 1. scagliar con violenza; 2. are. crescere, allignare.
— 1. *advéntare ('ventus'), quasi 'gettare al vento', v. Diez s.
V.; 2. advèntare ('advenio').
babbaccio: 1. cattivo babbo; 2. semplice, sciocco. — 1. da babbo,
per cui vien postulato un * b a b b u s dal lat. volgare, v. Groeber,
Vulg. substrato s. v.; 2. da *babbus sciocco, balordo (cfr. babù-
lus Kòrt. 968)^. L'omeotropia dunque, in questo caso, occorre
già nel latino.
baccalare: 1 . baccelliere, barbassoro; 2. baccalà. — 1. et. ignoto,
cfr. Kòrt. 974 ; 2.sTp.bacalao stoccoflsso, che è l'oland, kabeljaauw
(basso ted. bakkeljau), v. Diez s. eabeliau.
baccello: 1. bacca delle fave e altre piante; 2. uomo sciocco e
da poco. — l.*baccéllu (da 'bacca'), cfr.Diez s. v.; 2. *baeel-
lus = bacèlus ^dxrjXog, stolto, cfr. Forcell. e Georges s. baceolus.
bacchetta: 1. mazza sottile; 2. vacchetta (registro), lucch. cuojo
di vacca. — l.o da un primit. *bacus -um, o con mutato sufF.
da bacili US, cfr. Flechia II 35-6; 2. da vacca -e e a.
bacchetto : 1 . bacchetta un po' grossa ; 2. Bacchetto, piccola fi-
gura di Bacco (Ann. Caro). — V. qui s. bacchetta e Bacco.
bacchio: 1. batacchio, bastone da percuotere; 2. agnello giovane;
* Con la doppia, perchè ad essa ci riporta, a dir poco, tutta la serie ita-
liana (c^v. bàbbèo ecc.).
Gli omeótropi italiani. - Capii I. 141
3. specie di piede metrico {^ — ). — l.bacùlus; 2. varrà pro-
priamente ^agnello morto', e sarà prt. tronco di bacchiare, come
abbacchio è d'abbacchiare, cfr. XII 127 s. v. (D'Ov. XIII 382-3);
3. Bdxxsiog.
bacco: 1. passo lungo, salto; 2. Bacco, il dio del vino. — 1.
probabilm. è = *yaZco, da valicare var-, cfr. Caix st. 65; 2. Bac-
chus Bdx%og.
bacino: 1. tenero bacio; 2. bacile, piattello. — l.dim. di bacio
basium; 2. voce d'incerta origine, v. Kòrt. 975.
bada: 1 . aspettazione, indugio (nella frase ^ stare-' o 'tenere a
bada'); 2. abada (rinoceronte). — l.sost. da bada7^e, per cui vien
postulato un *badare stare a bocca aperta, aspettare, v. Kort.
987; 2. voce indiana, v. i Dizion. di st. natur., s. ' rinoceronte di Su-
matra '.
bàghero: 1. sorta di carrozzella (più sp. bdghere); 2. are. sorta
di piccola moneta. — l,è forse il ted. wagen carrozza; 2. et. oscu-
ro, cfr. Zamb. 100 s. bagattella, Kort. 991.
baja: 1. burla, scherzo, bagattella; 2. piccolo golfo. — Et. in-
certo in ambo i significati (ma col secondo, a ogni modo, già baia
pr. Isidoro); e non è escluso che si tratti d'una sola ed unica voce,
V. Kòrt. 987.
baleno: Lare, balena (agg. di 'pesce'); 2. lampo. — l.ba-
laena (paXaiva (più tardi -èna, v. Georges); 2. et. ignoto ^
ballerino -a : 1 . che balla per professione, molto valente nel bal-
lare; 2. are. frutto del biancospino. — 1. sost. da ballare (cfr. can-
terino da cantare -diV e); 2. dim. doppio di balla palla (qui 'coc-
cola'), q. *òa^^o?mo, v.Suppl. Arch. V 240-1 n. Ma questa omeo-
tropia si dovrà dire apparente, giacché una stessa è l'origine
delle due basi, per le quali cfr. Kòrt. 1013.
ballotta: 1. castagna lessa; 2. pallottola. — 1. arab. ballù't
ghianda, castagna, v. Diez s.bellota; 2. dim. di balla palla, v. Kòrt.
' V. Kòrt. 1013. — Dico ignoto, perchè non par che possa appagare nem-
meno la proposta del Nigra, Rom. XXVI 556-7 (agg. *albenu da alba),
malgrado il felicissimo acume e la perspicacia ond' egli dà prova in codeste
pagine. Dove di certo non è che una mera svista il derivar eh' egli fa se-
reno da sera, essendo questo agg. da seréna anche per 'cielo notturno' e
valendo: chiaro, senza nuvoli (cfr.il 'cielo scoperto').
142 Pieri,
1013. Ma qui l'omeotropia potrebbe anche risultare illusoria, per-
chè non si dovrà escluder del tutto il trapasso da 'castagna' a
'pallottola' (cfr. Zamb. 892) e viceversa. A una origine assai an-
tica, e perciò non arabica, di questa voce in quanto vale 'casta-
gna ', si direbbe che accenni anche il doppio suffisso ( ali. a bal-
lotta c'è l'it. ant. balogia, aret. balocia -o, lucch. ballóccioro, ecc.).
balza: 1. luogo scosceso, dirupo; 2. striscia per ornamento a
una veste, striscia. — l.sost. da balzare (cfr.il lat. 'saltus' da
'saltare'), di che v, Suppl. Arch. V 139; 2. da balteus -um, cin-
tura a tracolla per la daga, cintura, v. Kort. 1024 (e il genere fem.
si spiegherà dal pi. neutro). - Qui fors'anche: balzello, 1. piccolo
balzo; 2. imposta straordinaria (che potrà essere 'quasi frangia
aggiunta alle gravezze ordinarie', v. Zamb. 104).
balzello, v. balza.
bara: 1. truffatrice; 2. barella coperta per trasportare i cada-
veri. — 1. fem. di &aro, prob. da baro (l'accezione di 'truffatore o
ladro' da quella di 'bagaglione o servo di soldato', v. Kòrt. 1060);
2. aat. bara cesto, corba, cfr. Diez s.v.
baratto : 1 . scambio, baratteria ; 2. baro, truffatore. — 1 . sost.
da bay^attare, che è con molta probabilità, come voce commerciale
per eccellenza, da TCQdrtsLv; v. anche Kòrt. 1060; 2. deriv. per
-atto da baro, v. qui s. bara.
barrare: 1. sbarrare; 2. are. truffare. — l.da barra, spett. ad
una rad. bar r-, di che v. Kòrt. 1062; 2. da barro, cui v.
barro: 1. specie di terra odorosa da bùccheri; 2. are. truffatore.
— 1. spagn. barro ^ d'etimologia per me ignota; 2. lo st. che baro,
V. qui s. bara.
bas'etta: 1. are. piccola base; 2. baffo, lucch. lista di barba che
scende giù sulla guancia. — 1. dira, di bas'e basis; 2. sec.il Zamb.
150 da *bom] bas'etta, che starebbe per -agetta (cfr. basino specie
di tela di cotone, da bomjbasino).
baviera : 1 . barbozzo, visiera ; 2. Baviet^a, regno della Confede-
razione germanica. — 1. da bava, v. Kòrt. 964 (cfr. bavero); 2.
Bavaria.
bazza: 1. buona ventura, fortuna al giuoco; 2. mento lungo e
sporgente. — l.md. alto ieà. bazze guadagno; 2. et. ignoto.
becco: 1. rostro; 2. il maschio della capra. — 1. beccus, voce
celtica; 2. et. oscuro. Cfr. Kòrt. 1099, 1176 e '403.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 143
hene: l.contr.di 'male', avv. ; 2. specie di pianta erbacea ('cu-
cubalus behen' di Linn.) — l.bène; 2. voce araba (behmen).
berlina: 1. gogna; 2. specie di cocchio. — 1. forse harellina^ da
bara, v. Can. Ili 336; 2. frnc. berlme, da Berlin, cfr.Diez s.v.
berta: 1. battipalo; 2. burla, scherzo, bagattella; 3. gazza, ghian-
daja. — Origine oscura ne' due primi significati; cfr. Kòrt. 1137.
Ma in quello di 'gazza' deve esser proprio Bertha (cioè il nome
stesso della famosa regina); e cir. cecca, cioè 'Francesca', altro
nome di quest'uccello; rispetto al quale l'applicazione del perso-
nale si può attribuire o alla sua ben nota malizia, o alla sua attitu-
dine a imitar la parola umana. Ma del resto occorre non di rado
un personale riferito a un uccello ; cfr. Martin pescatore, ecc.
biado are: 1. biada; 2. biavo (azzurro chiaro). — l.pare =
celi blawd, cfr. XII 154 s. bianda; 2. germ. blaw azzurro, cfr.
Kòrt. 1249.
bibia are: 1. bibbia (la sacra scrittura) ; 2. scherz. fondime del
vino (v.Fanf.). — 1. biblìa ^i^?.éa, libri ; 2. da bibère.
bìlia: l.legnetto torto per tener tesa la legatura della soma;
2. palla e (oggi) buca del biliardo. — I. secondo alcuni da vi-
ti lis -e fatto di vimini (v. Bianchi XIII 210-11), ma non persuade;
2. et. incerto, cfr. Kòrt. 1163.
binda : 1 . striscia di tela cucita sopra la vela ; 2. strumento con
vite per sollevar pesi. — 1. aat. binda fascia; 2.teó..winde ar-
gano.
biscanto, v. canto.
bischero: l.legnetto nel manico degli strumenti a corde per
istringere o allentare, volg. 'mentùla'; 2. che frequenta le bische^
— 1. probabilm. da disciilus ('discus'), 'perch'è tondo dove le
dita s'appoggiano per girare', v. Tramater s.v. -; 2. da bisca, d'et-
ignoto.
' Con questo significato in Zamb. 140; forse un arcaismo, che non so donde
egli abbia.
* Inutile il dire che non reputo il b- da d- di ragion fonetica; e che si
tratterà d'una storpiatura, se questa voce non fu raccostata a qualche al-
tra. E cfr. bischetto tavolino dei calzolai, che è tutt' uno coli' equival. dis-
e deschetto (dim. di disco o desco, da discus).
144 Pieri,
bisciolo -a: l.agg. d'una specie di ciliegio -a ('prunus avium');
2. agg. di chi non pronunzia bene s o s. — 1. par l'aat. wìhsela,
V. Diez s. V. ; 2. onomatopeja, forse con gergale allusione al nome
precedente.
boccino: 1. piccolo boccio (bottone di fiore), pallino; 2. are. bo-
vino ^ — l.dim. di boccio, v. qui s. v.; 2. da un agg. *bùclnu
(per bovic-), il cui feminile secondo alcuni è attestato già da
bucina (cfr.il ])roy.bozina ecc., Kort. 1392; ali. a bucina),
corno di vacca, tromba ricurva.
boccio: 1. bozzolo (Bartoli; ancor vivo nel sen.-aret.); 2. boc-
cia (bottone di fiore). — 1. forse bom]bucio, da bombix baco
da seta ; 2. etimol. non sicura (ma ad ogni modo par connesso a
bottone), cfr. Kòrt. 1296. - Qui anche: boccinolo, 1. bozzolo; 2.
boccia (di fiore).
boccinolo, V. boccio.
boga: 1. specie di piccolo pesce; 2. grosso cerchio di ferro, in
cui passa il manico del maglio. — 1. bòca, cfr. Diez s. v. e Sche-
ler s. bogue; 2. probabilm. è il teà.bogen arco.
bomba: 1. palla di ferro piena di materie esplosive; 2. il luogo
immune, donde uno parte e dove ritorna, nel fanciullesco giuoco
omonimo. — 1. sost. da bombare rimbombare, o ricavato da bom-
barda (cfr. bombardare lanciar le bombe) ^; 2. poma, v. in nota^.
bonaccia: 1. bonaria; 2. tranquillità del mare. — l.fem. di bo-
naccio, da buono bonus; 2. da malacia fxaXaxia, staccata da
*malus' ed accostata a * bonus', v. Asc. XIII 451 n (cfr. Salvioni,
Postille it. al Vocab. it.-romanzo s.v.).
bonetto : 1. alquanto buono; 2. berretto. — 1. dim. di buono bo-
nus; 2. frnc. bonnet, d'origine ignota, cfr. Scheler s.v^
* Come sost. disse 'vitello'; e il lucch. cnt. ftwcrna è 'vacca',
* Mal si potrebbe, come vof.e moderna ch'essa è, derivar senz'altro da
bombus, cfr. Kòrt. 1274.
' Dagli antichi era detto il giuoco del pome o di toccapoma (di bomba-
jarda nel Pataffio), certo da 'pomi', o veri o di metallo, che fossero là ove
i 'ladri' stanno al sicuro dai 'birri'. La forma /ipm&a, rimasta al lucchese
(v. Fanf. u. t. e cfr.il s\\\.pgmbe pomo, Xlll 336), divenne 6om&a per assimi-
laz. regressiva.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 145
bordare: 1. percuoter con forza, lavorar di gran lena ^, are.
sciaguattare (quasi 'sbattere' i panni od altro); 2. rivestir di le-
gname la parte esterna d'una nave ^. — 1. pare da *borclo -a, sia
esso estratto da bordone bastone (v. nota 4 qui sotto) o rispecchi
il nomin. burdo ^; 2. frnc. ìwrder, da bord ~ german. bord- orlo
della nave, v. Kòrt. 1287 *.
borra: 1. tosatura di pannilani e di peli d'animali; 2. borro.
— l.bùrra panno velloso; 2. /3ó^(»og, cfr. qui s. botro ^.
borraoe: 1. borato di soda (un sale); 2. are. borrana. — 1.
arab. bùraq bianco, v. Diez s. v. ; 2. da borra (v. qui s.v.), a causa
delle sue foglie pelose (cfr. l'equiv. ^ovyXwaaov lingua di bue, per-
chè scabra questa e quasi pungente), cfr. Kòrt. 1424.
bossolo: 1. la nota pianta sempreverde; 2. vasetto. — 1. bùxus;
2. prob. *bùxìda, da pyxis Try'i'ic, v. Caix st. 14 '\
botro: 1. cavità fra dirupi, borro; 2. are. grappolo d'uva. —
1. /5ó5-^o?, V. Diez s. borro; 2. ^ótQvg.
^ Si noti che in certi mestieri (come dello spaccalegna e sira.) il 'per-
cuotere fortemente' è un 'lavorare con lena'.
^ Per 'orlare' è un neologismo non registrato nei Dizionarj (ma cfr. &or-
dato specie di stoffa, onde il frnc. bordai).
^ Lo Zamb. 152 dà borda randello, come una voce autentica; ma tale a
me non risulta. Del resto, in quanto il verbo in questione disse 'giostrare,
bigordare' (v. Fanf.), sarà senza più la stessa cosa; ma anche vi potremmo
veder bagordare con ettlissi del (J (cfr. biordare, se questo non procede di-
rettamente dal i>rov. beort3, biorlz), (ì con successiva contrazione; e questo
etimo non si dovrà forse del tutto escluder nemmeno per bordare 'per-
cuotere'.
■* Nel testo avrebbe a seguire bordone, so ammettessimo la dichiarazione
che, in quanto dica 'spuntone dell'ala', ne fa il Caix st. 85. Sennonché in
tutta la serie dei sign. di questa voce (principali: bastone da pellegrino;
palo; trave per palco o sostegno; canna d'uno strumento; spuntone del-
l'ala) è manifesta l'idea fondamentale e comune di 'verga' o sira.; se an-
che questa voce è, come pare, dovuta in origine a una metafora; cfr. Kòrt.
1421. Non ci sarà dunque bisogno d' escogitare, per I' ultimo significato,
un'altra etimologia; e cfr.il ìucch.. cannoì^e, in quanto vale anche 'spuntone
dell'ala'.
5 E borra volg. forza ?
•^ Ma che le due voci siano tutt' una, come ammetteva già il Diez, non
si potrà impugnare del tutto; e anche nv^ig è voce materialmente e ideal-
mente connessa a ni^og.
- Archivio glottol. ital., XV. 10
146 Pieri ,
'botta -o: 1. colpo, percossa; 2. piccolo rospo; 3. are. (feni.) lu-
cerna del frugnuolo. — l.sost. da boitare {clr. V a,vc. dibottare)^
che sembra l' ant. francico *botan (md. alto ted. bózen), percuo-
tere, urtare, cfr. Kòrt. 1296; 2. et. oscuro (secondo alcuni sarebbe
la voce stessa precedente, v. Kòrt. ivi e Diez s. v.) ; 3. et. ignoto.
bottino : 1 . pozzo nero, deposito d'acqua, ecc. ; 2. preda tolta in
guerra al nemico — l.dim. di botte {cir. bottaccio)] 2. ant. nrd.
bytin preda, a noi prob. dal frnc, butin. Cfr. Kòrt. 1435 e '41.
bricca e briccola, v. bricco.
byncco: 1. are. asino; 2. pietra di cava ^; 3. vaso da fare il caffè.
— l.con ettlissi, da buricco, are. &or-, che è lo sjmgn. torneo,
cfr. Kòrt. 1426 (anche ^Nachtr.'); 2. in origine ^frammento', dal
got. brikan spezzare, combattere, lottare, v. Kòrt. 1345; 3.ar. ecc.
ibrìq, V. Caix st. 87. - Qui anche: bricca are., 1. asina; 2. balza,
dirupo (cfr.il lat. 'praeruptus'). Inoltre: briccola diVC, 1. asina;
2. balza, màngano (macchina da scagliar pietre).
binilo: 1. preso un poco dal vino, ciuschero; 2. cristallo lavo-
rato a diamante ; 3. il soffermarsi degli uccelli in aria sbattendo
l'ali; 4. are. specie di vetrice. — 1. probabilm. è da *ebriillu,
cfr. Kòrt. 1142; 2. bèryllus, specie di pietra jareziosa, v. Can. Ili
331 ; 3. sost. da brillare, prob. = lucch. prillare girare, da prillo
imlèo, che sembra *pirlnìilu ('pira'), v. Nigra XIV 359-; 4.
forse voce celtica (connessa al frnc. brin), v. FI. II 45-6.
brindis'i: 1. il bere all'altrui salute; '2,. Brindisi, città dell'Ita-
lia. — I. ted. &rm^ dir's ('lo porto a te'); 2. Brundisium.
bruscare : 1 . abbrustolire ; 2. far fuoco con brusca o stipa sotto
al piano ed opera viva d'un bastimento (v. Tramater); 3. f)urgar
le piante dal seccume. — 1. lo st. che abbruslare (cfr. qui s. bru-
stare ^) ; 2. da brusca, in quanto vale una specie di felce, d'una
* Con questo sign. in Zamb. 537.
* Codesta etimologia di brillare proponevo anch'io alcuni anni fa in certe
mie note; e ora vado orgoglioso d'un consenso cosi autorevole. Io ne te-
nevo però separato, come fo ancora, /^rt7to 'alquanto ebbro', per cui credo
più verosimile la base ricostruita dall'Ascoli.
' Non credo, naturalmente, che si tratti d' alterazione fonetica. Forse fu
raccostato all' agg. brusco in senso di 'scuro' (quasi, dunque : 'abbrunire';
■cfr. 'tempo brusco' cioè: nuvoloso, e la dizione 'tra il lusco e il brusco').
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 147
origine con 'brusco pugnitopo (v. qui s. r.); 3. da brusca -o bru-
scolo, fuscello (propr. 'levar via i fuscelli'), che è, inserito r, tut-
t'uno con Vequiv. busca -o, di che v. Diez s. v.
brusco: 1. pugnitopo; 2. piuttosto aspro (contr, di 'dolce' e an-
che di 'affabile'). — l.ruscum; 2. et. oscuro, cfr. Kòrt. 1371 e
Zamb. 171.
brusia, v. brustare.
brustare are: 1. bruciare; 2. ricamare (v. Fanf.). — l.*pru-
stare da *perustare ('ustum' da 'uro'); 2. et. ignoto (cfr. bru-
sio, are. specie di veste e ornamento donnesco). - Qui anche : bru-
sta, l.sen. brace; 2. are. ricamo (ali. a -sto).
bùbbola: 1. upupa; 2. specie di fungo; bagattella, fandonia. —
1. ujpùpìila, digradato ilp- prima dell'aferesi (cfr. So^/egra ecc.) ;
2. dal tema stesso di ^ov^cóv tumore (dunque, in origine: 'cosa
gonfia'), cfr. Kort. 1379.
bugìa: 1. menzogna; 2. lume a piattello con boccinolo per le
candele. — 1. ant. frnc. boisie, prov. bauzia, inganno, d'origine
germanica, v. Kort. 1091-2; 2. da Bugia nell'Algeria, onde s'im-
portavano già le candele (Ménage), cfr. Kort. 1399.
bugila: 1. are. concorso di gente, poi : zuffa, rissa; 2. pist. buco
morto nel monte (Petrocchi). — 1. sost. (onde are. bugliare sol-
levarsi, agitarsi ) àsilV Sivc. buglire bìill- (e ch\ brulicame, ave.
buli-f da *bullicamen); 2. da bujo -a, cioè buriu -a, cfr. Kòrt.
1422 (e bujosa carcere).
buglione: 1. moltitudine confusa, are. moneta da rifondere; 2.
are. bariglione. — l.accresc. di bugila, cui v. ^ ; 2. donde?
bulbo: 1. corpo carnoso, che nasce sulle radici d'una pianta;
2. are. burbero (Bocc). — l.bùlbus /3oA^óg; 2. et. ignoto.
burlare: 1. beffare, canzonare, scherzare; 2. are. gettar via. —
1. vb. da burla, QÌiQ è *burrìila, dim.di burrae inezie, baje, cfr.
Kort. 1425; 2. d'origine incerta, ma cfr. il lomb. bm^- borlar ro-
tolare, cadere (e v. a ogni modo Lorck, Altberg. sprachdenk. 201).
Anche potrebbe ripeter la gutturale da infl. di * abbruschiare, in quanto esso
sia la f. a. di abbrustiare (v. Caix st. 49-50; cfr. /?s<mrg -schiare, ecc.).
* La stessa materia etimo- e morfologica è nell' are. buglione brodo ; ma
direttamente dal frnc. bouillon, v. Scheler s. v.
148 Pieri,
burraio: 1. unto o spalmato di burro; 2. are. burrone. — 1. da
burro, che è butirum, per -Irum ^ovtvqov; 2. sost.-participiale
da borro, v. qui s. borra.
bm^rpne: 1. sfondo chiuso tra balze e rupi; 2. are. monaco
(Redi). — 1. accrese. di borro -a, cui v. ; 2. forse da burru, dato
il colore scuro della tonaca.
busca: 1. are. bruscolo, fuscello; 2. il buscare; 3. gabbia da
olio. — 1. d'origine incerta, cfr. qui s. bruscare; 2. sost. da bu-
scare, che è probabilm. lo sj). buscar cercare (il primo esempio
it. è del Giambull. ), v. Diez s. v. ; 3. et. oscuro, ma potrebbe pro-
ceder da brusca specie di felce (v. ancora s. bruscare), in quanto
la gabbia ne sia o fosse formata.
busso are.: 1. bossolo (la pianta); 2. colpo (come 'percossa' e
come 'rumore'). — 1. bùxus; 2. et. incerto, cfr. Kòrt. 6461 ^
bùttero : 1. mandriano di eavalli e di buoi; 2. buco lasciato dal
ferro della trottola nel terreno, margine del vajuolo. — Et. ignoti;
ma V. a ogni modo Caix st. 94 ^.
cacchione: 1. vermicello generato da pecchia nel miele o da
mosca nella carne; 2. sen. bordone di penna novella. — 1. proba-
bilm. *eaeeulone, cir. càccola (caeea-xxij), q. 'cacherello'; 2.
et. oscuro, v. però Caix st. 94.
calcio: Lare. piede, colpo dato con piede; 2. metallo onde si
foi'ma la ealee. — Leon metapl. da ealce calcagno, piede; 2. da
calce calcina. Son dunque omeotropiehe già le due basi latine.
calmo: l.che è in calma, tranquillo; 2. marza d'innesto. —
l.prt. accorciato di 'calmare', da calma, cioè xavf.ia calore ec-
cessivo (perchè con esso tacciono i venti e il mare è in bonaccia),
cfr. Kòrt. 1750; 2. calamus.
camminata, v. cammino.
cammino (e camino): 1. focolare della casa; 2. il camminare
^ Preferibile in ogni caso come etimo il ted. super, buchsen picchiare,
percuotere (Diez) al lat. pulsare (Caix,). E mancherebbe affatto in code-
sto caso Tomeotropia, se - come ho qualche sospetto - bussare niente altro
fosse stato in origine che 'batter con mazza o verga di busso'' (cfr. giuncare
batter con giunco, ecc.).
^ Rispetto al secondo termine, il sign. di 'margine' deriverà certo da
quello di 'buco', il che non par favorevole all'etimologia proposta dal Caix.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 149
strada, viaggio. — 1. carni nus xd[.irvog; 2. d'origine oscura, cfr.
Diez s.v. (ma pure Kort. 1538 e '42). - Qui anche: camminata
(e camin-), 1. are. cammino da fuoco; 2. il camminare piuttosto
a lungo.
canterella: 1. starna cantajuola; 2. cantaride. — l.v. qui s.
-erino; 2. dim. di cantharis xav^aqCq^.
canterello: 1. cantajuolo; 2. piccolo cantero; 3. orpello. — l*e
2. Y. qui s. -erino ; 3. et, ignoto.
canterino: l.clie canta spesso e volentieri, cantajuolo; 2. pic-
colo cantero; 3. agg. d'una specie d'orzo. — l.sost. da cantare
-are; 2. dimin. di càntero, cioè cantharus xdv^aQoc. bicchiere,
vaso; 3. cantherlnu, agg. da canthèrius cavallo castrato, giu-
mento (perchè quest'orzo si dava da mangiare alle bestie ; v. For-
cellini).
canto: 1. il cantare; 2. angolo, lato. — 1. cantus; 2. d'origine
oscura, forse celtica, cfr. Diez s.v. (e Kort. 1588). - Qui anche:
biscanto, 1 . are. cantilena ; 2. canto che fa due piegature. Inoltre :
procanto are, 1. proemio, preambolo per ingannare altrui; 2. can-
tonata d'una muraglia (o recinto? v. Fanf.).
cappa: 1. decima lettera del nostro alfabeto; 2. mantello con
cappuccio, mantello. — 1. cappa xànna, indeclin.; 2. cappa sorta
d'indumento del capo (Isid. 19, 31, 3).
carina: 1 . are. carena ; 2. fem. di 'carino'. — 1. carina; 2.
dimin. di caro -ru.
cascina: 1. cerchio sottile di faggio per fare il cacio; 2. fab-
bricato annesso al luogo, dove pasturano le vacche. — 1. per cas-
Sina, dira, di capsa; 2. anziché da càcio caseu (fr. Kort. 1705
e Zamb. 179), etimo al quale ripugna in singoiar modo la mor-
fologia {civ. caciai a), sdivk veramente da Casina, dim. di casa,
pel tramite di *casjina', ma lo s {e non é) v'appare anormale^.
* Circa il processo di formazione rimango incerto, se dobbiamo qui rico-
noscere uno scambio di suffisso, quale sarebbe avvenuto in * cantarida o -eda
con greco accento, o se nel nostro derivato s'asconda un nominativo impa-
risillabo (canterella, da ^cantare).
'^ E una difficoltà che secondo me contrasterebbe del pari all'altro etimo,
giacché io non credo alla realtà storica di cascia (cfr. Suppl. Arch. V 58, ecc.),
col quale si potrebbe giustificare lo s protonico.
150 Pieri ,
casco'- 1. il cascare (met.); 2. specie d'elmo. — 1. sost. da ca-
scare, cioè *casicare ('cado'), cfr. Diez s. v,; 2. voce spagn.
(co' significati : coccio, testa, elmo), da cascar rompere, cioè *quas-
sicare ('quatio'), cfr. K(jrt. 6549.
cassero : 1. are. cavità del torace; 2. castello di poppa (t. naiit.),
are. castello, fortezza, torrione cinto di mura — l.è, in forma
diminutiva, l'equivalente diVO,. casso, da capsus cassetta del coc-
chiere, recinto per animali, cassa, cfr. Diez s. v.; 2. ar. al-qagr,
al plur. '(fastello', o direttamente o dallo spgn.e port. alcàzar, v.
Kòrt. 460.
catalessi: 1. specie di nevrosi, che rende immobili e muti; 2.
mancanza d'una o più sillabe in fine del verso. — l.catalè-
psis xaxdXr]ìpig (Aa/.t/Javw); 2. catalèxis xaTaXrj'^ig (/t^Jy&j).
cecia: l.arc. vento di greco-levante; 2. sorta di scaldino. — 1.
caecias xaoxtag-j 2. et. oscuro {t^ìsì. ciocia) ^.
cedro: 1. specie di limone; 2 pianta delle conifere. — l.ci-
trus; 2. cèdrus xéSqog. Ma la prima voce è per avventura un'al-
terazione della seconda ; v. Georges.
cenato: l.prt. di 'cenare'; 2. are. infangato, lordo. — l.ce-
natu; 2. agg.-prt. da coenum fango.
centuria'. 1. riunione di cento individui; 2. are. centàurea. —
1. centuria; 2. centauria xsvxavQta.
Cerro: 1. specie di quercia; 2. ciocca di capelli, vivagno, fran-
gia. — 1. cérrus; 2. cirrus ricciolo naturale, ciuffetto, frangia
(cfr. lo spgn.e port. cerro, Diez s. v.).
cesso: l.arc. il cessare, allontanamento, abbandono; 2. luogo
comodo. — 1. sost. da cessare -are; 2. rejcéssus (cfr.il frnc.
r étì^aite), ìoiìo il prefisso come inutile^. E siamo pur qui a so-
stanziale identità etimologica.
ceto: 1. unione od ordine di persone; 2. are. balena. — 1. coe-
tus; 2. cètus xr^rog, che è nome generico di tutti i grossi pesci
marini.
' Vi sospetto un nome proprio accorciato; cfr.il lucch. /«ci« st. sign.
Denominazioni 'personali' anche per lo scaldaletto, che è prete o ìnonaca.
Curioso che il Caix st. 121, pure scrivendo lucìa (trisill.), voglia mandare
questa voce con lo spgn. ^o^a (cfr. Kòrt. 4945),
* Il Diez e il Canello da secessus (cfr. Kòrt. s. v.); ma l'aferesi della
prima sillaba, a tacer d' altro, sarebbe assai meno comprensibile.
Gli omoótropi italiani. - Capit. I. 151
cetr^o are. :1. cetra; 2. cedro. — l.cithàra; 2. citriis.
chiasso: 1. rumore, strepito; 2. viuzza stretta, chiassuolo. —
l.da classicum, suono di strumento per chiamare a raccolta,
ridotto a *classum (cfr. Grober Vulg. substrato s. v.), forse pel
tramite del prov. clas strepito (v. Canello III 400); 2. et. oscuro ^
chiavare: 1. chiudere a chiave; 2. are. inchiodare, config-gere»
— l.da chiave clavis; 2. da chiavo clavus chiodo.
chilo-. 1. il succo in cui vien ridotta la parte del cibo assimi-
labile; 2. peso di mille grammi. — I.chylus %vlóg succo; 2. ac-
corciam. di chilogramma^ da %Clia mille.
chimo-, l.il cibo trasformato dalla saliva e dai succhi gastrici;
2. are. specie di pesce (Br. Latini). — 1. chymus xv^ióg succo;
2. donde ?
china: 1. discesa ripida; 2. China, grande impero dell'Asia. —
l.sost. da chinare din-; 2. chinese tsin regno.
ciotto are.: 1. ciottolo; 2. zoppo. — 1. forse è dal ted. schutt
rottame, maceria, v. Kort. 7265; 2. et. ignoto.
cipro: 1. specie di pianta; 2. Cipro, la famosa isola. — L'o-
meotropia già all'origine {xvrcQog; KvnQog)-, se pur non si tratta
in ambo i casi d'una sola e identica voce.
coccolone: 1. volg. colpo d'apoplessia; 2. il beccaccino maggiore.
— l.da còccola, in quanto è 'colpo', 'percossa', v. la nota 2;
2. detto così, credo, dallo stare accoccolato (v. Kòrt. 1954), cioè
'acquattato' fra l'erbe o le canne del padule (cfr. Yqny. cocco-
lone -i).
cogliuto : I. are. còlto ; 2. non castrato. — 1. prt. di cogliere (col-
ligére); 2. da coglia borsa dei testicoli, che è cìilleus sacco ^
* Pel Muratori è la stessa voce precedente ; ma ciò ch'egli dice non per-
suade. Lo Zamb. 287 dal ìaà. gasse via; ma vi s'oppone la fonetica.
- Codesto sign, si sarà svolto, quasi in modo gergale, da coccola bacca
(base co e cu xóxxog, cfr. Suppl. Arch. V 202), pel tramite della frase 'uccel-
lare a coccole', cioè: pigliar delle busse. Ma potè anche derivar dalla stessa
voce in senso di 'capo' Ccfr. lucch. ;r?«cco«o, l'urtar del capo contro qualche
cosa, da zucca capo).
^ Anziché da coleus testicolo (v, Groeber Vulg. substrato s. coleo). E
il lucch. cuglia^ già notato da me come un esempio d'w intatto (v. Xll HO),
potrà regolarmente esser culeus.
152 Pieri,
cagno o conio: Luna certa misura di vino od olio, are. sorta
di cesta; 2. cuneo. — 1. congius; 2. cuneus.
coitare: 1. are. pensare; 2. usare il coito ^ — 1. cogitare; 2.
da coito coitu.s.
colazione: 1. il colare; 2. pasto della mattina. — l.sost. da
colare -are (còlum colatojo); 2. forse da collatione; mar.
Canello III 401 (donde risulta che 1' omeotropia può qui essere
illusoria).
colla: 1. materia glutinosa e tenace per attaccare; 2. corda per
torturare. — 1. còlla xóAZa; 2. sost. da collare, il quale è pro-
babilmente il md. alto ted. kollen incatenare, tormentare (v. Diez
S.V.).
colletto: 1. dimin. di 'collo'; 2. dira, di 'colle'. — I.còllum;
2. Collis.
colmo: l.cima, sommità; 2. are. gambo (dell'orzo), v. Tramater
s. V. — cùlmen; 2. ciilmus. Sennonché in lat. occorre il primo
termine anche nella seconda accezione (Ov. fast. 4,734).
colpare: l.aver colpa, incolpare; 2. colpire, dar colpi. — 1.
da colpa ciilpa; 2. da colpo, che è colàpus [xòXacpog) pugno,
schiaffo.
coma: 1. are. chioma, criniera; 2. disposizione morbosa al son-
no; 3. segno che divide i membri del discorso, virgola — 1.
coma xó|tir^; 2.x(tìf.ia {xoifxdw), sonno profondo; 3. lo stesso che
comma^ cioè xófifia {xótttio) frammento, inciso.
cominella: 1. nigella (specie d'erba); 2. are. brigata d'oziosi,
comunella (S.Anton.). — I. dim. da eumlnum xy/^r^ov eomino
(altra pianta simile); 2. dim. di comune -mmune.
Gomparenza: 1. appariscenza; 2. are. comparazione (v.Fanf.) —
l.sost. spettante a compaìire -qy b', 2. sost. spett. a comparare
-are.
compigliare are: 1. comprendere, abbracciare (rifl. ); 2. com-
pilare, ordinare, comporre. — 1. sull'analogia di comprendere,
da pigliare, che è *piliare ('pllus'), v. Kòrt. 6137; 2. *com-
piliare, per compilare, propr. 'cogere et in unum condere'
(Festo).
' In questo sign. manca a'Dijìonarj elio ho visto io; ma ò certamente
dell'uso.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 153
consolare: 1. agg. da 'console' ; 2. are. consolazione. — 1. con-
sularis -e; 2. consolare -are (in funz. di sost). - Qui anche:
consolato, 1. sost. astratto da 'console'; 2. prt. di 'consolare'.
consumare: 1. distruggere, annullare; 2. dar compimento, con-
durre a fine. — l.consumére; 2. consummare. I due verbi
andarono in parte confusi per la forma, come erano già pel si-
gnificato ; cfr. Kort. 2128.
contato: 1. prt. di 'contare' ; 2. are. contado. — 1. contare com-
putare; 2. comitatus, sost.
contemprare: l.coutemperare; 2. are. contemplare. — 1. con-
temperare; 2. contemplare.
contentezza, v. contento.
contento: 1 . contentezza ; 2. are. il contenuto; 3. are. disprezzo,
derisione. — l.sost. da contentare (che é da contento -us, agg.);
2. conténtum (da 'contineo'); 3. contémptus, sost. (da 'con-
temno'). Ma pe' due primi casi l'omeotropia non esiste in latino,
giacché r agg. non è altro in effetto che il prt. di 'contineo'. -
Qui anche, avvertendo la stessa cosa, va: contentezza, 1. stato di
ehi è contento ; 2. are. il contenuto.
contestàbile: l.che può esser contestato o impugnato; 2. are.
specie d'alta dignità e grado nella milizia. — 1. agg. da conte-
stare -ari, che da 'provare con testimoni' venne a dire anche
'negare' (forse per infl. di contrastare)] 2. comite st abitili,
cioè in origine 'soprintendente alla stalla imperiale' v. Diez s. v.
conto: 1. computo, calcolo, are. racconto; 2. cognito, chiaro. —
l.sost. da contare computare; 2. cognitus. - Qui anche: ac-
conlare are., 1. annoverare; 2. dar contezza, venire a conoscere.
Inoltre: acconto, 1. parte del pagamento d'un debito (dal modo
avverb. a conto ) ; 2. are. intrinseco, confidente ( prt. tronco d' ac-
contare; cfr. -ntato st. sign.).
convitare: 1. chiamare a convito, are. invitare; 2. are. deside-
rare.— 1. *eonvitare, per -ivare, rifatto sopra invitare (cfr.
Kòrt. 2158); 2. Sint irne, convoiter, da *eupi[di]tare, v. Kòrt.
2341.
copia: 1. dovizia, abbondanza; 2. riproduzione d'un originale.
— 1. copia; 2. lo st. che coppia copiala (e la storpiatura fa meno
specie, in quanto si tratta di voce cancelleresca).
154 Pieri,
coppino: 1. piccola coppa ('capo'); 2. piccolo coppo. - Ma 1' o-
meotropia è solo apparente, perchè e Cippa è l'etimo d'ambedue
le voci italiane; cfr. Kòrt. 2344.
corale: 1. spettante al cuore, cordiale; 2. spett, al coro. — 1.
da cuore cor; 2. da chorus xoQÓg.
corbaccio: 1. pegg. di 'corbe' ; 2. cestino da piccioni. — l.da
corvus; 2. da corba -ìs.
corina : 1 . are. corata, cuore ; 2. coro ( vento ) * ; 3. specie di gaz-
zella. — 1. da cuore cor; 2. da córus xcòoog; 3. da xoQvvri mazza,
clava, a causa 'della struttura delle sue corna attorniate da molte
rughe trasversali, come si osservano in una clava' (v. Tramater).
corio: 1. cuojo (Ariosto); 2. membrana esteriore che cuopre
il feto nell'utero. — 1. corium {%óqlov)', 2. xoqcov, v. Leopold. E
abbiamo dunque identità originaria.
cornice: I. pt. cornacchia ; 2. cintura ornamentale in alto d'un
edifizio, la quale sporge in fuori; telajo di quadro o specchio.
— 1. cornice; 2. corOnis xoqoìvig. Ma l'omeotropia è solo appa-
rente, per la confusione che avvenne de' due vocaboli, promossa
da xoQcóvri, che riuniva i due significati ('cornacchia' e 'cosa
curva'); cfr. Diez s. v.
coro: 1. adunanza e luogo dei cantori; 2. nome d'un vento;
3. sorta di misura presso gli Ebrei. — 1. cfr. qui s. corale; 2.
cfr. qui s. corina; 3 ebr. kor.
corsale: 1. ladrone di mare; 2. torace, petto; corazza (Fanf).
— l.da corso cursus, sost.; 2. derivato per -ale dall' ant. frnc.
cors corpo (ma si potrà fors'anche supporre un irne, ^corsel, cfr.
corselet corazza); e v. Canello III 364. - Qui anche: corsetto,
1. piccola corsia tra il letto ed il muro (Fanf.); 2. corse, are.
corsaletto. (E anche dimin. di corso, agg. di cane, v. II s. v.).
corsetto, v. corsale.
coratella: I. are. corticella; 2. volg. coltella. — l.dim. di corte
cohorte; 2. coltello ciilt- fatto femminile.
cortina: 1. calderone (t. archeol.), il tripode vasiforme d'Apollo
(Caro); 2. tenda; 3. via protetta da due muri, parte di fortificazione
^ È voce d'uso nelle Marche; o se n'ha infatti un esempio d' Annibal
Caro.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 155
tra un baluardo e un altro. — Per le due prime accezioni avremo
l'omeotropia già nel latino, ove cortina per 'vaso tondo' deve
esser tutt'altra parola da quella uguale che appare molto più tardi
col sign. di 'tenda'; cfr. Kort. 2214. Quanto al terzo caso, se l'ac-
cezione specifica di 'via coperta' è, come sembra, la più antica
(M.VilL), potremo pensare a un dim. di cQìHe (cfr. qui s. cortella).
costo: 1. il costare, spesa, prezzo; 2. specie d'erba odorifera.
— l.sost. da costare const-; 2. costus xódrog.
coto 3.VC.: 1. pensiero, proposito; 2. cottimo (nella frase 'dare
a coto'; Tassoni); 3. sorta di veste. — l.da coito, sost. da coi-
tare cogitare {ch\coitato pensiero, e qui s. v.); 2. da quotu
[cfr. cottimo, dsi quotùmus, Caix st. 104); 3. voce connessa a
cotta, d'incerta etimologia (v. qui s. v.).
cotta : 1. cottura, prt. fem. di 'cuocere' ; 2. specie di sopravveste.
— l.il sost. dal prt, coctu-a; 2. voce oscura, cfr. Zamb. 349.
crai : 1 . domani ( nella frase ' comprare a crai ' e simili, cioè :
a credenza) ; 2. are. voce imitante il gracchiare del corvo e della
cornacchia. — l.cras; 2. onomatopeja.
cr estone: 1. grossa cresta; 2, are. aggiunto della cicoria a di-
notarne la salubrità. — l.accr. di cresta crista; 2. come ter-
mine di speziali e medici, prob. da XQ^^T^óg buono, utile.
crocchia, v. crocchio.
crocchio: 1. adunanza o circolo di persone; tesa (in giro) con
le paniuzze agli uccelli; 2. suono de' vasi fessi nel percuoterli. —
1. corrutùlo ('rota'), cfr. Can. Ili 354; 2. sost. da crocchiare,
che è da crotàlum xQÓraXov, nacchera, v. Diez s.v, -Qui anche:
crocchia, 1. trecce avvolte su o dietro '1 capo (cfr. Caix st. 52)^;
2. are. colpo, botta ^.
crovello: I.vino che si trae dall'uva non ispremuta; 2. corvo
(pesce simile all'ombrina). — 1. forse *c7^ucl elio, dim. ài crudo
* Sarà invece un allòtropo deirequivalente ìt. coccola, il pist crocchia capo
(scherz.), da *cocc'la con r d'epentesi (cfr. qui s. cucco), lucch. chiocca o
chiucca (e chiucco cocuzzolo del cappello), con antica metatesi della liquida;
e per l'alternativa d'o ed u tonici, da quella ch'io credo la stessa base, cfr.
cocco e cucco.
^ E are, per 'canzone rozza' (Caro)? Potrà essere, con assai faceta meta-
fora, un vaso fesso che 'crocchia'.
156 Pieri,
-US (cfr. 'vino crudo', e ìu.cch. e rudi no acino rimasto senza fer-
mentare); 2. per metat. da *corvdlo, dim. di corDO -us.
cucco: 1. cuculo; metaf. (in quanto la femina depone le uova
in nido non suo), minchione, babbeo; 2. cima di forma conica
tondeggiante, cocco (uovo; term.fanciuU.), il prediletto ^ — 1.
cùcus, cfr. Kòrt. 2310; 2. v. Suppl. Arch. V 202.
cùccuma: l.cogoma, capo, comignolo de' monti ^; 2. curcuma
(specie di pianta indiana). — I.cìicùma; 2. ar. kurkum, sscr.
kunkuma,
cucino are: 1, cuscino; 2. vivanda (Fra Jacop.). — 1. dal frnc.
coussin, che vien ricondotto a *culcitlnum ('culcita'), cfr.
Kort. 2314; 2. da cucina eoe- ('coqu-'), mutato il genere ^
cugino: 1. figlio di zio o zia; 2. volg. culice (Fanf.) — l.con-
sobrlnus, v. Diez s. v. (alterato a guisa delle voci infantili; cfr.
Can. Ili 341 n) ; 2. pare il frnc. cousin zanzara, da culicinus, v.
Kort. 2317.
dama: 1. donna nobile; 2. are. damma; 3. giuoco simile agli
scacchi. — ìAvTìc.dame, da domina, cfr. Can. Ili 367; 2. dama;
3. voce turca, v. Tram.
danda: 1. specie di divisione (terni. aritm. ); 2. ciascuna delle
cigne sorreggenti il bambino che impara a camminare, sen. ber-
tella. — I.sarà danda ('dare'; cioè 'quae cuique danda sunt');
2. origine oscura, ma pur v. Zamb. 371.
dante: 1. daino; 2. Dante, il divino Poeta. — 1. frnc. daim, da
*damus per dama, v. Kòrt. 2391 (in altro modo il Caix st. 105);
2. forma accorciata di Durante.
* Il Bianchi, X310n, vede qui il prt. tronco di cuccare covare (che in
questo sign. sarà del Vald. superiore). INIa forse 'il prediletto' non è che
l'uovo, inteso come 'endice', che stando sempre nel nido è come l'uovo
più covato dalla gallina.
* Da 'cogoma', che ò una specie di vaso, si venne a 'capo' (c£v. testa),
sign. che si conserva in parecchie frasi ('far girare o romper la cuccuma
a uno', ecc.; e poiché in tutte è implicita Pidea di 'rabbia' o 'fastidio', il
vocabolo assunse pure questa accezione); onde poi a 'comignolo' (cfr. co-
cuzzolo).
' E un ccn. Xeyófieyoy, che secondo altri va intoso come forma tronca del
prt. di cucinare (v, Tramater).
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 157
dèlio: 1. bdellio (specie di gomma o resina); 2. Delio, \)t.\l
Sole. — l.bdellium ^óéXXiov; 2. Del ili s z/*jA<o? (dall'Isola na-
tale d' Apolline).
detta: Lare. debito (in varie frasi); 2. detto, sost. ('a detta di-');
3. are. buona fortuna. — IJvnc. dette da debita ('debeo'); 2.
dieta ('dico'); 3. ricalca lo spgn. rfic/ia {^orì. dita), pure da
dieta, efr. Diez s.v.( sicché per le due ultime accezioni l'omeo-
tropia non è originaria). - Qui anche: disdetta, 2. are. il disdire,
dichiarazione di scioglimento d'un contratto; 3. cattiva fortuna al
giuoco (spgn. desdicha, ecc.).
diaccio: 1. ghiaccio; 2. luogo chiuso' con rete, dove i pecorai
tengono il gregge nella notte. — 1. glacies; 2. = Sghiaccio, per
met. da giacchio, che è iaculum, sorta di rete (efr. Kòrt. 4450),
con la solita riduzione di gj^ in dj. ^ - Qui anche : addiacciare,
1. agghiacciare; 2. stare a diaccio (stabbiare).
diana: l.agg. della stella che appare innanzi al sole, suon di
tamburi o di trombe sul far del giorno ; 2. Diana, la Dea cac-
ciatrice. — l.fem. di *dirinu ('dies'), v. Diez s.v.; 2. Diana.
die are: 1. di; 2. Die are., Dio. — 1. dies; 2. Deus (e sarà un
altro bell'esemplare di vocativo, tanto più importante perchè d'età
romanza, da mandare insieme con dòmine).
dieta: 1. regola di vitto, astinenza per salute dal cibo; 2. as-
semblèa (t. stor. ) — l.diaeta óCaita; 2. forse sost. dal mlat. die-
tare ('dies'), efr. Diez e Scheler s. dieta -e (ma v. la nota)-.
* E diaccio nell'originario sign. di 'giacchio' è tuttora del cnt. lucch. Del
resto, nel diaccio delle pecore si potrebbe anche supporre il nome estratto
da diacere giacere (che però avrebbe qui ristretto di molto il suo sign.);
e sarebbe allora il giusto parallelo di giaccio covo (v. qui s.v.); efr. Asc.
X 108. Mi par nondimeno da preferire l'altro etimo, anche in quanto l'idea
di 'rete' è parte integrale nell'idea di quella specie di stabbio, che è il
diaccio,
^ Tale è l'etimo generalmente accettato. S'oppongono però, credo, alcune
difficoltà. Innanzi tutto, da dies sarebbe venuto un ^ di are. Ma siccome
il Diez e poi lo Scheler rammentarono un medio o blat. dietim 'quoti-
die', così par che essi abbiano pensato a un'originazione da questo. Sen-
nonché, a tacer d'altro, la cosa non è chiara né liscia nell'ordine ideale,
dovendo in tal caso il sign. del verbo non essere altro che 'fare ogni giorno'
0 sim. Era bensì naturale che la Germania, paese classico delle 'diete', in-
158 Pieri,
diletto: 1. piacere, gioja; 2. molto amato. — l.sost. da dilettaì^e,
che è delectare ('delicère'); 2. dilèctu (prt. di 'diligere').
disdetta, v. detta.
ditta: 1. società o casa di commercio; 2. are. fortuna al giuoco
(Tasso). — 1. dieta (cioè 'nominata', perchè il trafiflco si fa sotto
il nome sociale); 2. spagn. c?«c/ia. Cfr. qui s. detta 2 e 3.
dizione: 1. parola, locuzione; 2. are. potestà, dominio. — l.di-
ctiòne; 2. dìcione.
dogato: l.la dignità del doge e il tempo del suo ufficio (terni,
stor.) ; 2. are. listato, fregiato. — 1. dìicatus; 2. \)rt. dì dogare,
da doga striscia di legno che è parte d' una botte, metaf. lista,
fregio, V. Diez s. v.
dolo: 1. inganno, frode; 2. (fior, mod.) duolo, in senso di 'gra-
maglia'. — l.dolus óóXog; 2. dolor.
dotta are: 1. ora, tempo ^; 2. timore, sospetto. — 1. o^/a, con-
cresciuta la ])ve^. (d'otta), che è prob. da quota (sott. 'hora'),
v.Kòrt.6591; 2.sost. da dottaì^e dubitare. - Qui fors'anche: dot-
tato, l.agg. d'una specie di fico (lucch. o^^; v. Gandino, Riv. di
fil. classica, 1881); 2. are. temuto, sospettato.
dottato, V. dotta.
draga: l.fem. del 'drago'; 2. macchina da scavar l'arena nei
porti. — l.draco ÓQdxwv; 2. irne, draglie, v. Kòrt. 2692.
dramma: Lottava parte dell'oncia, minima particella, piccola
moneta antica; 2. componimento teatrale, — l.drachma dqaxfii^^;
2. drama ÓQctfxa,
da: l.due; 2. cnt. dove; 3. are. dunque (Pataffio). — l.duae
('duo'), V. D'Ov. IX 41; 2. d'ubi; 3. doni qu e, cfr. Kort. 2680.
Ed è un esempio d'omeotropia in proclisi.
dura: 1. fem. di 'duro', are. durata, dimora; 2. specie di fru-
mento. — 1. dùru -a e sost. da durare -are; 2. la dura dell'Etiopia.
dotta dal suo tur/ ('giorno' e 'assemblea'), sentisse in dieta come un de-
rivato da dies. D'altra parte potè diancc, che valse anche 'ufficio d'arbi-
tro' e 'decisione d'arbitri', assumer nel tardo latino il sign. di 'assemblea
deliberante'. Un nrc. arra^ 'Àeyóueyof dei nostri Vocabolarj, d/é^« spazio d'un
giorno, mi par tutt' altro che chiaro od esigerà ulteriore studio.
* Quanto al timbro dell'o in questa voce, v. SALv.Annot. alla 'Fiera', 1, 1, 2.
Gli omeóti-opi italiani. - Caplt. I. 159
ecco: l.l'avv. di luogo e di tempo; 2. are. eco. — 1. eccum,
cfp. Kòrt. 2755 ; 2. prob. pel tramite di *écco, da è elio y^iaó.
effetto: 1. ciò che è prodotto da una causa; 2. are. affetto. —
l.efféctus; 2. adféctus.
elice: l.elce; 2. elica. — 1. ilice; 2. e/I ti".
eliso: 1. tolto, escluso, soppresso; 2. Eliso, sede dei buoni dopo
morte. — 1. eli su, prt. ('elidere') ; 2. Elysium ^Hlvatov.
ella: l.fem.del pron. 'egli'; 2. Iella (enula campana). — Lilla;
2. iniila.
empiezza: 1. empietà; 2. are. adempimento, ripienezza. — 1. da
empio impius; 2. da empiere implère.
equo: 1. che ha equità, giusto; 2. pt. cavallo. — l.aequu; 2.
èquus.
era: 1. punto di partenza per contar gli anni, epoca; 2. are.
suolo della fornace da vetro. — l.da aera (pi. d'aes), il nu-
mero dato, posta d' un calcolo, spazio di tempo, v. Georges ; 2.
area.
erma: 1. pt. solitaria; 2. pilastro sormontato dal busto di Her-
mes. — 1. fem. d'ermo da eQ^iog] 2. "H^iit^e. - Qui anche: ermo
are., 1. èremo (e agg. suddetto) ; 2. erma (sost.).
ermo, v. erma.
erro: l.arc. e cnt. errore; 2, erre (ferro da attaccarvi le sec-
chie). — l.érror (see.il Mey.-Lb., It. gr.llQ, un deverb.) ; 2.
da erre, nome della lett. r, per la somiglianza di forma.
espiare: l.far espiazione, purgare; 2. are. esplorare, cercar di
sapere. — 1. espiare; 2. lo st. che spiare = aat. spéhón, efr.
Kort. 7666.
esterno: 1. che è di fuori, straniero ; 2. pt. di jeri. — 1. extérnu
('extra'); 2. hestérnu ('beri').
estimo, stima de' beni immobili e relativa imposta ; 2. pt. esterno
(Marchetti). — 1. sost. da estimare aest-; 2. extimu.
ètico: aspettante all'etica; 2. tisico. — l.èthicus r^bixóg-^ 2.
*hécticus éxTLxóg, che ha una qualità o un abito ('periodico',
in quanto si dice della febbre) ; efr. il lucch. cachético -ottico.
facciuola: 1. piccola faccia, l'ottava parte del foglio (cioè una
'doppia facciata'); 2. lista di tela bianca insaldata, porzione d'or-
dito fra il pettine e il subbio. — l.dim.di faccia facies; 2. fa-
sciola ('fascia').
160 Pieri ,
fagiana: l.fem, del fagiano; 2. are. glande, scroto (scherz.), —
l.phasianus -«vóg (dal fiume (Pàc^? della Colchide) ; 2. pare da
fava -h di {+ fagiuoloì), con derivazione o storpiatura gergale.
falena: 1. farfalla, pt. balena (Salvini); 2. volatile faldella di
cenere, che sì forma sulla brace. — 1 . * p h a 1 a e n a ((fa?Miva),
V. XII 127 s. bellendora; 2. forse da *favillèna ('favilla'), cfr.
Kort.3172^
fallo: 1. mancamento, errore, peccato; 2. 'mentìila'. — l.sost.
da, fallare ('fallère'); 2.(pa?26g. - Qui anche: falla are, in am-
bedue le accezioni.
fama: l.gran nome acquistato per meriti; 2. are. fame. — 1.
fama; 2. fames. - Qui anche: famato are, 1. prt. di f amar e di-
vulgar l'altrui buone opere, render la fama ; 2. affamato. E ag-
giungi: famoso^ l.di gran fama; 2. scherz. chi ha gran fame.
fastigioso are: 1. fastidioso; 2. altezzoso. — 1. fastidi osu;
2. da fastigio -igium.
fasto: 1. ricchezza pomposa e ostentata; 2. agg. di giorno in cui
il pretore romano trattava cause (t.stor.), di buon augurio. —
l.fastus -US (rad. dhars, civ.^qaav; audace); 2. fastu (rad. fa
dire). Un esempio anche questo d'omeotropia originaria.
favolesca are: 1. materia volatile di cose bruciate, che il vento
solleva in alto; 2. favolosa. — 1. * fa vii lisca da 'favilla', cfr.
Kòrt. 3120; 2. fem. di favolesco ('fabula').
fedina: 1. certificato legale di buona condotta; 2. lista di barba
lungo la guancia. — I.dim. di fede fides; 2. forse da *fdina,
sng. 0 plur. (dim. di filo -um) ^.
ferale: I. funesto, mortifero; 2. are ferino. — 1. ferale; 2.
ferale ('ferus').
^ Questo etimo, dato e accettato come corto dal Caix. e dal Korting, a
me pare assai dubbio per ragione del suffisso, il quale riesce incompren-
sibile. Che avessimo qui foletia 'farfalla', in facile e bella accezione meta-
forica? L'are, favolena^ vale a dire un "m. Xeyó^evov dell'Allegri, non oste-
rebbe, potendo esser voce formata su favolesca ecc. (e si tratta d'un passo,
in cui per di più occorre la favai V. Fanf.).
- Secondo lo Zamb. 478 è lo stesso nome che precede, così traslato 'forse
perchè la usavano gli Austriaci... e il portar la barba a quel modo avevasi
per segno di parteggiare per essi o di portare sul viso la fedina della po-
lizia'. Ma pare una spiegazione un po' troppo 'longe petita'.
GII omeótropi italiani. - Capit. I. IGl
ferigno are. : 1. inferigno (agg. di pane 'fatto con farina e cru-
schello'); 2. ferino. — 1. et. oscuro (fu spiegato per furfuri-
neo, da furfur crusca; v. Tram.); 2.ferineo da -Inu ('ferus'),
festino: 1. festa signorile con giuoco e ballo; 2. pt. sollecito,
veloce. — l.dim. di festa; 2. festlnu.
felo: 1. l'animale quand'è nell'utero della madre; 2. uomo strano
e bizzarro. — l.fètus sost.;2. per contraz. da féuio, cli'è ali. a
fèudo (v. Petrocchi ; cfr. XII 129); ed è la stessa voce feudo pos-
sesso, discesa bensì nella scala ideologica un gradino più in giù
che il suo allotropo fio (v. Can. Ili 399). Giacché da 'possesso te-
nuto come in affitto' si passò a 'tributo', onde a 'pena', e poi a
' uomo degno di pena '. Il sign. della parola divenne poi in gene-
rale più blando, sebbene si possa in alcuni casi tradurre anche
oggi feto per 'fanfano' e sim.
fetpsa: 1. pregna (detto di bestia; Fanf.); 2. are. fetida. — l.fem.
di *fetpso, da fètus; 2. fem. di fetpso, dall'are, éyen. fleto foetor.
fiatare: 1. mandar fuori il fiato, alitare; 2. are. odorare, an-
nusare (Br.Lat.) — I.da fiato flatus ('flare'); 2. come sembra,
da *flavitare (v. qui s. fiutare); e allora riveniamo alla fase
fìautare, col ditt. semplificato dapprima nelle forme arizotoniche.
fiera: I.pt. animale selvatico, bestia feroce; 2. mercato in oc-
casione di festa. — 1. fera; 2. fèria. - La stessa omeotropia è
offerta dal dim. fierùcola.
filtro: 1. pozione amatoria; 2. apparecchio e poi tutto ciò che
serve per colar liquidi. — l.ifìlrQov; 2. germ. filt, v. Kort. 3255
(il sign. fondamentale di 'panno non tessuto' rimane al suo al-
lòtropo feltro, usato anche per 'colatojo'). Il Kòrting non esclude
che possano le due diverse accezioni derivare dall'una o dall'al-
tra di codeste due basi. E v, anche Can. III 322.
fme: I. termine, esito; 2. fino (sottile, eccellente). — I. finis;
2. prt. tronco di fìnare *-are ('finis'), cfi". Kort. 3274 ^ È questo
dunque un caso d'omeotropia morfologiea.
^ Non esitò il Diez, s. fino, a riconoscore in esso l'accorciamento di finito;
ma ninno oggi, io credo, vorrebbe di ciò consentirgli. Nell'ordine ideale,
da 'condotto a fine' si passò facilmente ad 'assottigliato', e di qui a 'buono
di qualità, eccellente' (cfr. limatus -ato). Ma questo terzo sign. può anche
proceder direttamente dal primo (cfr. perfectus e réXeios, Diez. al 1. cit.).
Archivio g-lottol. ital. XV. U
162 Pieri ,
fìo: Lare, feudo; castigo, pena; 2. are. la lettera 'hjpsilon'. —
1. V. qui s. feto; 2. donde?
fillo: 1. confìtto, fieeato; 2. are. finto. — 1. *fletu per fixu ('fì-
gère'); 2. fi e tu ('fingere').
fittone: 1. barba maestra d'una pianta, grossa pietra confitta
in terra; 2. are. pitone (mago, indovino). — l.deriv. per -one
da fitto ('figere'), v. qui s.v. ^; 2. Python e {JIv()(ov), v. Georges.
fiuto: 1. il fiutare; 2. are. flauto. — l.sost. da fiutare, che è
*flavitare secondo l'Asc. St. er. II 184 n; 2. frnc. flaùte flute da
*flatuare, v. Kòrt. 3318. Non era caso d'omeotropia per il Diez,
che da flautare derivava anche fiutare. Cfr. Can. Ili 359.
fola: 1. favola, baja; 2. are. folla; 3. il vincer tutte le carte del-
l'avversario, ecc. — 1. fabula; 2. = folla, sost. da *fullare
e fullo '), V. Kort. 3496, con la liquida sdoppiata forse per infl. del
ivnQ,.foule\ 3. frnc. vote, d'et. oscuro, v. Scheler s.v.
fonda: Lare, fionda e borsa, sacco per custodir le pistole; 2.
fondo, profondità. — l.fùnda; 2. *fundu per profìindu, v.Kort.
3513. - Qui anche: fondare, 1. are. tirar di fionda; 2. mettere i
fondamenti.
fonditore : 1 . are. fromboliere ; 2. colui che fonde, are. dissipa-
tore. — l.funditòre ('funda'); 2. sost. da fendere fùnd-.
formento: l.volg. lievito; 2..are. frumento. — I.ferméntum;
3. frumèntum.
fra: 1. frate (monaco); 2. in mezzo (prep.). — 1. fra[ter]; 2.
[in] fra. Esempio d'omeotropia in proclisi.
fragore: 1. strepito; 2. are. forte odore. — I. fragore ('fran-
go'); 2. *frag5re, da *fragrore ('fragro'; cfv. fraor e puzzo,
Fr. Saech. ), con ettlissi del secondo r per dissimilazione ^. Ma
possibile altresì che lo ' strepito ' divenisse il ' forte odore ' ; cfr,
XII 132 s. rigno.
fregata: l.fregamento; 2. sorta di nave da guerra. — I. prt.-
sost. da fregarle fricare; 2. voce d'etimo incerto (pel Diez da
fabricata, Q>ii\ bastimento), v. Kòrt. 3082 ^,
* In senso di 'radice' si dedusse questo nome da (pvxóv pianta (v. Zamb.
550); ma non par verosimile.
^ L'esito nominativale ci è conservato nel pist. (mt.) fraco, v. Petrocchi,
^ Non ho registrato: frìggere, l.far cuocere in una materia grassa; 2.
piagnucolare, — perchè il secondo significato, che tutti 'sentono' come tra-'
Gli omeótropi italiani. — Gap. I. 163
frenella: 1. sorta di morso per fare scaricar la testa ai ca-
valli; 2. flanella. — 1. dimin. di freno -uni, con metapl. ; 2. frnc.
flanelle, v. Scheler s. v.
frusto: Lare, pezzetto; consumato, logoro (v. qui sotto); 2. are.
bastone, frusta. — 1. frùstum; 2. fusti s. - Ne deriva: ftnistare,
1. consumare, logorare (propr. 'ridurre in pezzetti'); 2. percuo-
tere con frusta.
fuco: 1. belletto; 2. il maschio delle api. — l.fùcus (fvxog
(propr. specie di lichene, che dà la porpora); 2. fùcus, prob. dalla
rad. fu 'generare'. E abbiamo qui, come si vede, la perfetta omeo-
tropia già nel latino.
fuspne: 1. cerbiatto del secondo anno; 2. are, abbondanza (nel
modo avv. 'a fu-'). — 1. da fuso -us, traslato a indicar 'le corna
senza rami'; 2. frnc. /bwow = fusione (effusione, prof-). Ma l'o-
meotropia perfetta solo nei Vocabolarj ; perchè col secondo sign.
si pronunziò di certo fusorie.
galletta: l.agg. d'una specie d'uva; 2. tumore al piede del
cavallo, are. sorta di lavoro d'oreficeria foggiato a globetti; 3.
sorta di pane biscotto, tondo e schiacciato. — l.da gallo -us, in
quanto i chicchi di codest'uva somigliano ai reni d'un gallo (detta
perciò in frnc. 'rognon de coq'); 2. dim. di galla -ozza, met. ^;
3. frnc. gaiette ciottolo di fiume, v. Scheler s. v.
gallo: l.il maschio delle galline, galloria; 2. nativo delle Gal-
lio; 3. (a) galla. — 1. gallus ; 2. Gallus; 3. da galla -ozza, sec.
il Ferrari. Ne' due primi significati anche qui un caso d' omeo-
tropia alle origini.
gallone: 1. fianco; 2. specie di guarnizione; 3. gallozza. — 1.
voce connessa a garetto, v. XII 129 s. gaiette; 2. etimo dubbio,
cfr. Kòrt. 3633; 3. v. qui s. gallo.
ganascione are: 1. colpo dato nella ganascia; 2. colascione.
slato dal primo, tale può essere in effetto; e perchè, se anche procedes-
sero rispettivamente da frigère e frigère ( v. Zamb. 544), questo a ogni
modo fu raccostato a quello, come ci avverte la fonetica {frigge, e non
*frpgge, ecc.).
^ La stessa voce è galletta bozzolo, in più parti dell'It. dialettale. Ma are.
per 'tazza o vaso da vino' e per una 'specie di ballo' (v. Fanf. e Petr.)?
164 Pieri,
— 1. accresc. di ganascia, prob. da yvà^og, v. Meyer Zeitschr. X
255 ; 2. da colascione, d'et. ignoto, idealmente ravvicinato al nome
che precede.
ganga: Lare, vena metallica (Salvini); 2. specie d'uccello ('pte-
rocles alchata' di Linn.). — 1. ted. gang galleria, filone; 2.
donde ?
ga?'bino, v. garbo.
garbo: Lare, agro, brusco; 2. grazia, modo, forma; 3. are. spe-
cie dì panno. — 1. aat. liarw, v. Diez s. v.; 2. pare = aat. garawì,
garwì, ornamento, v. Kòrt. 3604 (ma v. anche Zamb. 564); 3, da
Garbo, come fu detta l'Algarbia, da cui proveniva quel panno,
cfr. Fanf. s. v. - Qui fors' anche: garbino, 2. grazietta; 3. vento
di sud-ovest ^.
garosello: 1. dim. di 'garoso'; 2. carosello (specie di tornèo).
— 1. da gara, d'et. oscuro, ma cfr. Kòrt. 8864 ; 2. pare il frnc.
carrousel, d'et. incerto, v. Scheler s. v.
gesto: Latto o movimento della persona; 2. azione, impresa.
— Lgèstiis -iis; 2. prt. gèstus -um ('gerére'). Ma l'omeotro-
pia non è originaria, giacché il primo termine latino procede qui
dal secondo.
giaccio : 1 . are. ghiaccio ; 2. il luogo dove è stato a giacere il
selvatico (Fanf.); 3. diaccio (stabbio chiuso da rete). — Lgla-
cies; 2. sost. da giacere lacere; 3. v. qui s. diaccio ^
giannette: 1. ginnetto, cavallo leggiero; 2. Giannetto. — 1. sp.
jinete, i^ort. gin- (col sign. fondamentale di 'cavaliere armato alla
leggiera'), prob. da yvf.ivrtyig, v. Kòrt. 3825; 2. Johannes Imivvrg.
giara: 1. ghiaja (Leon, da Vinci), ridosso prodotto in un ter-
reno dall'escrescenza d'un fiume; 2. specie di tazza o vaso. — 1.
gì a rea; 2. ar. g'arrah, recipiente per acqua, v. Diez s. v.
giarda: 1. giardone (tumore osseo nella zampa del cavallo);
* In quanto sia questo Tagg. di Garbo, paese assai proprio a tale desi-
gnazione, trovandosi nel Portogallo meridionale; civ. greco, vento di nord-
est. Per quGst' etimo sta anche la forma ngherbino, che può essere da
Calgli- (cfr. il testo). A un dim. di carbas -a e (Vitr. 1, (3, 10), non par ra-
gionevole il pensare, perchè esso è vento di 'est= nord-est' (v. Georges).
^ E giaccio per 'manovella del timone'? Cfr. qui s. agghiaccio.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 165
2. burla, beffa. — l. a.i\ garad, tumor omnis natus in suffragine
iumenti etc; 2. et. ignoto.
giovo: 1 . giovamento ; 2. are. giogo. — l.sost. da giocare iìi-
vare; 2. iùgum.
giubba: 1. chioma del leone, mantello del cavallo; 2. indu-
mento di varie specie. — l.iiiba; 2.sT^.al-juba, che è l'ar.
al-g'ubbah sottoveste di lana, cfr. Diez s. giubba.
giusta: 1. conforme a, secondo (prep.); 2. fem. di 'giusto'. —
1. iùxta ; 2. iiistus -a.
golare: 1. are. agognare, appetire ; 2. volg. volare. — 1. da gola
gùla; 2. volare. -Qui anche: gola, l.lucch. goloso; 2. volg. volo.
goletta: 1. solino, collare di tela; 2. sorta di nave leggiera. —
l.dim. di grpZag ìli a; 2. frnc. ^oeZe^^e, dal bret. goelann, gwelan,
specie di gabbiano, cfr. Kòrt. 3714.
golo, v. golare.
gorgone: Lare, grosso gorgo d'acqua; 2. ciascuna delle tre
Furie, e singolarm. Medusa. — l.accr. di gorga -o gurga; 2.
Gorgone {Foqym), protratto l'accento.
gotto: 1. sorta di bicchiere; 2. Gotto, are. Goto. — 1. gùttus;
2. Gothus.
grado: 1. gradino; condizione, dignità; 2. gradimento, grazia,
gratitudine. — l.gradìis -ùs; 2. gratus -um. - Di qui: g7Y(-
dire, 1. are. andare di grado in grado, salire; 2. avere a grado,
operare in grado d'alcuno.
grata, v. grato.
grato: Lare. canniccio, graticolato; grata, graticola, inferriata
a guisa di graticola ; 2. grato -a, che sente gratitudine, accetto -a,
piacente. — 1. erates; 2. gratu -a.
greggio -a: 1 . are. e pt. gregge ; 2. grezzo (non lavorato). — 1 . con
metapl.da gre gè; 2. *grévio ('gravis'), v. D'Ov. Rom. XXY296
grifo: l.muso del porco; 2. animale favoloso, aquila e leone,
con rostro adunco; 3. sorta di rete da pescare; enimma, indo
vinello. — l.sost. da grifare pigliare, che è l'aat. grifan, v
Diez s. grif^; 2.yQÌip, da yqvnóq agg. curvo, adunco ; 2>.yQl(fo:
* Ma potrà essere il continuatore diretto dall'aat. grif presa. A ogni modo
il sost. viene a indicare 'lo strumento della presa', o sia esso 'il muso',
166 Pieri,
- Di qui: grifone, 1. are. sgrugnone; 2. accr. di 'grifo' (anim.
favoloso).
grifone, v. grifo.
grotto are: 1. luogo scosceso (anche lucch. ) ; 2. pellicano. —
1. con metapl. da grotta, cioè crùpta xQVTtrrj (e varrà propriam.
il dirupo, in cui suol essere incavata la grotta); 2. onojcrota-
lus -aXog, raglio d'asino, cosi detto per l'asprezza della sua voce.
guado: l.il luogo dove si può guadare un'acqua; 2. specie di
pianta ('isatis tinctoria' di Linn.). — 1. vadum; 2. germ. waid-,
cfr. Kort. 8844. - Qui anche: guadare, 1. passare a guado; 2. dare
il colore con guado.
gueffa are: 1. gabbia, prigione^; 2. matassina. — 1. origine
oscura, ma cfr. Kòrt. 1757; 2. sost. da '^gueffare, are. aggueffare
ammatassare ('filo a filo aggiugnere'; Frane, da Buti), dall' aat.
wifan tessere, cfr. Kòrt. 8891 ^.
guizzo: 1. vizzo, cascante; 2. l' atto del guizzare. — l.per
vizzo, prt. tronco di *vizzare *viètiare, da viètus molle, lan-
guido, cfr. Groeber Vulg. substrato s. vetiare ; 2. sost. da guiz-
zare, che forse è il ted. (dial.) wifcsen, v. Diez s. v.
iliaco: 1. spettante all'ilio (le due ossa ai lati del bacino); 2.
spett. ad Ilio. — l.da ilia -iura fianchi; 2.11iacus ('Ilium').
come in italiano, o sia invece 'la zampa o l'artiglio' (in franco dial. del-
l'Alta Italia), V. ancora al luogo cit. Questa logica connessione e ideale con-
gruenza de' due significati (muso; artiglio) non dovè apparir chiara al Diez,
esitando egli ad associar l'it. grifo e il frnc. grif griffe ecc. Del resto il vb.
grifare non manca, come asserisce il Kòrt. 3768, perchè ce n'offre un esem-
pio il Boccaccio (Dee. Vili 5); e inoltre è ben vivo sgrifare aggranfiare,
portar via (v. Petrocchi). Quasi inutile poi l'avvertenza, che 1' « di grufo-
lare da *grif- non va ripetuto da infl. di grugnire^ come il Korting sospetta
col Diez, ma è dovuto alla contigua labiale.
* Se la specifica accezione: 'gabbia di fil di ferro intrecciato', che trovo
in Zamb. 138, spettasse in realtà a questa voce, essa di certo formerebbe
un sol tutto con la seguente e l'omeotropia risulterebbe illusoria. Ma non
riesco a vedere donde provenga codesta definizione, e temo che sia un po'
fantastica; tanto più che a pg. 302 lo Zambaldi par disposto a vedere in
gneffa 'una forma volgare di gabbia'.
2 Meglio cosi per avventura, che derivar direttamente la voce in que-
stione dal longob. wiffa segno per limitare la proprietà, giacché non par
chiara la connessione ideale di questo con wifan e con gneffa.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 167
imbrecciare: l.volg. imberciare; 2. far la massicciata alle stra-
de. — 1. et. incerto, cfr. Kòrt. 1127; 2. da breccia ghiaja, forse lo
st. che breccia apertura fatta con le artiglierie, dal frnc. brèche
rottura, di che v. Kurt. 1323.
imbuire: 1. diventar bue; 2. are. imbevere (Buon. Fiera; me-
taf.). — l.da bue bove; 2. imbuère.
impalare: 1. metter sulla pala; 2. uccidere conficcando ad un
palo, piantar pali a sostegno. — l.da pala; 2. da palus.
impasto: l.pt. non pasciuto, digiuno ; 2. l' impastare, materia
impastata. — l.impastu ('pascere'); 2. sost. da impastare (da
pasta, V. Diez s. v.).
impattare: 1. restar pari al giuoco; 2. stender paglia o altro
per letto alle bestie. — l.da patto, v. qui s. v.; 2. *impactare
('pangére'), in quanto dicesse 'addensare lo strame sotto le be-
stie' (cfr. pattiane e pacciame). E avremo dunque sostanziale
identità etimologica.
improntare: 1. approntare, mettere in pronto ; 2. imprimere,
segnare l' impronta, are. premere ; 3. are. dare o prendere in pre-
stito. — l.promptu ('premere'), preparato; 2. da impianta im-
pressione, are. -enta, che è, forse per via del frnc. empreinte, da
*imprimita (per 'impressa'), v. Diez s. v. ; 3. *impromutuare
('promutuus'), cfr. Kòrt. 4143.
ingaggiare: 1. arruolare, attaccar (battaglia); are. impegnare
(ne' suoi varj sensi); 2. are. metter l'olive infrante nella gabbia
per stringerle (Fanf.). — 1. frane, engager, di che v. Kort. 8838;
2. da gaggia per gabbia, cavea (ma non è forma toscana, cfr,
Suppl.Arch.V 180).
ingroppare : 1 . aggroppare, far groppi ; 2. portare o mettere in
groppa. — 1. da groppo; 2. da gì^oppa. Ma le due voci sono dalla
stessa base germanica ; v. Kòrt. 4587.
innarrare are: 1. narrare; 2. dare sicurtà. — l.m prep. e
narrare -are; 2. m prep. ed arra.
inn- o inorare are: 1. indorare; 2. supplicare ; 3. onorare. —
1. inaurare ('aurum'); 2. in prep. ed orare pregare; 3. hono-
rare ('honor').
insetare: 1. innestare; 2. coprir di seta. — l.insitare o -èt-
(^inserère'), v. Fl.ll 352-4; 2. da seta, cioè seta crine^ setola,
V. K(")rt. 7070.
168 Pieri,
internarsi: 1. penetrar nell'interno; 2. are. diventar trino (Dante,
Par. 28, 120). — 1. da internu; 2. da tèrnu ('tres').
invasare: 1. occupare totalmente l'animo; 2. metter nel vaso.
— 1. invasare ('invadere'); 2.davase.
invitari': l.fare invito; 2. stringer con vite. — 1. invitare;
2. da vite 'madrevite', che è vitis in quanto vale 'viticcio', per
la somiglianza di forma, v. Diez s. vis. - Qui anche : rinvitare, in-
vitar di nuovo, in ambedue i significati. E aggiungi: svitare^ 1.
scherz. disdire l'invito; 2. allentare o toglier la vite.
invito: l.il chiamare altri presso noi; 2. are. chi non vuole.
— l.sost. da invitare -^v e; 2. invltu.
invogliare: 1. indurre voglia; 2. coprire con invoglia. — 1.
denominale di voglia desiderio, appetito ('velie') ^; 2. probabilm.
da *involù ciliare, v. FI. II 20-2 ^
ischio: 1. specie di quercia; 2. uno degli ossi della coscia. —
1 , a e s e ù 1 u s ; 2. laxiov.
istante: 1. momento; 2. are. astante. — 1. instante (s. 'tem-
pore'); 2. adstante.
lacca: l.nome di varie paste colorate a uso della pittura; 2.
are. poplite, anca e coscia dei quadrupedi, natica ; 3. scesa ^ luogo
basso. — 1 . pers. 1 a k, v. Diez s. v. ; 2. et. oscuro ^ ; 3. forse dall'aat.
lahha paduletto, pantano, cfr. Diez s. v.
* La qual voce confesso che non mi riesce ancora del tutto persjMcua dal
lato morfologico.
^ Potè nella fase *involclare la sorda gutturale, chiusa com'era tra
due L, digradar facilmente a sonora per assimilazione. E cosi supponendo
s'eviterebbe la difficoltà d'ammetter qui l'esito rammollito di cl.
^ Do anch'io lacca in questo sign. come parola a sé; v. Diez s. v. e Zamb.
665. Ma non riesco a scacciare il sospetto che essa veramente non sia se
non lacca 'anca', in senso metaforico {ck. fianco e costa). Francesco da Buti,
onde sono i più antichi e importanti eserapj, definisce lacca per 'china, o
scesa, 0 lama' (Inf. 7, 16; di cui l'ultima va intesa qui per 'luogo pendente",
cioè: in pendio; v. Inf. 32, 96), Il sign. di 'valle' e 'luogo concavo e basso',
ch'egli anche attribuisce al vocabolo (Purg. 7, 71), procederebbe dunque, per
intima e ovvia relazione, dall'altro; quantunque i termini or ora addotti a
paragono non si trovino, che io sappia, in questo secondo significato. Ciò
ammesso, dovremmo per lacca 'luogo basso' rinunziare senz'altro anche al-
l'etimo accennato nel testo.
* Secondo il Caix st. 117 dal germ. bianca, aat. hlancha, coscia, lato,
fianco ; ma almeno per causa della nasale par che vi ripugni assolutamente
Gli omeótropi italiani. - Ciipit. I. 169
lama: 1. luogo basso e paludoso; 2. are. lamina, ferro affilato
di spada o coltello; 3. sacerdote di Buda; 4. specie di quadrupede.
— l.lama; 2. lamna da lamina, ma con impronta francese,
r. Can. III367; 3. voce tibetana. 4. voce americana.
lance: 1. are. piatto della bilancia, pt. bilancia; 2. are. asta. —
1. lance; 2 laìicia -e a, con metapl.
làppola: 1. specie di pianta; 2. peli che orlano le palpebre (pi.).
— 1. dimin. di lappa; 2. dim. del german. lappa brandello, y.
XII 157.
lassare: 1. stancare; 2. lasciare, allentare, ammollire. — 1.
lassare ('lassus'); 2. laxare.
lato: 1. fianco, parte; 2. pt. largo, spazioso. — l.làtus; 2. latu.
latta: 1. specie di legname lavorato per navi; 2. lamiera co-
perta di stagno; 3. colpo dato altrui con la mano aperta (Petroc-
chi). — I.germ. latta corrente, assicella; 2. origine oscura; 3.
da *platta ('plattus'), civ. lastra da piastra. E efr. Kòrt. 4701
e 6210.
laitajo, V. lattone.
lattone: 1. giovenco di men che un anno; 2. arnese di latta
per adattarvi lo spiede; 3. colpo a mano aperta. — l.da la et e;
2 e 3. da latki nel sec. e terzo significato ; v. qui s. v. - Va pur
qui: lattajo, l.chi tien bottega di lattieinj ; 2. chi fa e vende la-
vori in latta.
lega: 1. unione fermata con patto, alleanza; composto di più
metalli; 2. misura itineraria. — l.sost. da legare lig-'^', 2.1euca
-ga (voce gallica), cfr. Kort. 4763.
legare: 1. are. inviare alcuno con pubblica autorità; lasciare
per testamento; 2. stringer con fune o altro. — 1. legare ('lex');
2. lìgare. - Qui anche: allegare, 1. metter innanzi, addurre; 2.
farla lega (de' metalli), attecchire; rispettivamente da allegare
e (con nuove accezioni) allig-.
la fonetica. Il Diez s. v. da kuxxos cavità, e il Kort. 4612 da lacca sorta di
tumore allo stinco; de' quali etimi è l'ultimo, ad ogni modo, troppo discosto
idealmente dal nome che si vuol dichiarare.
^ Da 'unione di metallo più nobile per le monete con uno inferiore' si
passò a 'contenuto legale delle monete', partendo dal quale sign. fu lega
mal ricondotta a lex, v. Diez s. v.
170 Pieri,
lente: 1. lento (poco teso o stretto); 2. lenticchia, met. cristallo
lavorato per ajutare la vista. — l.léntu; 2. lènte ('lens').
letto: l.il mobile sul quale si dorme; 2. prt. di 'leggere'. —
l.lèctus (ch\ Xéxog e Xéxtqov); 2. léctu, prt. ('legére'). E dun-
que un caso d'omeotropia originaria.
lima: l.il noto strumento meccanico; specie di pesce; 2. are.
terra disfatta e sterile; 3. specie di piccolo limone. — l.llma
(per la seconda accezione, v. Diez s. limando); 2. llmus, mutato
il genere; 3. presunto positivo, che si ricavò da limone, pers.
limù, V. Diez s.v.
lÌ7no: 1. fango, mota; 2. lucch. struggimento (in senso met.). —
1. llmus; 2. sost. da limare -are ('lima'), cfr. XII 130.
linda: 1. regolo mobile sul centro d'un astrolabio o sim. ; li-
sta coperta di ricci nelle parrucche; 2. agg. molto pulita. — 1.
prob. limite, ma sarà voce esotica; cfr. spgn. e port. Zmde -a li-
mite d'un campo, Kòrt. 4819; 2. fem.di lindo, che è llmpìdu.
liì^a: Lare, solco; 2. strumento musicale a corde; 3. sorta di
moneta d'argento. — l.lira; 2. lyra Av^a; 3. libra.
lochi: l.pt. luoghi; 2. purgazioni della donna, che seguono al
parto e alla seconda. — l.pl. di loco -us; 2. da ló%t,oq spettante
al parto.
lógoro: 1. are. arnese di penne e cuojo per richiamare il fal-
cone; 2. il logorare, logorato. — l.pare dall' ant. germ. * lo cfr,
aat. luoder, esca, cfr. Kort. 4895^ ; 2. sost. e prt. tronco da logo-
rare, forse = lurcare mangiare avidamente^.
* Credo assai probabile il passaggio di clr in ^r (prima deirepentesi: *lo-
gro da Hodro) ; e ne ritoccherò altrove. Per contrario è fallace il raffronto
che, per questo rispetto, fa il Diez di lógoro con ragunare; il quale non è
da radunare, ma sì da ratinare, con g per toglier l'iato.
^ È la vecchia etimologia del INIuratori, che a me par tuttavia la meno
improbabile. Per la metatesi e il successivo digradar della sorda in sonora,
che sarebbero in lograre (onde poi logor-), cfr. frugare da *furcare, Kort.
3523. Da 'mangiare' a 'consumare' il trapasso non offre alcuna difficoltà
(cfr. lo stesso mangiare, che spesso è appunto 'consumare'). - Lo Schu-
chardt, Yo/i. 11151, da lucrare; e il rumeno (che ha hicru, lavoro; ecc.)
avrebbe a conciliare i significati (lavorare, travagliarsi, logorarsi). Il Kòrt.
da Iggoro (nel primo sign.), che egli male spiega per 'esca', traducondo poi
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 171
loja: 1. sudiciume, lordura del corpo e degli abiti; 2. are. log-
gia. — 1. forse *lùria, da lùridu [civ. mai^cia da marcidu);
2. gemi, laubj a, v. Kòrt. 4704.
lonza: l.il noto felino; 2. lombo. — l.*lyncea da lynx Xvy'^,
V. Diez s.v.^; 2. *lumbea da lùmbus, cfr.Kort. 4916^ Nel primo
termine lo i (invece dello z) si dichiarerà come pronunzia er-
ronea di voce già disusata e confusa con l'altra ^.
lumiera: 1. candelabro a più lumi; 2. are. allumiera (cava d'al-
lume), l.da lume -en; 2. da allume alùmen.
manna: 1. il cibo caduto dal cielo agli Ebrei nel deserto, se-
crezione dolciastra di certe piante; 2. mannello, covone. — 1.
manna, indeclin.; 2. man uà ('manus').
manso SiVG.: 1. podere; 2. mansueto, lene. — l.mlat. mansum
('maneo'); 2. v. II s. manza.
manto: 1. ampio mantello; 2. are. (pt.) molto, agg. — 1. man-
tus -um (Isid.); 2. prò v. e frnc. maintz, mantz, maini, dal celt.
*manti gran numero, v. Kort. 5081.
marca: 1. contrassegno, bollo; 2. paese di confine, paese; 3. are.
sorta di moneta. — 1. sost. da marcare, che è da marcus mar-
tello, V. Can, III. 372-3; 2. germ. raarka confine, paese di confine,
cfr. Kòrt. 5127; 3. ted. mark (fem.). - Con la stessa omeotro-
pia è marco, in quanto riunisce le due prime accezioni. Qui an-
che: marcare, 1. mettere un contrassegno ; 2. are. confinare (Dino
il verbo, come aveva già fatto il Diez, anche per 'gozzovigliare' ('schwel-
gen'), sign. che non so come gli attribuiscano. Del resto, se non ripugna
che la voce per 'esca' passasse a indicare il lógoro, in quanto è anche que-
sto un richiamo; troppo sarebbe se da esso, con la metafora inversa
(quale avremmo da 'lógoro' a 'esca'), si ricavasse poi un verbo denominale
per 'mangiare', onde 'consumare'.
* Dalla stessa base il ^q\\. lonza gran fame (eh: lupa st. sign.; tanto più
che la 'lonza' fu scambiata anche col 'lupo cerviero', v. Tram.).
^ Sostanzialmente la stessa materia in Ionia, fem. di Ionio floscio, sner-
vato; se esso è, come credo, *elumbeu da elumbis (o -umbus, v. Geor-
ges) ; ma v. però Diez s. v.
^ Non è mai nominata oggi, se non come una tra le famose fiere della
Selva dantesca. Del resto è curioso che il Fanf. e il Petrocchi diano questa
parola con z (aspro) in ambedue le accezioni.
172 Pieri,
Comp.). E ricorderò infine: marchio, segno, contrassegno j pist.
romano della stadera ^
maremme marchio marco, v. marca.
màrcia: l.umor putrido, agg. putrida; 2. il marciare, suono di
banda per regolare il passo. — l.sost. e fem. da marcio mar-
cidu; 2. fvnc.marche, v. Can. Ili 372. - Di qui : marciare, 1. are.
far ammarcire ; 2. camminare militarmente, ecc.
marciare, v. marcia.
marginetta: Lare, piccola margine; 2. lucch. immaginetta. —
l.dimin. di margine orlo (donde si venne a 'orlo o linea, dove
la ferita di salda'); 2. dim. d'i magi ne, cfr. XII 124.
maricello are: 1. piccolo mare; 2. amarezza. — 1. dimin. di
mare; 2. dim. d'amaru.
marmaglia: I. gente vile e abbietta, legname di rifiuto; 2. la-
voro d'architettura, con gran quantità e varietà di marmi. — 1.
*minimalia da minimu, v.Kòrt. 5302; 2. da marmo -ov.
marrone: 1. marra più lunga e stretta dell'ordinaria; 2. spe-
cie di castagno e il suo frutto eh' è molto grosso, (mei) errore,
sproposito^; 3. are. uomo che serve da guida pe' monti in tempo
di neve; 4. animale ben ammaestrato che s'accoppia al tiro con
altro più giovane. — I.accresc. di marra; 2. et. ignoto (parve
al Mur. un'antica voce italica, forse rimastaci nel cogn. Maro ne,
V. Diez s. V.); 3. ani frne. 5;mron marr- guida per le Alpi, d'et.
ignoto (ma v. Diez s. v.) ; 4. sarà, immesso tra noi con accezione
* La materia ne' due termini è veramente la stessa; ma nel primo si do-
vrà da noi riconoscere un deverbale di marchiarle, e nel secondo il diretto
continuatore di marcùlus martello, facilmente traslato per la somiglianza
di forma.
^ In questo sign.fu marrone anche inteso come parola a sé, e derivato
dallo spgn. marrar uscir dal retto cammino ( v. Tramater s. v. ), o connesso
a smarrire ecc. (v. Zamb. 1178), cfr. Kòrt. 5138. Ma a me non par dubbio che
il 'grosso errore' sia, figuratamente, la 'grossa castagna', come avvertiva
già il Salvini al suo tempo (Annot. alla 'Fiera', 3, 5, 3) e pongono i Dizio-
narj, e come a ogni modo marrone è 'sentito' da tutti. Se mai, considerato
che quest'accezione della parola non deve esser molto antica, giacché non
par che ne occorrano esempj anteriori al cinquecento, potremo creder che
lo spgn. ìnarrar agevolasse la nostra metafora.
Gli omeutropi italiani. - Gapit. I. 173
alquanto diversa, lo spgn. marron ariete, probabile accr. di mare
(maschio), v. Diez s. v. ^
matta: 1. are. stuoja ; 2. agg. pazza, demente; 3. are. branco
(Castigl.). — 1. matta; 2. fem. di matto, prob. da raatu (Petro-
nio), che ha lo stesso sign. (v. Sittl in Wolfflin's Archiv II 610
e cfr. Kòrt. 5176^); 3. origine a me ignota.
mattare diVQ,.: 1. uccidere; 2. dare scaccomatto. — l.mactare;
2. persiano mat della frase scili tnat, il re è morto, v. Diez s.
matto.
matterello: 1 . agg. mattuccio ; 2. legno per ispianare la pasta.
— l.dim. di matto, v.qui s. matta; 2. dim, di matterò, da f.idxTqov
arnese da impastare, cfr. Zamb. 729.
mattone: 1. quadrello di terra cotta; 2. fune nel carro dell'an-
tenna all'albero maestro. — l.*maltone ('maltha'), v. FI. IV
373 3; 2. et. ignoto.
mazzone: 1. grossa mazza; 2. muggine (Salvini). — l.acer.
di mazza = *matéa, cfr. Kort. 5159; 2. myxòne, v. Caix st. 124 ^
melata: 1. colpo dato con una mela, are. vivanda di mele cotte;
2. rugiada estiva simile al miele. — 1. da mèlum, v. D'Ov. XIII
447 sgg. ; 2. da mei. - Qui anche: melare, 1. colpire con mele,
schernire ; 2. are. confettare con miele. Ma l'omeotropia non ap-
pare perfetta che nelle forme arizotoniche.
* A Napoli e a Roma vale anche, o valeva: 'cavallo grande e di molti
anni' (v. Tram.). Il Kòrt.5147 ne dà per sicura, anche in senso di 'ariete',
la derivazione da marra. Ma quale sarebbe mai il nesso ideale? Egli nulla
dice in proposito.
^ Rispetto air etimo, si potrà pensare a connessione con fiutaios vano,
stolto (curiosa Fomofonia che udiamo in ficaia stoltezza e mattia!).
^ Oltre il nap. y/iautone, stanno in favore di codesto etimo anche le altre
forme addotte dal Flechia, lucch. vaatone, sic. maduni, ecc. ; giacché pur con
esse risaliamo alla fase mautone {eh', agosto ecc.), onde matone ecc. con t
0 (.1 scempio. In contrario, v. K5rt. 4975.
■* Questo etimo, che il Kòrt. 5524 ripete con molta riserva, a me par
grandemente probabile. L'a prot. sarà da e, che facilmente, in più parti
della Toscana, risultava pur dall' ^ (I) della base. E avremo mazzone da
''omaccione, promosso dalla non rara consimile alternativa morfologica, e
questo da *mascione (cfr. qui facciuola e II accrtta). Né dovremo certo tra-
scurare la congruenza perfetta del significato.
174 Pieri,
melica: 1. saggina; 2. spècie di poesia lirica. — 1. *milica
da milium, V. Zamb. 790; 2. fem. di y^ieh'co, agg, da mélìcus
-ixóc, musicale.
melina: 1. piccola mela; 2. are. agg. d' una terra Ijiancastra.
— 1. V. qui s. melata; 2. da Melos Milo, donde siffatta terra.
mellone: 1. popone; 2. sorta di briglia. — 1. per melone, q.
'grossa mela', v. qui s. melata; 2. donde?
melma: 1. fanghiglia, mota; 2. are. benda, fascia (Frese). —
1. aat. melm polvere, v, Diez s. v. ^; 2. donde?
menaìite, v. menata.
menata: 1. il menare, agitamento; 2. are. manata. — l.sost.
prt. da 'menare minare, v. Diez s. v. ; 2. da mano -us. - Pur qui
forse: menante, 1. che mena (prt. di 'menare'); 2. copista, che
potrà esser '^manante, quasi 'operajo manuale'.
?nenda: 1. pecca, difetto; 2. are. risarcimento di danno, am-
menda. — 1. menda; 2, sost. da mendare, per aferesi da amm-
(' menda'). E dunque uguale in ambedue l'entità etimologica.
meo: 1. pianta simile al ricino; 2. are. mio (agg. poss.); 3. min-
chione; 4. miao (voce del gatto). — l.mèum, fiìjov, Plin.20, 253;
2. m éu; 3. Mèo, accoreiam. di Bartolomeo ^; 4. onomatopeja.
merciare are.: 1. mercantare; 2. ringraziare. — l.da merce
merx; 2. ant. frnc. mercier, v. Kort. 5248.
merlo : 1 . specie d' uccello, merluzzo ; 2. rialto di muro inter-
rotto sopra torri e palazzi ^ — l.mèriila; 2. et. oscuro, giac-
ché la fonetica sembra ostare a *mergùlu, con mutato genere
da merga (usato al plur.), forcone per ammucchiare la messe,
V. Kòrt.5257, e cfr. Zamb.778.
mero: l.puro, schietto; 2. are. uno de' corni della falange. —
l.méru; 2. ^éqog, parte, in quanto disse anche 'schiera di militi'.
mica: Lare, briciola; particella rinforzante la negazione; 2.
sorta di pietra lucida. — 1. mica; 2. term. della scienza, ricavato
da mi care risplendere.
* Nei derivati melletla e beli- è notevole dal lato fonetico l'assimilazione
interna {Il da Im), e nel secondo pur la conson. iniziale.
^ Il quale di certo passò, gergalmente, al sign. di 'minchione' per causa
dell' omioteleutia con bàbbèo o baggèo (clv.taddèo ecc.).
* II Diez anche merla, in questo secondo sign., ma non so da qual Di-
zionario.
Gli omeóti'opi italiani. - Capit. I. 175
rniccio -a: 1. asino -a; 2. corda con salnitro per appiccare il
fuoco. — Voci ambedue d'etimo oscuro ed incerto. Cfr. Kijrt.
5507 e '23.
miglio: 1. misura di mille passi romani; 2. pianta graminacea.
— l.sng. fatto su mllia (sott. 'passuum'); 2. milium.
mina: 1. misura di mezzo stajo; 2. moneta greca del valore di
cento dramme; 3. pt. minaccia; 4. passaggio sotterraneo, miniera
(Ariosto), buco scavato in una pietra e pieno di materia esplo-
dente; 5. aria del volto, ciera; 6. specie di pianta dell'Arabia. —
l.hemina rif-uva', 2. mina f.ivù', 3. mina (da mlnae, pl.)j 4.
celt. mein metallo greggio, v. Thurn. 66; 5. frnc. mine, d'origine
incerta, cfr. Kort. 5298 ; 6. ?
onito: 1. are. mite; 2. tradizione favolosa, leggenda. — 1. mi-
ti s -e; 2. fivbog.
mo' : 1. are. ora, avv.; 2. modo, maniera. — l.modo; 2. mo-
dus.
mondo: 1. netto, puro; 2. l'universo, il globo terraqueo. — 1.
mìindu, agg.; 2.nuindus. Nel primo sign. può esser anche forma
tronca del prt. di mondare. Del resto l'omeotropia qui non esi-
ste in latino, perchè il sost. mxundus è tutt'uno coli' aggettivo ;
V. Georges.
monna: 1. are. madonna; scimmia; 2. scherz. moneta (Fanf. ).
— l.mea domina; 2. moneta. Con sincope e apocope affatto
Sui generis'.
montone: 1. ariete, maschio della pecora; 2. agnello grande ca-
strato ^ — 1. sost. da montare, cfr. Kort. 5401, in quanto denoti
la copula degli animali, o più propriamente 'il salir del maschio
sopra la femmina'; 2. *multone, da mulit- per mutilòne, cfr.
Kort. 5465, che doveva darci moltone, come ha il vnz. (cfr. il
frnc. mouton ecc.); ma s'ebbe facilmente uno scambio con la
preced. voce.
mora: 1. frutto del moro e anche del rovo; 2. tardanza, indu-
gio, unità di misura per la durata delle sillabe; 3. ciascuna delle
sei divisioni dell'esercito spartano (t. stor. ); 4. are. mucchio di
sassi, pilastro di mattoni o sassi con cemento ; 5. sorta di giuoco
* Notevole è che in quest' accezione par che manchi al Vocab. italiano
176 Pieri,
ben noto. — l.morum iàmqov; 2. mora; S.fxóga parte; 4. forse
dal ted. mur macerie, Kort.5482; 5. et. ignoto. - Qui anche: mo-
rato, 1. agg. intens, di 'nero' ; 4. are. merlato,
morale: 1. spettante a' costumi, conforme al buon costume; 2.
are. travicello quadrangolare, corrente. — 1. morale ('mos'); 2.
murale ('murus'), quasi 'travicello che s'adatta sul muro'.
morato^ v. mora.
morena: 1. are. murena (pesce); 2. tritume di materiale all'orlo
d'un ghiacciajo. — l.muraena (.iv^aiva; 2. ivnc. moraine, v.
Kort. 5482.
moro: 1. nativo della Mauritania, negro ; 2. gelso. — l.Mau-
rus; 2. mòrus, cfr. qui s. mora.
morpso: l.agg.di colui che tarda a pagare; 2. amoroso, amante
(sosi); 3. specie di susino. — l.moròsu ('mora'); 2.*amorosu
('amor'), v. Kort. 528; 3. donde ?
moscato: 1. macchiettato di nero; 2. moscado, are. muschiato.
— l.da mosca mù-; 2. da musco (sostanza odorifera), v. qui s.
musco.
7nóscolo are. : 1 . muschio ( pianta ) ; 2. muscolo, galleria sotter-
ranea.— l.*mùscùlus ('muscus'), cfr. qui s. musco; 2.miiscù-
lus ('mus') ^.
mula: 1. femmina del mulo^; 2. are. pantofola. — l.v. qui s.
mulo; 2. frnc. mule, forse da mulleus specie di calzare di color
rosso, V. Scheler s. v. (ma cfr. Kort. 5460).
mulino: 1. macchina per macinare i cereali; 2. proprio dei
muli, raulare. — l.mollnu (sott. 'saxum' o 'lapis'), da mola
macina; 2. miTilInu ('mulus').
mulo: l.il nato d'asino e di cavalla, o il contrario; 2. triglia
(Ori. fur.Vl 36). — l.mùlus; 2. miillus.
munizione : 1 . are. fortificazione ; provvisione da guerra ; 2. are.
ammonimento (G.Vill.). — l.mùnitione; 2. mònitiòne.
* In senso di 'galleria' crede Vegezio, mil. 4, 13, 'nomen ei factum a
marinis musculis, qui balaenis praenatant, et vada domonstrant '. Ma cfr.
e u n i e u 1 u s .
- Deve esser tutt" uno in quanto valse 'crepa ulcerosa' (e la stessa voce
è il frnc. mille gelone al calcagno, screpolatura allo stinco del cavallo);
civ. vacca macchia o livido alle cosce (v. Fanf. o Petrocchi). Si tratterà d'e-
spressione ellittica a denotar la ferita del tafano allo bestie.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 177
musa: 1. ciascuna delle dee, che presiedono alla poesia; 2. are.
muso (Sacch.). — 1. musa jttoyca ; 2. morsus, v.Kort. 5421; ma
confesserò che mi resta pur qualche dubbio su tale origine.
musco 0 muschio: 1. famiglia di piante crittogame; 2. specie di
ruminante e materia odorosa da esso prodotta. — l.mùscus
*-iilus; 2. mùscus *-ulus, dal pers. muschk, v. Diez s. v. An-
che qui pertanto l' omeotropia già latina.
muta: l.il mutare, scambio; 2. agg.priva di favella; 3. un certo
numero di cani a uso di caccia. — 1. sost. da mutare -are; 2,
fem. di muto -us; ^.ivwc.ìneàte, poi meute, v. Scheler s. v. ^.
mutto are: l.muto; 2. motto. — 1. mùtu; 2. prov. e frnc. mo^^.
mot, (ì-d *muttum ('muttire'), v. Diez s. v.
natta: 1. tumore cistico per lo più al capo ^; 2. are. beffa,
burla ; 3. specie di canniccio usato nelle navi ; 4. nafta (bitume li-
quido). — 1. celt. nat tumore (già mlat. natta, v. Zamb. 825) ; 2.
origine oscura^; 3. matta stuoja, cfr. qui s. matta; 4. naplitha
hepa: 1. are. scorpione (il Segno celeste); 2. specie di pianta
sempre verde (Soder.). — l.népa; 2. donde?
notare: 1. prendere nota, prestare attenzione; 2. nuotare. — 1.
notare; 2. nàta re. Dovè questa omeotropia occorrer già su
gran parte del territorio latino, cfr. Kort. 5555 ; ma non ha luogo
per noi nelle forme rizotoniche, poiché di regola queste assumono
debitamente Yuo nel secondo significato.
noto: 1. vento del mezzogiorno, vento; 2. nuoto (tose, volg.); 3.
conosciuto, manifesto; 4. are. figlio illegittimo. — 1. notus vórog-,
2. sost. da notare nuo- (v. qui s. v.); 3. no tu, prt. ('noscère') ; 4,
nòthus vóBog, spurio.
* E 'muta a quattro od a sei', cioè: carrozza (fon quattro o sei cavalli,
avrà pure questa origine? A ogni modo la voce esotica dovè ben presto
esser sentita qual sost, da mutare, quasi valesse 'uncerto numero di cani
(o cavalli) per dare il cambio ad altri'.
^ In quanto dica 'infiammazione delle gengive' e 'guidalesco', potrà es-
sere così da natta come da afta (aphthae ccffBca) ; e se dalla seconda,
ripeterà di certo il suono iniziale dalla prima.
^ Se pur non è una cosa sola col termine precedente, come parrebbe da
vescica st. sign. (Varchi). Ma quale il nesso ideale?
Archivio glottol. ital., XV. 12
178 Pieri,
olpre: 1. are. odore; 2. pt. cigno. — 1. odore; 2. olOre.
ombrina: 1. are. piccola ombra; 2. rombo (pesce) ^ — l.ùm-
br£i; 2. probabilm. da *rombulina, dim. doppio di rliombus
{^'fji^og), pel tramite di loniburina lombrina, con discrezione del-
l'articolo.
oppio: 1. loppio ('acer campestris' di Linn.); 2. sugo del papa-
vero. — l.opùlus; 2. opium omov.
orcino: 1. piccolo orcio; 2. specie di grosso tonno. — l.iir-
ceus; 2. orcynus oQxvvog.
orgia: 1. crapula invereconda; 2. misura greca di quattro cu-
})iti. — 1. pi. orgia oQYtct (^eT«)j feste di Cerere o di Bacco; 2.
oQyvùd [oQéyoù).
ormeggiare: 1. ancorare; 2. seguitar l'orme. — \.oQiiÌL,eLV\ 2.
da orma, che è oC/ììj odore (onde poi 'traccia', efr. oc^ttàtrOa^ an-
che 'ormare'), v. Diez s. v.
ortivo, V. orto.
orto: 1. campo chiuso a coltura d'erbaggi o frutta; 2. il na-
scere, oriente, pt. nato. — 1. hortus; 2. or tu s, sost. e prt. - Qui
anche: ortivo, l.agg. di terreno a uso d'orto; 2. agg. dell' arco
dell'orizzonte fra il punto ove un astro sorge e l'oriente.
orzata: 1. bevanda fatta con orzo; 2. 1' orzare, vento da orza
(v. Fanf.). — 1. hordeum; 2. da orza, corda legata al capo del-
l'antenna a sinistra, d'etimo oscuro (pur v. Kort. 5763). Notiamo
che il i (sonoro) non deve essere originario, ma promosso da
orzo; cfr. it. ant. orna e le voci corrispondenti neolatine.
oste: 1. colui che tiene osteria; 2. esercito, campo (anche fem.).
— l.hospite; 2. liostis straniero, nemico, cfr. Kort. 4014. -
Qai anche: ostiere, 1. albergatore, are. ospite e ospizio (abita-
zione) ; 2. are. campo nemico.
cstia: 1. vittima offerta in sacrifizio, pasta azima per l'Eucare-
stìa; 2. arc.foce (d'un fiume). — 1. hostia; 2. òstia, pi. d'ostium
foce.
' Questa identificazione non par che risulti da' Dizionarj (cfr. Tramater).
Ma ho constatato 'de visu', che a Pesaro e altrove sull'Adriatico il 'rombo'
è quello stesso pesce, o uno assai simile a quello, che a Viareggio dicono
* ombrina'.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 179
ostiere, r. oste.
ostro: 1. vento del mezzogiorno, austro; 2. porpora. — 1. au-
stri! ('auster'); 2. ostrum oarqeov.
pacca: Lare, pacco; 2. volg. colpo a mano aperta, colpo, per-
cossa. — 1. mlat.paccus, ted. pack, cfr. Kòrt. 5812; 2. onomato-
peja, cfr. qui s. patta.
pago: 1. villaggio (term. stor.); 2. pagamento; appagato, soddi-
sfatto. — l.pagus; 2. sost. e prt. accorciato da pagare pac-, v.
Diez s. V.
palatino: 1. spettante a palazzo; 2. palatale. — l.palatlnu
('palatium'); 2. da palato -um, v. qui s. v.
palato: 1. parte interna e superiore della bocca; 2. are. pala-
fitta. — 1. palatum; 2. sost.-prt. da palare pai- (munir di pali).
paleo: 1. pianta delle'* graminacee; 2. sorta di trottola. — 1.
*palèriu (falrjQtg, v. Suppl. Arch. V 97 ; 2. et. oscuro, ma pur
cfr. Zamb. 927,
pane: 1. pasta di farina con lievito cotta in forno; 2. Pane, il
dio de' campi e de' boschi. — l.panis; 2. Pan/7«v.
panna: 1. velo del latte; 2. sosta, fermata (nelle frasi marinare-
sche 'essere-' e 'mettere in panna'). — 1. pannus, con metapl.^ ;
2. frnc. panne delle predette frasi, d'origine ignota -.
pannare: 1. venire a galla la panna; 2. forare la parte sup-
purata. — 1. V. qui s. panna; 2. forse trajpanare, v. Caix st. 131
e cfr. Kort. 8405 K
pappo: l.pane (t. fanciuU.) ; 2. lanugine d'alcuni semi e fiori.
— 1. mutato il genere: pappa, voce de' bambini chiedenti cibo ;
2. pappus Tidnnoq.
* C'è anche panno, col sign. alquanto più esteso di 'velo alla superficie
d'un liquido'. Del resto non ci sarebbe molto da opporre a chi volesse ri-
conoscere in panna il deverbale di patinare (propr. 'formare il panno', v.
qui s. pannare).
2 Lo Scheler s. v. ugualmente da pannus, senza dir nulla peraltro circa
la connessione ideale de' due termini; la quale, credo, parrà tutt' altro che
chiara.
^ Indagini da me fatte non pajono confermare il significato, che il Petroc-
chi pone per primo, di 'venire a suppurazione'. Ove esso esista in realtà,
potrebbe qui l' omeotropia essere illusoria, in quanto pannare dicesse, con
assai giusta metafora, 'il formarsi della marcia (quasi una 'panna' dell'ul-
cera 0 sim.) sotto la pelle morta'.
180 • Pieri,
parca l.agg. fem. di 'parco'; 2. Parca, ciascuna delle tre dee
arbitre della vita umana. — l.v. qui s. parco; 2. Parca.
parco: 1. moderato nel vitto, frugale; 2. luogo chiuso e custo-
dito per la selvaggina. — 1. par cu; 2. forse *parcus -um, dalla
st. radice, cfr. Kòrt. 5888.
pareglio: 1. parelio (immagine del sole riflessa in una nube) ^ ;
2. are. pari, simile. — l.parèlion TvaQvhog; 2. Irne, pareli, cfr.
D' Ov. XIII 386.
parentorio are: 1. perentorio (term. leg.); 2. parentado. — 1.
peremptóriu; 2. da parente.
parlato: 1. prt. di 'parlare', are. discorso, parlamento; 2. are.
prelato. — \. parlare, da parola -aula, che è parabola, cfr.
Kort.5879 e '80; 2.praelatu.
passo: 1. l'alternar dei piedi nel cam«iinare, are. sorta di mi-
sura (cfr. appresso) ; 2. pt. disteso, scarmigliato ; appassito ; 3. che
ha patito (Dante). — l.passus, sost. ; 2. passu ('pando'); 3.
passu ('patior'). Ma ne' primi due casi l'omeotropia è solamente
morfologica, perchè la prima voce latina procede anch' essa da
'pando'. - S'aggiunga qui: passetto, 1. misura di due braccia to-
scane ; 2. are. alquanto passo o stantio.
pasturale are.: 1. pastorale; 2. parte della gamba del cavallo^
dove si legano le pastoje. — 1. pastorale ('pastor'); 2. *pa-
s t u r a 1 e e pastura '), cfr. Kort. 5935.
patta: 1. are. epatta; 2. agg. ellittico nella frase 'esser pari e
patta'; 3. colpo dato a mano aperta. — l.epacta STiaxzrj, ag-
giunta; 2. fem. prt. tronco da pattare^ impattare; 3. onomatojoeja,
civ. pacca -aX suo luogo.
pecchia : 1. ape; 2. are. materia colorante in nero ( = pegola) ^;
* Solo in Dante, Par. 26, 107; e si tratta d'un luogo assai controverse
(ma pareglio -elio è la lezione felicemente sostenuta da L. Filomusi Guelfi ;
V. Giorn. dantesco, anno III).
2 II quale procederà veramente da ^^atto, in quanto valga 'buon accordo'
(e anche pace, cioè: il restare senza debito o credito; cfr. 'pari e pace', lo
st. che 'pari e patta', e 'fare o esser pace').
^ Il Petrocchi spiega per 'caldajata'; ma dall'esempio del Cantini, che
solo ci dà questa voce (v. Fanf.), a me par chiaro anche il senso primigenio
di 'tinta nera, quanta se ne può far bollire in una caldaja', onde poi 'cal-
dajata di tinta nera'.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 181
3. buccia delle olive, lucch. sansa (pellicina delle castagne) ^ —
1 . a p è e li 1 a, cf r. Kort. 630 ; 2. p i e ìi 1 a ( ' pix ' ) ; 3. p e 1 1 1 e ù 1 a,
Y. XII 172 n (ma cfr. D' Ov. XIII 400).
penati : 1 . are. condannati a una pena, tormentati ; 2. Penati^
gl'iddei della casa. — l.prt. da penare ('poena'); 2. Pénates.
perso: 1. perduto; 2. persico (agg. di 'pesce'); 3. are. purpureo
traente molto al nero; A. Perso, pt. Persiano. — 1. prt. di per-
dere -è re ; 2. credo, dall'equival. pèrca TiéQxifj, cioè : pesce "^perco,
€on pareggiamento di genere, e poi p-perso, per falsa etimologia
forse promossa dal colore (v. Tramater); 3. et. ignoto ; 4. Persa
' picchio: 1. specie d'uccello rampicante; 2. il picchiare. — 1.
picìilus; 2. sost. da picchiare, v. FI. Ili 28 e Kort. 6119. Un
■caso anche questo di mera omeotropia morfologica, rivenendo pic-
chiare a 'piculus'.
pigigne: 1. prezzo che si paga per usar d'uno stabile; 2.grosso
bastone da pigiar l'uva. — 1. pensione; 2. sost. da pinzare, che
è *pinsiare ('pinsus'), v. Diez s.v.
pila: 1. sorta di recipiente per liquidi, bacino, piletta; 2. pilone
(d'un ponte). — l.plla mortajo (da *pisiila, 'piso'); 2. pila
(da *pigùla, 'pango'). Esempio anche questo d'omeotropia ori-
ginaria.
pingere (àvcpignere): 1. dipingere; 2. spingere. — l.pin-
gere; 2. da spingere, prob. = *expìngère ('pango'), v. Diez s.v.;
espunto s, quasi un mero prefìsso intensivo.
pinzare: 1. pestare, calcare (Fanf.) ; 2. appinzare, pungere (d'un
insetto). — l.pinsare; 2. *pinctiare (*pinctu, da 'pingere',
che è anche: ricamare, trapungere), cfr. Kort. 6119. - Qui an-
che: pinzo, 1. pieno, zeppo ^; ciuffetto di foglioline germoglianti;
2. il pinzare (d'un insetto), are. pungiglione, scherz. pizzo (della
barba).
pio: 1. devoto, pietoso; 2. tallo, germoglio 3; 3. voce de' pulcini
* Anche del Voc. it. con esempio del Palmieri.
E potrà esser così il prt. tronco di 'pinzare, come il prt. pTnsu sen-
z'altro.
^ Con lo stesso sign. anche il dim. ^/ioZo, are. j^z'y^w^o.
182 Pieri,
e degli uccelletti nidiaci. — l.piii; 2. pare da *epigriiis (epi-
grus cavicchio, v, Caix st. 134-5)^ ; 3. onomatopeja.
piova are: 1. pioggia; 2. porca (spazio tra due solchi). — 1.
sost. da piovere ^; 2. v. qui s. proda.
piovano: 1. pluviale; 2. pievano (rettor d'una pieve). — 1-agg.
à-à piova, cui V.; 2. *plebanu ('plebs'). Ma la vera omeotropia
occorrerà, in questo caso, solamente nei lessici, perchè il primo
sign. non appartiene in realtà se non ad 'acqua piovana'.
pistone: 1. pestone (arnese per assodar la terra o pestare), asta
a stantuffo delle trombe che fa salir l'acqua; 2. parte mobile che
copre le chiavi d'uno strumento a fiato. — 1. sost. da pestare
pist- ('pinso'), cfr. Kort. 6176; 2. epistomio ère lùtófuov, racco-
stato per volgare etimologia al nome precedente.
pitto: l.arc.pinto, dipinto; 2. pollo (voce fanciulL). — l.plctu
(•'pingére'); 2. rad. pit, piccolo, v. Kort. 6119.
piviere: l.arc. pieve, popolo d'una pieve; 2. uccello dei trampo-
lieri (specie princ. il 'charadrius pluvialis' di Linn.). — 1. *ple-
bariu ('plebs') '; 2. più viariu ('pluvia'). Il primo ditt. fu sem-
plificato per la dissimil. {je-je e jo-je in i-je), cfr. XIV 433-4.
plaga: 1. are. piaga, flagello; 2. parte del nostro globo o del
cielo — 1. plaga (nXriyq)', 2. plaga.
polizia: 1. are. pulizia, nettezza; 2. are. politica ; governo e vi-
^ Confesso che tengo tuttora questo per l'etimo più verosimile (né mi
sfugge la nuova proposta del Nigra, XIV 294-5). L'obiezione prosodica, che-
è in Kòrt. 2823 (épigrus), non veggo a ogni modo come possa valere,,
posto che moviamo da ^eplgrius ecc.
^ E ciò, malgrado l'infrequenza di questa formazione da verl)i in -ère;
v. Mey.-Lb. Rom. gramm. II 442-3 (e cfr. Salvioni St. di fil. rom. VII 221 ; dov&
è da aggiungere il lucch. cingia, v. XII 122 n). Un ragguaglio fonetico di
piova con plùvia a parer mio sarebbe impossibile.
* Questo piviere, pieve, è una di quelle voci per cui, stanto la loro schietta
volgarità ed altro, pare assai poco verosimile la provenienza gallica o an-
che l'analogica applicazione del suffisso gallico; una di quelle voci che
più fanno pensare, se proprio si debba negare del tutto al territorio ita-
liano l'esito -iere -i da -ariu, come si vuole oggi da molti (v. E. Staaf, Le
sufi. -arius dans les langues rom., Upsala 1896, pg. 132 sgg.; e cfr. Rom.
XXVI 613). Un altro esemplare di simil genere è il lucch. e \\\s,t. pittiere -i
pettirosso (anche in Fort. Ricciard. 4, 83), cfr. XII 114 n.
Gli omeutropi italiani. - Capit. I. 183
gilanza dell'ordin pubblico. — 1. da polltu ('polio'); 2. politla
noltreia. Notevole in arabo i casi l'intacco della dentale ridotta
a z dall'i tonico.
pollino: 1. piccolo pollo, spettante a pollo; 2. terreno di polla,
aggallato (terr. molle e cedevole del padule). — l.pullus; 2.
dim. di polla, sost. da pollare = pulì- (pullulare), v. Diez s. v.
pompa: l.pt. comitiva, corteggio; apparato fastoso: 2. tromba
per estrarre acqua. — 1. pompa {nofiurj), processione solenne;
2. frnc. pompe, d'etimo incerto, v. Scheler s. v.
popolo: 1. nazione, gli abitatori d'un paese aventi le stesse leg-
gi; 2. pt. pioppo. — 1. popiilus; 2. popiilus.
poppa: 1. parte posteriore della nave; 2. mammella. — l.pùp-
pis; 2. *pCippa, da pupa, v. Kort. 6477.
porca: 1. femmina del porco, scrofa; 2. spazio di terreno fra
solco e solco. — 1. da porcus -a; 2. pòrca, probabilm. = *p or-
ri ca, da por ri cére are. = prò ice re, e varrà la 'terra proiecta'
liall'aratro nello scavare i due solchi ^. Questo dunque sarà pure
un caso d'omeotropia già latina.
porcellana: 1. specie di conchiglia, metaf. terra fina da cerami-
che; 2. pianta delle portulacee. — 1. porcellana, da porcella
(per 'porca' in senso di 'cunnus'); 2. pò re iliaca, con diverso
suffisso. Cfr. Kort. 6274 e '75.
porto: 1. luogo chiuso, dove s'accolgono al sicuro le navi; 2.
prezzo della portatura; 3. offerto, esibito. — 1. pórtus; 2. sost.
da portare -are (voce corradic. alla preced.); 3. ])ri. dì porgere
(porrigo).
proda: 1. are. prua; 2. sponda, orlo, lista di terreno. — 1. pro-
ra nqùìQa ; 2. et. incerto, v. la nota ^.
• È l'etimologia di Varrone (r. r. 1, 29, 3), che peraltro intende la cosa
in tntt'altro modo ('porca, quod ea seges frumentum porricit'). Il Georges
vi vede, traslato, il nome precedente. Ma come?
* Che, nell'ordine ideale, proda 'prua' non fosse conciliabile con proda
'sponda', riconosceva già il Diez, il quale per quest'ultima voce pensò a una
base germanica (aat. proth orloj v. less. I s. prua). Il Ganello, esclusa qui
Tomeotropia, pur nella seconda accezione scorgeva il riflesso di prora;
V. Ili 3G0. Sennonché egli, mi pare, trattò la cosa troppo all'ingrosso; e la
sua dichiarazione direi che non persuada gran che. A veder suo era '■proda.
184 Pieri,
pideggio: 1. nepitella selvatica; 2. are. pileggio (cammino per
acqua); 3. are. puleggia. — l.pulèium -ègium^; 2. et. ignoto;
3. voce connessa all'equiv. frnc. poulie, da poulier che è l'anglo-
sass. pulii an tirar su(cfr.Diez s. v.); ma la nostra rimane oscura
dal lato morfologico.
pulimento'. 1. il pulire e il suo effetto; 2. are. punizione (G.
Vili.). — l.sost. formato su puliì^e poi-; 2. da pimimento (pu-
nire), con l-ìu per dissimil. da n-m (cfr. XII 124 e '52).
pilppola: 1. upupa, bubbola; 2. protuberanza al ceppo degli ulivi
(Fanf.) — I. *ìipùpùla, da ùpiipa [ertoìp); 2. *pùppùla, da
il luogo d'approdo, e per estensione: sponda, orlo'. Ora intese egli proda
come un sost. ricavato da approdare^ Ma in questo caso sarebbe, come è real-
mente, approdo (e potrebbe essere -oda, cfr. Tare, dimanda ali. a -nda, ecc.);
e nuir altro dovrebbe significare da ciò che significa, e cioè 'l'approdare',
non già 'il luogo dell'approdo', nonché 'sponda, orlo". C'immaginiamo noi
un arrioo (e il parallelo è esattissimo per questa parte), che valesse, non
dico 'il luogo dell'arrivare', ma la 'riva'? Idealmente, il salto dall'una al-
l' altra accezione sarebbe fors' anche più difficile, a supporre con lo Zam-
baldi che approdare dicesse in principio 'accostar Ja prora'; cfr. Voc. et.
1005. Ma approdare è proprio 'ad ripam appellerò (navem)', e poi 'ad ri-
pam appelli'; cfv. ar ripare, vivo ancora nel lucchese, e accostare. E se mai,
a ogni modo, bisognerebbe supporre un *prodare per appr-; giacché sa-
rebbe cosa del tutto insolita un deverbale spogliato della preposizione,
con cui è composto il verbo. Dovremo dunque, per la seconda proda, pen-
sare ad altro etimo. (Espressivo ci pare il silenzio del Kòrting s. prora, il
quale parla solo di ptrora in senso di prua, e tace affatto dell' altra acce-
zione). Sennonché per più ragioni par che ripugni quello germanico pro-
posto dal Diez;e sopra tutto perché il vocabolo, largamente applicato
all'agricoltura, ha i caratteri d'una più antica tradizione volgare. Una no-
stra ipotesi, che presentiamo timidamente, potrà essa sembrare troppo ar-
rischiata? Sarebbe quella, onde s'immaginasse un *plora, o qualche cosa
di simile, da n}.£VQd lato, costa, che dall'antico linguaggio marinaresco,
così ricco di grecismi, passasse poi al linguaggio comune e si fissasse
specialmente in quello dei contadini. E dalla stessa base potrebbe esser
piooa porca (spazio tra due solchi; v. Petrocchi), in cui r fosse estruso per
dissimilazione, rimediandosi poi all'iato con v.
* L'are. ^JuZfiio, rammentato dal Tramater, sarebbe un bell'esempio di Si
da -GJ- (cfr. Suppl. Arch.V 161), ove lo potessimo suffragare con qualche
buona autorità di scrittore.il rispettivo omeótropo appar nella frase 'pren-
dere il jJM^^iio' (v. Petrocchi; ^spuleiiare, secondo il Davanzati da pula, e
che lo Zamb. 1010 vorrebbe derivato da pìulce^.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 185
piìppa {clvAncch. pùppora mammella), v. qui s. poppa, con assai
ovvia metafora ^
quadra: 1. are. quadrante; 2. agg. fem. di 'quadro' (quadrato).
— 1. quadra[ns]; 2. quadru -a. Altro esempio d'omeotropia
morfologica. Ma rimane qualche dubbio che possa risultare illu-
soria, non dovendosi per la prima accezione escluder del tutto
l'etimo quadra (agg.).
racchetta: 1. arnese a modo di mestola oblunga intessuto di
cordicine per giocare alla palla ; 2. sorta di razzo da artiglieria.
— 1. credo, per la notevole somiglianza di forma, dall' equival.
tacchetta, dim. di tacca (coscia), v. qui s.v. ^j 2. dall' equival. are.
* Nel testo dovrebbe seguire: putto, 1. fanciullo, ragazzo; 2. are. puttane-
sco, vile.— l.pùtus; 2. pùtidu. Cfr. Diez s. v. Sennonché Tagg. non altro
in origine dovè essere che il sost. putta in senso di 'meretrice', adoperato
come apposizione (cfr. la putta paura delle Favole d'Esopo con la nostra
jìaura puttana, ecc.). E circa la volgare continuazione in ^^utto dal lat. pii-
tus, la quale oggi contestano molti (v. Kòrt. 6497, Scheler s. putain), è an-
che questo uno dei casi in cui T intima verosimiglianza del fatto s' impone
malgrado l'ostacolo che paja suscitato dalla fonetica (v. del resto Ceci Suppl.
Arch. VI 24-5). Si potrebbe concedere tutt'al più clie la voce in questione, i
cui più antichi esempj sono del GiambuUari, venisse alla Toscana dal Veneto,
dove visse di florida vita fino al principio forse di questo secolo (oggi p)utelo
•a, ma. puto -a il Goldoni 'passim', e il Patriarchi 1 1821] tutt'ora pmta). I
nostri autori del Rinascimento come mai avrebbero avuto, non dico la me-
ravigliosa virtù, ma pur l'intenzione di far risorgere il povero "ma^ Isyóue-
vov di Virgilio (catal. 9, 2)? Piuttosto teniamo conto del fatto, che col man-
tovano Virgilio, dal quale ci è offerto putus, siamo ben presso al Veneto,
cioè al paese per avventura originario di codesta parola! E pjuttana, anzi-
ché rispondere a *putidana (cfr. Groeber Vulg. substrato s. putidus), non
altro sarà che j^w^fa, ampliata d'un suffisso peggiorativo (cfv. mammana,
lomb. vegiana, ecc.).
^ Da tacchetta si potè venir facilmente a raccli- per un fenomeno di dis-
similazione sìnt-dtiìca. (la-lacchetta, poi la-racch-); mentre mal ci sapremmo
spiegare il passaggio inverso. E rinunzio all'etimo reticlietta proposto dal
Diez (e reticoletta già dal Salvini, v. Annot. alla 'Fiera', 3, 4, 4), malgrado
,1 reticulum d'Ovidio, che è proprio racclietta o laccli- (v. Forcell.). Vi ri-
nunzio, perchè *retichetta è, dal lato morfologico, assai poco probabile (cfr.
reticella -icina; e dove si trovano altri derivati col doppio suffisso -ich-
-eito -al). Ma se mai, sarebbe a cagione del h un derivato molto tardivo;
e come tale non avrebbe alterato la sua forma per modo da far perdere
ogni sentore della sua parentela con rete.
186 Pieri,
rocchetta (v. Tramater s. y.), dimin. di rocca, v. II s. v. (e cfr. il
fvnc.fusée 'fuso pieno' e 'razzo').
/^ada: 1. agg. fem. di 'rado' (contr. di ^spesso') ; 2. insenatura
davanti ad un porto. — 1. raru -a, passato r in ci per dissimi]. ;
2. mat. rade, v. Diez s. v.
radiare: 1. are. raggiare; 2. dar di frego, cassare. — 1. ra-
diare ('radius'); 2. recente e cancelleresco deriv. di radere -ève^.
raggerà: 1. raggi disposti a stella; 2. are. treggèa (v. Fanf. ).
— l.*radiaria ('radius'); 2. altra probabile alterazione o stor-
piatura di tragèmàta tgay^iara, ghiottornia, v. Diez s. treggea.
ramacelo ramarro ramato, v. ramo.
ramo: 1. parte dell'albero; 2. are. rame. — l.rfimus; 2. a e] r fi-
rn e n. - Qui anche: ramaccio -etto, 1. peggior. e dimin. di 'ramo';
2.pegg. e dira, di ^rame'. Aggiungi: ramato, l.clie ha rami, are.
disteso in rami; 2. fcitto o coperto di rame. E inoltre: ramarro^
Lare, chi mantien l'ordine d'una processione (A^archi), v. FI. Ili
162-3; 2. lucertolone, cfr.Kòrt. 275, Can. Ili 310 (ma potrebbe que-
sto nome esser tutt' uno col precedente, come inclina a credere
il Fleehia; v. al luogo cit.).
ràncio: 1. rancido, vieto; 2. aranciato, che ha il colore dell'a-
rancio ; 3. are. società di persone per desinare ; il mangiare dei
soldati. — l.rancìdu; 2. pers. narang', v. Diez s. v.; 3. spagn.
rancho, v. Canello III 323.
ranno: 1. ramno (un frutice spinoso di siepe); 2. acqua passata
per la cenere. — l.rhamnus ^«^itroc; 2. et. ignoto ^.
rapino: l.rapa selvatica; foglie mangerecce di rapa (al plur.);
2. rapinoso, meschinamente stizzoso. — 1. dim. di rapa; 2. agg.
da rapina (-ina, il rapir via), che da 'rapidità' e 'furia' passò
a dire anche 'rabbia'^.
* Altri (v. per es. ZambalcU 1042) ne fanno, ma a torto, una cosa stessa
col precedente.
^ Per alcuni è ancora il predetto frutice, che avrebbe avuto parte nella
preparazione del bucato (cfr. Zamb. 1046); ma è, per quel che io ne so, un'af-
fermazione senza storico fondamento.
^ Dovrebbe venire appresso: rascigne are, 1. ragione; 2. grossa rascia (pezza
di lana pe' bambini). — l.ratione; 2. accr. di rascia, secondo il Mur. dal
paese omon. della Slavonia, v. Die'/ s. raso. Sennonché la coincidenza for-
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 187
ratto: 1. rapina, rapimento, are. estasi, pt. rapito; 2. rapido,
scesa rapida d'una corrente, topo. — 1. raptus, raptu (prt.) ; 2.
rapìdu, cfr. Canello III 330.
razza: 1. raggio della ruota; 2. pesce dei selaci. — l.da razzo
radiu, mutato il genere; 2. raia, v. Kòrt. 6625 ('Nachtr.')^
razzajo e razzatura, v. razzare.
razzare: 1. are. raggiare; il ricoprirsi come di razzi, che è
proprio della pelle infiammata (riti.) ; 2. rasentare, pareggiare po-
tando o tagliando. — 1. radiare ('radius'); 2.ras'are da rasu
('radere')^. Qui anche: razzajo, 1. fabbricante di razzi; 2. are.
piccante (agg. di 'vino')^. E aggiungi: razzatura, 1. il razzarsi
della pelle, are. venatura; 2. potatura.
reale: 1. regale, da re; 2. esistente, vero. — 1. regale (^rex');
2. *reale ('res'). - E così: realiìiente, I.in modo da re; 2. ef-
fettivamente.
recente: l.di 23oco tempo innanzi; 2. prt. di 'recere' (vomitare).
— 1. recènte; 2. récere da reicére, v. Diez s. v.
recla are. : 2. erede, figliuolo (anche di bestie e di piante) ; 2.
carro gallico a quattro ruote. — l.haejrède; 2. rhèda.
regolo: 1. arnese per rigare, lista di legno o metallo a varj
usi; 2. re di minor potenza, are. basilisco. — l.règìila, mutato
il genere, 2. règùlus ('rex').
remdtico are.: 1. reumatico, metaf. fastidioso, malagevole; 2.
aromatico. — 1. rheumatìcu; 2.aromaticu.
ì^émolo: 1. vortice, mulinello d'una corrente (Petrocchi); 2. spe-
cie di biada. — l.pare estratto dal supposto dìm. remolino tur-
bine di vento (t. marin.), che sarà dall'equival. nome spagnuolo;
male io reputo qui illusoria, non altro sapendo vedere in rascione (o me-
glio rasgione) se non una imperfetta grafia di ciò che è e dovè esser to-
scanamente vagone. Cfr. qui in nota s. cascina.
V
* Dovrebbe sonare, toscanamente, *raggia {al?, maggio ecc.). Sarà certo
una voce di fonia e provenienza ligure; v.Asc. II 121.
^ Circa il ii da a', cfr. per ora XIV 429.
^ Cfr. raii^se sorta di vino, e ra:!;ente frizzante (agg. di 'vino'), cioè col
noto tralignamento morfologico, il prt. di razzare {ci?, raschiare, da *rasi-
culare, v. Diez s. rascar, e ad ogni modo anche Kòrt. G672), in quanto d'un
vino si dica 'che raschia la gola'.
188 Pieri,
cfr. Diez s. mulino ; 2. materialm. vi quadrerebbe rémùlus pic-
colo remo (dalla forma del gambo?); ma non mi soccorre alcun
parallelo ideologico.
renajo: l.cava direna, luogo tutto rena; 2. scherz. le reni. —
1 da arena; 2. da renes arnioni.
repente: 1. subitaneo, improvviso; 2. erto, ripido. — 1. re-
pènte; 2. repènte^.
resta : 1. arista delle biade, are. spina del pesce ; .2. filza d'agli
0 cipolle, arc.alzaja; 3. arc.il restare, posa; ferro a cui s'appoggia
il calcio della lancia. — 1. arista; 2.rèstis; S.sost. da restare
-are. Cfr. Kort. 729, 6864 e '67.
ridolere: 1. doler di nuovo; 2. pt. olezzare. — l.da dolere
-ère; 2. re dolere ('oleo').
riferire: 1. riportare; 2. ferir di nuovo. — 1. referre, con ri-
foggiamento analogico; 2. referire.
rigare: l.tii'ar linee; 2. bagnare, annacquare. — l.da riga,
V. qui s. rigo; 2. rigare^.
ingo: l.riga; 2. are. rivo. — l.aat.riga, v.Kòrt.6921; 2.rlvus.
rima'. 1. consonanza di parole ne' versi per identità di termina-
zione; 2. are. fessura. — l.aat. rim fila, serie, numero, cfr. Kort.
6927; 2. rima.
rinvitare, v. invitare.
rio: l.rivo, ruscello; 2.pt. reo, cattivo, are. reità, peccato. —
1. rivus; 2. reu.
riso: 1. il ridere; 2. pianta delle graminacee. — l.risus; 2.
oryza oQvi^a.
rpbbia: 1. specie di pianta con radice colorifìca; 2. are. agg.
rossa. — l.riibia; 2. fem di rphbio da rùbeu. Siamo dunque
all'identità etimologica e alla quasi omeotropia già nel Jatino.
rpbbio: l.marrobbio (pianta delle labiate); 2. are. rosso. — 1.
m a r] r fi b i um ; 2. r Ci b e u.
* Gfr.il pìfit ri pire arrampicarsi ( v. Fanf. ), dalT equival. répe re (v. gli
esempj di Cornelio e di Livio nel Porcellini, da lui non bene spiegati con
'andar carpone'.
'^ L'i (e non e) nelle forme rizotoniche del secondo rigare, perchè o fu
'sentito' come identico al primo (più spesso è usato per le lagrime, che
'solcano' il viso) o come connesso a riao = rTvu.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 189
rocchetfa: 1. dim. di 'ròcca' (cittadella); 2. dim. di 'l'ócca' (co-
nocchia). — l.*rocca rupe, d'ignota origine, v. Kòrt. 6961; 2.
aat. ro celio, v. Diez s. v.
rocchetto: 1. cilindretto forato di legno per incannare; 2. roc-
cetto (sopravveste bianca dei preti). — 1. forse dimin. di rocco
torre degli scacchi, = pers. rokh cammello con sopra gli arcieri,
V. Diez s. V. ^; 2. dim. dall' aat. rocch (o mod. roc^), veste, cfr.
Kòrt. 6960.
roccia: 1. massa minerale, balza, rupe; 2. sudiciume, peluria
della nocciuola e della castagna. — l.*roccia, d'ignota ori-
gine, V. Kort. 6961 ; 2. et. ignoto.
rogo: 1. pira accesa; 2. are. rogito. — l.rogus; 2. sost. da
rogare -are (stipulare).
ronzone: 1. moscone; 2. are. cavallo grande, stallone. — 1.
sost. da ronzare = aat. riìnazòn, mat. rùnzen, v. Diez s. v. -; 2.
conn. a ronzino cavallo da vettura, di mal certo etimo, cfr. Kòrt.
6987. Ma e' è il caso che l'omeotropia anche qui sia imperfetta,
giacche l' are. ronzone, come ronzino e rozza brenna, potè in
origine avere z (sordo ; cfr. il prov. e frne.).
rotta: 1. prt. spezzata, infranta; 2. direzione della nave e cam-
mino percorso da essa. — 1. fem. di rotto da rùptu ('rumpére');
2. irne, route cammino, da rupta (sott. 'via'), cioè traccia fatta
rompendo la selva o il terreno, v. Scheler s. v. L'omeotropia dun-
que, pur in questo caso, è solo apparente o seriore.
rozza: 1. agg. ruvida, greggia, senz'arte; 2. cavallo vecchio,
brenna. — 1. fem. di rozzo da *rudiu ('rudis'); 2. forse dal
germ. ross eavallo. Cfr. Kòrt. 7014 e 6987.
ruga : 1. solco nella pelle del viso, are. e dial. via ; 2. bruco dei
cavoli.. — l.rùga; 2. eruca.
^ Resto in dubbio, giacché per la molta somiglianza di forma può com-
peter qui rocca, v. qui s. rocchetta. Dato quest'etimo, risulterebbe meglio la
ragion del dimin. (quasi 'piccola rocca'; mentre un rocchetto non suole es-
ser più piccolo che la torre degli scacchi). D'altra parte il gen. feminile
par favorevole in qualche modo all' altro etimo.
* Se pur non è onomatopeico. A ogni modo, per lo spgn. ronzar o roznar
mangiare rumorosamente, ivi addotto interrogando dal Diez, si potrà pen-
sare, ove si tenga per metatetica la prima forma e l'altra per originaria,
a *rosinare da rosu ('rodere'); c^ì:. trascinare ecc. in nota s. treno.
190 Pieri,
ruspo are: l.il ruspare (razzolare), ciò che si trova ruspando
(Caro); 2. ruvido, coniato di fresco. — l.sost. da ruspare -are,
Kort. 7043; 2. forse dall'aat. ruspa n esser rigido, v. Diez s. v. ^
saga: 1. indovina, strega; 2. leggenda nordica. — l.saga; 2.
ted. sage.
sagena: l.pt. sorta di rete grande; 2. misura lineare russa
(m. 1, 13). — 1. sagèna (cayTJrt;) ; 2.russo sazene.
saggio: l.il saggiare, piccola parte a mostra del tutto, prova;
2. savio, sapiente. — l.exagium; 2. prov. e fvnc. satges e sage,
da *sabiu ('sapiens'), v. Kòrt. 7149.
sago: 1. mantello del soldato romano; 2. pt. presago. — l.sa-
gum; 2. sagù.
saina: l.volg. saggina; 2. are. sorta di drappo (v. Fanf.). — 1.
saglna, cibo per ingrassare, cfr. Suppl. Arcli.A' 103; 2. probabile
dim. di saja specie di pannolano, dal prov. e frnc. saya e saie =
saga (per 'sagum'), v. Groeber, Vulg. substrato s. v.
sala: 1. asse congiungente due ruote d'un veicolo; 2. specie di
pianta palustre; 3. stanza più grande che è in molte case. — 1.
axale ('axis'), v. Caix st. 73 ; 2. prob. sali[x, v. Suppl. Arch.V.
103; 3. aat. sai casa,:dimora.
salacchino: 1. piccola salacca (pesce de' teleòstei ) ; 2. lucch.
colpo dato con due o tre dita distese. — l.dim. di salacca, d'et.
incerto ^; 2. dim. di salacca, lucch. colpo, percossa, = scilacca,
cui V.
salamone : 1 . grosso salame ; 2. salmone (pesce) ; 3. saccentone,
are. Salomone. — l.da *salamen ('sai'), cioè: roba salata, os-
servabile per l'accezione insolita che v'assume il suffisso (cfr.
Mey.-Lb. Rom. gramm. II 485); 2. salmone; B.Salomone.
sanalo, -atore, -atorio : 1. are. senato, ecc.; 2. prt. risanato, ecc.
— l.sénatus, ecc.; 2. sanfitu, ecc.
* Escludo, e se no dovrebbe precedere nella serie, ruspa (lo st. che -o),
sost. da ruspare, di cui resto incerto se sia tutt' uno con ruspa, sorta di
veicolo in forma di pattumiera per trasportar la terra nei campi (v. Pe-
trocchi).
- Lo Zamb. 1092 pone a base salacaccabia, pesci salati; ma non so
bene quanti vorranno assentirgli. A ogni modo essendo la salacca a noi nota
sopra tutto come pesce in salamoja che ci viene di fuori, non sarebbe forse
assurdo il postulare un *salaca ('sai'); cfr. Diez gramm. IP 305-G.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 191
sàndalo: 1. sorta di calzare e di barca; 2. specie di pianta asia-
tica. — 1. (fdvóalov (e •d?uov, 1. sandalium); 2. carra/lor, del cui
VT troviamo qui rispecchiata una pronunzia neogreca. E v, Diez s. v.
sanza: 1. ciò che resta delle ulive dopo il primo olio (lucch.
noccioli infranti delle ulive a uso di combustibile), pellicina delle
castagne secche; 2. are. senza. — l.sampsa; 2. ab] senti a, cfr.
Diez s. V., dove l' alterazione della tonica si deve ripetere dalla
'semiproclisia'.
sapone: 1. composto d'olio e sostanze alcaline per nettare ed
altri usi; 2. iron.o scherz. sapientone. — 1. sapone; 2. sost.da sa-
pere -ère.
salirò: l.noto dio boschereccio; 2. are. scrittor di satire. — 1.
satyrus (jdxvqog) 2. 'nomen agentis ' da satira.
sballare: 1. aprire e disfar le balle, metaf. raccontare (frottole);
2. cessar di ballare (Malm.Vl, 63)^. — 1. da balla; 2. da ballare.
Voci ambedue d'etimo incerto. E mancherebbe ogni omeotropia,
se il verbo qui, come vuole il Diez, derivasse dal nome. Cfr. Kort.
1013.
sbarro slvc: 1. sbarra; 2. frastuono, rumore (o dimostrazione?
V. Tram.) -. — l.da una rad. barr, oscura, v. Kort. 1062, Guar-
NERio Rom. XX 58-60; 2. donde?
sberciare: l.far versi di spregio, canzonando o beifando ; ber-
ciare (gridare o cantare sguajatamente); 2. are. fallire il colpo
al bersaglio. — • 1. prob. * versiare (da versus, sost.), cfr. Pa-
rodi Rom. XXVIl 221; et. incerto, e cfr. Kort. 1127.
sbiadato are: 1. sbiadito; 2. tenuto senza biada (in senso equi-
voco). — l.prt.-agg. di sbiadare, propr. 'divenir biado' (azzurro
chiaro, germ. blaw, v. Kort. 1249; civ. sbiancare divenir bian-
chiccio), poi 'scolorire'; 2. prt.-agg. di *sbiadare da biada, prob.
= celt. blawd, v. Kort. 35, cfr. XII 154 s. biauda.
scagliare: 1. levar le scaglie (ai pesci), gettare con forza ^, di-
* Da questo secondo sign. sarà, sballare perdere al giuoco e restarne escluso
per aver ecceduto un certo numero di punti, e anche : morire (per cui in
qualche classico deve pure occorrer la frase 'uscire del ballo").
^ Par che si trovi solo una volta in Franco Sacchetti (Batt. Vch.2,50).
^ Al quale sign. si venne da quello, che è ovvio il supporre, di 'tirare la
scaglia' (con cannone); cl'v. lanciare e i acuì are.
192 Pieri,
sincagliare ^ ; 2. contr. di 'accagliare'^. — 1. da scaglia, germ
skalja, V. Kòrt. 7512; 2. da cagliare^ cioè coagulare.
■"scaglione: 1. grosso scalino, are. scalino; 2. specie di pesce d'ac-
qua dolce (Ariosto), dente canino del cavallo. — l.*scal-ione
('scala'), cfr.il ivc. èchelon scalino (e il suff. potè avere in ori-
gine anche per noi un sign. diminutivo ; cfr. Suppl. Arch.V 238 n) ;
2. da scaglia, v. scagliare.
scannello: 1. are. piccolo scanno; specie di scrivania, rialzo
per distanzare le corde dalla tavola armonica ; 2. taglio di carne
nel culaccio pr. la coscia. — 1. scamnéllum; 2. forse às^ scan-
nellato ('canna'), in quanto si potè riferire ai forti rilievi de' mu-
scoli nella coscia (cfi*. girello) ^.
scassare: 1. levar dalla cassa; 2. cancellare, fare un divelto. —
l.da capsa; 2. da *excassare ('cassu'), v. Suppl. Arch.V 165*.
scedone are: 1. figura grottesca di mensola o capitello; 2. schi-
dione (Sacch.). — l.è il 'nomen agentis' formato da sceda smor-
fia, beifa, quasi ' buffone ' '^ ; 2. da ^spedone, accresc. di spiedo =
* In quest'accezione fa formato su incagliare dare in secco, il quale alla
sua volta è da scagliare gettare, interpretato s come privativo, v Zamb. 1203
{qìi\ invitare e svitare da vite, ecc.). L'equivalente spgn. encallar dovè es-
sere importato d'Italia.
^ Cioè 'sciogliere', e si dice dell'olio rappreso per freddo. E verbo lucch.
e, credo, d'altri dialetti toscani, degno d'essere accolto nei Dizionarj, come
più determinato e preciso di 'sciogliere'.
^ E scannello pezzo di legno sopra e sotto la sala d'un veicolo? Non lo
conosco abbastanza per giudicar di sicuro se debba andare col primo o col
secondo termine, ma crederei con quest'ultimo (cfr. ancora girello).
* Si potrà far questione, se scassare per 'aprire sforzando a scopo di
furto' spetti alla prima base o non piuttosto alla seconda, come io inclino'
a credere (v. invece Zamb. 227, al quale non par che sconvenga l'origine da
capsa nemmeno in senso di 'dissodare'). Giacché da 'ridurre a niente' si
potè venir senza fatica così a 'toglier via, far piazza pulita', come ad 'ab-
battere, aprire con la violenza'. Se ciò non fosse, s'avrebbe anche: scasso, 1.
lo sforzare una serratura; 2. terreno diveltato.
^ Credo esser codesta voce una cosa sola con l'omofona, che disse 'ab-
bozzo di scrittura, o di disegno da riprodurre in grande' (v. Fanf.), da schè-
da, cfr. Can. Ili 373. Significò in origine 'il contraffare gli atti e il parlare
altrui', dunque 'un abbozzo di ritratto', e insieme 'un farla caricatura",
onde 'beffa'.
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. ]93
gemi, spit-, V. Kort. 7688 (ma dal lato fonetico par più che altro
una storpiatura).
scempiare, v. scempio.
scenipio: 1. contr. di 'doppio', scimunito, are. privo; 2. strage,
rovina. — 1. *simplu (per 'simplex') ; 2. exémplum, v. Can. Ili
365. - Qui anche: scempiare, 1. sdoppiare; 2. are. fare scempio.
scernire are.: 1. seernere; 2. schernire (Pass.). — l.dijscer-
nére; 2.aat. skèrnòn (e cfr. l'ani frne. eschernir), v. Kort. 7527.
schifo: 1. canotto, palischermo; 2, ripugnanza, nausea; schifoso.
— 1. aat. skif nave; 2. sost. (poi anche agg.) da schifare, germ.
skiuhan temere ^. Cfr. Diez s. vv.
sciai p ne : l.che sciala, dissipatore; 2. lucch. ascialone. — 1.
sost. da scialare (in primo luogo: 'esalare, sfogare', are.), cioè
exhalare, efr. Diez s. v.; 2. probabilm. da *axale ('axis'), v.
Caix st. 73.
sciarrata: l.volg. sciarada (Fanf); 2. contesa in pubblico, mil-
lanteria, — l.alteraz. di sciarada, che è il irne, charade, d'et.
incerto, v. Kòrt. 1647 e Scheler s. v. ; 2. eonn. a sciarra -are (v.
il Diz.it.), d'incerta origine (ma pur v. Diez s. v.).
scilacca: 1. percossa con frusta, correggia, o altro; 2. scherz.
sciabola (v. Petrocchi). — 1. probabilm. dall'aat. si ae colpo, per-
cossa, V. Caix st. 150-1; 2. da salacca (pesce), per iscambio con
questa voce ; v. la nota ^.
Scilla: 1. pianta delle gigliacee; 2. Scilla, mostro marino e sco-
glio della Calabria. — l.scilla; 2. Scylla 2xvXla.
scoglio: 1. masso eminente dall'acqua o sporgente dalla ripa;
2. are. spoglia della serpe, ecc. ; pellicina della nocciuola (Petroc-
chi). — l.scopùlus; 2. spolium, V. Can. Ili 380 ^.
* Notevole nell'agg. il doppio sigli, qualitativo e causativo ('che ha ripu-
gnanza, schivo, ritroso, ecc.'; e 'tale da far ripugnanza, lercio, ecc.').
^ Poiché in salacca erano riunite le tre accezioni: 'specie di pesce', 'scia-
bola' (met.), 'colpo, percossa' (v.salacchino), dovè il quasi omofono scilacca,
che aveva legittimamente quest'ultimo significato, assumere anche quello
di 'sciabola'. E scilacca, colpo, sarà da *silacca, con epentesi d'i per rime-
diare al nesso si, anziché à" a (com'è in salacca).
^ Il Parodi (ÌMiscell. Rossi-Teiss', Bergamo 1897) in scoglio della serpe e
scoglio della nocciuola vede duo voci distinte, ch'egli trae rispettivani. da
Archivio glottol. ital., XV. 13
194 Pieri,
scollare: l.contr. di 'incollare'; 2. contr. di 'accollare'. — 1.
da colla xóXXa; 2. da colluin. - Qui anche: scollatura, cosi da
* colla', come da 'collo'.
scoppiare: 1. scomporre la coppia; 2. risonare esplodendo, erom-
pere, spaccarsi. — l.da coppia^ cioè copula; 2. da stloppus
suono di percossa che uno si dia sulle guance gonfiate.
scotta: l.il siero che resta dopo la ricotta; 2. corda ai piedi
della vela; 3. sen. gazza. — 1. dall'aat. scotto, sec.il Caix st.
152^; 2. dal md. fiamm. scote {^i\i. imo,, escote), v. Mackel 171;
3. et. oscuro,
scotto : 1. conto dell'oste, prezzo, fio; 2. scottino (specie di stoffa).
— l.mlat. scotum, d'or. germanica, cfr.Diez s.v.; 2.prob. è l'agg.
scotto scozzese (il Fanf. vi sospetta Anescoi).
sego: l.sevo; 2. are. seco (Dante, fuor di rima). — l.sèbum;
2. sècum.
sena: 1. specie di pianta medicinale; 2. il doppio sei (a' dadi e
al domino). — l.ar. sena; 2. sèna, da sènu agg. distributivo
('sex').
sermone: 1. discorso; 2. volg. salmone. — 1. sermone; 2. sal-
mone.
culleus e dal "primitivo del dimin. lat. culiola cortices nucura viridium'.
Sennonché quest'ultimo (che si deve legger cu 11 io la, v. Georges) è ve-
ramente il plur. d'un dim. neutro di culleus; e perciò abbiamo qui sempre
la stessa base! Ma poi, domanderò anche qui, una ragione d'intima vero-
simiglianza non ci dovrà persuader che spolium e scoglio, come son per
significato, cosi siano identici per materia? Del resto, credo si debba an-
dare adagio a escluder del tutto l'it. sk da sp, cioè il ragguaglio proposto
dal Canello al luogo cit. Un altro sicuro esempio, di base non latina ma
molto antica, ne sarà intanto : schidione spiede, con metat. dello j da *schie-
done, ali. a spiedone grosso spiede (cfr. qui s. scedone); due allòtropi che
il Canello ben avrebbe potuto aggiungere al suo Elenco. [Qui c'è però ve-
ramente SKJ da spj. ]
* Ma potrà pur sorgere qualche dubbio su tale origine, anche tenuto conto
della qualità del vocabolo; giacché i Germani scesi in Italia non furon de-
diti certo alla pastorizia. E io dunque domanderò se, come ricotta è 'la
parte del latte due volte cotta' (una seconda, levato il cacio), cosi scotta
non sia per avventura 'la parte del latte non cotta (non rappresa)', che ri-
mane da ultimo nella caldaja. E avremmo allora il fem. sostantivato d'un
a.^^. scotto non cotto (aie. scondito, ecc ).
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 195
serra'. 1. luogo stretto e chiuso, riparo; S.arc.sega. — l.""'sè r
ra (per séra stanga da chiudere, serratura); 2. sèrra.
serraglio: 1. luogo ove son rinchiuse le fiere, are. asserraglia-
mento; 2. palazzo del Sultano. — 1. * serra ciilu, di cui potrà
la voce italiana ricalcare i succedanei francesi, cfr. D'Ov. XIII
424; 2. pers.-turco serai palazzo, cfr. Diez s. serrare.
sgombro: I.sgombramento, sgombrato; 2. specie di pesce. — 1.
sost. e prt. tronco da sgombrare -= *excLimulare, cfr. Diez s. col-
mo; 2. scomber (^xófxfiQog.
sima: l.gola de' membri architettonici; 2. are. scimmia (Fanf.).
— 1. sima ; 2. slmia.
smeriglio: 1. specie di minerale; 2. sp. di falco e di pesce, are.
piccolo cannone (ch\ ìt. falconetto). — 1. * smirllium, da smy-
ris (^[.ivQLg, cfr. Diez s. v. ; 2. et. ignoto ^
smerlo: Lio smerlare, ricamo al lembo d'una stoffa; 2. spe-
cie di falco. — 1. sost. da smerlare, che è per metaf. da merlo
rialto di muro (v. qui s. v ) ; 2. et. incerto (v. qui in nota s. sme-
riglio).
soda: l.agg. dura, compatta; 2. ossido di sodio. — l.femin. di
sodo da solidu; 2. possibile fem.di *salidu ('sai'). Cfr. Kort.
7593 2.
soja are: I.seta; 2. adulazione con beffli. — l.fvnc. soie, da
* Non par che il secondo smeriglio sia separabile da smerlo, giacché am-
bedue i nomi spettano del pari allo 'Aesalon Regulus' o 'smeriglio' pro-
priam. detto e allo 'Accipiter Nisus' o 'sparviere' (v. Giglioli, Avif. it. 258
e '63). Rispetto a smerlo, il Zamb. 778 ne fa tutt'uno col merlo (per la pro-
stesi, (ìii\\t. smergo da mérgus); ma è meraviglia che tra i molti nomi vol-
gari dello 'smerlo' o 'smeriglio', che il Giglioli adduce da tutta l'Italia, nes-
suno ci se n'offra il quale abbia che fare col ' merlo '. D'altra parte, per l'e-
timo della voce in questione, poco ci sarà da contare su smaris fffz«QÌg, pic-
colo pesce littoraneo rammentato da Ovidio e da Plinio, non parendo che
possa questo corrispondere allo smeriglio (pesce vorace; il quale non sarà
in realtà che un 'falco o sparviero di mare', con la solita traslazione d'un
nome d'animale terrestre od aereo a uno acquatico, cfr. Varr. 1. 1. IV, 12).
Dal lato morfologico risulterebbe bensì perfetta la coincidenza de' due 'sme-
rigli', avendo 'smyris' e 'smaris' ugualmente un tema in -i d.
Si dovrebbe tralasciar questa coppia, se a solidu rivenisse anche soda
sost. (cfr. Diez s. v.).
196 Pieri,
saeta pelo, setola; 2. sost. da sojare, che è forse il got. sùthjòn
solleticare. Cfr. Kort. 7070 e 7979.
solare: 1. spettante al sole; 2. are. solaio. — 1. solare ('sol');
2. solarium, con suff. mutato ^.
soletta: 1. agg. sola; 2. parte inferiore della calza. — 1. fem.
di soletto, d-à sOlu; 2. dim. di suola solea.
sosta: 1. il sostare, posa; are. scotta (fune della vela); 2. are.
appetito intenso. — 1. sost. da sostare sùbstare, v. Diez s. v. 2;
2. et. oscuro.
spadone: 1. spada grande; 2.pt.eunuco. — l.accresc.di spada,
cioè spatha (c/raOt;), v. Diez s. v.; 2. spadone.
spago: l.filo rinterzato, cordino; 2.volg. paura. — 1. et. oscuro,
cfr. Kort. 7639 (anche 'Nachtr.'); 2. forse pavor, con .? intensivo,
V. Caix st. 37-8 ^.
spalare: 1. levar via con la pala ; 2. levar via i pali. — 1. da
pala; 2. da palus.
spallarsi: 1. guastarsi le spalle; 2. contr. di 'impallarsi' (al bi-
liardo). — 1. da spalla spatùla; 2. da palla, v. Kòrt. 1013. -
Qui anche: spallato, 1. rovinato nelle spalle; 2. contr. di 'impal-
iate ' (al bil.).
spallato, V. spallarsi.
spaì^are: 1. fendere il ventre; 2. contr. di 'parare' (=ornare con
^ L'omeotropia non sarebbe qui morfologica, ma veramente etimologica,
se solum potesse vantare qualche diritto su solarium. Né a questa pre-
sunzione osta in alcun modo la misura de' due versi plautini, in cui oc-
corre solarium per 'altana' o 'solajo' (Mil. glor. 340 e '78).
2 In quanto designi la fune nautica deriverà da sostare con sign. che si
presume causativo ( = far sostare, e cfr. retinaculum per 'gomena'). Ma
sarebbe seducente, per la figura nominativale di participio che ne risulte-
rebbe: substans (sott. 'rudens' ecc.), cit. pregna da praegnans; e ben
s'adatterebbe alla scotta il nome di 'fune che sta sotto' (cioè: agli angoli
della vela inferiori).
^ Il Mey-Lb., It. gruram. 176, vi riconosce francamente il sost. di spagarCy
ch'egli riporta ad *expacare. Ma dove e quando ha mai esistito codesto
verbo?.. E qui avvertirò che spago, paura, ignoto alla lingua letteraria,
nel toscano cora. è un neologismo, forse livornese d'origine (cfr. Fanf. u. t).
Che si tratti d'un traslato 'gergale' della preced. voce? Ma bisognerebbe
vedere per qual trafila..., ed è forse bello che si tronchi il discorso!
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 197
parati), scaricare (detto d'armi da fuoco). — 1. credo, da sepa-
rare -are, con ettlissi della vocal protonica; 2. priv. .? o ex e pa-
rare -are.
sparto: 1. sparso; 2. specie di giunco marino. — 1. sparsu
(part. di 'spargere'), con alterazione morfologica; 2. spartum
spera: 1. sfera; 2. are. speranza. — l,*spaera dcpaìga (cfr.
spaerita, Georges); 2. sost.da sperare -2ive. - Qui anche: spero
are, in ambedue le accezioni. E aggiungi: sperare, 1. guardare
attraverso la luce, far trasparire una cosa di contro al sole ; 2.
avere speranza.
sperare e spero, v. spera.
spòrgere: 1. dispergere; 2. are. aspergere. — 1. dijspérgére;
2. adjspérgère ^.
spingere: 1. are. sdipingere, lucch. (mt.) spengere; 2. mandare
innanzi con forza. — l.expìngére (pingo); 2. *exp- ('pango').
Cfr.Diez s. spegnere e spign-. Avremo dunque omeotropia già nelle
basi latine. E cfr. qui s. pingere.
sporcare: 1. insudiciare, imbrattare ; 2. ridurre a porche un
campo-, — l.spùrcare ('spurcus'); 2. da porca, spazio che è
tra due solchi (cfr. qui s. porca) ^
squilla: 1. campana, -anello; 2. specie di cipolla e di gambero.
— 1. aat. skilla, v. Diez s. v. ; 2. squilla.
squillo: 1. are. campana; lo squillare d'uno strumento; 2. are.
* Secondo lo Zamb. 967 e 1195 dovrebbe seguire a questa coppia: spic-
care, 1. staccare; 2. risaltare, che egli deduce, nel secondo significato, da s pi-
care ('spica'); ma si tratterà sempre, in realtà, dello stesso verbo. Da 'se-
parare' a 'dar risalto' e 'mettere in evidenza' il trapasso è affatto ovvio e
soprabbondano gli esempj; cfr. lo stesso staccare ('la figura di questo qua-
dro stocca molto bene", ecc.), in quello stesso uso di 'riflessivo ellittico' (=
staccarsi), che pur è appunto di spiccare per 'risaltare'.
^ Così credo che s'abbia a intendere la 'terra sporcata' che è in Stat. Liz-
zanese (v. Fanf.). Ivi in effetto si legge 'terra a seme sporcata', che sarà:
'terreno per la sementa lavorato a porche'.
^ Secondo il Zamb. 1016 dovrebbe seguire: sputato, 1. prt. di 'sputare';
2. agg. intensivo di 'nato' o 'pretto'. — l.spùtatu, da -are ('spuère'); 2.
exputatu, da -are ripulire tagliando. Ma devono esser tutt' uno.
198 Pieri,
spillo (della botte; Davanz.) — ì.v. qui s. squilla^; 2. splculum,
V. Can. Ili 354 (cfr.il ìucch. sbig orare spillare, XII 123-4).
stddico are: 1. ostaggio; 2. prefetto del criminale. — l.pare
*hostaticum ('hostis'), v. Forster, Zeitschr. Ili 261 2; 2. donde?
staggio : 1 . bastone di sostegno, regolo ; 2. are. abitazione, di-
mora; 3. are. ostaggio. — I. stadi um, v. Asc. I 52-3 n ^; 2. ant.
frnc. estage, ecc. = *statiCLim ('stare'); 3. cfr. qui s. stadico.
stagnare, v. stagno.
stagno: I. bacino d'acqua stagnante; 2. uno de' corpi indecom-
posti. — L'oraeotropia già in latino: stagnum (nel secondo
sign. è ^ stannum del lat. classico); cfr. Forcell. e Georges. - Qui
anche: stagnare, I.il fermarsi d'un liquido, ristagnare; 2. co-
prire 0 accomodar con lo stagno (metallo).
stambecco : 1. specie di capra selvatica; 2. are. zambecco (sorta
di nave). — I. aat.stainboc (mod. steinbock), la cui tonica fu
qui alterata per infl. di becco capro; 2. et. oscuro, cfr. Kort. 7219.
stante: 1. che sta; 2. volg. istante, momento; 3. are. servo del-
l'ospedale (v.Fanf.). — 1. stante; 2. instante (sott. 'tempore');
3. adstante. Cfr. qui s. istante.
stelletta: 1. piccola stella; 2. interlinea (t. tipogr.). — I. dim.
di stella; 2. da ajstelletta -ieella (da hasta), v. Zamb. 82.
sterzare: 1. dividere a proporzione (propr. 'in tre parti'); 2. il
voltare d'un veicolo sul suo'sterzo. — 1. da terzo tértiu; 2.
* Ma nella seconda accezione, se non pur nella prima, sarà piuttosto un
deverbale.
^ Confesso che tengo quest'etimo per assai preferibile. Se statico fosse
*obsidaticum, come poneva il Diez, si dovrebbe qualche volta incontrare
anche la forma senza ettlissi (g(v. setaccio ali. a staccio); e se procedesse da
^hospitaticum (cfr Kòrt. 4011), a tacer del trapasso ideale non tanto fa-
cile, bisognerebbe supporre una derivazione 'mediata' da oste, giacché n'a-
vremmo altrimenti *spedatico ecc. ( c(v. spedale ecc.).
^ Siccome non posso, per la qualità del sign e per altro, riconoscere un
gallicismo in questo primo termine e farne tutt'uno col secondo, e d'altra
parte la fonetica a parer mio osta ad una diretta originazione da ^stati-
cum (v. ili contrario il Kort. 7750); così m'attengo senza esitare all'etimo
dell'Ascoli, che quadra benissimo, se non erro, anche per la parte ideale
(v.al luogo cit.).
Gli omeótropi italiani. - Capit. I. 199
da stijrzo ordigno su cui gira il timone, = ted. 5/e;':r stiva (ma-
nico dell'aratro).
stipa: l.nome d'alcuni arbusti (v. Targ.-Tozz.), arbusti secchi
da ardere, are. stoppia; 2. are. mucchio o moltitudine di cose sti-
pate. — l.da stlpes, in quanto vale 'ramo', e 'verghetta o ca-
lamo' (cfr. Forcell. ); e avremo anche qui continuato il nomin.
d'un imparisillabo (cfr. Zamb. 1221; e in contrario, v. Kòrt. 7776) ;
2. sost. da stipare -are. - Qui anche: stipare^ 1. tagliar via la
stipa ; 2. ammucchiare, addensare.
stica: 1. manico dell'aratro; 2. fondo della nave per la zavorra
ed il carico, are. afìfollamento, calca (Cecchi). — l.stlva^; 2.
sost. da stioare stip- (cfr. Can. Ili 376), voce ch'io credo non to-
scana, e potrà esser ligure (cfr. XIV 432 n).
stizzare: 1. lucch. smoccolare {civ. stizza moccolaja, cnt. ; Pe-
trocchi); 2. are. stizzire. — 1. da tizzo, cioè titio, tratto a deno-
tare il 'fungo del lume'; 2. da stizza, nom.e derivato a sua volta
dal precedente, v. Can. III 404. L'omeotropia pertanto non è nem-
meno qui originaria.
stomàtico: I. agg. di rimedio a malattia della bocca; 2. agg. di
cosa confortante lo stomaco. — 1. stomatlcu (cró^ua bocca); 2.
è Vare, stomachico ('stomachus'), con i da e per dissimil.
stornello, v. storno.
storno: I. specie d'uccelletto, agg. di ^cavallo' che ha il pelo
bianco e nero (metaf.); 2.1o stornare (deviare). — l.stùrnus;
2. contr. di tornare, in quanto disse 'tener la via' o 'andare' ad
un luogo, da tòrnus tornio, cfr. Kort. 8247. - Qui anche: stor-
nello, I.dim. di 'storno' nelle due prime accezioni; 2. are. palèo.
strapazzo: Lio strapazzare o -azzarsi; 2. pazzissimo. — 1.
sost. da strapazzare, che prob. è da strappare (v, Caix st. 43) ^ ;
2. stra- extra- e pazzo, voce d'origine oscura (cfr. Zamb. 923).
* Non vedo in qiial maniera si possa parlare del termine italiano come
d'un 'Lìhnwort' (v. Groeber, Viilg. substrato s. v.). Se mai, sarà esso di pro-
venienza letteraria.
* Per l'etimo del quale, alla radice germ. strap (v. Kort. 7802), fa seria
concorrenza, anche a parer m\o^ sterpare da estirpare (cfr. Zamb. 1229).
Seduce innanzi tutto dal lato idealo la perfetta congruenza con schiantare
da *explantare (cfr. Sappi. Arch.V IGl). L'alterazione della tonica (che
200 Pieri,
strigolo: 1. strillo prolungato; 2. rete delle budella, pianta delle
saponarie dal calice reticellato (v. Tram. ). — 1. stridulo, cfr.
Canello III 388; 2. et. incerto i.
strina: 1. are. strenna (Buonarr.; cfr.il srd. i.s/rina); 2. pist.
stridore del freddo. — 1. sfrena; 2.so3t.da stìinare, che è *u stri-
nare, V. Caix st, 162, e nel lucch. si dice anche del gelo '\
succhio: 1. succhiello; 2. umor delle piante. — l.*siit'la (= s fi-
bula), cfr. Asc. St. cr. II 96 ^; 2. sucùlus ('sucus') *. — Qui an-
che : succhiare, 1 . are. bucar col succhiello ; 2. succiare.
stira: l.osso della gamba, polpaccio; 2. liquore che geme dalla
palma (Fanf.). — l.sùra; 2. cù\ -dw saitr, radix palmae etc?
tacca: 1. piccolo taglio; are. macchia, vizio e magagna; 2. cnt.
tacchina. — 1. da un tema tace, largamente diffuso, per cui cfr.
Kòrt. 8004; 2. et. ignoto, cfr. Zamb. 1251. - Qui anche: tacco, I.
il rialzo della scarpa sotto il calcagno; 2. cnt. tacchino.
tàccola: 1. are. specie di cornacchia, lucch. persona loquace; 2.
mancamento, difetto. — l.aat. tàha, v. Diez s. v. ; 2.1o stesso che
tacca nel suo primo sign. (v. qui s. v.) ''' - Pur qui : taccolino, chi
sarebbe intatta nel i)VOV. estrepar, ani. f ve. esb-eper) potè avvenire in una
condizione assai favorevole, cioè prima della metatesi e nelle forme arizotoni-
che (cl'r. tartufo, sargei%le, ecc.); senza dir che ajutavano, in qualche modo,
i moltissimi verbi in stra- extra-.
' Dal lato ideale, vi s'adatterebbe forse striga fila, serie (cfr. Zamb. 1232);
ma osta la quantità della tonica.
2 Dovrebbe seguire: strupo ave, 1. stupro; 2. branco, moltitudine. — l.stìi-
prum; 2. blat. stropus, d'ot. incerto (cfr. Scheler s. troupe, Kort 8171). Ma
qui releghiamo questa coppia, perchè gl'interpreti non sono concordi circa
il noto verso di Dante (Inf. 7, 12), che ci fornirebbe l'unico esempio di
strupo per 'branco', e gli antichi tutti intendono 'stupro' in senso metaf.
(V. BlANC e ScARTAZZINl).
' Se la diversità del genere desse ombra, si potrebbe anche veder qui in
succhio un deverbale. E notiamo che questa coppia d'omeótropi non sa-
rebbe riconosciuta dal Diez, giacché egli spiega il primo succhio come un
sost. da succhiare, cioè *siiculare (cfr. Kòrt. 7918, dove si sostiene il me-
desimo assunto).
* E non sost. da succhiare, come s'inferisce dal sign. ('il sugo', non già
'l'attrarre il sugo').
^ E tàccola -0, bazzecola, are. scherzo o tresca? Ma tàccola, debituccio (v.
Petrocchi), è ancor da tacca per 'segno impresso' o 'macchia' (cfr. 'lasciare
Gli oineótropi italiani. - Capit. I. 201
parla assai e senza fondamento (il quale anziché un dimin. sarà,
formato per -ino, il 'nomen agentis' da iaccolare ciarlare; cfr.
spazzino, ecc.; VII 434 n); 2. lucch. sudiciume, loja ^
taccoUno, v. taccola.
taglia: 1. ramoscello da piantare, margotta; 2. il tagliare. —
1. talea; 2. sost. da fagliare, cioè taliare fendere, spaccare (cfr.
Kòrt. 8023).
taglione: 1. contrappasso (sorta di pena); 2. are. taglia (gra-
vezza). — l.talione (fem,); 2. accresc. di taglia, sost. da taglia-
re, cui V.
largone: 1. grossa targa ; 2. targoncello (specie d'erba sempre
verde e aromatica). — l.ant. nrd. targa, v. Diez s.v.; 2. da dra-
gone, cioè dracene, pel tramite di trag- (cfr. qui s. trulla), con
metatesi 'emiliana ' ^.
tarso: Lia parte superiore e posteriore del piede; 2. specie di
marmo duro e bianchissimo. — l.da ragaóg graticcio, in quanto
ad esso somiglino tutte insieme le varie ossa che formano il 'tarso'
(cfr. Zamb. 1287); 2. et. ignoto K
tàrtaro: 1. gromma del vino, crosta e materia calcarea; 2. Tàr-
taro, l'Averno; 3. abitante della Tartarla. — l.dal gr. seriore tclq-
ruQov; 2. Tartàrus Tàgragog', 3. Tatar. - Qui anche: tartàreo,
1. are. tartarico (Redi); 2. pt. spettante al Tartaro.
tasso: 1. pianta delle conifere; 2. frutto assegnato al denaro;
3. animale dei plantigradi ; 4. specie d'incudine. — l.taxus; 2.
sost. da tassare, cioè taxare, assegnare un prezzo; 3. *taxus o
*taxo (-(Inis), forse voce ebraica, v. Kort. 8073; 4. lo st. che il
frnc. tas incudine portatile, di provenienza ignota *.
il segno da per tutto', come si dice di persona che fa molti debiti). Quanto
al san. tàccola moccolaja, starà col Xvxcch.taccolino (cfr.il testo).
* E taccoUno^ are. sorta di panno rozzo e grosso?
^ E detto anche dragone o -oncello, lat. dracuncìilus (dall'aspetto della
sua radice), il che toglie ogni dubbio circa l'etimo su indicato.
^ E rimane incerto, se debba stare da sé: tarso orlo delle palpebre (F. Bal-
dinucci).
* Lo Scheler s. v. propone bensi un *taxus, cioè a parer suo il primi-
tivo di taxillus, col sign.di 'blocco', 'cubo'. Ma nessuno di certo gli vorrà
consentire in codesta ricostruzione; perchè non è chi possa ignorare, che
è talu s il primitivo di taxillus (rad. tag), come p alu s e vèlu m son di
paxillus e vexillum (rad. pag e veg), ecc.
202 Pieri,
temporale: 1. soggetto al tempo, mondano; burrasca; 2. spet-
tante alle tempie. — 1. da tempore, tempo; 2. da tempore, tem-
pia. Ma l'omeotropia non esiste qui all'origine, perchè nel se-
condo sign. abbiamo ancora, traslato, il nome medesimo (la parte
dove l'arteria batte 'il tempo', cfr. Diez s. tempia).
testo: 1. are. tessitura di lavoro letterario; l'originale d'un au-
tore; 2. are. vaso di fiori e coccio, stoviglia di varie sorta. —
l.tèxtus; 2. testa, con genere mutato.
tiglia: 1. are. tiglio, lucch. canapa pettinata^; 2. are. tigliata (ca-
stagna lessa). — l.tllia; 2. et. ignoto^.
timo: 1. pianta delle labiate; 2. gianduia dietro allo sterno. —
l.thymum Qvfxov, 2. thymium ^t^itov, escrescenza in forma di
porro, V. Georges.
tiro: 1. il tirare; 2. are. porpora. — 1. sost. da tirare, *-a.r e
('tiro'), cfr. Kòrt. 8206; 2. Tyrus Tvoog, città famosa per la sua
porpora.
toga, V. togo.
togo: 1. scherz. toga (soprabitone); 2. eccellente, scicche. — L
toga; 2. forse dall'aat. touc o toug 'è buono, acconcio, utile', v.
Caix st. 166, - Qui anche: toga, Lia veste di sopra pei Romani;
2. fem. di 'togo' agg.
tonica: Lare, tunica e spoglia della cipolla, volg. tonaca; 2.
corda principale per istabilire i toni, sillaba accentata. — 1. tu-
nica; 2. da *tonicu -a [róvog), 'spettante al tono'. - Qui anche:
tonico. Lare, intonaco; 2. rimedio per dare il tono allo stomaco^
e agg. di 'accento' d'una parola.
tonico, V. tonica.
topico: 1. agg. di malattia localizzata e di rimedio per essa;
spettante alla topica; 2. are. topesco (Fagiuoli); solitario, ritirata
(agg. di 'uomo'). — 1. topicus Tomxóg; 2. da topo -a (talpa);
e per l'accezione metaforica, cfr. sorcio.
toro: 1. il maschio della vacca; 2. bastone (terni, archit.), letto
coniugale. — l.taurus; 2. torus.
* Per 'filamenta del legname e altre materie' è anche del Voc. it. ; e fu-
ron dette così per estensione da quelle del tiglio ('tenues tunicae multi-
plici membrana, e quibus vincala, tiliae vocantur', Plinio XVI, 14, 25).
* D'una stessa origine pare il lucch. tnllora tigliata, cfr. Caix st. 170.
Gli omeóti'opi italiani. - Capit. I. 203'
torrone: 1. are. torrione; 2. sorta di mandorlato. — l.accresc.
da torre tùrris; 2. forse è, con diversa terminazione: turùnda,
che disse anche sorta di focaccia, v. Caix st. 167.
tozzo: 1. agg. di 'cosa corta e grossa'; 2. pezzo (di pane). —
l.prt. tronco di stazzare da *tuditiare ('tundére'), che fu di
certo 'ammaccare' (cfr. int- e rintuzzare), e quindi 'schiacciare',
V, Kort. 8416; 2. voce a parer mio connessa all'equipollente tocco
(v. II s. V.) per via di ^toccio^.
traboccare: 1. ridondar fuori dall'orlo d'un vaso troppo pieno
(propr. 'dalla bocca'); 2. are. gettar con impeto, precipitare. —
1. da *tra[ns] bìiccare (' bucca'), cfr. Kòrt. 8281; 2. et. incerto,
V. Scheler s. trébuclier. - Qui anche: trabocco, 1. il traboccare
(nel primo sign.); 2. are. sorta di macchina murale, trabocchetto.
E aggiungi: trahocco, lucch. tarabuso ^.
trabocco, v. traboccare.
tramazzo are: 1. trama (occulto maneggio); 2. tumulto, con-
fusione. — 1. da trama ordito della tela; 2. sost. da tramaz-
zare = stram-, gettare o cader con impeto a terra, il quale o pro-
cederà da strame -en (propr. 'gettare o cader sullo strame'), cfr.
Zamb. 1225, o sarà un allòtropo di starnazzare ('sternére'; e v.
Oaix st. 159), onde *stranazz-, raccostato poi a strame.
trap2ZZo: 1. 'tanti pezzi da unire insieme per formare una su-
* Suporstite per avventura in tnccio tela grossa di stoppa (pist. ; Fanf.).
E V. anche Dlez, s. tozzo, il quale pensa ad altra origine, e ad ogni modo ne
fa tutt'uno con tozzo agg. (cosi anche rAscoLi, I 37 n).
' La qual voce fu ben dichiarata per tauro-butio, v.Zamb. 1260. E un
uccello di padule, che nel mettere il becco neir acqua fa un rumore simile
a quello del toro'. E come ' toro' o sini. si denomina il tarabuso in più parti:
sen. <o>'0 marino, rmgn. cappon bu fatare. E dunque 'taurus' accoppiato a ' bu-
tio', che è il tarabuso in latino (cfr. Georges s. v.). Il primo termine ap-
pare nitidamente in più forme dialettali: heW.iorobuss, \en.torebuso (cfr.
E. H. GiGLioLi, Avif. it. 2S4-5). In Toscana sarà nome importato da dialetti
dell'Alta Italia, dove bnss ecc. sia normale risposta di bùtio (cfr. però pis.
tnrabugio', ali. a t^ìs. irabùcine, ven. torebiiseno, dove si può sospettare immi-
stione di bùcinus ' bucinator ', cfr. il piem. e lomh. tromboun, Sincora, per
'tarabuso'). E veniamo cosi ad accertare un altro bell'esempio di nomin.
imparisillabo. Della forma lucchese non saprei affermar nulla; ed è forse
più che altro una storpiatura.
204 Pieri,
perfide' (Fanf.); 2. are. trapezio. — 1. da pezzo, v. Kòrt. 6101 ;
2. trapezium rQUiré^iov.
trattore: l.arc. colui che trae; padrone o lavorante d'una trat-
tura di seta; 2. proprietario d'una trattoria. — l.tractore (Hrahé-
re'); 2. irne, iraiteur, che è tractatore, v. Can. Ili 386. - Qui
anche: trattoria, 1. luogo dove si trae la seta dai bozzoli; 2.
luogo decente dove si mangia a prezzo.
trattoria, v. trattore.
trebbio: l.trebbia (strumento per trebbiare); 2. trivio. — l.sost.
da trebbiare = ìvlh\i\2LVQ (meglio che direttam. da trlbìilum,
V. Kòrt. 8351, con abbreviazione, che si dovrebbe supporre, della
vocal tonica); 2. trivi um.
treno: 1. tràino; 2. lamentazione, pianto funebre. — l.frnc.
irain, cfr. Diez s. traino'; 2. thrènus B^rvog.
tribolo: 1. tribbio, tribolazione, tormento; 2. specie di pianta ter-
restre e acquatica, are. ferro con punte gettato per arrestare i
nemici, sorta di grimaldello. — l.tribùlum, cfr. qui s. trebbio ;
2. tribiilus tqC'^oXoc^.
trojata: 1. volg. azione o cosa sudicia; 2. are. schiera d'armi-
* Ma a tràino (e non traino, come scrive il Diez e intende il Kòrt. 8299)
e trainare vorrei negata la provenienza gallica. Verranno essi direttamente
da *trahinare, e il nome sarà uà deverbale. Né di verbi derivati per si-
mil modo mancano già esempj ; cfr. scassinare ali. a scassare, e pedinare (da
piede, non da pedina), ecc. E trassinare e trascinare o stra- che altro mai
saranno, se non *traxinare {alt. lassare e lasciare-^ nò dimentico che per
quest'ultimo il Groeber, Vulg. Substrato s. laxare, postulava una base in
-lare.), da *traxum per tractum, con la ben nota oscillazione del prt.-
supino? Per l'accento, che è in trascino di rimpetto a tràino, cfr. il sost.
strascino (Petrocchi), e strascino -a ali. a strascino -a ecc., con quella incer-
tezza che è assai frequente in forme rizotoniche {separo e separo, imito ed
imito, ecc.). E a strascinare ben corrisponde il lucch. stracin-, con e da è di
f. a.(cfr. Xn 122). Alla dichiarazione già proposta dal Caix (cfr. Kòrt. 8299)
ripugna troppo la fonetica.
2 II Georges dà per metaforico il nome, se riferito alla pianta; ma deve
esser l'opposto, come si ritenne finora (cfr. Forcell. s. v.). E tralascerò d'in-
dagare in qual misura questo secondo termine per avventura si sostituì o
potè far concorrenza al primo, in tribolare (cfr. la 'tribulosissima dissimu-
latio', cioè pungentissima, e perciò penosissima, di Sid. Apollinare).
Gli omeótropi italiani. - Capii. I. 205
gerì di séguito a un gentiluomo. — l.da troja scrofa, v, Kórt.
8386 (e cfr. lucch. porcata e -retata, da porco) ; 2. et, oscuro.
trono: 1 . seggio regale ; 2. volg. tuono. — l.thronus ^qóvog'y
2. sost. da tronare, cioè tonare -are, v. Diez s. v.
trullo: 1. sciocco; 2. are. peto. — 1. forse da ci] trullo (cfr.il
lucch. tarullo st. sign.), che pare il nap. cetrulo citriuolo, v. Caix
st. 102; 2. par sost. da ty^ullare far peti, che forse è *drull- da *de-
ròt'lare (cfr.il rullare del tamburo)^.
tuono: 1. l'esplosione prodotta dal fulmine; 2. tono. — 1. sost.
da ton- 0 tuonare, v. qui s. trono; 2. tonus róvog.
turbante: l.che turba; 2. sorta di copertura del capo usata
dagli orientali. — l.prt. di turbare -are; 2. pers. dulbend, v.
Diez s. tulipano.
uggia: 1. ombra indotta dalle fronde che impediscono il sole;
2. odio, noja, fastidio, umor malinconico; 3. are. augurio. — 1.
forse sost. da uggiare (onde il più comune acluggiare), che sarà
*udiare da udus -um umido, molle; sicché il verbo avrà detto
in origine 'tare umido, parando i raggi del sole' ^ ; 2. prob. odia,.
V. Diez s.v. (cfr. Kort. 5701) ; 3. et. incerto ^
* Secondo il Kòpt.8458 e lo Zamb. 553 dovrebbe seguire: tufo, 1. sorta di
pietra porosa o friabile; 2. cattivo odore, puzzo. — 1. tofus; 2.zvfos fumo^
esalazione. Sennonché il secondo sign. di tufo, che trovo solo nel Voc. del
Tramater, appar desunto da intufare, prendere odor di tufo, come spiega
la Crusca (e cfr. XII 130 s. v. ). Ora questo verbo deriverà veramente dal
tufo ('pietra'), nel quale è scavata spesso la cantina, massime in campa-
gna; e indicherà quell'odore d'umido e di rinchiuso, che dalla cantina pren-
don talvolta le botti. Questo caso d'omeotropia pertanto, se ci siamo bene
apposti, è illusorio.
* Si consideri la stretta relazione che passa tra 'ombroso' ed 'umido'.
Del resto, si potrebbe anche partire dal sostantivo, ponendo a base un de-
rivato agg. *udeu, di cui if^r^j'a sarebbe il neutro plur. (c^s. meraviglia, ecc.).
A ogni modo, la stessa voce è il sen, icSia 'frescura che si sente sul far del
giorno e sulla sera'; e avrà dapprima indicato 'la guazza' e 'il tempo della
guazza'. Diversamente il Canello, v. Ili 347, che ne fa un allotropo d'uggia
nel secondo significato.
^ Tentato bensì dal Bianchi, v. XIII 208 (sost. da *audjare, e questo da
aug- aguriaré); ma in verità non persuade. E notiamo a proposito come
V divcaduggere dato dai lessici (che del resto non si potrebbe in alcun modo
208 Pieri,
unire'. 1. congiungere; 2. are. onire (svergognare, vituperare).
— 1. unire; 2. dal germ. haunjan schernire (prob. per mezzo
del ^voy.aunir, ant. IVnc. /wmr, ingiuriare), cfr. Kòrt. 3910.
vagellare: 1. are. vacillare; 2. lucch. travasare intrugliando il
vino. — 1. vacillare; 2.*vasellare ('vase'), e cfr.l'arc.it.
vagello, III 364.
vecchio: l.clie ha molto tempo; 2.^v- marino', vitello marino,
foca. — l.vét'lu; 2. vit'lu. Ma l'omeotropia dovè da principio
«ssere imperfetta.
veglia: l.il vegliare; 2. veccia (Fanf.). — 1. vigilia, o sost.
da vegliare vig'l-; 2. se proprio è 'veccia', e non 'viglia' (v. qui
s. viglia), donde ?
veglio: I.pt. vecchio; 2. are. vello. — l.frnc. vieil, cioè vet'lu;
2. da vello, cioè vèllus; e il sng. è rifatto sul -p\m\ vegli, per
ve% cfr.D'Ov. IX 81-2. '
veletta: 1. luogo alto donde si fa la guardia; 2. striscia di velo
abbassata sul viso delle donne. — 1. spagn. i;e?e/a, dim. di vela.
guardia, (che è sost. da velar = vigilare, cfr. Kòrt. 8709); 2. dim.
di velo da vèlum.
velina: 1. agg. d'una carta 'simile alla pergamena' ^; 2. lucch.
veletta delle donne; 3. are. stagno, palude (Bembo). — l.ant.
tvnc.velin, pergamena di vitello (da veel vitello, cfr. Diaz s.veau);
2. dim. di velo, v. qui s. veletta ; 3. et. oscuro.
vena: 1. canale del sangue; 2. avena (specie di biada). — 1.
véna; 2. avéna.
vendetta: 1. contraccambio d'offesa; 2. scherz. il vendere (nella
frase 'far vendetta'). — l.vindicta; 2. da véndere -ere.
venerare: I. avere in grandissima reverenza; 2. are. mettere
addosso la brama venerea (Fanf,). — 1. venerare; 2. da Vé-
ne r e.
ragguagliar foneticamente ad adurere) non deve esser mai esistito. Non si
reca di esso verbo che adugge, il quale in tutti gli eserapj è 3^ pers. sng.
del congt. (e non dell'ind.), perciò di prima conjugz. (cfr. crm^, j^ense, ecc.),
vale a dire da aduggiareì
* Ma in quanto s'usa come agg. di carta 'molto sottile', so anche è la
stessa voce, fu raccostata di certo a velo.
G[i omeótropi italiani. - Capit. I. 207
ventare: l.far vento, soffiare ; 2. pist. diventare. — l.da vento
-us; 2. *de]ventare (dal prt.-sup. di 'devenire'), cfp. Kòrt. 2545.
verdetto: 1. alquanto verde; 2. dichiarazione dei giurati. — 1.
dim.di verde vìridis -e; 2.\iv^\.verdicl ('vere dictum '), dichia-
razione, che è passato a noi dal francese (e cfr.il ted. luahrspruch
st. sign).
vergola: 1. piccola verga; 2. specie di seta addoppiata e torta
due volte. — l.vìrgiila; 2 et. incerto ^
vernare, v. verno.
verno : 1. volg. inverno, pt. invernale ; 2. are. primaverile. —
l.hibérnu, e cfr. Asc. Ili 442; 2. vòrnu ('ver'). - Qui anche:
vernare pt., I. svernare, esser d'inverno; 2. far primavera. Inol-
tre: svettare, 1. passare il verno; 2. cantare (propr. degli uc-
celli 'in primavera').
verrocchio. : 1. are. frantojo per le ulive; 2. lucch. randello. —
1. et. ignoto; 2. verocùlo, da veru spiede.
vesco are: 1. vescovo; 2. vischio. — 1. e]pÌsco[pus] ènCcSxo-
nog; 2. viscum.
vesta: 1. veste; 2. Vesta, figlia di Saturno e d'Opi. — l.vé-
stis; 2.Vésta.
via: 1. traccia per andare da luogo a luogo; 2. avv. usato nel
moltiplicare. — l.via; 2. vices volte, fiate, cfr. Caix st. 21-3 -.
viglia: 1. pianta da granate per levare i vigliacci; 2. are. vi-
gilia. — l.sost. da vigliare (cfr. viglinolo -accio), che è *verri-
culare secondo il Diez s. v. (ma cfr. Parodi, Rom.XXVlI 224-5);
2. V. qui s. veglia.
vinto: 1. superato, sconfitto; 2. are. vincolato, avvinto. — l.prt.
di vincere -ère; 2. vinctu ('vinclre').
viola: 1. specie di fiore; 2. sorta di strumento a corde. — 1. viò-
la; 2. et. incerto, cfr. Kòrt. 8789. - Qui anche: violino, 'color di
viola', e 'strumento musicale'.
' Lo Zamb. 1377 inclinerebbe a veder qui un sost. da vergere. E potrà
nascere il sospetto che altro non sia questa voce se non la precedente in
una diversa accezione (forse, in origine: 'filo avvolto ad una vergola'?).
^ E l'are, via o vie, molto, che serve a rinforzare un comparativo (ancor
vivente in viepiù e viemeno)ì
208 Pieri,
Violato : 1. are. violetto o -aceo, l'infuso di viole; 2. che ha pa-
tito violenza, contaminato. — 1. da viola; 2. prt. di violare -are.
vita'. 1. il vivere; 2. are. vite. — 1. vita; 2. vi tis, v. qui s.
invitare. - Inoltre: vitina, dim. di ^vita' e di 'vite'.
vitto: l.cibo necessario alla vita; 2. pt. vinto. — l.vlctus,
sost. ('vivere'); 2.vìctu (prt. di ^vincere').
viziato: 1. dedito al vizio, che ha vizio; 2. una data qualità di
vitigno, magliuolo (ali. a vizzato). — 1. vitiare ('vltium'); 2. *vi-
t i atu ('vitis').
votare: l.dare il voto; 2. far vuoto. — l.da votum; 2. da
vuoto, che è *vòcitu, cfr. Kort. 8801. Ma l'omeotropia non s'e-
stende alle forme rizotoniche, o v'è solo imperfetta (o, uo\ p, o).
zàino: 1. sorta di sacco o sacca; 2. agg. di cavallo 'dal colore
non variato di bianco'. — 1. aat. zainà canestro, v. Diez s. v.; 2.
et. oscuro, ma tutt' uno col frnc. zain, ove il Dozy sospetta l'ar.
a.^amm unicolore, v. Scbeler s.v. ^.
zatta: 1. zattera; 2. specie di popone bernoccoluto. — l.prob.
dal frnc. chatte (che è lo sp. chata, da piata; e cfr. l'it. ant. zam-
bra, dal prov. e frnc. chambra -e ), v. Can. Ili 358 ^ ; 2. et. ignoto.
zecca: 1. officina dove s'improntano le monete; 2. acaro (in-
setto che s'attacca a certi animali). — I. ar. sikkah pila (strum.
di ferro per coniar le monete), v. Diez s. v. ; 2. mat. zécke, cfr.
Kort. 8185.
zerbino: 1. bellimbusto, vagheggino; 2. tenda all'uscio d'una
stanza. — 1. è lo Zombino dell'Ariosto (cfr. Ori. fur., 28, 6), per
antonomasia; 2. da Zerbi (Meninx), isola presso l'Affrica, già in
fama per le sue industrie. Ma l'omeotropia è solo apparente; v.
Grion XII 186.
zero : 1. il segno numerale; 2. sorta di gemma ; 3. pesce simile
alla sardina. — 1. ar. 5Ì/> ecc., propr. 'tutto vuoto'; 2. z eros,
Plin. 37, 9, 53 ; 3. et. ignoto.
* In questo caso la voce italiana (e iberica) sarebbe certo di provenienza
francese; cfr. it. c/amo, dal ivno,. daini, che è *damus ( = dama), Kort. 2391.
^ E chiatto -a, a parer nostro, di schietta fonia toscana (cfr. Suppl. Arch.V
227-8); sicché, lungi dal contrastare all'etimo posto per zatta (cfr. Kort.
4543), sarà un altro bell'esempio dell'esito gutturale di pl.
Gli omeótropi italiani. - Capit. IL 209
zeta: 1.1' ultima lettera dell'alfabeto; 2. are. camera, stanza.
— l.C^ra; 2. diaeta ótaixa (già zaeta iie'mss.; v. Georges).
zia: 1. sorella del padre o della madre; 2. callosità o sudiciume
ai ginocchi. — ■ l.Oeta; 2. donde?
i«ro: 1. sen. orcio; 2. voce che ripetuta indica il suono del vio-
lino, — 1. ar. zir vaso grande, v. Caix st. 173 (e cfr. II s. zirla) ;
2. onomatopeja.
zito are: 1. zitello; 2. bevanda d'orzo simile alla birra. — 1.
par voce d' et. germanico, connessa al ìeà. zitze mammella, cfr.
Kòrt. 8946; 2. prob. c^roc, che vale anche 'cereale' in genere.
zolla: l.ghiova; 2. sen. giuggiola. — 1. nat. scholl'e (per z
da s, vedi s. zatta)^; 2. j Ci j uba, di che cfr. Flechia III 172-3, e
V. la nota ^.
zuffa: 1. combattimento, baruffa; 2. pist. farinata di granturco.
— 1. pare dal ted. zupfen tirare, v. Diez s. v. ; 2. secondo il Caix
st. 174 dall'alto, ted. sùf brodo.
CAPITOLO SECONDO.
SAGGIO d'oMEÓTROPI IMPERFETTI.
I. Con e, e; o, o.
accetta: 1. specie di scure; 2. accetta, terreno assegnato e
dato in sorte (term. stor.). — I, dimin, di ascia; 2. accépta (da
'accipére').
assetta: I. piccola asse; 2. a^^eiJ^a, are. assettamento. — I. di-
min, d'anse axis; 2. sost. da assettaì^e, cioè *assédìtare ('se-
dére'), mettere al posto, cfr. Kòrt. 827.
cera: I. materia onde l'ape fabbrica il favo; 2. cera, pist. aria
del volto, aspetto. — I.cèra; 2. cèrea. Cfr. Asc. IV 119-22.
* Strano pare il pensiero del Diez (cfr. Kort. 7281), che preferisce qui ad
etimo l'aat. scolla.
^ Istruttivo in questa parola il processo d'elaborazione, quale io penso
che s'effettuasse. Avremo dunque iolla da ios'la, cioè *jujula (e così
verremo anche a riconoscere ben antico lo scambio del suffisso). Il j è spie-
gabile per l'influsso del concorrente zizzola -a da zizyphum; ma potrebbe
anche esser direttamente da j (cfr. sinepro).
Archivio glottol. ital., XV. 14 )
210 Pieri,
cesto: 1. cesta, riunione di foglie alla radice; 2. cesto, cintura,
zona; 3. bracciale di cuojo e piombo per duellare. — 1. cista
(xitìrr^), mutato il genere; 2. céstus (da xecróg ricamato, sott-
llidg correggia, cinghia); 3. caestus (da 'caedère'),
cétera: 1. cetra; 2. cederà, eccetera. — 1. ci t bar a xtQa^a; 2.
caetéra (da 'caeter', plur. neutro).
collega: 1. are. lega; 2. collega, compagno di magistratura o
d'ufficio. — l.sost. da collegare -ìgav e; 2. collèga.
colletto: l.dim. di 'collo' e 'colle'; 2. colletto, are. raccolto in-
sieme (Dante). — l.v.Is.v.; 2.collèctu (' colligère ').
cre/a: - 1. argilla; 2. Creta, ìsola. dell'Egèo. — 1. creta; 2.
Creta KQvrri. Ma l'omeotropia non esisteva all'origine, perchè il
primo termine è derivato dal secondo (v. Georges).
meco: 1. con me; 2. meco, ajcc. adultero. — l.mècum; 2.
moechus iiol%óq.
messa: 1. il mettere; 2. messa, are. mèsse. — l.sost. dal prt.
missu-a ('mittére'); 2. mèssis.
pesca: 1. il pescare; 2. pesca, frutto del pèsco ('malus Per-
sica'). — l.sost. da pe5c- piscare; 2. Persica.
pesta: 1. via con impresse l'orme, via battuta; 2. pesta, volg.
pèste. — 1. sost. 0 direttam. da, pest- pistare o dal prt. tronco pe-
sto -a; 2. pèsti s.
telo: 1. tessuto in quanto s'abbia riguardo all'altezza della pezza;
2. telo, pt. arme da getto. — 1. tela, mutato il genere; 2. tèlum.
tema: 1. timore; 2. /e/>ia, argomento, parte invariabile d'un no-
me. — 1. timor, mutato il genere, cfr. p. 219; 2. thèma ^r[ia.
Anche v. I, s. abbiettare affettare allenare vecchio.
allora: 1. in quel tempo (avv.); 2. 6i^^/or<2, agg. d'una specie di
pera verde. — l.a[d] ill[am] horam; 2. da alloro = iljla lau-
rus (cfr. però XIII 322 n).
assorto: 1. sorto su, che s'è alzato; 2. assorto, assorbito. — I.
^vi. d'assórgere adsùrgére; 2. ^^vì. d'assérhere absórbère.
botta: l.arc. e volg. botte; 2. botta, colpo, percossa; ecc. — 1.
<la una rad. biitt, forse greca (/9t;V*g mastello, fiasco), cfr. Kòrt.
I435;2.v.Is.v.
doccia : 1 . poppa ( voce fanciull. ) ; 2. doccia, ciaccione, affan-
Gli omeótropi italiani. — Capit. II. 2) I
none. — Son parole onomatopeiche ^ - Qui anche: ciocoiare, 1.
poppare; 2. fare il cioccia. E l'omeotropia vi riesce perfetta nelle
forme arizotoniche.
cipppa: 1. are. poppa; 2. cioppa, scherz. sorta di sottana o gon-
nella.— l.v. qui s. cioccia; 2. et. ignoto.
colo : 1. colatojo, sorta di vaglio; 2. colo, membro, membretto
di periodo o emistichio. — 1. colum, cfr. I s. colazione; 2. xwlov.
colto: 1. istruito, luogo a coltura; 2. colto, raccolto, preso, col-
pito. — l.cultu ('colere'); 2. prt. di cògliere ('colligére').
corno: 1. are. come; 2. corno, l'uscire in pubblico dalla mensa
a serenate e baldorie. — l.quomodo; 2.x(Òfxog.
corso -a: 1. il correre, prt. di 'correre'; 2. corso -a, specie di
vino e cane di Corsica e agg. d'una specie di vite. — 1. cursus
sost. e prt.; 2. Corsus -a.
domo: 1. domato ; 2, domo, duomo. — l.prt. tronco di domare
-are; 2. domus casa (cioè la 'casa per eccellenza', per antonom.),
dptto -a: 1, are. timore, sospetto; 2. dotto -a, che ha dottrina. —
1. V. I s. dotta; 2. doctus -a.
fQ7^o: 1. buco -a; 2. foro, piazza, tribunale. — l.sost. da forare
for- ; 2. forum.
mdgtlo: 1. spinto a qualche cosa; 2. indotto, non dotto. — 1.
indùctus; 2. indoctus.
ora: l.nel tempo presente (avv.); 2. ora, pt. aura. — l.hóra
(sott. 'hac'); 2. aura.
orda: Lare. orcio, mezzina; 2. orda, are. orza. — l.ìirceus,
mutato il genere; 2. v. I s. orzata.
rocca: 1. conocchia; 2. rocca, fortezza in alto ben munita. —
Cfr. I, s. rocchetta.
rogo: 1. rovo; 2. rogo, pira. — 1. rùbus; 2. v. I s. v.
SQìHa: 1. che si è levata su; 2. soìHa, specie, qualità. — 1. prt.
fem. di sórgere surg-; 2. sòrte.
tocco: 1. il toccare; 2. tocco, pezzo di checchessia staccato dal
tutto, are. berretto ; 3. ent. tacchino. — 1. sost. da toccare, prob.
* Cfr. però le varie forme; poppa, pgccia, cioppa (Fra Jacop.), cioccia; di
cui la seconda è il normale esito meridionale di *pùppea. Il e- di ciuccia
sarà dovuto ad assimilazione, promossa bensì da una spinta onomatopeica.
212 Pieri ,
= *tùdicare ('tundère'), v. Nigra XIV 337 ; 2. kvmr. tocio ta-
gliar via, toc berretto, v. Diez s. tocca; 3. et, ignoto, cfr. I s. tacco.
- Qui anche: tocca, 1. buca o fessura nel lastrico; 2. tocca, sorta
di drappo di seta e d'oro ^; 3. cnt. tacchina per la cova.
toìno: 1. arc.il cader giù; 2. tomo, volume d'opera a stampa. —
1. sost. da tornare, probabilm. = aat. tìimòn barcollare, v. Ma-
ckel20; 2. tomus rói.iog.
torta: 1. specie di crostata o pasticcio per lo più in teglia; 2.
torta, il torcere, prt. di 'torcere'. — 1. torta (solo '.t. panis' =
pagnotta; Volgata); 2. da t or tu -a ('torquère'). Ma l'omeotropia
non è che apparente, se l'altra voce, come sembra, e anch'essa dal
prt. di%' torquère'; cfr. Georges s.v. e Kort. 8256.
tosco: 1. toscano; 2. /osco, tossico. — l.Tùscus; 3.toxÌcum
volto: l.viso, faccia; 2. volto, voltato. — 1. vùltus; 2. part. da
volgere- ('volvere').
voto : 1 . promessa, desiderio ; ' 2. voto, vuoto. — Cfr. I s. votare.
Anche v. I, s. assolare assordare votare.
'j
II. Con z, z (iniziale o interno).
za: 1. are. qua ^; 2. za, voce che imita un colpo tagliente e af-
frettato. — Lecce hac (cfr.il frnc. ^.y*); 2. onomatopeja.
zannata: 1. colpo e segno della zanna; 2. zannata, cosa da
zanni. — 1. da z amia, ohe è l'aat. zan (nat. ra/i??) ^ ; 2. dal ber-
g'àm.Z'anni, cioè Z'ovaimi, divenuto un nome comune, v. Diez s.v.
(cfr. il ni. berg. Z'ànica, che deve esser 'Giovànnica'; e per la ra-
gione del suffisso, V. Suppl. Arch. V 239).
* Ma in origine indicò 'il pezzo d'oro' (fosse quadretto o fiore o altro),
che spiccava sul tessuto; e perciò si' disse 'drappo pieno di tocche d'oro'
( V. Fanf. s. v. ).
^ Erroneamente za il Petrocchi.
^ Il Diez anche adduce, come un valido competitore, sanna, dove 'il di-
grignare i denti' (sign. ch'egli attribuisce, poco esattamente, alla voce latina)
poteva poi diventare 'i denti che digrignano'. Circa la sua osservazione,
che z germanico non dà mai 5 all'italiano, com' è nella variante sanna, no-
tiamo intanto che il pisano-lucch. aveva (e il lucch. cnt.ha anc'oggi) s da s
di qualunque provenienza. .
Gli omeótropi italiani. — Capit. IL 213
zirla: l.lucch. zigolo; 2. zirla, pist. orcio grande. — l.sost. da
zirlare fischiare de' tordi e altri uccelli, cfr. Diez. s. v. ; 2. mutato
il genere, dim. di ziro orcio grande, v. I s. v. (l'ettlissi nel deri-
vato mostrerà che l'importazione è assai antica).
\ag'UZzetto e aguzz-, v, I s. v.].
ammezzare: 1. are. diventar mézzo (più che maturo); 2. am-
mezzare, condurre a metà, are. dividere per metà. — 1. da mezzo
prt. tronco di mezzare are, da *mitiare ('mitis'), cfr. Kòrt. 5345;
2. da mezzo médiu. E l'omeotropia è doppiamente imperfetta
nelle forme rizotoniche {ammezza e -ezza, ecc.).
ganza: 1. cappio all'estremità d'una fune; 2. f7ania, amante,
druda — l.da gancio, di che v. Kort. 1560, mutato il genere
{ma non può esser voce toscana); cfr.il venz. ganzo ecc.; 2.
forse = aat. gangea postribolo, meretrice, cfr, Caix st. 110-1 ^
ghiozzo: 1. are. goccia, un pocolino; 2. ghiozzo, un pesce d'ac-
qua dolce ^. — l.con metapl., da *glùttea per *glìitta (=gìit-
t'ia, cir. goccia da *giittea); e cfr.il Ynz.giozo -a; 2; mal si po-
trà separare dall'equi vai. cobius e gob- {xm^ióg), e dovrà per la
ragion fonetica esser voce importata; ma donde? ^
lazzo: 1. are. aspro e pungente di sapore; 2. lazzo, atto o gesto
che muove a riso, celia. — l.acìdu {civ. sozzo da sucìdu), v.
Diez s. V. e Flechia II 325 n ; 2. et. oscuro *.
manza: Lare, (pt.) amante, fem.; 2. manza, fem. di 'manzo'.
— l.lo st. che amanza, are. 'amore' e 'donna amata'; 2. man-
sùes manso, mansueto, cfr. Kòrt. 5076, Asc.XIV 343.
razza: 1. stirpe, generazione; 2. razza, raggio della ruota; ecc.
— I. forse dall'aat. rei za linea, cfr. Kòrt. 6612 (anche 'Nachtr.');
2. V. I s. V.
[ronzone e ronz-, v. I s. v.].
* Se fosse vero, come asserisce lo Zamb. 563, che 'in vari luoghi d'Italia
la donna poco onesta si dice oca\ sarebbe un etimo più probabile il ted.
gmis, aat. ganazo. ^ Con o i Vocabolarj; e avremmo allora un'omeotro-
pia doppiamente imperfetta. ' Per il Diez essa è voce connessa a ghiotto-
ma gli s'oppone anche il Kort. 3706, . ■* Ma non si dovrà escludere in
modo assoluto che sia tutt'uno col precedente (q. 'motto aspro e pungente');
molto più che a Pistoja (v. Petrocchi) e anche a Lucca (dove peraltro non
è oggi una voce volgare), si pronunzia con zz (sordo).
NOTE ETIMOLOGICHE.
SILTIO PIERI.
annizzare, montai., aizzare. — Il Caix st. 70 dall' aat.ana-
zan 'excltare, instigare, impellere' (cfr. Kòrt. 542). Ma veramente
annizzare non sarà che inizzare (v. Diez s. izza), con la cons»
della prep. in raddoppiata {oiv. innamorare, innondare, ecc.), il
quale si dovè poi per analogia conformare ai verbi composti con
ad {air. annaspare, annacquare, ecc.).
calce- e calcistruzzo, mescolanza di calcina e altre mate-
rie da murare condotti d'acqua e simili. — Lo Zamb. 193 pensa
a calce con struere structum, senza intuir tutto il vero. Si
tratterà di calcis ob]structio, posto l'effetto per la causa; e
avremo qui superstite un altro nomin. d'imparisillabo da aggiun-
gere ai tanti già noti. Tutt'uno sarà il chian. calcistruzzo, indi-
gestione, esteso a indicar quest' idea il sign. che probabilm. ebbe
prima di ' calcinaccio degli uccelli '.
cantalesare, ar., canterellare (Redi). Se consideriamo che lo
stesso dial. ha criales'o raganella (metaf.), da Kyrie eleyson,
Caix st. 104 (cfr. Kòrt. 4597 e Nigra XIV 368, XV 118), non
parrà strano il derivare codesto verbo da cantare + elejson,
in quanto abbia significato in origine : cantare il * Kyrie eleyson '.
frugare, cercare tentando con bastone o altro (oggi: con
mano), rovistare. — Credo da un pezzo che all'etimo *furcare
(v. Kort. 3523) possa far concorrenza *foricare da forare. Per
la parte formale, una volta venuti, coli' ettlissi, a *forc*are, ri-
spetto all'esito neolatino le due presunte basi coincidono ^ Senza
r ettlissi sarebbe allora il \\icch. faricare, in cui già ravvisava
* Ciò dico, in quanto Tìt. zo foro ecc. esigerà un volgar lat. *forat, di
fronte al class, forat (v. Georges). Curiosa del resto la trascuranza del po-
vero verbo forare, che non ha trovato ospitalità neanche nelle Postille del
Salvioni I V. però Zamb. 530.
Note etimologiche. 215
un'epentesi (v. XII 124); chwen. furegar rovistare (e &vd.ftir-
ruggà ecc. ; Guarnerio XIV 395). Per la parte ideale, tutto con-
siderato, la convenienza di questo etimo parrà forse maggiore ; e
cfv. bachemre, che significò insieme 'far buchi' e 'cercare fru-
gando' (Fanf.).
frugnuolo, sorta di lanterna a riverbero usata per la cac-
cia notturna agli uccelli. — ET equivalente are. fornuolo, da
*furneolo ('furnus', e circa il diminutivo, cfr. fornello), con as-
sai ovvio traslato. E si dovè pronunziar veramente *fornjuolo
o forgn-, come ci mostra lo n della forma metatetica.
fusci- e /*tfcz« ce «, larga sciarpa co' due lati pendenti in
basso, lucch. cravatta. — Lo Zamb. 557 dal ted. fass-hacke tal-
lone. Credo migliore l'etimo proposto già dal Salvini (v. 'Fiera',
Intr. 1 ), il quale vi ravvisava *fasciacca'^ (fascia). E avremo
Vu dalla preced. labiale.
gàngola, gianduia, gianduia enfiata (al pi.); goìiga, gianduia
enfiata e sua cicatrice (Malm. vi 54; al pi.), accresc. gongone,
enfiagione alla gola o alla guancia (Fanf.); gongola, lo st. che
'gonga' (Pataffio), e del Voc. it. anche per 'tumore alla gola'. —
Il Diez s. ganguear riporta gàngola a ydyyXtov enfiagione (cfr.
Kort. 3592). Ma questa forma, come fu notato da un pezzo, e an-
che le altre non saranno in realtà che glande e glandìila, con
ettlissi di L e con d in ^ per assimil. sillabica (circa quest'ultima,
cfr. agghingare da agghind-). V. Bianchi X 378 e '94 n. La se-
conda e terza forma ci off"rono un altro bell'esempio di p da a,
che s'aggiunge alla serie di monco ecc. (cfr. Suppl. Arch.V 225),
ghiécolo e (oggi) diécolo -ro, lucch., culla. — È voce an-
tica (v. FoRNACiARi appr. Fanf. u. t.); da vehicùlum. Cfr. il srd.
e còrso vikulu e hèkitlu st. sign. ; Guarnerio XIV 407. La prima
forma (da *guiecolo di f. a.) appare osservabile in quanto il v
è reso come il w germanico {cù\ ghiera da *guiera, e v. XII
' L'asterisco, quantunque la voce sia, coli' esempio del Salvini, entrata
ne' nostri Dizionarj ; perchè egli la dà, se ben vedo, come una sua propria
ricostruzione e non come una voce realmente in uso.
216 Pieri^
157 s.guerria); ma cfr. il ted. loiege culla, il cui 'antenato' potè
in ciò contare per qualche cosa. Il ditt. anormale è anche del
chian. viéguelo erpice (Dilli).
gonghia, are, gogna (Sacch. e Frescob.). — È forma che non
contraddice, anzi par confermare l' etimo ver] gogna ; cfr. Kòrt.
8636 K Avremmo qui la singoiar riduzione di dj a §], che in-
sieme con quella di tj a kj è caratteristica dell'aretino (v. Asc. II
449-50), e occorre anche in altre parti (per la stessa nostra for-
mula, cfr. il pis. Lighie Indie).
gongolare, lucch., sguazzare, detto di cosa che nuoti entro un
liquido (Bianch.) ; it., esser tutto commosso per intima e mal ratte-
nuta gioja. — Non dubito che siano tutt'uno. Per la doppia acce-
zione, cfr. lo stesso sguazzare, che vale insieme 'muoversi entro
un liquido ' e 'commuoversi per allegrezza' (stragodere, trionfare);
e cosi anche l'are, colleppolare. E tengo per assai probabile un
etimo, che a prima vista potrà parere assai strano, ravvisandovi
un allòtropo di dondolare da *d[e>undulare (cfr. Diez s. v. ).
Nell'ordine de' suoni offre un esatto parallelo il sen. ghinghellare,
di fronte al lucch. dindellare ^ (v. Fanf. u. t.), ambedue, mutato il
suffisso, dal tema medesimo di dondolare e coll'afRne sign. di 'di-
menare' 0 'tentennare'.
intrettirsi, sen., aver paura, rimescolarsi; fretta, sen., ac-
coramento, paura. — Avremo Intrettire da trettire con mutata
conjugz. per *trettare, cioè trepidare; e il sost. sarà un dever-
bale. Connesso a questi pare a me tretticare, sen., camminare a
gambe larghe e quasi barcollando (e dicesi propriara. de' majali
I
* Non vedo come mai il Can, III 395 ponesse gogna '^ dove il supposto o
gli riusciva d'ostacolo all'etimo del Diez.
^ Ali. a dindolare dond- (Stef. ). Questa e le altre forme con i radicale
suppongono de-[u]ndulare, con prevalenza del primo suono. E in rfin-
dola ecc. si dovrà ripeter Vi (=é) dalle forme arizotoniche. - Da esso non
par separabile l'it. ant. dinderlo e -erlino, specie di frangia o cinciglio (al
plur. ; e per l'uscita, cfr. màndorla ecc.) ; e connettere anche vi vorrei drm-
golare, chian. sdreìigueldre, tentennare (per cui il Caix st. 106 pensa ad
altro etimo), osservabile in quanto il ^ da d vi sarebbe sorto per dissimila-
zione.
Note etimologiche. 217
grassissimi; Gradi appr. Fanf. u. t.), che ben si potrà ricondurre
a *trépidìcare ^ E noto che in lat. 'trepidare' vale anche
^tremulo motu concuti, agitari', e 'trepidus' anche 'tremulus, agi-
tatus' (v. Forcell.). L'etimo che qui postuliamo dovè significar
dunque 'il tremolare' (volg. 'il far lappe lappo') delle natiche e
della pancia de' majali ben grassi mentre si muovono. Del resto,
si potrà spiegare anche per 'ondeggiare' o 'vacillare', come fa
camminando il majale molto pingue, co' quali verbi traduciamo
assai bene in più casi il lat. 'trepidare'. Per trelticare il Caix
st. 168 pensa al lat. strittare (Varrone), e ad etimo germanico
il Kort. 7823.
mat^achellu, difetto, pecca ^. Potrà, con trasposizione reciproca
di r e e, essere = ^macarella da maculella ('macìila'), che ri-
sulta per la parte fonetica, a parer mio, in perfetta regola (v.
Suppl. Arch.V 240-1 n). E cfr. il frnc. tdche.
marrdpeto, ar., uomo avventato e sgraziato, che guasta quel
€he tocca. — Da man-ràpido, cioè manu rapidus. Si ricorda
qui per la bella singolarità del composto. Per l'assimilazione, cfr.
ii.marrovescio\ e per la vocal di penultima, a.v.soUeto subheto ecc.
€irca ^ da D in questa stessa formula, il quale è di- regola nel
lucch. (v. XII 123, ecc.), se n'hanno anche esempj d'altre parti
della Toscana.
moscio, vizzo, floscio. — Credo che questa voce si debba ri-
solutamente separare da tutte le altre neolatine ad essa fin qui
ravvicinate (cfr. Diez s. v. e Kort. 5441), e che nuli' altro sia se
non mosso, prt. di 'muovere' (cfr. floscio da fluxu, Diez s. v.; ma
V. a ogni modo Groeber, Vulg. substrato s. laxare). Rispetto a s
da ss, civ. grascia ecc. Ili 370; e XII 119. E avremo cosi un'al-
tra bella coppia di allòtropi da aggiungere all' Indice del Ca-
nello.
* Le rizotoniche hanno e secondo il Petrocchi: treltica ecc.
^ Deve esser questo il sign. fondanaentale (si ponga mente a frasi come:
•'il tale ha molte m-' o 'scoprir le m- d'alcuno', ecc.); dal quale si sarà
svolto facilmente quello di 'azione cattiva' o 'inganno', ecc.
218 Pieri,
Mu ZZO lare, ar., mugolare ^ Vi richiamo l'attenzione, perchè
mi pare un bell'esempio di zz da *gj' (cfr. Suppl. Arch.V 161).
Gli corrisponde l'are, it. muggiolare (Pataffio), che sta per la for-
ma a mugire, come gagnolare^ a gannire.
rigattare, sen,, sgridare, fare il dottore a uno. — Seconda
il Caix st. 141 dall' ant. frnc. rio^er, con § per togliere l'iato.
Penso che sia piuttosto un allòtropo di ricattare da *recaptare
(cfr. Kòrt. 6715), con quella stessa evoluzione ideale, che conduce
a 'biasimare' e sim.il lat. reprehendere e V ìt. 7^ipigliare.
scalpitare, percuoter la terra co' piedi (e si dice per lo più
del cavallo), calcar co' piedi camminando. — Il Caix st. 146 da
calpestare con metatesi (cfr. Kort. 1496, Zamb. 943); il quale etimo
a me è sempre parso più arguto e attraente che vero ; né ho mai
potuto trovare a codesta presunta metatesi un parallelo esatto e
sicuro. Credo piuttosto a *scalpitare, da scalpore. Il signif.
fondamentale sarà dunque 'scavare', cioè 'scavar la terra co' piedi',
e quasi 'scalfir la terra', come fa particolarmente la zampa del
cavallo che scalpita (cfr. lo 'scalperò terram unguibus' delle ma-
liarde in Orazio); onde poi, presa la causa per l'effetto, anche
'calpestare'.
sciainaio, sen., malandato, rifinito per malattia. — Riviene
ad *exaginatu, da *aglna ('agère'), v. Kort. 314, e perciò vale-
dunque in origine : senza attività, senza forza.
sciàvero, ritaglio di legname o di pelle o stoìfa. — Lo Zamb.
1137 dal irne, scier segare (cfr. Kòrt. 7330). È invece, con tutta
probabilità, il sost. o il prt. accorciato di *sciaverare, allòtropo
di sceverare (v. Can. Ili 375 e D'Ov. IV 151 n), con a sorto dap-
prima nelle forme arizotoniche.
scivolare, are, sibilare, fischiare; oggi: sdrucciolare. — 11
Diez s. cigolare non si riferisce a questo verbo che per l'accezione
* Oggi par che si dica solo del sasso che romba lanciato con forza
(prof. Luigi BoNFiGLi). La sibilante, dal Fanf. e dal Petrocchi data per
sorda, ò sicuramente sonora.
^ Per questo il Kort. 3595 postula, non bene, un *ganniculare.
Note etimologiche. 219
antica^, ricordando la giusta etimologia del Ferrari (sibilare) e
quella infelicissima del Galvani (rad, di singultire). Circa l'al-
tra accezione il Caix st. 152 propone l'aat. sliofan sguisciare o
slìfan sdrucciolare. Ma veramente dobbiamo ravvisar qui una
sola e identica voce, e l'etimo è sibilare, da cui scivolat^e pro-
cede in perfetta regola. Cfr, il berg. siblav, ove in qualche varietà
le due accezioni si trovano del pari riunite. In quanto la voce in
questione è 'sdrucciolare', avrà indicato 'quel particolare fruscio
che uno produce scivolando'. E cigolare corrisponderà a *scigol-
di f. a., con e da 5 ( cfr. cinghiale, ciarpa, ecc. ) e col ben nota
passaggio in g d'un v che preceda a vocal labiale ^.
toma, montai., luogo solatio e riparato dai venti invernali
(Ner. ). — Potrà esser tùmor, che vale anche 'altura' e 'col-
linetta'; giacché queste sono per solito i luoghi più esposti al
sole. L'idea di 'riparato dai venti invernali' risulterebbe in tal
caso una determinazione posteriore. Per la forma, cfr. tema da
timor ^. E il pur montai, ^oma^/o e -iiio sarà modellato sull'e-
quival. solatio ; ma, a giudicare dalla seconda forma, sarà pas-
sato pel tramite di *lomicUo (da tumidu, cfr. il \ì\orn. iómita
rigonfiamento del vestito, Fanf. u. t.).
trenfiare e tronf-, sen. e it., sbuffare con forza, ansare sbuf-
fando.— Il Caix st. 36 da trans + inflare. Ma questo sarebbe
venuto, di certo, a ''^ trasenfiare ecc. {civ. trasandare, sicil. ^ra-
siri da transire, ecc.); oltreché la prep. trans non pare atta
ad esprimere quella logica determinazione d' inflare, la quale
ivi s'esprime. Credo che si tratti d'un d[e]-r[e]-inflare, dove
de-re denotino efficacemente l'aspirazione, e in l'inspirazione;
che r una e l'altra é in trenfiare e tronf-. Quanto all' o di tron-
fiare, sorto dapprima nelle arizotoniche, v. il Caix al luogo cit.
' Più precisamente, egli a cigolare e scio- riuniti soggiunge: 'knarren,
knistern', dichiarazione più adatta al primo che al secondo.
"^ Il Mey.-Lb., It. gramm. 309, connette cigolare al ven. Qi§ar, che è proba-
bilmente tutt' altra cosa e ove il sign. di 'cigolare' sarà accessorio (per lo
più dice 'gridare' o 'strillare'; cfr. l'emìl. zigdr st. sign., boi. più spesso
'piangere', ecc.).
' [Anche p. 210. Ma di tema trema ecc., v. Asc. XI 439].
220 Pieri, Note etimologiche.
Quasi inutile l'avvertire che tronfio vanamente gonfio e sbuffante,
h il prt. tronco di tronfiare, che il Kórt. 8314 deriva (e pare ira-
possibile) da irionfarel — Circa dr in ir, cfr. Asc.VII 144.
trottola, pera di legno che si fa girare sul picciuolo metal-
lico, sfilando una cordicella avvolta intorno ad essa, lucch. ruz-
zola; trottolat^e, girare come una trottola. — Secondo il Caix
st. 74, da *tortulare con metatesi. Credo anch'io che dobbiamo
partire dal verbo. Ma l'idea dell'avvolger la corda è affatto se-
condaria (cfr. il palèo o fattore, che è lo stesso strumento, e
vien messo in moto con una sferza), e non par verosimile che
stia a fondamento dell'etimo. Il nome generatore anziché tortu
ben potrà esser qui ròta, e la voce in questione spettare alla
stessa famiglia di ruzzolare e ruzzola (sen. druzz- vb. e sost.)
« di sdrucciolare ( cfr. Kòrt. 6997 e 2630). Avremo dunque, se
io ben m'appongo, trottolare da *d[e]-r otti lare. E quanto a dr
in tr, V. il preced. art.
vivagno, orlo della trama che resta senza esser tessuto; mar-
gine, sponda. — Lo Zamb. 1440 dà questa voce come d'etimo
ignoto. E in origine un SLgg. vivagno, da *vivaneu, che sta a
vivo come l'are, seccagno (onde seecagna bassofondo) sta a secco.
Cfr. Mey-Lb. II 501-2. Questo etimo è messo, mi pare, fuor d'ogni
dubbio dal march, orlo vivo, che ha lo stesso sign. (Gianandrea).
E ugualmente è or viv nel friulano. Cosi si chiamano dunque *i
fili della tela non ricoperti' come, in perfetta corrispondenza,
carne viva diciamo quella 'non ricoperta' di pelle.
APPENDICE ALL'ARTICOLO
'UN PROBLEMA DI SINTASSI COMPARATA DIALETTALE*
(Arch. XIV, 453-68).
DI
e. I. A.
§§ I-II. Devo grazie a molti benevoli, e per il conforto del
loro assentimento alla dichiarazione da me proposta del tipo sin-
tattico 'vattelappesca', e per i nuovi dati che è loro piaciuto
di offrirmi. Una parte dei quali aggiungo qui appresso.
II, A.- Regioni galloitaliche. — Nel dizion. mantovano
dell'ÀRRiVABENE : vatt'a cala (Nigra). — Nel vocab. milanese
del Cherubini: vatt a saloa 'non t'arrischiare, abbi l'occhio',
vattel a pesca ^. — Nel giornale 'la Lombardia' del 19 feb-
brajo 1899, sotto 'Varese' [Biumo Superiore]: «una giovane
sposina..., detta Vatt'a mazza» (Salvioni). — Sarebbe esempio
di 'applicazione indicativa': 'l uà scèi-ca 'l so pà, ei va a cer-
care suo padre, nella Parabola in dial. di Ameno (Lago d'Orta)^
Rusconi, Il Lago d'Orta, 1881, p. 54 (Salvioni).
II, B.- Toscana. — Una versione della canzone di Susanna, pro-
veniente dalle montagne di Lucca, presso Nigra, Canti popo-
lari del Piemonte, p. 457, incomincia col doppio settenario: Su-
sanna vatti a veste — che sanderà a balla. L'è finale di veste
è al suo legittimo posto, cosi volendo l'imperativo lucchese di II
e di III; V. Pieri, XII 167.
II, D. -Provincie napolitane. — Parlata di Casalincontrada
(Chieti): vacchiame, vammagne, vabì)ide\ dove il de Lollis
riconosce, secondo XIV 458 : va-a-kjame ecc.
II, E.- Sicilia. — Molta materia mi aggiunse I'Avolio (cfr.
§ V) , e gliene rendo vivissime grazie , limitandomi però a qui
usarne in misura assai modesta, si perchè lo spazio mal conce-
- * Entrambi gli esempj anche nel Maschkà (v. più in là, §§ III-IV, n),.
provenienti dalla fonte P. = Poesie di Carlo Porta, ecc.
222 Ascoli,
Perebbe di più e si per lasciar libero a lui stesso un più ampio
discorso in qualche esercitazione sua propria. Mostra egli come
siano continue le serie parallele e assolutamente sinonime, rap-
presentate dal doppio tipo vaju e vviju, vaju a voiju, 'vo a ve-
dere', e accetta l'interpretazione *vado-et-video, *vado-ac-
video (allato a vaju a vvicliri *vado-ad-videre, cfr. XIV 457 n).
Egli esemplifica l'intiero paradigma; e cosi vaju a vviju vo a
vedere, vai a vviri (o a vvidi), va a vviri; jemu o jamu a vvi-
remu,jiti a eviriti, vannu a vvirinu; — jeva o java a vvideoa,
jevi a vvidevi, ecc.; — jivi a v vitti; jistivu a vvidistivu, ecc.;
— e anche: si iu jissi a vvidissi [se io andassi a vedere], si tu
jissitu a vvidissitu , ecc., con che s'esce dall'indicativo. La co-
struzione imperativa non compare nel paradigma ; ma , tra gli
esempj sparsi, vanno certamente all'imperativo, piuttosto che al-
l'indicativo: passa a vviri (= vedi) a tto patri; curyn a vvidi
■cu è. — Ancora cito da' suoi esempj : vegnii a pportu o vegnu
■e pportu, vengo a portare; toì^nu a ffazzu o tornu e ffazzu,
torno a fare; e finalmente (cfr. XVI 461 467): mi vegnu a
ghjettu é vostri pedi; vi tornu a ddicu; 'u turnamu a llas-
samu a vostra casa [lo torniamo a lasciare alla vostra casa];
'u turnau a ppurtau 6 so postu [lo tornò a portare al suo po-
sto]; e si 'u turnassimu a faclssi?nu 'n atra vota? [e se tor-
nassimo a farlo un'altra volta]?
§§ III-IV. Le dichiarazioni del costrutto. — Il mio sag-
ginolo è stato composto quasi in ' contraddittorio ', mentale ed epi-
stolare, con un insigne collega, il quale sosteneva l'opinione che
il costrutto va a piglia fosse un 'compromesso' tra va a pi-
gliare e va piglia o va e piglia; della quale opinione egli pa-
reva dover rifare (e forse rifarà) la storia in un volume che
tutti aspettiamo con viva impazienza. Era questo stato l' avviso
■del compianto Gaspary, e pur d'altri prima di lui; ma l'artico-
letto polemico, in cui il Gaspary l'affermava, non sono io riu-
scito a rintracciarlo se non in questi giorni ^ La mia confuta-
zione stava intanto come implicita nelle ultime righe di XIV 467.
* È in Zeitschr. f. rom. pìiilol., Ili (1879) 257-9, o ne devo la precisa in-
•dicazione all'amico prof. Biadene (2 febbrajo 1^89), Ha, com'è naturale,
Un probi, di sintassi comparata dialettale (continuaz.)- 223
Gli esempj latini, dei quali io confortava la soluzione che ho
dato del nostro problema (*vade acpilia, ecc.; XIV 468),
erano i soli plautini, secondo lo spoglio del Draeger. Ma ne ab-
biamo anche in Terenzio. Raffaello Fornaciari, lette appena le
mie righe, citava Tabi cito et suspende te, Andria 255, che
meglio ancora ci piacerà nella lezione ora adottata: abi cito
ac suspende te 'vatti a impicca' (XIV 455). E l'amico prof. Gia-
comino, fatto pur di Terenzio lo spoglio intiero, aggiungeva: tu
abi atque obsera ostium intus, Eun. 763, abi prae strenue
ac foris aperi, Adelphi 167, abi atque... enarrato, ib. 351,
abi domum ac deos comprecare, ib. 699; allato ai normal-
mente asindetici : abi prae, cura ut sint domi parata, Eun.
499, abi, ecfer argentum, Timorum. 804, abi intro, vide
quid postulet, ib. 871, abi, vise redieritne etc, Phorm.
445, abi, die esse etc, ib. 712; abi prae, nuntia hanc ven-
turam, ib. 777; curre, obstetricem arcesse, Adelphi 354.
§ V. Di ulteriori traccio di ac od atque negli idiomi
neolatini. — È noto il tentativo di valersi di atque per la
dichiarazione di anche it. ecc. (Kort. 871), e come sia autore-
volmente sostenuta la combinazione atque-ille ecc. {aquel ecc.),
ali. a ecce -ili e, Meyer-L. gr. II 596; dove è ora però da con-
frontare : G. Rydberg, Zu7' geschichte des fìmnzòsichen a, II. 2.,
321-22 (Upsala 1898). — Ma dopo la pubblicazione dell'Articolo,
al quale queste! linee servon di prima appendice, la ricerca di
altri esiti di atque ac s'è come infervorata.
Pensarono simultaneamente a riportare ad a e Va susseguito
da doppia consonante nei numerali diciassette diciannove, il Sal-
viONi, 'Nuove postille italiane' (Rend. Ist. Lomb., 1899), il Pe-
trocchi el'AvoLio; e veramente ci avevo pensato anch'io. L'ac
essendo sinonimo di et, nulla ci sarebbe da ridire, sotto il ri-
osservazioni critiche non punto diverse da quelle che io pure accampava in
XIV 464-5. Ma la dichiarazione sua, che io indirettamente impugnava, era
in effetto già messa innanzi dal Maschka, 'Die conjugation der neumai-
landischen mundart', Innsbruck 1870, p. 47 (n. 35); il quale del resto si
avventurava ad affermare che il costrutto fosse affatto estraneo all'italiano;
cfr. più in là, al § V. Il Gaspary, alla sua volta, era limitato al toscano
>e al siciliano.
224 Ascoli,
spetto ideologico; cfr, decem et septem, decem et novem;
e nulla potrebbe opporre la fonologia. Ma, e per il significato
e per i suoni, ad quadrerebbe ugualmente, cfr. Diez gr. IP 442.
Manca perciò un sicuro criterio di preferenza tra i due , pur
senza tener conto della dubbia concorrenza di un terzo termine^
cioè di a[dj da e [d] atono, = et; cfr. Me^-.-Lùbke II 592. Il d
sempre risuona nel piem. dis'dót, venez. disdoto (onde il dici-
dotto del Bembo ; ne ci lasceremo sedurre da M.-L. it. gr. § 142),
diali, nap. decedotte, allato all' it. dici-a-otio, fri. dis'-e-vott ecc.
Ben maggiore la probabilità che a e si avvicendi con et, in
modi come tutt' e ddue tuW a ddue del toscano , com' e ite di
Roma e Toscana, allato a cum' a ite di Napoli; cfr. Schuchardt,
Roman. Ili 18-19, Zeitsclir. XXIII 334; e Vising, nella 'Miscel-
lanea Tobler', 113 sgg. Nel siciliano (Avolio): ogni e ddaiy
ogni e vvinti, ogni e cceniu, ecc., allato a ogni a ddui, ogni a
coentUj ecc.; ogni a mmisi ogni mese, ogni a ttaniu; e insieme:
ogni ddui, ogni ccentu, ogni ttaniu, ecc.; dove non basterebbe
a far pensare all' ad Yognadunu (sebbene accompagnato da quar-
cadunu) clie sta allato a ognedunu e ogni a unii ^.
Non ripugnerebbe, 'a priori', che tra i Neolatini si continuasse
l'atque pur in condizione di bisillabo {* akke *akka ecc.; cfr.
VII 527-8 n) ; e certo son notevoli i sicil. vacaveni, vacavegna^
^ via- vai, andi-rivieni', addotti dall' Avolio come esempj di sostan-
tivi ottenuti per 'giustapposizione', cfr. sp. 'va-i-ven', ecc. Anche
m'offre lo stesso amico il sicil. fracatantu 'frattanto'; cui s'ag-
giunge, intanto dalla parlata di Noto, il sinonimo fratacatanta.
E per questa via eccomi ricondotto finalmente all' enigmatico
vacqualtù della tradizione letteraria italiana, cui penso da pa-
* ''ognadìino.a ogneduno ne' Vocabolarj siciliani'. — Di qualche altro caso,
più singolare, dove in Sicilia s'alternino, come particole congiuntive, Ve e
Va, mi dà ancora notizia l'AvoLio. La Pentecoste (« Pasqua di Pentecoste »)
è detta Pasqua e Ppinticosti oppure Pasqua a Ppinticosli. E i giorni della
Settimana Santa, son detti: luni e ssantu, marti e ssantu, mercuri e ssantUy
jovi e ssantu, vénniri e ssantu, sàbatit e ssaniu (sàbatu santu); oppure: luni
a ssantu, marti a ssantu, ecc. Meno comunemente di luni marti ecc., si
dice allo stato isolato: luniria (lunae dies) martirìa mercurir'ia jovirìa ven-
nirirta; e analogamente: luniria sanlu, martirìa santit, ecc.
Un probi, di sintassi comparata dialettale (continuaz.). 225
recchio tempo, incontrato poi che l'ebbi, nei vocabolari, come
presunto sinonimo di 'vattelappesca'. Cosi nel Dizionario vene-
ziano del Boerio (s. catàr): vatela caia 'indovinala tu grillo,
vacquattù'. E tra i Dizionarj italiani, il Tramater riporterà: vac-
quattù, vacquatùj «nome finto per giuoco, come dire: nessun
uomo, nessuna persona; simile al valcerca e vattel cerca de'
Lombardi ^ » ; dove è da avvertire che gli esempj del Tramater
punto non offrono prova di codesta somiglianza. Cfr. il Voc. della
lingua it. del Fanfani, s. v. Più numerosi gli esempj presso il
Gherardini, ma non ne viene mai alcuna congruenza col tipo
'vattelappesca' 'vattelaccerca' ecc. Né il Gherardini veramente
afferma una congruenza di questa specie; ma d'altronde la dis-
sezione {va qua tu), che è dubitativamente da lui proposta, non
vale a persuaderci ^
* Caratteristica la condizione della filologia italiana che non conosceva
i paralleli toscani di questi modi lombardi.
* Correzioni. — Nel voi. XIV, a p. 461, 1. 23-24, doveva essere stam-
pato: [Roman.] abhandlungen herrn prof. dr. Adolf Tohler von dankba-
ren schulern in ehrerhietung dargebracht, Halle 1895 (= 'Miscellanea To-
bler'). — Nello stesso volume, a p. 336 e 469-70 (capor^ ecc.), era da ci-
tare: F. NiTTi DI Vito, Il dialetto di Bari, I, Milano 1896, pag. 1 n.
Archivio glottol. ital., XV. li
IL DIALETTO DI CERIGNOLA.
>. ZINGARELLI.
[Continuaz.; v. sopra, pp. 83-96.]
N. — 72. Intatto per lo più: nùte^ chjàne plana pialla, cano-
neke, panarizze pan arici u, frasene, cQfene^ spinele sp inula spilla,
amine. Agli esempj comuni di n in l, aggiungerò Andulgine, cfr. sp.
Antolin; e noterò l'invertimento in Ggelorme. — In ìnezzejamiende
occasione, sarà 'iniziamento' che s'incrocia con 'mezzo'. In marange
arancio (ven. ecc. naranzo^ spagn. naranja), sentiamo la melarancia.
E sajgime saglna 'grasso', 'strutto', è manifestamente una forma
analogica, *sagimen, cfr. M.-L. II 486. — 73. Eliso in cuchigghje
conchyliu, cozzale, Flechia II 335. Della metatesi di N'R, cfr.
n. 58. Assimilazione : dol Luigge ecc.
M. 74. Intatto, iniziale e mediano. Superfluo dire che finale cade,
se non fosse per ricordare che cum, e so sum, con l'enfatico sonde.
Sporadico è il raddoppiamento protonico : cummende giumenta, cam-
moise camicia; dove, per frummagge ecc., cfr. n. 58. Ma fumé:, f^-
ìnene, ^nnamurcìte. — Forma enigmatica è vammdre levatrice, 'mam-
mana'. — 75. M'R dà Tnhr: cambre^ kekoìnhre n. 13, gghjuemhre ,
numbre, mbruvidde morbillo. Pare ình da MM, in cambumille cama-
milla, forse per relazione a cambe campo. — MN. Anche qui è suenne
•sonno' e 'sogno' e anche 'tempia dritta' (cfr. ted. schlàfé), con evi-
dente relazione alla posizione del dormiente.
Consonanti esplosive.
C. — 76. Iniziale, innanzi ad a, o, m, saldo, talvolta anche dove il
tose, ha la sonora: Cajeite, Cattane, concie culla, ecc. Ma: guveie
e ubi tu, gunMd' Gonfiare, gatte, gastgi^e, oltre g alesse, è garrdfe,
che è certo lo spagn. garrafa. — 77. Mediano , anche saldo : vràhe
braca, àke, fQihe, fueke^ lattùke, chjeike^ zouke, pouhe^ luche, assuca
asciugare, annecd' ad ne care, seike, spgike; ma cfr. Ascoli IV 170 n.
Ancora: frabbecd'., carecd', nazzecd' cullare, vennecd' vendicare. Ma:
Il dialetto di Gerignola. 227
dra^e^ lage, imgà', fatgi§e ; e qui vada anche fragasse. — NO sempre
in ìi§: trun§e^ ciun§e tronco, mutilato, an^oure (anche in senso dubi-
tativo, come ne lat., [av]), 'ngaTiarse imbronciarsi (con imagine presa
dal cane), 'n gùedde 'in collo', 'n ganne in gola, il plebeo *n gate verso
(in-xaTot). — 78. CR in gr all'iniziale: greite^ grgine crino; ma croune^
crouce^ crepa crepare. Mediano con l'epentesi: sa^ere^ ma§ere^ c^Of^?-,
allegere ; notevole larme (cfr. il frc), accanto a lareme e lagreme ;
V. n. 58. — 79. Di tt da CT non occorrerebbero esempj. Ricorderemo
nondimeno platteke pratica, pettele piotala (cfr. D'Ovidio IV 152, e
pel signific. scherzoso il tose, tovagliolino). — È CO dissimilato in
acquacculà' accoccolare. — 80. CE, CI, danno costantemente la pa-
latina. Superflui gli esempj, e solo noteremo cendre chiodo, xsvTpov,
dgice dicére, annùce inducere. Pure abbiamo zippere cippu
stecco; come da ce: azzetlà' accettare, cfr, n. 44. Sarà uno spagno-
lismo arceje^ acceggia, sp. arcea. — NC dà ng : 'n giele^ 'ngeTià'
*incaeniare, venge vincere.
QV. — 81. Intatto innanzi ad a, e: quanne quando, cui risponde
l'analogico tanne allora, 'tum'; qualle quale, la quale 'la qualità',
quande quanto, nequetàte iniquitate; cfr. secuta inseguire, cujdte
quieto. Dileguo dell'elem. lab. in scarne^ ca congiunz. e pron. rei. Dopo
n: cin§e^ dunge. In gw. aguale^ guerce quercia, aguanne (cfr. vanngine,
n. 29), — 82. Innanzi ad e, ì, è e, oltre che nei comuni torce ecc.,
pure in cerse quercia. Gutturali suonano pur qui: chi^ che pron., che
nel barese sono ci^ ce. — 83. [Le forme enfatiche dei pronomi di-
mostrativi composte con e e cu sono: quisse^ quidde msc. e ntr. sing.,
ellisse^ chidde plur. dei tre generi; quesse^ qmdde fem. sing.; di fronte
al napolet,, che ha sempre perduto l'elemento labiale, e al tose, che
l'ha sempre serbato. Così il campob. quiste^ quisse di contro a cheste,
chesse ecc., IV 152 172, e cJiisse ntr, plur.; l'abruzzese kuiste, kuesse
di contro a kiste, De Lollis XII 20 n; il barese cusse, cudde di contro
a ellisse^ chedde, chidde. Nel basilisco sta cwe di contro a quire. In
generale pare che -a ed -o di base romanza mantengano l'elemento la-
biale, ma -e ed -i lo respingano ; cfr. anche D' Ovidio, IV 172.]
6. — 84. Iniziale, innanzi ad « o w, sempre intatto : gadde gallo, ecc.
— 85. Mediano, tende generalmente a suono spirante, che partecipa
della natura della vocale cui sussegue: raJiù ragout, ràhoste angusta,
chjdne plaga, il \eiievax.rejelle riga, ecc. Tuttavolta in postonica si
può ancora sentir ^ : chjd§e^ gastgi§e^ neige nego, fatgi§e ; lagene Xa-
yava lasagna; ma putd§e^ e il singolare doule doga. In tonica e pro-
tonica bene spesso cade affatto : aùste , reìàle {j epentet. ), tianedde
228 Zingarelli ,
TTtyi^vo'^, pì'iatgreje; e innanzi aXVu sviluppasi talvolta un tv: preicu-
Igite e preulgitp, sbrewundte e sbreuTidte {§ second.), ma legume. — NG
intatto : manganiedde maciulla [xdcYyavov. — 86. GR iniziale perde di so-
lito il ^, come in napol. : rudde grullo, vanne grande, ma granezzùse
schifiltoso come i Grandi, messe grosso, propriam. 'grande' nel senso
materiale, range granchio, rattacdse grattugia, raticule graticola, rcine
grano (moneta; e cosi doje rdne^ quatt^rdne, ma tre ggrdne). Saldo :
gramene.^ gravete gravida. — Mediano, provoca epentesi di e : ti§ere^
ne^ere trasposto anche in nere§e (e pur nireve che suppone '^niuro).
— 87. GN ha perduto l'elemento gutturale, oltre che in canose^ an-
che in canale cognato, preine. Si riflette per n^ nel solo sin^e segno.
In livene li gnu coincidiamo col leunu leccese; e pimene pugnu ri-
corda stranamente il riflesso rumeno. L'esito abruzzese si sente in
diìte a gnu, ed è legittimo, poiché la pastorizia è esercitata da Abruz-
zesi nel territorio del nostro dialetto. L'esito comune in dene rene
pine. — 88. GV conserva di regola l'elém. labiale: lengue, 'nguille;
ma san^e sangue, ali. a sangie salasso. — 89. GÈ, Gì. Il g riducesi
normalmente a ó: celdte gelato, cierne genero, cenucchje^ f'^^?i cm-
cetà' cogitare 'aver cura, preoccuparsi', onde scucetdte^ napolet.
scuitate, libero, scapolo, e 'ngucete briga; curreice corrigia, sarta-
cene reticene, leciteme: cumme gobba gymbu, Morosi IV 130. L'e-
sito j si ritrova in assdje ex agi u, assajà' saggiare, detto delle mi-
sure, afdje fagea (il cui a- proviene dall'articolo fem. : Vafaje). Ma
ne' seguenti due esempj, che anche in altri dialetti si eccettuano, si
tratterà piuttosto di epentesi nell'iato: sajette^ majpstre accanto a
masie cfr. n. 2n. Dileguo totale in ma' mai. — NG' rimane intatto, e
mai non si riduce a n. Si estende analogicamente nella conjugaz. e
nella declinaz. : ^Qnge fungo, funge\ tenge tingo, e così via.
T. — 90. Saldo anche tra vocali: sputale hospitale, spdie, spatgine,
strale^ puteje, patroune, maire e patre in senso spirituale. Per il les-
sico è notevole aitane padre, che al vocat. fa tatd\ o anche tate fra i
contadini; cfr. M.-L. II 25. — Raddoppiato in ketioune cotone, come
negli altri dial. meridionali. — Non s'ha di certo un mero accidente
fonetico in mùpe, muto, che in Campobasso vale 'sciocco'. — Le
congiunz. e ed o fanno sentire talvolta dinanzi a vocale un d succe-
daneo di -f ; e pur qui s'ha decedoite diciotto. Costante l'apocope di
-te in -TUTE : serveiù e simili ; ma -tate ne va immune : caretdte sa-
neldie piatdie. — 91-2. NT costantemente in nd: inde entro, andgihe,
*n derre^ don Diadoseje don Teodosio, don Datonne don Totonno (An-
Il dialetto di Cerignola. 229
tonio), sande^ che si riduce facilmente a san innanzi alle esplosive
sorde e sonore e a /"; cosi si dice costantemente semi Bietre ^ sam
Baule., sam Biase (cfr. n. 99), sam Brangiske san Francesco, san
Giaccpìm^ ma sande Lùke, sande Matt^je^ sonde Rokke., sonde Lu-
narde., sonde Stranzelà' s, Stanislao, sande Vgite. Notevole derlampà!
'^interlamp- lampeggiare; e qui pure 'ndruppecà' n. 60. Curiosa
metatesi stendgine intestino. — Alterazione terziaria in mannQile 'man-
ille' asciugamani, e manece mantice (cfr. n. 95). — R'T in roJ: spirde,
sorde sora-tua.
D. — 93. Iniziale, sempre intatto; e cosi mediano nella tonica : ca-
dute, fedele., vednve. In postonica, si rinsalda però in t : cicute, noite,
creite., fette, stubbete stupido, fracete,, 'ngutene incudine, quatre\ ma
ancora : Mataldm, potesse badessa. Raddoppiato in addoure, accanto
a adoure odoro. Caso di falsa etimologia è alleggergie digerire. Son
ricomposizioni con a: aucchjd adocchiare, aumbrà\ aungite, contro
l'ipotesi del Morosi, IV 141. Finale parrebbe saldt) in ched innanzi a
vocale. — 94. In Z, nel comune cicale, in Ggileje, spagn. Gii', e per
dissimilazione in delle dado. In r : rgire ridere (non é da pensare a
ri [de] re); reire erede, solo nella frase da reire scennsnne di erede
in erede. Esempio incerto rasoule vaso per conserva di acqua, di
contro a sarole del circondario subappennino e sedare del campo-
bassano. In t: talfgine delfino. Superfluo finalmente dire che vdke,
vado, è forma analogica, cfr. ddke do, stàke sto. — 95. ND in nn : cer-
canne ecc., quanne e tanne, linne lendine, annùke induco, sfunnà',
mbonne infundo bagno, chennutte, vattinne vattene. Scempio per lo
più nel proparossitono o in seconda protonica, cfr. Ascoli e D'Ovi-
dio, IV 176 : funeke , granedineje granturco, guinele , quinece , n. 66,
renenedde rondinella, scanagghje ' scandaglia' = capperi !, caneliere, ca-
nelgine specie di confetti 'candelini', canele cero, ricavato da cane-
Mere, menekà' mendicare, granele pi. masc. 'grandine', accanto a gra-
nenàte, grananiedde piccole grandini; il mutato suff. di granele. sarà
analogico a truonele, né sarà da pensare a» grano, cui non sconver-
rebbero il prov. granila e l'it. gragnuola ; enece éndice.
P. — 96. Saldo, più che in toscano: capidxle, cape f. caput, capa'
'capare' scegliere Ascoli XI 427 sgg., opre, peipe, rgipe, soupe su-
pra, cap'ìzze cavezza, recupere ricovero, puteje. Ma in v col tose:
reUgive ricevo, cuvierchje, cuverte, povere, saveje, vescule vescovo. —
Per PP ricorderò cappe, struppele cenci o corde ravvoltolate, strop-
pu; capoune. Geminato ìnpippe pipa, suppa strappare dissipare o
'^ eo:sipare, — 97. E scaduto in ^ e quindi raddoppiato secondo il
230 Zingarelli,
n. 99, tra vocali o accanto a liquida (e non già passato direttamente
a bb), nei seguenti esempj: abbrgile aprile, lebbre lepre, accanto a
levriere^ sebbulke sepolcro, sebbelgie , sebbletùre^ addobbeje alloppio,
trebbusgie idropisia, stubbete\ e così bbufangie epiphaneia, Bello-
neje Apollonia; ma è rifatta l'onomatopeia in bbubbù upupa. — 98.
MP, N'P, sempre mb: cambdne^ mbgise impensu appiccato, cattivo,
t'umbamiemle rompimento, '-mbodde bolla ampulla, 'ra biete 'in piedi'.
Ofr. NC, NT.
B. — 99. Iniziale, in v: vokke bucca, vesazze bisaccia, vouve^
vase basso, volte botte, vutta buttare nel senso di 'spingere', vdve^
vdreve, vegghjette^ vràke^ varde barda, propriam, 'basto'; vriggìije^
vrdóe bragia, vraciere ecc. — Mediano, pure in v. diweire, gavete
gabata, carvune^ soreve sorbu, sureve subere con metatesi, gu-
veie, fave, ecc. Semiletterarj : l'esotico abbeite, cibbe accanto a ogive
cibo e miccia, cevd' cibare, debbide^ plubbaglie (non popol. anche pel
-glte)^ rrobhe^ àbbele. E dove è ò, iniziale o mediano, sempre suona
doppio. — Per scaravàce^ lavane, v. Ascoli X 8. — 1 00. NB, N'B,
in mm, e talvolta m : gamme, vammdce bombagia, e vammacdre, il pic-
colo strozzino, che ripone i pegni preziosi in scatolini pieni di bom-
bagia; camend' camminare, 'mute imbuto, ammarrd' barrare, *imb-,
'vn 'mokke 'in bocca'.
Di alcuni accidenti generali.
101. Casi di raddoppiamento spontaneo dell'iniziale: rrobbe , rre^
rmnirde, cchjù, nne, come in campobassano, cfr. D'Ovidio, IV 179;
mmulte multa, forse da in multa, cfr. tose, ninfemo ecc. Alcune voci
sogliono avere in fuzione enfatica un rinforzamento particolare: gune
uno, ggie io. E qui ancora stieno, come di ragion particolare : 'nn ac-
que, 'nn odeje in odio; cfr., per l'abruzz., De Lollis, XII 22; ddgie dio*
102. I monosillabi, forniti di facoltà raddoppiativa, sono: e et (es.:
e ll'oume, ettiie)', nne ne e» no nel senso di 'nec' (nel qual caso usa»
spesso la correlazione nom bikke — man§e); cchjù', pou poi, solo in
pokke orbene, dunque; ggd solo in gga oca giacché; che quid, quod,
cum; a, ad (ma non in funzione connettiva, p. es. aveiva ógie 'aveva
[ad] ire', dove sembra piuttosto Va finale ripristinato che non ad,
cfr. n. 105); pe per; so sum e sunt, e est (ma e gueire è vero), sì
sei (e-s). Inoltre i, art. plur. fem. {i ffemene)', e anche ti il, ma solo
innanzi a certe voci di cucina: u ffueke, ti ppdne, tt llatte, u ffrum-
magge, u llarde, u mmuste, u ssdle, u mm^ile, ti ssiere, u rraliù; e ad
Il dialetto di Cerignola. 231
aggett. usati neutralmente: u megghje, u nnueste, u vvueste, u Itutte.
Dove insieme va considerato un art. i il, certamente = il le, rimasto
solo in bocca ai contadini, e solo innanzi alle parole testé citate: i
ffueke, ecc. E talvolta pur dopo la', la mm-mde mente, forse semi-
letterario ; cfr. la mende menta. — Raddoppiano anche ddà' là, cqucH
qua: ddd vveógine, equa ssotte, ddd rreite, ma solo in codeste connes-
sioni avverbiali; e all'incontro p. es. : ddd' dieci e equa! vinde, là dieci
e qua venti. — Gl'imperat. vd't fd, di, sta' non hanno facoltà rad-
doppiativa se non innanzi al pron. enclitico: staile, vattinne; dimmille.
1 03. La vocale paragogica tace, V-gie si riduce ad -i, e l'è ritorna
a piena entità di vocale (cfr. n. 105), per eflfetto di stretta combina-
zione sintattica; onde: ttle, Lunedgie, partgie partì; ma tu poti, parti
subbete, vede bbuene^. In Lunedi mmatgine parrebbe aggiungersi la
geminata, ma si tratterà veram. di Lunedgie a mmatgine (D'Ovidio).
Cosi è illusorio (come nel campobass. e nel napol.) che abbiano virtù
raddoppiativa quakke, ogne [ogm ttande), trattandosi realmente d'un
et frapposto; e cosi anche per cùme: cume tteje^cmne ttanne 'come
allora'. Interviene all'incontro ad dopo cantre, soupe, sotte, e ancora
eterne : condr a tutte, soicp' a mmeje, ciirn a tteje ^. Con 'nda, 'mbra ri-
saliamo a intra, infra, e non e' è raddoppiamento. Dopo le voci
raddoppiative le vocali prendono §: orie Qerve, nne gidde ne [e] il le,
0 si fa la sinalefe: on ereve.
1 04. L'iato, come s' è veduto testé, è tolto via con l'epentesi di ^,
quasi sempre; ma perché il popolo ha rimediato altrimenti a questi
incontri, e alcuni ne sopporta agevolmente, per es. one une, pudte,
sentiamo questi g assai meno frequenti che non nel molisano, nel ba-
silisco, e persino in certe borgate vicine del Tavoliere, chiamate
Siti Reali (Ortanova, Stornara, Stornarella, Carapelle, più vicine al
foggiano linguisticamente), dove abondano. — S' è pur veduta l'epen-
tesi dij: majeste, Raffajeile; e porremo anche qui vizzeje, studeje^
insomma voci di origine letteraria, con -j- complicato, in postonica.
105. La vocal finale muta del feminile singolare riappare nell'ag-
gettivo e il pronome che sia primo nella successione sintattica di due
feminili (cfr. n. 103): bona fe^nene (notevole bona e non bouna, come
se fosse in isdrucciolo, cfr. n. 2), f emena bboune ; quessa femene ecc.
Cosi nova nouve novissima. E la vocale è sempre a comunque ter-
minasse in origine quella voce feminile : vesta verde, verda verde, la
peiéa parte la peggio parte. Vi sono analogamente aggettivi masco-
* Per 'veder bene'. - [Cfr. pag. 224,]
232 Zingarelli ,
lini, che in certe combinazioni mostrano Va finale: tanda tiemhe, pouca
cibhe di poco appetito, pikka pikke pochissimo, pikka bhuene infermo,
indisposto; e sarà per l'analogia dell'e di feminile che similmente è
nelle condizioni di a nelle anzidette combinazioni.
1 06. Rileveremo qualcuno dei frequenti casi di confusione tra l'ar-
ticolo e il nome successivo: la Ignne onda, la Idpe, come a Rieti ecc.,
Valtanoie la litania; V afàje n. 89; e per l'art, im: nu 'ndurn&.se tu-
ro ne nse, che nel pi. é terngìse.
Appunti morfologici.
107. Una fìsonomia propria ha il nome adoperato vocativamente,
nel quale tace la parte postonica: Ce Cesare, Lui Luigi, cava ca-
vallo, guano (nap. guaglió); ma si riproduce nel nome che sussegue
reiterato: Ce Cesere, ecc. — La distinzione dei numeri e dei ge-
neri è regolata secondo i nn. 3, 4, 5, 8, 10, 12, 13, 16, 18, 20, 21;
sicché i nomi e gli aggettivi con -a-, -u'-, -%- sono invariati, salvo
le eccezioni considerate ai nn. 2, 19. — Plurali sul tipo di pectora:
casere case, capere 'capita' (onde è divenuto fem. anche il sing. cape
testa), zippere n. 5, pozzere^ occhjere. desterà, siozzere pezzi, àcure
aghi, i Cioccere ni. 'ciuche', cigcchere propriam. 'le viti', passato an-
che a sing., 'ciocco'. Qui anche perfoseZe e tronele. Non esiste sahkere
sacchi, come ha il barese, ma il derivato òhe saccurdle quadrello. —
Plurali neutri in a, passati a sing. feminili, sono notati ai nn. 5, 13,
18, 19, e si aggiunga rgise riso, nespre nespola. — A nr. 105 è detto
implicitamente che gli aggettivi di III lat. assumono tutti nel fem. la
desinenza analogica -a, nella condizione ivi descritta. — Sono femi-
nili: rame (cfr. Siìt. ì'amora)^ fgike (campobass. /fcwra) , canale, dgie
di, pijamite sorte, e indumento sacro, cumbgim limite (su fgine), prem-
niedoule pomodoro, come in napol. ; per crasi dell'artic: rate aratro,
ciedde uccello; eT^ìcenì pelmoune tcvjuuiiov, scaravdce. — Maschili: guar-
deje 'l'uomo guardia', trombe il trombetta, lebbre, fronde^ cvniece, po-
dece pulce, dire aja, crìatùre creatura, [reforme uniforme, siechje],
staggoune^ anche fem., pesoune pigione.
108. Di superlativi in ^-issimo^ l'uso è assai raro, e sostenuto
probabilmente da influenza letteraria: buniseme; puiendisseme il dia-
volo, certamente chiesastico; in generale vi si supplisce con la rei-
terazione, come : bbuene buene, gruesse gruesse ; o col premettere l'avv.
bbuene: bbuene malate molto malato, ecc. Di superlativi 'forti': ma'
seme, proseme, che è sostant. , e summe nella frase ad summe 'ad
summam', lettor. — Anche qui i comparativi: m^gghje, p^ce, meine,
magge, ma più spesso cchjù mm^gghje, ecc.
Il dialetto di Cerignola. 233
109. Dell'articolo si è toccato al n. 48; dei pronomi dimostra-
tivi enfatici, al n. 83; proclitici sono da iste: 'stu 'sta sing., stì pi.
(in tutte queste forme di articoli e pronomi, è costante V-i al plur.
fem.). — Pron. personali: Qìe, i' prot., tue^ tu prot., nùe nu^ vùe
vu, loure', obliqui enfatici: tneie, tije. Il pron. di 3.* pers. idde^ ^dde^
ha i e li al dat. sing. e al dat. acc. plur. dei due generi, u all'accus.
sing. msc, la al fem. Il pron. atono ce, oltre che per la 1.* plur., vale
pel dat. masc, e fem., sing. e plur. di 3.^ ps. : c'u doice glielo dice, ecc.
Annesso all' imperat. , sia pronome o avverbio, si suol far precèdere
da hie 'nde: dinge dicci, ecc. Susseguito nella combinazione stessa
da ille 'lo, la': imrtangille 'porta-ne-glie-lo'; cfr. purtatille, ali. a
puertetele. Similmente per in?ie = inde: venimenginne , ali. a venirne'
cene. — I pron. possessivi seguono il sostantivo : la case meje, u cambe
tùe\ e sono affissi ai nomi di parentela: attaneme mio padre, tnatnete,
sorde n. 2^, fraterne, fratte, zejaneme^ serogete, cierneme, nunete tuo
nonno, nanete tua nonna, canatte. Ancora: patruneie^ e finalmente ca-
ste casa tua, ma non caseine. — Prefisso e inseparabile è il pron. in
meninne 'mi-ninno' bambino, come in tnadonne ecc.
110. Conjugazioni. — Sono propriamente due : quella dei verbi
in -are, e l'altra, che diremo seconda, di tutti i restanti, salva la
difibrenza negli infiniti {vedeje, murgie, legge; e sul tipo legge anche
sende sentire, come il nap. sendere). La tonica del tema verbale se-
gue nella secondale norme dell' e (nn. 8-10). Cosi, accanto alla prima
conjugaz. che fa nell'impf. candàve, nel perf. candappe, candaste, nel
cong. candasse, la seconda ci dà: impf. 1.* e 3.* sing. ved^dve mureive
leggeive, 2.^ sing. o pi. vedieve murieve leggieve\ ^evtvedieppe 1/ sing.,
vedieste 2.^ sing. e pi., vedgie 3.* sing., vederne 3.^ pi., e cosi mu-
rieppe, leggieppe\ congiunt. vedesse vediesse, vedessene ecc. Una note-
vole eccezione è nella l.'^ pi. del pres., dove all'incontro saremmo
alle ragioni dell' e o dell'/: vedgime le gg girne muroinie, vedoite le gg gite
murgite. Anche i verbi della prima, cfr. n. 1, piegano nelle 2.® del-
l'impf. all'analogia dell'altra conjug.: candieve, ali. a candàve; ecc.
— Terze plurali: candassene candarrinne n. 115, candarne. — Il
partcp. :-rtte nella prima conjug., -i5;fg nell'altra: caudate, leggùte. Si
conservano, organici ed analogici, alcuni ptp. forti, ma tutti hanno
accanto, più o meno usata, la forma debole: apierte, acógise ucciso,
chjùse, cuetie, ditte, annuite n. 95, affeise, fritte, rmndse rimase, mgise
{misse è letterario per 'messo' sost.), spase, perse .^ chiande pianto,
pueste, mueste Arch. Ili 467, punde, tinde, tuerie^ stuerte, unde, vinde,
fatte, rutte, viste. Notevole vippete formato sopra un perf. vippe che è
234 Zingai-elli,
nel sic. vippi '^bibiii, ed era nel napolitano. — Nei tempi composti
spessissimo interviene l'ausil. 'essere' invece di 'avere'.
111. Presente dell'indicativo. Nei verbi con à, w, I non
variano le persone del singolare, e sogliono perciò richiedere il pro-
nome ; variano in quelli con e i, è, 6 u, ó, secondo i nn. 6, 10, 14, 16.
Altre volte ci soccorre la consonante a discernere la prima pers. nei
verbi in -co -go: dgihe, ma dgice 2.* e 3.% annuke annùce', ma per lo
più la 1.* è attratta dalle altre; ed ecco gli esempj raccolti: ^nge
fìngo, pgnge pungo, strenge stringo, venge vinco, onge ungo, monge
mungo, songe jungo n. 35, porge porgo; reice rego, frgice frigo,
leióe lego, 5^mee struggo (propriam, consumo, dissipo), creie cresco,
nase, pase, canose, esse exeo. Noterò alcune altre voci: vggghje vù
voule, fazze fa' face, sacce sa' sape, ven^e viene veine, vdhe va', stdke,
dàhe. — 112. Imperfetto. A ciò che è détto al n. 110 va aggiunto
che la 1.* plur. si riduce a canddmme, vedèmme', e cosi si pareggia
a quella del perfetto. — 113. Futuro. Si aggiungono alla voce del-
l'inf., con raddoppiamento di rr in protonica, e livellazione sul tipo
della conjugaz. in -are, le voci del pres. del vb. 'avere', onde can-
darragge, e con la variante contadinesca candarragghje; ecc. Ma
queste forme pesanti si vanno perdendo, sostituendosi ai/ga candà',
agga sendc, 'ho cantare' ecc. È rifatto insomma il processo mede-
simo della altre forme, ma posponendosi l'inf. Che non sia agg'a
'ho a', cfr. n. 102, 103.
114. Perfetto. Rare forme forti sarebbero vidde, strtte e l'ana-
logico dette, se non fossero *vidui, '^stetui, Meyer-Lììbke, li 380
382. Formazioni in -si: annusse induxit; morse, vgleze volle cfr.
n. 69 e anapol. voze', le quali cadono, con le prime, sempre più in
disuso. Si è vidde rifugiato nel proverbio ìneine a echi vidde e cog-
ghje a echi non viddi 'tiro a chi vidi e colgo chi non vidi'; morse de-
sta il riso e richiama la morse, arnese dei fabbri. A tutti i verbi
s'estende la prima singolare col -pp~', e insieme accenna a estendersi
anche ai verbi di prima la vocale tematica degli altri. Onde abbiamo:
candappe candaste canda , candamme candaste candarne\ sendieppe
sendieste sendgie, sendemme sendieste senderne; e talvolta pur can-
dieppe ecc. Al nostro -ieppe -appe rispondono le vicine contrade con
-iehhe -abbe^ è cioè tutta quasi la Terra di Bari, cominciando dalla
limitrofa Canosa, e anche alcuni luoghi di Capitanata, fra cui Man-
fredonia, che ha -iebbe -abbe accanto a -ette -atte. In Basilicata, Spi-
noso ci dà avippi aveppi, Casetti e Imbriani, Canti popolari. In questa
desinenza di 1.^ pers. abbiamo notoriamente la propagazione di ha-
Il dialetto di Cerignola. 235
bui, come nell' -e^3 forlivese di 3,^ pers. quella di habuit, cfr, Asc.
II 401, e tutto ormai in M.-L. II 304 segg.
115. Congiuntivo e condizionale. — Non usandosi più il
cong. presente (cfr. l'imperat. degli ausiliari), si adopera in vece sua
il presente dell'indicativo, e il congiunt. impf. quando si voglia insi-
stere sul concetto ipotetico. Anclie l'imperfetto è alquanto raro, e vi
si sostituisce spesso il condizionale. Questo modo fa: candarrgie, can-
darriesse^ candarimme, candarinne accanto a cui la forma in -ibbene,
specialm.: sarribbene. — II Db Lollis, XII 9 n, mosso dalla desinenza
teramana -iste, vuole che la 2.^ sing. derivi dalla voce corrispondente
del perf. anziché del piuccheprft. cong. Ma la forma teramana sta
isolata e si potrebbe spiegare col pron. di 2.* suffisso ad -isse, come
nel nostro dialetto e in altri accade nella 2.* pi. facisseve vedisseve
ecc.; laddove ss non potrebbe qui esser mai riduzione di st'^ v. n-, 117-8.
116. Imperativo. La 2.* del sing. pi., e la prima plur. suonano
come nell'indie, pres., la 3.* sing. e pi. come nel cong. impf. Ma se
precede la negazione, l'imperativo della 2.* sing. e plur., e della 1.^
pi. si forma con le voci dell'indie, pres. del verbo 'essere', prèmesse
al gerundio del verbo che si conjuga. Es. : non zi candanne 'non can-
tare'; ali. a non gandasse, 'non canti'.
117.' Essere '. — Ind. pres. : sonde , atono so ; sinde, si ; ejc, e ;
sginie; sgite; sonde, at. so. Impf. 1.^ e 3.^ eive ed nre; iere; erme; ie-
reve^ erene. Fut.: sarragge.^ sarrajg, sarrà; sarrame, sarrcUe, sarranne.
Perf,: fueppe, fueste, fùe; fumme, fuesteve (con pron. affisso), fùrne
e forne. — Cong. impf. 1.* e 3.* fosse, 2.* fusse, fosseme, fuesseve, fos-
seve, fossene. — Condiz. sarrgie, 2.* sarriesse\ sarrirnme, sarrinne e
sarribbene. — Imperat. si, fosse; sgime , sgite, fossene. — Inf. esse;
ptp. state.
118. 'Avere'. — Ind. pres.: agge, agghje, atono e; à\ ave, at. o;
avgime, avgite, at. girne, gite; anne e onne (e sopra onne: stonne donne
vonne). Impft. aveive; avieve; avemme; avevene (atone eive, «eue, em)ne^
evene). Fut.: avragge ecc. Perf. avieppe, avieste, avgie; cwemtne^ averne^
— Cong. impft. avesse, aviesse, avesseme, avessene (atone esseme, ies-
seve, esscne). — Cond. avgie e avarrgie, ecc. — Imper. agghje e agge,
agghicde ecc. — Inf. aoeje; ptp. aùte, atono ùte e anche vùte.
D'UN SAGGIO TOPONOMASTICO ELBANO.
Appunti cPv itici
DI
SILTIO PIERI.
Ho potuto leggere un 'Saggio di toponomastica dell'isola dell'Elba'*
di R. Sabbadini, estratto dal I voi. degli Studi glottologici italianii
diretti da G-. De Gregorio (Palermo, 1899; pgg. 203-21). Nonostante"
l'ingegno riconosciuto dell'Autore e la ricca ed elegante coltura, che
si mostrano anche in codeste pagine per osservazioni felici e dotte
citazioni, non si può considerare il suo Saggio (ciò che del resto il S.
stesso par consentire) se non come il lavoro, e diciamo pur notevole,
d'un dilettante. Nondimeno, anche per l'indole deUa Rivista in cui
avrebbe ad esser comparso, giova che ne sia qui parlato; e s'intende,
senz' ira e insieme con pièna franchezza, e badando sopra tutto alle
questioni di principio e di metodo. m
Quanto al distribuir la materia, il S. s' è generalmente attenuto a
una pubblicazione dell' Archivio \ la quale gli riusciva anche a pro-
posito per la molta aflSnità idiomatica de' due territorj -, nonché per
la qualità del materiale preso in esame, essendo quésto in tutti e due
per buona parte il medesimo. Nella trascrizione de' nomi locali manca
quella maggiore esattezza che, ove pur si faccia uso della comune
grafia italiana, è agevole ad ottenere con qualche altro segno (come
distinguendo e ed g tonici da e ed g, z da z, ecc.). Anzi nasce il so-
spetto, che alcuni nll. viventi siano copiati dalla Carta topogr. mili-
tare del 1881, senza poi esser verificati su' luoghi quanto alla loro giu-
sta pronunzia. E passo senz'altro all'esame de' fatti singoli.
(pg. 205.) L'attestazione che ci fosser de' Bibuli a Portoferrajo
non basterà di certo per riferire ad essi Acquavivola, considerata la
frequenza del ni. Acquaviva, tanto più eh' esso occorre anche nella
stessa Elba (v. a pg. 208). — In Campita Manci o Campi Tam,anci
^ 'Toponom. delle Valli del Serchio e della Lima' di S. Pieri (Quinta disp.
ào'Supplem. periodici), che in questo articolo citerò anch'io con P e il num.
della pagina.
^ L'elbano è un vernacolo toscano, in cui pajono prevalenti i caratteri
del pisano-lucchese.
D' un saggio toponom. elbano. 237
parrà anche a noi da riconoscere il gen. di Manciù s; sennonché il
primo termine del composto non riviene già a capita vette, ma è
proprio Campita da campus, vivo nel lucchese qual ni. a sé e con
numerosa progenie (v. P. 142-3). Del resto, l'epentesi della nasale deve
riuscire al nostro Autore, anche nell'ambito toscano, cosa assai natu-
rale, giacché poco di poi (pg. seg.) per Calenzano è postulato un *Ca-
letianus, ins. con *Oalent-. — (pg. 206). Monte Poppe esigerà il
gen. di Puppius (invece di Pupius); e l'è del secondo termine ri-
peteremo anche qui da concordanza col primo. Ma bisognerà poi ve-
dere, se la configurazione corografica non consenta proprio di pensare
alle poppe (mammelle), che secondo il S. sarebbero, per falsa etimo-
logia, in questo ni. Giacché nella denominazione de' monti ha molta
parte il loro aspetto, vero o 'veduto' dalla imaginazione volgare. —
In Cala d'Istia si riconosce aristula, a cui non si può quesVIsiia
ragguagliar senza sforzo (n' avremmo '^rischia ristia, e della caduta
di r non si vedrebbe ragione); e d'altra parte esso riviene, quasi di
certo, ad insula (v. P. 150); ed é forma volgare toscana da Ischia di
f. a^. — Per etimo di Castdncoli si stabilisce senz'altro un 'locativo
di castàniculu coli' accento ritirato'. Ammesso anche il locat. del
nome botanico, non necessario a dichiarar 1' -i, potendosi aver qui un
plur. ; codesto accento di quartultima parrà cosa da far proprio ag-
grottar le cigliai Se il nome in questione fosse realmente dal 'casta-
gno', bisognerebbe pensar piuttosto al dimin. seriore d'un "^castanco -a
da *castanicu -a; cfv. Pisdngola P. 25. — (pg. 207). Fegatella pare
senz'altro il collettivo per -ato, in forma di diminutivo, da ficus;
né si dovrà per esso proporre il bl. fegum feudo (vale a dir fego da
fevo, per feo, v. XII 156) ; giacché dal lato morfologico il nome riu-
scirebbe in tal caso, per la diversa sua qualilà ideale, assai malage-
vole a spiegare. E farà poi concorrenza fégato, posto che vi convenga
il colore del terreno o della roccia (cfr. Bianchi IX 386 n.). — Moriajo
potrà bene esser *moretaJo da morus, con doppio suff. di collettivo
(cfr. P. 238-9) ; ma anche, e molto più probabilmente, il fratello ger-
mano del cosi frequente Morteto da murtus. — Con ingenua fran-
chezza il S. accoglie il Mt. Pericolo tra i derivati da pirus, rico-
struendo un *piriculul... Ora è ben noto che codesta voce letteraria
* È ni. citato da una e. del 1779, che ora non m' è dato di riscontrare.
Avrà esso la sua ragion d'essere da qualche scoglio presso la spiaggia, o
anche da 'isola' formata per la confluenza di due ruscelli. E qualche scru-
polo rimarrà poi a causa d'ischio -a.
238 Pieri,
occorre spésso nella toponomastica a dinotare una frana o un precipi-
zio 0 un altro qualsivoglia accidente, che sia occasione di 'pericolo'. —
In Cala deltArpaja il S. scorge ra'paja da rapa. Può essere; ma ad
ogni modo importerà, onde non s'abbia erroneamente a supporre il noto
fenomeno emiliano, che ne sia bene spiegata la genesi, vale a dire: del-
la-rapajd, e poi della-rpaja o dell' Arp-, aggiunto 1' a della prep.-ar-
ticolo e con ettlissi della vocal protonica. E uguale diritto poi, se non
anche maggiore, vanterà qui Ripaja da ripa; cfr. P. 1G2. — (pg. 209).
'PevAì-egno o Nar- (questa voce con n della prep. in; cfr. XIV 434), si
postula senza esitare un *arenio (-onis), che secondo il S. starebbe
ad aréna, come sabulo (-onis) a sabulum. Sennonché la morfo-
logia storica del latino opporrebbe, mi pare, una non piccola difficoltà
per causa di quell' i derivativo di più, che si suppone nella base e che
d'altra parte al nostro etimologo riusciva qui indispensabile. Piutto-
sto è ovvio per Aregno, dato che quésto ni. spetti all' età romana, il
pensare ad Herennius (cfr. P. 47), intendendo però che la vocale
protonica si debba ripetere dalla prep. ad: '^Regno onde ai-Regno, e
poi Aregno (giacché rr si sdoppia anche in questo territorio; v.
Zucc.-Orl. 472). — Da Torre del Giove e Mt. Giove, che si donano a
iugum, s'esclude del tutto lòvis; e si cita poco a proposito il Bian-
ca, IX 387 e 420, il quale per nomi diversi ammetteva cautamente
le due diverse origini. Se Monte Giove provien da iugi, avremo li-
vellato nella vocal finale il secondo termine al primo. Ma che a Rio
si pronunzj Gigve, come ci é fatto osservare, non prova nulla contro
Io vis, perché nell'elbano si ha di regola g anche da ó libero, onde
pQi, novo, egeo, ecc. ; v. Zucc.-Orl. 473 sgg. ; e cfr. XII 112 n. - (pg. 210).
Quanto a Lavacchio da labes (v. P. 151), al S. par forse meglio la
molto ipotetica base *lavaculu (non vedo se presunto come un'al-
terazione di lavàcrum o ricavato direttamente da lavare). Gli tien
dietro La Vecchia, che potrà certo essere della stessa famiglia (però
da *labTcula, se mai, non da -écìila); ma come affermar ciò con
certezza, ed escluder che ripeta invece il suo nome da una 'vecchia' qua-
lunque ?... — Per la Madonna del Lacona o dell' Ac- o della C- si dovrà,
per ragion della tonica, rinunziar senz'altro a lacuna. La base cona
ancona (sktóv), registrata nei Dizionarj con esempio del Gennino, alla
quale anche il nostro A, si riferisce, sarebbe convenientissima dal lato
ideale (cf. P. 182-3 s. imagine e maiestate); e in tal caso la Mad. della
Cona risulterebbe un 'duplicato', una 'reiterazione', peraltro di qualità
ben divèrsa da quella che è in Linguaglossa ecc. — A dichiarazione di
Mt. Puccio Vu non ci consente di ricorrere a piiteus; e d'altra parte
D' un saggio toponom. elbano. 239
vien fatto di pensar sùbito ad *Apucius (cfr. -icius), o anche al vol-
gare Puccio, ravvisando qui un genit. passato ad -o di sng. (ma monte,
in questo ed altri casi, potè essere anche una 'prostesi' molto tardiva).
— In Cala di Uscelli il S. scorge, credo con ragione: ruscelli. Torna
male però ad ammettere un *luscelli, per aver la comodità di separar
da esso l'articolo. E dove sono altri l-l da r-l ? Si vede invece di con-
tinuo il contrario {r-l o l-r da l-l, per dissimil.). Riveniamo qui forse
a *7'msce^^t = * ri V uscelli (cfr. P. 235), del quale il ri poteva essere
eliminato come un presunto affisso inutile, o anche trasformato nel
segnacaso (cfr. Pie di Bondo in e. del 1779, riportato felicemente dal
S. a Perimundo, pg. 214). — Rialbano sarà forse = no cibano, ma
ad ogni modo non si dovrà affermar come cosa certa, facendo qui con-
correnza Alban US e forse *albanu; cfr. P. 16 e 232 n. — (pg. 211).
Per Tofonchino, che si vuol riconnettere atófus (v. P. 168), é postu-
lato con tutta franchezza un ^tofunculinu, aggiungendo cosi al
tema ben tre suffissi; e ciò senza che occorrano altri nomi corradi-
cali che, anelli intermedj della catena, coonestino in qualche modo la
presunzione. Del resto, per questo ni. il S. é proprio sicuro della pro-
nunzia 0 lo ha trascritto dalle Carte ? G-iacchè, tra 1' altre cose, mi
viene il dubbio che si tratti d' uno sproposito. — In Nisporto ed in
Namnia si riconosce amnis. Per Nisporto è realmente amnis por-
tus un etimo che pare non lasci nulla a desiderare. Sennonché co-
desto ni. potrebbe anche avere un'origine meno antica e assai più mo-
desta ; e non esser altro che i]n isporto. Infatti ha il sost. sporto varj
significati bene acconci alla toponomastica ('aggetto di muro', 'risalto
di monte o poggio', are. 'tettoja'). Quanto a Namnia non si capisce
come mai la supposta base in amnia (da un agg. *amnius, cfr. a
pg. 217) non producesse qui * Magna', e ad ogni modo il mn che per-
sistesse inalterato, sarebbe cosa, in territorio toscano, da strabiliare!
Innanzi tutto bisognerebbe dunque verificar diligentemente sul luogo
la reale entità di codesto nome. — (pg. 213). Lo s di Pisciatoio o Pe-
s' oppone alla origine da peti a; ed esso sarà forse una parola assai
umile (e poco pulita), che non ha alcun bisogno d'illustrazione. — Per
la sua tonica e per altro, il Fosso al Ziro non ci lascia pensare a
seria pignatta, olla; e può esser, se mai, l'equivalente it. ziro, forse
in senso idraulico; cfr. ìt. bottaccio K — (pg. 214). Ripugnando anche
* Per una curiosa distrazione, il nostro A. citando la base araba di ziro
rimanda all'AvoLio (Suppl. Arch. VI 99), il quale ivi adduce nll. provenienti
dal bl. ziro bastione (probabilm. = gyrus)!
240 Pieri,
qui la fonetica, il Fosso di Baracane non dovrà essere riportato a
*barga (P. 139), né confrontato con Bargana, che a ogni modo era
relegato da me nel Capii VII tra i 'Problemi'. Esso del resto è quasi
certamente da barbacane (cfr. Kòrt. 999), con cui già si designarono
diverse opere di fortificazione (oggi vale: scarpa a rinforzo d'una mu-
raglia), forse alterato per infl. di barra o sb-. — Per la Punta di Buz-
zancone si ricorre al téd. butzen torso delle frutta (che di certo
non si saprebbe donde fosse piovuto all'Elba!). Non dico che tale ori-
gine sia troppo bassa; anzi, se non erro, codesto ni. n'ha una assai
peggiore e meno decente. Se infatti, come pare, si deve legger Bu'z-
zancgne, sarà esso il 'nomen agentis' da '^buzzancare per buggian-
care (cfr, buggiancone), che è come buscherare una forma eufemistica
di buggerare (cfr. Kòrt. 1408) ; e avremo qui uno di quei nomignoli
personali di scherno, che non di rado appajono anche e si fissano nella
toponomastica. — Per il Fosso della Gneccarina il nostro A. ha lì
pronto il ted, sneck barca; e ne deriva sùbito una ^sneckulina, che
gli pare il fatto suo (eppure n'avremmo probabilm. ^ Seneccarinaì cfr.
il lucch. seneppino, dall' aat. snepfa beccaccia, Caix. st. 153).
Qui siano anche notati altri nomi, de' quali è oflerta una dichiara-
zione 0 tutt' altro che certa od erronea; e mi limito per amore di
brevità. — (pg. 204). Moio s. Modius. Sarebbe da riconoscervi una
forma mal volgarizzata (come noia da i]n odia, ecc.) ^. Se il ni. spetta
realmente a questa categoria, potrà rivenire aMaurius o simile. —
Capo Viti s. Vitus, per cui non si deve trascurar vitis, cfr. P. 109.
— (pg. 205). Isola di Cerboli s. Cervulus. Fa concorrenza il nome co-
mune, nonché acervus mucchio, e fors'anche acerbu. — (pg. 206).
Nercio s. erica. — Isolotto del Liscoli [dell'Isc-) s. esculus. Qui un
discolo non sincopato par poco verosimile, al pari d'un Hscoleto ecc.,
con cui bisognerebbe giustificare l'anormalità della tonica. Che questo
ni. ci asconda, dissincopato, *isclae= i[n]sulae (locat.)? E un'ipo-
tesi, confesso, che mi seduce assai. Ma ci sarebbe da pensare anche a
un tardo dimin. di *lisca da esca (cfr. P. 86), e anche ad altro. — (pg. 207).
Cala di Paieto s. pabulum, che deve essere invece ■= it. paglieto, cfr.
p, 157. _ (pg. 209). Punta di Cocliio s. cucco (in e. del 1779), dove tra
l'altre cose si resta incerti anche dell'accento. — (pg. 211). VolUana s.
vallis. È dato senz'altro per valle plana; il quale etimo, se non é da
escludere in teoria (il b ci ricondurrebbe alla fase ^Vallebiana ecc.),
pare assai poco probabile. Forse ha per base un gentilizio. — (pg. 212).
* Lo stesso dico di Poio, che vien riferito a podium (pg. 210).
D'un saggio toponom. elbano. 241
Fosso Caubbio s. bubulus. — Punta della Gioma s. glomus. Quasi che
il toscano potesse aver ^ da gl ! Ricordo, senza darvi importanza,
che Giorno è forma accorciata di Girolamo. — (pg. 213). Cala Serégoli
s. sericum. Forse è *serTcnlaé da sera (cfr. P. 166). E si potrà
pensare anche al genit. d'un ser Regolo. — (pg. 214). Consmnella s.
^Gonisummulus. — Capepe s. Pipo {*Pipo presunto generatore di Pi-
pino). — Punta dei Ripalti s. Ripaldi. Vi riconosceremo piuttosto rip[ej
alte (cfr. Ripalta e Riv- in varie parti d'Italia), mutato il genere per
via dell' / desinenziale. — Colle di Tutti s. Totto, il quale ebbe per
avventura il nome da una proprietà comunale (cfr. P. 123 s. commune
e compascuu). — Poggio Berghino s. berg. Starà meglio s. *barga; e
per l' e, cfr. P. 2^. — Fosso di Chiassi s. gasse, mentre chiasso viuzza
stretta, è voce d'etimo incerto ; e ad ogni modo non dal ted. gasse, come
pone anche lo Zamb. 287, perchè vi contrasta la fonetica. — Noterò qui
che a S. Feto (pg. 205), per cui è citato il S. Fili di Calabria, fa ottimo
riscontro il pis. S. Fele, XII 156; e che S. Mamiliano (ib.), se la gra-
fìa corrisponde al vero, mal può parer Mamilianus trasformato in
'santo', a causa del -IJ- (e non -gli-); giacché la forma letteraria di
codesto ni. si conservava più facilmente per tradizione chiesastica.
Come d'origine araba (pg. 215), trovo VAcqua Moresca, ove l'agg.
non ha nulla d'arabo in sé (Maurus!); ma di certo il nostro A. in-
tende che il nome accenni a soggiorno d'Arabi o Turchi all'Elba (cfr.
i Sassi Tedeschi, addotto a pag. 214 tra i sost. d'or, germanica). Gli
s'aggiunge / Magazzini, che é il nome com. italiano (e nulla di pe-
culiare s'inferisce, credo, dal fatto che all'Elba le case campestri si
chiamino magazzini; cioè 'granaj', col sign. fondamentale della base).
Del resto, che si parli di nll. arabi della Sicilia, soggetta per assai
lungo tempo alla dominazione degli Arabi, si comprende, e nulla di
più naturale; e v'occorron difatti in bel numero, a serie continue e
per intere categorie nominali e ideali. Ma all'Elba chi ce li avrebbe
portati ? Giacché ad ammetter tale imposizione non basta il fatto di
qualche approdo o scorreria, onde la storia ci abbia tramandato il
ricordo. Così non leggiamo senza gran meraviglia, che per la Spiag-
gia di Marcidore o Marg- (pg. 210), in cui prima si ravvisa, forse non
a torto, un marcldae orae, poi s'accenni a concorrenza dell'ar.
marg'ah padule, acquitrino; e che per il Fosso dell'Inferno ecc.
(pg. 212) si creda di poter postulare anche l'ar. fern mulino'. Se
' L'Inferno è assai frequente nella toponomastica. Ove per esso si de-
signi un luogo molto basso ed oscuro o un burrone o altro di simile, vi
Archivio g-lottol. ital., XV. 16
242 Pieri,
poi si tratta di nomi com. italiani di provenienza arabica divenuti
nll. all'Elba, quale è uno dei sopra citati, la cosa è allora ben diversa.
Ed eccoci ai 'Tentativi etimologici' (pgg. 215-9), in molta parte de-
dicati a illustrare alcuni de'nll. lucchesi da me confinati nel Oapit. VII.
La fiducia e lo zelo del S. in questo assunto non appajono indeboliti
per nulla dal considerare il mio riserbo, mentre io dichiaravo d'aver
omesso molte altre congetture ed ipotesi per riguardo alla indispen-
sabile sobrietà che m'era imposta dal metodo. Avremo noi dunque,
secondo il nostro Autore: — Papi, dal genit. o loc. di Papinius.
Quasiché il lucch. comportasse qualciie cosa di simile al noto feno-
meno bergamasco, per cui Giopino Gepp- si riduce a Giopì (cfr. Lorck,
Altberg. 33)! — Calabaja, da calle Varia. Ma, a tacere del -h- da
V, che per lo meno sarebbe insolito, dove s'ha mai un gentilizio in -iu,
con funzione d'aggettivo, - come sarebbe qui, -non ampliato in -ianu?
— Campo Simignani, dal genit. d'un '^Semonianus. Questo gentili-
zio, per cui dovremmo ricorrere alla dea S emonia, se non è im-
possibile, è tutt' altro che verosimile (meglio, se mai, ^Simonius da
Simo); e d'altra parte ci avrebbe dato, probabilmente: ^Simognani
o -ugnani; perchè 1' o od ic prot. doveva resistere, protetto com'era
dalla contigua labiale. — Man/selvi, da Mani silvae. 0 perchè non
anche da Malli silvae? La fonetica lucchese non avrebbe nulla da
opporre (P. 228 e XIV 432). E avremmo da postulare anche mali
silvae, 'meli della selva' o 'selve del melo'! Giacché per limitarci,
indagando l'etimo, alla categoria de'personali, è un criterio il più dello
volto sicuro la desinenza de' nomi; ma ove esso non ci soccorra, qual
ragione di preferire il personale al nome comune? — Maitemgnti, da
Matti monte s. Anche per questo potrei, volendo, seguitar sullo
stesso tòno.
Circa il Inceli. Cai, da Caius, domanda il S. se non sia da attri-
buirne la sorda iniziale alla pronunzia longobardica. Non saprei se
convenga escluder del tutto, che Caius abbia realmente esistito in-
sieme con Gai US, e che prima del 520 di Roma (quando fu intro-
dotto il e, V. Georges) si confondessero insieme nella scrittura. Escluso
ciò, sarebbe forse meglio vedere in Cajo (e in Cai ni.) una forma se-
midotta. Ma si casca dalle nuvole, udendo che il S. riconosce il genit.
potremo risconoscGr di certo, in senso religioso cristiano, 'la dimora dei
malvagi dopo la morto'; ma in molti casi non si tratterà che d'im mera-
ramente corografico inforna inferioro, basso, divenuto l'Inferno por una
volgare etimologia, a dir cosi, 'anacronistica'.
D' un saggio topoiiom. elbaiio. 243
Cai 0 Gai anche in Cqjanoì... — E sùbito, a dichiarazione di Covecchia,
Baciglio, Navdlico e Persoldtica, mi vedo regalare altre quattro basi:
cubie u la', *opaciculus, -novalicus, *solaticus; e senza pure
una parola che giustifichi il diverso etimo proposto o spieghi le no-
vissime costruzioni. Ma dunque l'egregio A. mi crede così mal prov-
visto di fantasia da non sapere iraaginar da me tante basi ipotetiche
(magari più plausibili per la jiarte formale), quante n'occorrano per
dichiarare anche tutti i nomi del mio Capit. VII? Sennonché il Di-
rettore di questo Archivio avrebbe dato di frego senza pietà; e con
sacrosanta ragione! Il proceder con estrema cautela nello studio di pa-
role morte e per avventura fossili, è una necessità che s'impone
come assoluta a cln non voglia far cosa puerile; e il pretendere di
spiegar tutto o quasi, mentre non siamo che all' inizio di questa sorta
d'indagini, è cosa che 'a priori' suscita diffidenze è ci scredita presso
agli altri cultori della disciplina storica.
Segue il S, contestando l'origine del lucch. Agno da agnus (P. 109).
Non escludo che, secondo egli propone, codesto ni. si possa senza vio-
lazione della fonetica ragguagliare ad angiilus (cfr. ug)ia da un-
gìila, ecc.); sennonché io là ho avuto per norma, oltre il fonetico,
anche altri criterj. Ma il supporre Nagni (e non '^ Nanni) da i]n
amni é mal cauto, se anche non impugnabile in teoria (cfr. ogni adi,
omnis, che peraltro si potrà risentire dall'are, ogna da omnia). E
Anja a ogni modo non deve esser ^'amnia, con nj intatto per intl.
di m (cfr. sogno da s omnium). Ciò vale altresì per Volanja, che il
S. vorrebbe = vallis "^amnia (la variante Volagna si dichiarerà col-
l'attrazione della serie nominale in -agno -a). Io, accennando con molto
riserbo alla possibilità di Volanja o -agna da valle *alnea, sup-
ponevo di tradizione volgare la seconda forma, e che la prima fosse
rifoggiata su Anja.
Rispetto a mal {mar) da vall[e], che il S. riconosce anche in due
nll. dell'Elba (e ch'egli crede risultare da 'adattamenti etimologici'),
non sarò io di certo a fare obiezione; mentre posso aftermare, parmi,
d'essere stato il suo ispiratore (v. il S. stesso, ivi; e P. 230 al nm, 70).
Ma egli abusa del fonema che io gli suggeriva, quando vuol togliere
dai loro luoghi (dove, almeno per ora, stanno assai ad agio) : Mala-
* Per Covecclda io proponevo, interrogando: ^cavicula; e rimandando
a cava, sotto cui, se vedevo giusto, il nome avrebbe trovato una numerosa,
parentela.
244 Pieri,
piana, Malocchio e Maloperta ( P. 129, 93 e 118), per l'accostarli a
vai li s; quasiché fosse la cosa più naturale del mondo il supporre
per ogni m inizialo l'origine da un b secondario! Né la prudenza mi
consiglia di tener proprio per certo, che Bareylia e -uglia siano val-
licula e -ucula; tanto più che Tesito rallentato di cl, non am-
messo neanche da tutti per l'italiano, é ad ogni modo relativamente
assai raro (cfr. Asc. XIII 453).
Ma ecco il S. afterraare che ogni mio scrupcdo, a postulare un *fal-
c uà ria come base di Falcovaja (P. 205), deve cessare di fronte al-
l'elb. Fetovaja, ch'egli riconduce - credo, felicemente - a *fagot na-
ri a (per la riduzione protonica in questa base, cfr. P. 87) ; e m'insegna
che d'-uario da temi in -o ci olire esempj anche il latino lettera-
rio. Sennonché nel caso mio non si tratta d'un tema in -o ovv. di se-
conda declinazione, ma d'un tema in -on o di terza (falcon-)! ... Ri-
costruendo un *falcuaria, bisogna supporre un metaplasmo assai
antico (promosso per avventura dal nomin. dell'imparisillabo), in guisa
che falco passasse alla quarta deci, o anche alla seconda. E i miei
scrupoli, ahimé, persistono ancora!
Terminerò rilevando con vivo piacere, - tanto più che le mie pa-
role potrebbero in qualche modo aver trapassato il segno, - che il
Saggio del S. si chiude con alcune 'Considerazioni storiche' (pgg. 219-
21), le quali non esito a dire eccellenti. E osservazioni felici, come fu
avvertito in principio, o argute intuizioni si notano altrove, qua e là,
e non di rado ; sicché non par dubbio che, proseguendo ed estendendo
la sua ricerca e rendendo più rigoroso il suo metodo e più compiute
e sicure le sue cognizioni glottologiche, il S. riuscirebbe di certo a
fornire un ottimo contributo alla toponomastica. Intanto io credo sa-
pere ch'egli è d'animo cosi buono, da non s'aver punto a male, se gli
ho fatto un poco il pedante addosso '.
' Aggiungo qui due parole intorno a un'altra (piestione che mi ri-
guarda. Ecco dunque. Il prof. Francesco D'Ovidio, in una sua recente
Memoria'^, chiude l'ultima parte della trattazione (pg. 82-4) col far
* Note etimologiche, estr. dal Voi. XXX degli 'Atti' della R. Accademia di
Scienze Morali e Politiche di Napoli.
D' un saggio toponom elbano. 245
cenno di quegli otto nomi locali che io ho 'trovato ribelli alla solita
accentuazione latina e romanza'. Egli dice :' 5» Cdmpiylia, Cóciglia,
Grdnciglia, Mai-iglia, Ndmpizzo, Pidnizza, Bétigna, Strùttiglia . . . non
accade fermarsi. Vengono da un territorio di confine; appartengono a
piccoli luoghi clie non possono opporre resistenza a mutazioni capric-
ciose, a false analogie, a incongrue storpiature nel passaggio dal ver-
nacolo alla lingua o viceversa; e non hanno storia o l'hanno breve o
frammentaria'. Ora io, com' è naturale, non presumo per nulla d'en-
trare nella questione, la quale ha provocato codest' assalto ; ma credo
anche di non meritare alcun biasimo, se cerco difendere un poco que'
poveri e maltrattati miei eterótoni. E poiché mi limito a una parte
di ciò che mi sembra si possa dire in proposito, ciiiedo perdono se
cosi risulta troppo lungo l'esordio.
Certo, essi spettano ad un paese di contine. Ma il confine qui non
è una linea arbitraria e convenzionale; è nettamente e fortemente se-
gnato dalla natura col dorso dell'Appennino e coi blocchi dell'Apuana;
e il popolo che vive di qua non è una stirpe di meticci né parla una
lingua da portofranco! E nessuno di questi nll. ci viene dalla 'più alta'
Valle del Serchio, dove occorrono infiltrazioni dall'Emilia, quantunque
in nuclei ben distinti e omogenei (v. XIII 329) ; anzi, e sono i due più
osservabili, Mdriglia Marlia fu od é presso il Serchio a breve
tratto da Lucca, e Cóciglia è presso ai Bagni di Lucca, vale a dir
sulla foce di Val di Lima e suppergiù al centro di Val di Serchio. E
d'altra parte, si noti bene, questi nomi, o i loro corrispondenti fone-
tici, non riuscirebbero men curiosi e bizzarri ove spettassero, dall'al-
tra costa dell'Appennino, al territorio di Reggio o di Modena. Ma come
parlare d'analogie ? Dove sono le serie in i-iglìa ecc. che possano avere
attratto questi pochi nomi? E ci fanno meraviglia giust'appunto per il
tono anormale, ossia per la loro strana pronunzia, obbligante a uno
sforzo insolito e che si vorrebbe evitare. In Mdriglia s'evitò infatti
coll'ettlissi, onde Marlia (riduzione questa che avvenne alla piena luce
della storia; v. P. 23); e sarà lecito il presumer che in altri casi allo
sforzo s'ovviasse col protrarre l'accento, giacché de' molti nll. in -iglio
-a ecc. come escluder che qualcuno, se altri pur l'ebbero o l'hanno, in
antico avesse l'accento di terzultima? E (neanche a farlo apposta!)
cinque de' nomi in questione appartengono a una stessa categoria mor-
fologica, e proprio quella che si vorrebbe rappresentata nell'are, la-
tino da Mànilius (v. Asc. XIV 341)1 Certo, questi poveri nomi non
tutti hanno una storia, quantunque alcuni possano dar buon conto di
sé per nove o dieci o più secoli, che non é poi tanto poco. Ma i nomi
246 Pieri, D'un saggio toponom. elbano.
che vantano una storia di più millennj son già acquisiti al sapere; e
ora si vuol piuttosto rintracciar gli umili e ignoti, cercando di strap-
par loro qualche segreto e far che irraggino nuova luce anche su que-
gli altri più illustri. Se noi screditiamo 'a priori' quanto di nuovo e
inatteso ci può rivelare l'indagine, si riduce di molto, a me pare, il
vantaggio che é ragionevole sperarne. Ora che faremmo se solo dalla
compiuta esplorazione dell'intera Toscana ci saltassero fuori un centi-
najo o anche solo cinquanta di codesti eterótoni? Li vorremmo con-
siderar come 'fatti che son fatterelli' (pg. 84), e francamente proscri-
vere? La scienza, è vero, ama d'esser liberata dalle eccezioni, e a ciò
deve intendere anche il suo più modesto cultore. Ma le eccezioni son
nodi da sciogliere e non da tagliare; e fa meraviglia che un cosi no-
bile e operoso intelletto come il D'Ovidio abbia ricorso questa volta
ai metodi d'Alessandro Magno!
Correzioni. — Pag. 91, num. 41: invece di summariu è da leg-
gere sagmariu. — Pag. 96, num. 68: 1. battello.
(
CONTRIBUTI ALLA CONOSCENZA
DE' DIALETTI DELL'ITALIA MERIDIONALE,
NE' SECOLI ANTERIORI AL XIII.
DI
V. DE BA.RTHOLOMAEIS.
I.^ SPOGLIO DEL 'CODEX DIPLOMATICUS CAVENSIS'^.
Sommario: — § I. Scrittura. — § II. Fonetica. — s III. Morfologia. — § IV. Appunti sin-
tattici. — § V. Lessico.
Avvertenza. — Con la presente ricerca e con quelle che faran séguito
ad essa, intendo ad illustrare lo stato de' dialetti dell' Italia meridionale,
ne' secoli che precedettero l'apparire delle scritture intieramente in vol-
gare. Verrò comunicando perciò una serie di spogli, che mi trovo d' aver
compilato da qualche tempo, dell'elemento volgare che si rinviene, fram-
misto 0 latente, nel latino delle scritture diplomatiche e d' altro genere,
appartenenti a quella regione. E incomincio dallo spoglio del Codex Diplo-
MATicus Gavensis, principalmente per ciò, che, risultandone uno schema
fonetico e morfologico presso che intiero, potranno poi opportunamente
raccogliersi intorno ad esso le materie provenienti dalle altre fonti, e riu-
scirne così facile e nitida la comparazione finale.
E invero di cotali fonti questa della collezione cavense è indubbiamente,
sotto ogni rispetto, la più cospicua. Le carte contenutevi son tutte originali e
non già copie, per quanto antiche, pur sempre ritoccate nella forma, come
sono, a cagion d'esempio, quelle che si leggono ne'regesti di Casauria e di
Farfa e nel ' Chronicon Vulturnense'. Esse sommano a mille trecento trentotto;
corrono dall'anno 792 al 1064, e, fatta eccezione di pochissime, provengon
tutte dalla regione che un di formava il principato longobardo di Salerno e
» I-IV, Milano-Napoli, Hoepli 1874-9; VI-VIIl, ibd. 1884-8.
Archivio glottol. ital., XY. 17
248 de Bartholomaois,
dalle terre finitime. La veste latina vi è, più che mai, sottile e grama: il lin-
guaggio vivo traspare e prorompe da ogni parte, e talvolta si lascia cogliere
in una nudità veramente inaspettata e singolare. Né codesta condizione di
cose muta col variar di tempi di località e di scriventi, ma si continua
imperturbata, da cima a fondo, per tutta la raccolta; onde si riesce, alla
fine, a una descrizione dialettologica compiuta, né più né meno di quello
che accadrebbe con scritture schiettamente dialettali. La qual cosa acqui-
sta maggior valore, in quanto che siamo a una sezione dialettale, non
disgiunta certamente dal comun fondo campano, ma che tuttavia non ci
era fin qui altrimenti rappresentata che dalla novellina boccaccesca del Pa-
panti.
Assai più ricco ed utile sarebbe ancor venuto V inventario, se mi fosse
stato possibile di appurar l'etimologia de' molti nomi locali che ricorrono
nelle carte, non tutti i quali son compresi negli elenchi, che stanno in fondo
a' singoli volumi. Una tale indagine esigeva necessariamente l'aver di con-
tinuo a portata di mano il reagente della pronuncia moderna, al quale pro-
vare la forma basso-latina. Ma poiché, per questo rispetto, assai poco c'era
da contare suU'ajuto delle trascrizioni fatte da' geodeti militari, e a me non
era consentito, per ragion d' ufficio, di condurre personalmente la ricerca
sopra luogo, cosi, non volendo sconfinare da' limiti entro i quali la serietà
del lavoro m'imponeva di rimanere, mi fu giocoforza di tentar soltanto
quelle categorie toponomastiche, che sono ornai più sicuramente riconosci-
bili; quali i derivati da personali e da gentilizj, da nomi di piante, da
nomi d'animali. Del rimanente, dato lo scopo a cui la presente indagine
è principalmente diretta, non dee questo lamentarsi come una grave iat-
tura; e forse e bene che codesta massa di nomi si serbi intatta per chi
un giorno imprenderà la compiuta esplorazione toponomastica delle valli
del Sole e dell'Imo e della penisola sorrentina.
A ogni modo, mi studiai che l'inventario riescisse quanto più completo
ora possibile, raccogliendo per ciascuna serie tutto quanto il contingento
de' rispettivi esempj. I quali cito, d'ordinario, con la data più antica, fa-
cendo seguire ad essa l'indicazione del volume e della pagina, quando
da sola non basti al facile reperimento. Non fo susseguire da alcuna in-
dicazione i nomi locali, che sien reperibili negl'indici de' singoli volumi.
Ma devo dire che più d'una volta m'è toccato di doverne ripristinare la
forma, che la stampa dell'indice aveva alterato.
Spoglio del Codex Cavensis; § I. 249
§ I. — Scrittura.
NB. Mi limito naturalmente alle grafie del nostro Codice, che abbiano
speciale attinenza con la storia del volgare, o possano, comunque, giovare
alla intelligenza de' passi e degli esempj che accada riferirne.
1. L'eu- di 'evangelo' è reso variamente: evvangelia ebvangelia eu-
hangelia, forme assai frequenti nelle scritture medievali e probabilmente
non soltanto grafiche. Cfr. Schuch. II 327, 522 n, Bonnet, Le lat. de Grégoire
de Tours, 145 e 167 n,
L'y è assai raro pur nelle voci greche d'importazione recente. Nelle uscite
de' masc. plur. volg., se ho ben veduto, non occorre che una sol volta:
'ubi a li gabatary dicitur' 1062 viii 185, probabilmente con valore di -ii,
secondo la consuetudine che vediamo prevaler grandemente nelle scrit-
ture volgari napolitano e abruzzesi del sec. XIV e del XV. Trovasi ày
per m in Laudelayca e Laudelayce 1064. Mayardo, allato a Man-
g nardo 1044, può esser nient'altro che un ^ Mày-\
2. Consonanti finali: v. Bonnet, o. e. 150 sgg.
Il -e è generalmente rispettato. Non manca tuttavia qualch' esempio di
omissione: 'componere promitemus nos vobi duplo pretius, o sunt solidi
quactuordeci' 798, '/io sunt tremissi dece' 819.
Talvolta omettesi anche il -d. Ma più spesso gli si sostituisce la sorda;
così, a ogni passo: aput quot quit at. Caduto e risarcito erroneamente
per -s: apo-s 'appo' 798.
Manca frequentemente il -m delle desinenze -am -em -um; cfr. Pott, in
Kuhn's zeitschr. XIII 24. Non è raro il vederlo all'incontro impropriamente
aggiunto a terminazioni in vocali; cosi: defensare-m difendere v. less.,
'gentis nostre-m\ e simili. Innanzi a dent. è n in tan tu 798.
Pur frequentissima l'omissione di -s; così: 'cum Consilio Aldefusi ge-
nitori meo' 792, 'sicundum ritum genti nostre langubardorum' 792, hobi
vobis 798 ecc., 'apos&o' apud vos 798, '■abea et possideas tu' 803, sa-
tisfacimu 819; cfr. Pott., 1. e. 241. Impropriamente aggiunto a voci uscenti
per vocale: 'cum boluntate-s Aldefusi' 792, 'pettia... abente-s fine'
799, 'accepi pretium a te hemptore-s meo-x'' 818; ecc., ecc. E di qui lo
scambio frequente delle terminazioni -es ed -is, cioè -i-s\ v. num. 64 e
cfr. Pott, zeitschr. cit. XII 198. Vadan citate le male vQ?,i\t\x7.\om: pluls 798^
'solidi treoa'' 803, e più strane ancora: bobit vobis 803, 'bonu serbitiu
quas mihi factum abit' habes 837. Pur qui occorre forsitans 860, dove
250 de Bartholomaeis,
il Pott, zeitschr. cit. XH 176, vedrebbe forsitan, accresciuto di un -si
dubitativo.
Anche il -x manca assai di frequente: colibe quolibet 798*, 'cot apos
bo remelioratu fuerV 798, discerni 821 ecc., citi... au... 798, si sit
ibd.; ecc. ecc. Cfr. Pott, zeitschr. cit. XII 167 169 180, Meyer-Lùbke, gramm.
rom. I 17. Spesso è -d: fiad sead sia, e simili.
Per-ph talvolta solo -p in losep.
3. Della doppia scrizione j e g, pure innanzi ad a o u, v. al num. 27.
Di -bff- che renda probabilmente ffg, al num. 28.
l è reso per li Ili II gì gli Igl; v. num. 28. Cfr. Mussafia. Regim. Sanit.
§§ 44 53 54, Kathar. 44.
ti è roso con ng ngn gn e talvolta anche con 7in (cfr. nn = n nell'ant.
spagn. ^), scrizioni, com'è noto, assai antiche. Di nie nelle risoluzioni di
NGE, v. num. 41. Quanto a bendidiamus vendemmiamo, v. num. 28.
Stenteremo all'incontro a vedere la rappresentazione di un n ne' molto
frequenti vinia castania castanietu e sim., allato a' quali non occor-
rono le grafie testé menzionate; v. num. 33. Sopra castanietu si sarà
poi rifoggiato cannietu canneto, pur esso assai frequente.
Dell'alternarsi di -z- con -ti- v. num. 28; di -j- con -gi- ibd., e cfr. Mus-
safia. Regim. Sanit. § 44 n.
Inutile addurre esempj di ci per </, scrizioni già legittimate da' gramma-
tici medievali. La schietta pronuncia è resa però in paziantur 990. Per
scolsient ali. a scalciare, v. less.
zz è rappresentato con tli cci cz zz\ v. num. 28. Curioso il ni. har-
vajanu ali. a barbazanu 1041, forse da g. Falsa ricostruzione in pictii-
lum 1038, e nel npr. catzotti 987 less.
s è reso con se e una volta con ssc, v. numm. 28 e 32; con ss in assias
che sta allato ad ascia, v. num. 32. Si ha inoltre un semplice 5, che non
può certo dipendere dalla pronuncia locale: septu sepie (ma scepte),
v. num. 32, np. cresentia 857, ' faciant sire' 1061 viii 174, biselle ali.
a bisci llietum, less. Cfr. Monaci, Gesta di Federico I in Italia, p. xxix ^.
* Strana ricostruzione parrebbe ' qtcalibisi ingenio' 799; ma trattasi pro-
babilmente di 'quolibet+ sit'.
^ nn per n spesseggia nella Cronaca del De Rosa e ricorre anche negli
antichi testi siciliani.
^ Anche ne' 'Bagni di Pozzuoli' troviamo la medesima grafia : siatica sin-
dere, gloss. s. vv.
Spoglio del Codex Cavensis; § I. 251
kj (supposto che così sonasse la pronuncia dell' etimologico ci.) è rap-
presentato generalmente da cl\ una sol volta troviamo eh; v. num. 30. No-
tevoli le scrizioni ecclesia 872, ecglesie 882.
Già ben stabilito Fuso del z\ e basta guardare al less. s. lett.
4. La gutturale sorda rappresentasi talvolta con k: spelonke 1039 (che
ci toglie ogni dubbio circa il valore fonetico del e di spelonce 1042),
genha 1047. Tra vocali è però sempre e. La doppia è resa con et: secke-
mus 959, b ackarecze 1040; all'incontro sechent 1035 e sicchum 962,
seccare sempre; ma ' castanee socce' 953. Mera gutturale sarà anche
nella strana scrizione baccia vacca 1047 vii 67. Sieno ancora citati: gre-
cesche 1043, greciscki 1052 ali. a grecesce 1043; e le varie forme del
medesimo ni.: flescketo le fleschetole flescetole. All'iniziale trovasi
una volta i-: iugitavi 'cogitavi' 982, che pare uno sbaglio.
g è con valore di gutturale innanzi a /, in gengi *jenchi *jen^i gio-
venchi 1043. w-gu^ìn wuaclia 904.
guadraginta 986 ricorda il guasi quasi, che risuona oggidi in larga
zona dell'Italia meridionale. Mentre in quomo come, vedesi il qn etimolo-
gico, questo è e in voci latine, quale cot quod, e q semplice in atqe,
e simili.
Più frequente è michi che non mihi. Di trahere occorrono le se-
guenti forme: traanius 1050, cfr. Pott, zeitschr. cit. XII 107, tr a g amus
1009, traghamus 1012, traierent 1020 1039, traiere 1023, tragendum
1016, subtraggere 848; cfr. Schuch. II 520. Qui sien ricordate le oscil-
lazioni grafiche in alcuni nomi germanici, che largamente son dati negl'in-
dici de' singoli volumi; p. es.: Ahenardus Agenardus Aghenardus ,
Rahenaldus Ragen- Raghen-, Aheprandus Acepr- Aiepr-, Ahi-
nonius Agin- Aghin-; ecc., ecc. Di h anorganico sieno esempi, all'i-
niziale: honde hobb lig are hosculum kube uve, ecc , ecc. ; all'interno,
tra vocali: cumvenihentia 976.
Accanto a promittemus 801 si ha; promitemus 798, e promic-
temu 803 823. Altre restituzioni: quadro 848 849, quadtuor 1011.
Allo scambio, già frequente nell'epigrafìa cristiana, e che, fra' testi vol-
gari, appare ancora nel 'Ritmo Cassinese', di b per u e di u per &, è ap-
pena il caso di accennare, appunto perchè ricorre a ogni passo. Di qualche
esempio problematico, v, al num. 45. Sia ricordato tvesta veste 827.
PT spesso è reso per et: seetembere croeta ecc. Scompare il p di
mpt: emtum 847, eintam 843, hemturem 857. E qui può rientrare la
ricostruzione semi ima sept- 798; cfr. Bonnet, o. e. 188 n.
252 de Bartholomaeis,
§ IL — Fonetica.
A. Vocali toniche.
'Umlaut'. — 5. ì...-u: Dominicu 890 (ma: Domenica 960 961, memo-
ratorium factum... Domeneke monache 964), ribus siccu 971, ribus qui di-
citur siccu 1027 (ma: castanee secche 884, abellane secche 884 953 982), ni.
pÌ7'u 995 1004 (ma: quante noci et pera inde coUexerimus 1015 1061 viii
174), una pactena de stamu et alia de lingnu 1006, singnule canestra de
ube et ana singnule canestra de castanee ad canistrum mediocre 1036, una
genka abente pilo rublo 1047 vii 67, j3?7o-scacio 1014 less., passos quin-
quagintatres, tnino palmo uno 1050 vii 143 (ma: menime 799 ecc., cfr. Schucli.
II 25*), ni. salitili 1019 less., npr. desiu e desigiii 1031 (ma: deseia desegia
1023), npr. giczu 1046 (ma: gecza sempre), ni. atcw-piniu 1016 (ma: sin-
dones penta 1042). -illu: monte qui dicitur pnnzillu 963, npr. ncurillit
928, ni. tiirzillu 1045 less., ni. ad innillu 1048 vii 82, picciolillum 1056 vii
275, npr. piczillu 1012 less. (ma -ella -elle, v. num. 85). -iscu: liber con-
tinente franciscu 1042 less, (ma: sindones greccske 1043).
(i...-u: nucillitum prisum et cultatiim 1016 (ma: si de presam au de li-
gamen 884), pianeta de siricu 1006 (ma: sendone serica 986). -e tu: inse-
titu 857 less., abellanitu 993, genestrito 917, laiiritu 947 992, olicitu et li-
cinitu 956 less., nocellitum 968 1025, carpinitu 973 977, cannitu 984 1016,
sabucitu 997, ni. ferolitu 1006 less., ni. eippitu 1011, insertitum 1011, ni.
cerbitu 1014, mortitum 1020, aunitii 1021 less., tigillitum 1024, persecitu 1034,
ni. cornitu 1047 vii 49, ni. faitu 1057 vili 10 e fagitu 1060 viii 137, nu-
citum 1063 vili 205 (ma: enseteta castanieta abellanieta catinieta passim).
Va inoltre fatta qui menzione dell" umlaut' analogico, cui soggiacciono
i nomi personali germanici terminanti in -fri ed, che riescono a -frid -fri-
dus al msc. , e a -freda al fm. ; così: Adelfrid Ausfrid Cumfridus Com-
frid Lamfridns Lamfrid Medelfrid Odelfridus Walfridus ; ma : Adelfreda
Ausfreda Confreda Ermefreda Medelfreda Walfreda, ecc.; v. gl'ind. ^ Del
finimento -eng abbiamo Ardingu 1046 vii 6^
* Si rimanda, d'ordinario, agli elenchi dello Schuchardt, quando vi sieno
accolte forme provenienti da fonti della regione che qui si esplora o dalle
regioni contigue ad essa.
* Isolato affatto l'esempio di Acefrede msc, che contiene probabilmente
un lapsus: 'terra Acefrede filio Maiuni' 843.
* Gli fa riscontro, con -enqa, la 'civitas ardenga' del 'Cod. diplom. sul-
mon.' 44 311, che è l'odierna Civita retenga.
Spoglio del Codox Cavensis; § II. 253
6« Ì...-Ì: sancte Marie de ircli 978 990 (ma: in locum ercle 989) less. *
-illi: pannilli 1006. -ischi: greciski 1052 vii 191, amalfUaniski 1058 viii
50 (ma: greceske 1043, grecesce ibd. ). Terremo in disparte hinii-iwhQxa
1001.
e...-t: ni. pariti de Nucera *p a riè te 980 num. 12. -ensi: saranianisi
928 1017 less. , migrisi 979 less., hatollisi 994, terris cum magisi 994, sex
miliarisi 999 1012, coperclisi 1001 less, ni. maurintisi 1041, ni. maceria-
tisi 1041. Ma -ese sempre, di cui v. gli es. al num. 33. Vadan qui pure
sidici 799 ecc., e tridecim 954, dove mal si penserebbe all'azione analogica di
' quindici '. Per sitis siete v. num. 69, per avariti num. 70, per' tolliti num. 74.
7. ù...-2«: usque ad toru rotundu (ma: terra que dicitur pecia rotonda
905, ni. rotonda 1039), npr. ursu ind. (ma: orsa sempre), npr. palumhu 868,
ubi "^vo^tvìo palumbulu bocatur 877 (ma: ni. palomba 983 1000, e come npr.
1052 VII 184), ni. «Zmo-longum 993, da loco ulmo 1050 vii 139, pullu 1031
less., ni. puczu 1049 vii 96, in loco suùco 1063 viii 260, cappellu fuscu
unum 881. -ullu: npr. Scasullo ind. (ma: nll. batolla catolla casolla casolle
petrolle, ind.; inoltre: ortum de cepolle 1035, ortora de cipolle 1040).
0...-U; -osu: cgn. inginiusu 947, calbarusu 1057 viii 12, venenusii 1964
vili 294, gaiusu less., littusum ratigusicm millusum ind.; laddove il femi-
nile va sempre in -osa. -orju; susceluriu 856 less., ni. preturu less.; po~
tatiirii 1047 vii 64 less., coperturu 1057 viii 26 less., tracturu 1047 vii
64 less. Abbiamo ancora: exe dominaturu nec possessurus 1004 viii 398,
dove può parere che -ore si confonda con -orju. Ma per questa sezione
deir 'umlaut' è da riveder bene il num. 15.
Van qui pure addotti, ancorché non trattisi di un g antico i due più si-
curi esempj che si abbiano, da età ben remota, del noto fenomeno meridio-
nale -uhi -ola da -eolu -e ola: ni. cirasulu 854 968 1012 less., ni. cuprulii
1016; ma: caldarola 986, carrarola 917 less., fabritola 1057 less., rubiliole
1010 less., viniola 1061 viii 157.
8. U....-Ì: unum parlo de pulii boni 1000 1002. Per dui v. num. 67.
0...-Ì: urdini triginta 1045, urdini vestri (Melfi) ibd. -oni: palos tcn-
ciuni 1005 less., capessìcni 1053 vii 198 less. -ori: ipsi germani... posses-
suri sunt 952; meno sicuri: in ipsi locis habitaturi erunt 1059 viii 96, da-
* Potrebbe aggiungersi il ni. circli 969; ma non è ben chiaro se trattisi
di circuii o non piuttosto di quèrculi, nel qual caso avremmo 'um-
laut' di è.
254 de Bartholomaeis,
turi et vendituri seu alio modo aleniaturi fueriiit 1064 viii 304. -orj:
trado... case curte territuriis 792.
-eoli: seminatione de fasull media viginti 868; cfr. nm. 7*,
9. A: cerasa 854, less., e ni. Cirasulii 854; stainum stagno, num. 54.
10. -ARIU, -ARIA; -àr-: aquara 893 less., ni. ad linzara 907 1049 less.,
bia carrara 982 less, (e carrarola 917), labandara 917, flubio de cetara
cetaria 988 ecc. ecc., flubi de carbonara 952 ecc., ubi ad ipsa fusara
dicitur 956 less., ubi proprio salava dicitur 956 1008, ipsa ^orimara pe-
cia 965, via de pecara 969 1016 less., quatraru 979 less., cetraro 980
less., locum tabellara 986 1077, ammessarum 990 less., faber qui bocor
caballaru 994 996, serra de calcara 995 less., toru de calcara 995, aqua
palomvara 997, ni lu erbaru 998 10.57 viii 26 less., ni. carbonaru 999,
gestaru 1006 less., canc^eZan de rame 1006, colciara 1008 less., buttarti
1009 less., ni. corbaru 1010, ni. cretaru 1024, caldara 1028 1030 (e calda-
rola 986), mela repostara 1029 less., Jestort<m 1029 less., baniara 1030 less.,
ni. palmentara 1041, mannara 1042 1047 vii 104 less., ferrarum 1042 less.,
calcare 1049 vii 104, cgn. mangnanara 1057 viii 15 less., ni. fossa lupo.ra
1058 VITI 80, terra ptimicara 1060 viii 150 less., monte de coronava 1061,
cgn. cancellava 1061 viii 177, 1063 viii 223, fusarum 1061 viii 181 less.,
campanaru 1063 tiii 209 less., unum pare de carafoli 1058 viii QQ num.
27; da area: carapum qui dicitur hare 983 1009 1050 vii 142, ubi ara Fe-
derico sunt 1026, tempore de are 1056 vii 293; alia pecia ad ayra Mode-
rasu 868, obligaberunt se... tribus aire... tenere 980 (e aivatico 1021 less.
ni. airole 928 OSO 990) ^. — Abbiamo -ér- solamente in flumen anguille-
* Largamente diffuse in tutto il Codice son forme genitivali come que-
ste: fìlius quondam bisinianisi 1040; fllius quondam Maiuni 798, fine Cai-
tiuni 799, Waniperto filio Amimi 823, rebus Guiduni 1024, e cosi lufuni
Lìzuni ecc.; heredes Maurusi (-osii) 979. Queste forme mostrano che
r 'umlaut' portavasi anche nella pronuncia del latino, e porgono, a un
tempo, bella riprova dell'energia onde operava quella legge nella lingua
parlata. Occorre altresì di frequente la strana forma, non limitata del re-
sto alle nostre carte, apvelis aprile. Essa pure si dovrà forse spiegare con
r 'umlaut'. Che, data la pronuncia, naturale in quegli scribi, di -ili por
-elis, essi tornavano a -eli anche ne' casi di -ili; onde, come per crude-
lis leggevano cvudilis, per fidelis fidilis^ così riveniva loro aprilis
da aprelis.
^ Per mora svi.sta: ad ira dibidamiis inter nos 980, cioè 'suU'aja'.
à
Spoglio del Codex Caveiisis; § II. 255
riuin 1049, o nel npr. herengneri 1013 ecc., cui una sol volta sta di con-
tro berengari 1051 vii 169.
11. E breve, M. Appare intatto, secondo gli esempj che seguono: passi
dece-septe et pedi du et metiu 798, ad mensura per longu passi sidici et
gubita trea et pede unu 849, fabricare in ambo ipsi pedi de ipsa terra 1022.;
ni metia-sepe 801, de locuni sepi 997 1004; ipsa res quod tu teni 854; Pe-
tru... absolutione dede 856; dividere mecura ipsa cimenta qì prele et ligna
935, ipsa curte frabiceraus ad petre et calce 995, ni. petra-ìena. 988, ni.
petra-lsLta 1058 viii 38 (e ni. petrone 917); una lancella de ìnele 1051 vii
192. — Esempio unico di dittongamento, ma in pos., e che, appunto per-
chè solitario, va addotto con la debita circospezione, è nel cgn. bìelli-vote
1058 vili 72 ^
12. E lungo. Frequenti sono prindere 848 860 e vindere 868 ecc., ma ne
è sospetta la schietta popolarità; cfr. Pott, zeitschr. cit. XII 189; che, del
resto, occorre anche beìinere 826. Pur qui ricorre mercides 872 882, ma
ancora è caso più che sospetto; cfr., a ogni modo, Schuch. I 285 343. Per
V r] abbiamo stratigo 899. Allato a mela è una volta anche mila: tantum
exinde exceptabo tribus talee de mela... et quod est pertinentes ipsa iam-
dicta 7nela 979, ipsa mela et nuci, ipse nuci et mela cultare 1033 v 231,
ni. meZa-massana 1045 less., mela repostara 1029 less. ; ma: insitare inserte
et mila 936; cfr. Morosi, Arch. IV 118 122 143, D'Ovidio, IV 147 (all'a-
tona: melarium 1029, di fronte al ni. castello milillam 994 in 16). Con Vi
ben legittimo: quattuor bracchia de ciria cerei 1053 vii 197. Un i solo
per ii (ie) in pariti 980 num. 6.
13. I breve; in e, tranne il caso di u od i all'uscita: possedea possegga
798, bece 816, ego Gentile bece-àominns, 821, seloa 991 ecc., berga verga
1062, cfr. Schuch. II 58, cerbarezze 1063 viii 165 less., backarecze 1040
less., aqua que dicitur fregdola 1058 viii 86, enfra 821. Notevole il npr.
cecere ('supradictus cecere genitor... donabit' 968, 'imbenimus cecere
filius quondam Mastali' 1009), che, come npr., sarà l'antico Cicero o
Cicerus (De-Vit), ma con la flessione onde nel vernacolo continuavasi
cicer -ère. — Con e passato all'atona: flubio qui selano bocatur 1025 'il
Sele'. — Altri es. di e... -a, e... -o, v. al num. 5.
^ A togliere ogni illusione, devo dire che le forme con ie (cgn. bocca-
bitiello, piescu), citate dall'editore come volgarismi nella 'synopsis', I lvi,
non si ritrovano nelle carte, ove si legge sempre -bitellu e pescu.
256 de Bartholoniaeis,
14. 0 breve. Intatto sempre, secondo che appare negli esempj seguenti:
recepi... solidos numerum quattuor de dinari nobi 882, ut bois ipso labo-
rate cura bobi 882, ni. billa-no&a 990, lectum paratura cura lena colcetra et
plumateum toti nobi et voni 1009, ni. casa-noòa 1046 vii 36, Ugna prò foca
absidere 1017, quattuor ooa de sturzio 1058 viii 39. Per -ola, v. num. 7.
15. 0 lungo. Veramente, di o per o lungo non avrei, a rigore, se non
V-osa fera., di contro al rase, -usu-^ nm. 7. L'alternarsi di o ed ii, in quella
serie, non potrà però non ripetersi dall' 'umlaut', com'è mostrato dalle
serie analoghe e anche da -ulu e -ola nei riflessi di -eolu -e ola, di cui
nello stesso num. Ma ora in effetto ritroviamo sempre u per l'ant. o, senza
che c'entri la diretta ragione dell' 'umlaut'; e converrà dire che V u del-
l''umlaut' oltrepassasse i primi suoi limiti. Si notino: ni. a li curie 1048
VII 74, trado case curte792; crista de ipso sirrune 1034; iu locum spianu
iiiaiure 872, te qui supra hempturem nostrum 857; dal sng. potaturn, di cui
al nura. 7, il npl. potatura dua 1042, e così da' rispettivi masc, ibd., i fra.
dominatura e possexura ('pars ipsius ecclesie d. et p. est' 952); né avrà
diversa spiegazione tracticria unam 1053 vii 198 ^.
16. U breve. Sembra ribelle alla legge dell'' umlaut' il npr. Iojjo: ego
lopo 816, lopolo 803, cfr. Schuch. II 153, aqua que dicitur lopa 1003, fla-
vio qui lopa dicitur 1003, ni. mamma-Zo/)a 1008. Notevole noci, che ri-
corre due volte ('quante noci et pera inde coUexeriraus' 1015 1061 viii
174), ove direbbesì ^-^ di plur. fm. non influire sulla tonica. Ed ora gli
es. di 0... -a, a... -e da aggiungere a quelli che sono allegati al num. 7;
ni. a la noce 1061 viii 180; una bote da bino mittendum 845, bocte 1036;
ni. casa-padule supter ipsa forca 866, cludamus illos ad forcas 983, ligna-
raen... ad forcas facere 991, force et assari inde tulissent 1006, ni. forca-
-alfani 1058 viii 991 ; cga. &occa-pizzola 954, cgn. ftocca-faldola 9.54 1057 viii
\r>, 'bocca-Xu^ì 1012, &occo-bitellu ind., npr. monda 966 997 1017; torre que
dicitur tegolas 994, da la torre 1042; npr. tortora 1014; ni. somma (vesu-
viana) 1015; dua paria de atra caprina 1031; spelonke lOoQ, spelonce 1042;
ubi a la congna dicitur 1041 less. ; ronca 1042; ubi ad gorga de lupenum
dicitur 1042 less.; npr. jjorpore 1043; corcoma 966 less. — Di nurus oc-
corre, oltre nora, anche noma, onde si conferma la fase intermedia ima-
ginata dal Bianchi, Arch. XIII 198: 'si uxor rnea aut nore mee... toUere
voluerit' 8.56, 'filia et noma nostra' 1013.
* Naturalmente, qui pure octubrio, che è tanto diffuso, come ognuno sa.
Spoglio del Codex Cavensls; § II. 257
17. Y.^ello e legittimo amendola amygdala 1064 less. Cono il solito
grotta 1014, fravice et crocia 1036, grotte 1060 viii 150. Sia qui citato pur
mortitum mirteto 1020.
18. Dittonglii tonici. — AU è «o in 'enfra isto c^aoso' 821, oori« 821.
Allato al solito 'causa' ò cosa nel passo 'in ipsa iscla de ipsa cosa' 1034,
forma che ha costantemente per 'res\
B. Vocali atone.
19. A. Iniziale conservato in amendola 1064 less. L' -J naturalmente qui
pure in gennari 855. Una sol volta longohardorum 1012, di contro al solito
lang-. Innanzi a r: mackarone 1041 less., compara 1014, cammara 987
988, cammare 1046 vii ì,cammareUa 1031, assari 1006 less. Postonico in
e: epdomeda 995; in o: amendola.
20. E. Passa ad i nella sillaba iniziale, oltre che in tinore, che è tanto
frequente nelle carte medievali (in ispecie nella formula 'tali t.'), in si-
cundiim 792, milioratu 844 847 (remilioratos 818), cirasidu 854, 958, dinari
868 927, ni. diaria 950 less., ecclesia santi cisari (Cesario) 991, unu quar-
tariu de Ugumina 999, tricenti 1005, licticellum 1031, sirrune 1034 less.,
npr. criscentiiis 1035, ortora de cipolle 1040. Nella seconda protonica i:
consinlientes 848, potistatem 871, insirtitiim 1022 less., inginiiisu 948 less.,
alifanto 1040 1050. Oscillasi tra i ed e in flumicellii 918, munticellu 980
984, hallicella 957, che stanno allato a montecellum 1034, ballecelle 1057;
hallotellu 986. Passa ad a in alifanto testé citato. E U è molto spesso io
ne' npr. liopardus liopertus e sim., che posson vedersi agi' indici. Abbiamo
anche qui au- nel npr. dausdedi 893 ecc. *. Conservasi in setazza 105.3
less. Postonico in t, dato un -i alla finale: sidici 799, chiodici 801 824,
quindici 824, quinque solidi èe<in 859, bommiri 986 less. Cfr. Mussafia,
Regim. Sanit. 523, ]\Iorosi, Arch. IV 142. — Di -oreu il semipopolare mar-
moria 986.
21. I. Di sillaba iniziale, in e: fenitu 793 801, stetnatione 823, ensetitu 848
1045, less., ensetare 1033, treginta 849, edone persone 858, semiliter 866,
iie&iciere 912, npr. Delecta negl'indici. In seconda protonica: edeficiu 29S,
hindetori 843, alequantulum 845, vindetrice 84.5, ensetitu 848, macenare 934,
* Cfr. il provenz. Dande; Schuch. II 324.
258 de Bartliolomacùs,
ìnplefura 983 less., ammessarum 993 less , neclegentia 1003, canlenalis 1025,
capetania 1029 less., ensetare 1033*. In postonica: lìrincepe 826, ni. casa-
-amahele 857 1046 vii 6, semeta 882 less., palmentateca 907, terrateca 934,
airateca 1025 less., aqua pitteda 955, npr. domeneca 960 961, colcelra 1009
less., calece 1047 vii 64, monimene 1048 vii 72.
22. 0. Di sillaba iniziale in ?ì: cumponere 799, Juhanne 810, urtatu 826
less. , pMm2'/era 857, ni. muntone 884, pruntissima 952, cumoenientia 976,
inulina 989, monasterii sancte SM/?e 1002, sulario 1023, curtìna 1029 1058,
vili 38, ni. punzanu 1049 vii 99, cusentinu 1052, custantino 1057 1064,
npr. fluritus 1058, urlandus 1063; accanto a cositore 1610 less., cusita
1009 ibd. In seconda protonica: langubardorum 799, languvardica 972 less.
In postonica: diacunu 818. Di -ora passato ad -er« si ha sa^tóra 936 less.,
■pignera 1006 ^
23. U. In o: nella sillaba iniziale, futuro 792, Lodoyco 868 1016, notrire
884 977, Sosanna 979, plomacio 1008 less, pontone 1049 less., ni. pronelle\
alternansi dolcare 1911 e dulcare 989 less., nocelle 1048, ma nwce/ZiiM 988.
Nella seconda protonica: pgolatiim 790 less., tribolaium 826, ni. derropate
990 less., pergolatum 1008, ni. palombara 1064 viii 295. Nella postonica:
pergola 1009. 24. Y : ni. turzillo 1045 less.
25. Dittonghi: mense aogustus 905 allato a mense agustu 823 982;
tidìentes 1060 viii 156; clodamiis 1060 viii 132 potrebbe anche rientrare
nelle ragioni del nura. 23; doferius negl'indici; restaorare 823 '.
26 Atone finali. Sempre intatto T-e, salvo ne' casi di alterazione mor-
fologica, di cui addiiconsi alcuni es. al num. 63.
L' -1 si riduce ad ~e nell'uscita verbale -it e in live tibi; gli es. v. a'
numm. 68 e 74*.
Anche 1' o è, di regola, intatto: una sol volta troviamo -u in comt« 8.56,
caso affatto solitario.
L'-u oscilla continuamente tra -u ed -o pur nelle stesse voci, nelle stesse
soscrizioni e dentro la stessa proposizione. Gli es. occorrono passim: 'ego
* antefanaria 974 non è specifico; cfr. Schuch. II, 5, Bonnet, o. e. 164.
^ Nemmen questo è esempio specifico; cfr. Schuch. II 211-2, Bonnet, 131.
' Gasare per 'causare' ('contendere au c\) 854, sarà un mero svarione.
* Nessun esempio di -e da -i, fuor dei casi di cui si tocca, che è al-
l'incontro fenomeno frequente negli antichi testi napolitani, in ispecie in
quello del Do Rosa.
Spoglio del Codex Cavensis; § II. 259
Liipu'' ed 'ego Lupo', 'ego Aceprandu' ed 'ego Aceprando\ ftliu e fìlio,
propriu 0 proprio, dupplu e dupplo, 'ubi campo saiuli vocatur' 858 e poco
appresso 'loco qui campu saiuli vocatur'*. — Abbiamo -e in Tarente lOGO
vili 135, cfr. Schuch. iii 108, e in pare pajo, less. ^
e. Consonanti.
J. 27. All'iniziale e all'interno, dinanzi a ogni vocale, occorrono J e r/ ;
ma, anche in ga yo gu, il g può aver funzione di if. Notiamo: locum qui
dicitur jobi 837 e jovi 855, ad justo pretium 842 ecc. ecc. , jumente 966
990, jummenta 1029, jenca 968 less., domno Jannu 976, cgn. joncatella 990
less., cgn. jubene 1012 less., licticellum cum panni da jacere 1031, si ibi
plus iuniere voluerint 1033, npr. jannaci 1042, jicppa 1053 less,; — npr. gen-
nari 855 ecc., np. geronìmi 926, genuense 966, genca gencu gengi less., Ge-
rnsalem 1044; — locum gooi 872, si de gamdicto debitum 882, terra gn-
stini 1099; — maiure 872 e mense magio 824 395.
28. LJ; /, reso dalla scrittura con li Ili II al gli Igl: lohanne fìlio gillo
1063 vili 229, fine de fili Rodiperti 816, Johannes galiardu 1053 vii 209;
- fine de fìlli Potelfrid 852, colliendum 1041, cgn. lohannes battallia v.
gl'indici; - biselie 1056 less., sindonera siriaticum in intallatum 1058 viii
&Q, oralem unum cum intallatum ibd., cfr. Schuch. II 489; - cirnegla 1047
less.; - cgn. lohannes gagliardu 1052 va 190;- ubi ad castelgloni àìa'iin?
1053 VII 293. MJ: forse ii, latente nella ricostruzione 'potamus et bcìidi-
diamits' vendemmiamo 882. NJ: n, v. num. 33. BJ:gg, ricostruito in bg:
subgecta 1025, subgectes 994. ISIBJ: n, ricostruito in mni'. commutare et
concainniare 91Q, comparare et camniareQlQ, comparastis et camniastis 987;
cfr. num. 3. DJ: J in iusii 976 ecc., poiu frequentissimo, ni. faiana less,
ni. correianu less., ni. prialu *praediatu; z, in: pedi du et metile 798,
ni. mezia-sepe 801, solidum constantinum ... mezanum 1012, turre mezana
1028; cng. mecza-^ocacza. less. Alternansi Disiio e Disigio, Deseia e Desegia,
da Desid.j u (De-Vit). NDJ : potamus et bendidiamus cum omnem meo spen-
gio 882. TJ; zz, scritto tti coi cz zz: pettia de terra 799, ^je^iz'e 827, pet-
tiola 826; - peccias 1055 vii 272; - pecza e pecze 995, npr. giczu e gecza
Gizio Egizio 1046, pitczu 1048 vii 96, npr. Peczi 1057 viii 21 ; - ni. poz-
zolanu 801 less. - Il comune zi in ' molestationem paziantur'' 990. NTJ:
* Di qui i frequenti scambj di-!(s ed -os e viceversa; cfr. Pott, zeitschr.
cit. XII 169, XIII 30, Schuch. Il 100.
^ E anche nel Ritmo Cassinese, v. 16, e nel Regim. Sanit. § 79-80.
260 do Bartholoniaeis ,
ni. banzanum 1058 viii 41, v. Flechia , nll. derlv. da gentil, s. v. RTJ:
npr. mm-zu 1004 vili 170. STI- in si-, scritto sci e si: sciricidio sciricin-
dio siricidio e sericidio, less. PJ: ni. puciano 859, v. Flechia, nll. deriv.
da gentil, s. v. '. SJ; 5 in cerasa cirasulu less., casu cacio J043, fasuli 868,
cammisa caruso camisulatum less. [SI; è: Bascilii 102-5, Mascinus 1064,
ni. ruscilianum 1048 less., scippare less.;s in cusita cositore less.l G'J ; zz,
scritto zz z cz: tnanizzi 875 less., sozza 987 less., setazza less.; asozatnm
1048 VII 74; filia quondam amiczi 997, acsoczabimus et dividimus 1009
1042 less, socza 1020, sfeczare 1029 less., ni. cretaczu less. LC'J: calze o
calzare less. Per scolsient scolciare v, less. GJ; -./-: plaiu ^plagju less.,
reiales less.
L. 29. Dileguato nel solito esempio vaneo bagno 968, coi frequenti nll.
haneo e baniara. Passato a r in scarpellum 1063 viii 210. Per cirvinara
V. less. ALD ALT riescono ad aud aod ant e ad ne' nomi personali d'ori-
gine germanica, che posson vedersi negl'indici de' volumi. Cosi AicdeìJia-
inarius e Ademarius, Aoderisius e Aderisius, Audipertus Aodebertus Adel-
bertus, Aniiperga Antipertus, Wanpertus. Riviene qui forse pur cauda: ri-
bus qui dicitur cauda 1062 viii 204 less.; ma ald è ben saldo nel cgn.
scaldafolia 1041, e in caldara caldarola less. ALN: ni. aunitu *alnetu
less.
30. CL (v. num. 3) : dua cercla bona 1006, esoleta 956 ecc , ni. troccle
less., nll. turricle e copercle 999; ecc., ecc. Ma cercha less. Frequente pe-
sclu 816 ecc., con allato pescara less., e iscla ibd., v. Ascoli, Arch. Ili
458. GL: grandi ghiande 1042. PL. Un es. di pj- in 'sancta Maria inter
piano' 799, ma è forse un mero sbaglio^; - pr- in pragellu 801 less. ^ Del
resto sempre jìl: mihi... ec divìsìo place 987, plutnac zìi 988 less., ni. pla-
ìiellu less.; ecc., ecc. FL: fi sempre, se bene riesca difficile trovare esempj
non sospetti, se non forse fluminara less. Abbiamo un fj in: ubi propie
duo fulmina dicitar 1047. E sien qui tollerate le diverse forme ond'è scritto
il nomo d'un corso d'acqua di oscura etimologia: aqua de fleschetole (ed è
questa la forma più frequente), de fìschetole 988, fesckelole 992, felsketolo
992, floscetole 1036.
* A confermare la base, bellamente postulata dal Maestro, dirò che le
carte scrivono indifferentemente le due forme pupianu e piicianu.
^ Il volgarismo occorrerebbe nel titolo di una chiesa, e cioò proi)rio là
dove si conservano più inviolate che mai le formule latine!
^ pr- è tuttora ben saldo nel cai. e sic. praia piaggia.
Spoglio del Codex Cavensis; § II. 261
R. 31. Dissimilato in quedere 872, due volte. Non scempiato in scarricad
1042 less., carricata 1035 less. Quanto a propio frates cribu v. num. 58.
TR: dileguo di r in quacto 849. PR : plesbiteri 842, non senza influenza
di 'plebs'.
S. 32. Passa in z nel ni. zapino less., e nel meno sicuro zoca 997 less. -
SCE SCI: dissernit 1006 1042, nossenies 1040, assend.ente 1041, ecclesia sancti
Frissi 1060 vili 143, stahilissendum 1060 viii 447; cfr. Mussafia, Regim.
Sanit. § QQ] scepto scepte septu sepie, di cui v. num. 124 e less.; accanto
ad assias occorrono ascia e asciane, v. less. LS: npr. Balzami 998 1009.
RS: ni. turzillu 1045 less., cgn. lohanni Curzoìie 1047 vii 36, cgn. Ignil-
freda de marzecaniim 1034.
N. 33. NL: il locmn 855 872. N + lab.: imvalida 982, im fines 936, im
perpetuis 936 942, im vestra 936, im predicta 942, im partibus 942 im bene-
fcium 962, im prefata 952, im posteruni 917, im manti 982, due volte. NS :
pisare pinsare less., presu 848, presani 881, traversum da ipso flubio 978,
trasito et exito 958 h79 1004, bia qui dicitur da traberse 984, via traversa
1004 1010. Per -ense v. num. 6, e aggiungi: actum forinese [loco] 792, Jo-
hann! fricennese 1064 vii 11, lohannes qui dictus est padulese 1048 vii 76,
lohannes fasanese ind. GN (e NG, NJ). Sarà certamente ng in singatum
Cpassum qui singatum est in cohimna marmorea" 1004 iv 39j, secondo che
è presso che solito nel Mezzogiorno e anche ricorre in Jacopo da Len-
tini *. Esempj delle varie scrizioni, accennanti tutte a n (v. num. 3); ng:
congovimiis 900, congato 994, angoscentes 994, mangus princeps 997, ortum
jnangum 997; n e 7in: ad pinerandum omnia sua pinnera 1044 1062 viii
185, connovit 845; ng)i: congnobimiis 960, hortum Mangnuni 970, angno-
scente 970, congnato 983, lingnamen 983. All'incontro: singnula parte 977,
Ermengnardi 842, Ingnelgarde 933, ubi proprio ad longna dicitur 1010,
cingnulu 1031; e con gn: signuiis singoli 962, signula parte 977, per
alia signula loca 984, due volte, lagnobardorum lege 979. Assai notevole
^ E nella canzone '^Maravigliosamente', e in rima (ediz. Monaci, Crest-
44): «Sacciatelo per singa Zo ch'i' vi dirò [a] Unga» (= lingua). Tale è
la lezione del cod. vat. 3793; ma i copisti toscani del cod. Laurenz. -Red,
9 e del Palat. 418 corressero singna e insegna. Cfr. agnon. e campb. singe
nzgngà (Cremonesi, vocab. agnon. s.v.; D'Ovidio, Arch. IV 173), cai. nzingu,
singa nzingare (Accattatis, vocab. cal.-ital. s. v.. Gentili, fonet. cosent. p. 34),
sic. singa singari singaliari sfregiare, singnni sfregio (Nicotra, vocab. sic.
s. vv.).
262 de Bartholoinaeis,
è sUunu stagno, che non può credersi errore grafico perchè ricorre due
volte: calice de stamu duo 1006, una pactena de aiamic ibd. nu: gennari
855 (ma jenoario 824), mannara 1042 1063 less.
M. 34. MP riducesi a pp in cappu de are 1046 vii 36, due volte, cappu
pizulu 1048 VII 74, cappara de Stabi 1048 vii 75, che si avvicendano con
campii campar a^,
V. 35. Dileguato: riu sicchum 962, riale less., riatellu less., ni. riii curvu
1007, npr. Paone 2053 vìi 196, Lodoicus 1062 viii 214. Circa lo scambio
b=v e V = h, V. num. 4. Cfr. Schuch. II 472 478.
C. 36. Esempj di digradamento: gubitu 826, rjubita dua... et gubita trea
849 905 907; bigarialione 905, sancti Mighaelis 972, Nigola 980 bia publica
qui deducit ad lagu 990, ipso lagu piczolu 1002, ni. lagu paulino 1041.
In ultima di proparossitono: lohanni monaghi 980. Circa baccia secce e iu-
gitavi, V. num. 4.
CT : fattam habemus... medietatem 981, finem fatlam 983, fruttifera de
arboribus 1002, focacie bone facte et cotte 1031, viftu 1053 vii 198; spesso
incontrasi autorem 948 ecc. — Vada qui pure iucta 995. NCT: sindones
penta 1042, iuntum 844 847, defitnlus 855, coniunii 949, ni. arcu-pintum
1016. NC: bangam unam 1063 viii 210, monte de spelengaru 1064 viii
281, cfr. num. 61; è ng in gengi 'ienchi' 1043 num. 4 e less. CR: sagra-
menta 799, sagrameniu 818, curtem sagri palatii 853, gripte 960 1014, flubio
grancaria 1007, grancario ibd., npr, grisomenum 1057 viii 8. CS : sessa-
ginta 856 980, santi Massimi 872 882 965, àinw-'visserit 872, dissimits 935 979,
contradisserit 964, Leoni qui dici tur do sassa 965, constriisserunt 993, tas-
simi 1021, lassante 1042, assunia 1047 less. E di qui la ricostruzione exere
1047. Frequenti iusla 798 ecc. ecc., sesiatn partem 1001 ecc. Accanto a pe-
resse 852: ecclesia de nostro dominio non esceat 935.
G. 37. Fognato nel n\. pau pagu 963 1006 1009; cfr. mense aviisto 974.
Fognato e sostituito da labiale in tubiirio 1055 vii 267, Ubolino 1047.
GM. Di sagma occorrono le tre forme: siiigulas saomas de ligna da focu
^ E così si risolve ogni dubbio circa il ceppare campare, che occorre
nella 'Cronaca' del De Rosa, e che apparve forma sospetta al De Blasis
(p. 419 n): 'ly frate de san Francisco non cappano se no de limmosine'
p" 419; 'signioro mio, io non voglio più cappare, yo aio veolato lo lietto
vostro' p. 443, 'yo te voglio cappcre la vita' p. 445.
spoglio ùel Codex Cavensis; § II. 263
1061 vai 175, una sauma de ligna bona 1035, quatuor saume de binum
1028, quinque saume de binuni 1034; — due salme de vinum 1047 vii 52;
— quiaque sarme de vinura 1045 *.
QV. 38. Convivono le tre forme di 'quercia" qiiertia cerqita e cerza, ac-
canto alle quali stan cercitm e cercetum, v. less. In C'irico Quirico ('monte
sancti ciricV 1042), può trattarsi di un mero y.v-; cfr. Bonnet, o. e. 139.
Del resto: comu corno e comodo v. num. 122, bia antico. 901 952, parieti
antici 942, acqua 955, cum usi aqquarum 912, ubi dicitur acquale 972, lo-
cum propinco ecclesie 855, propinai 974, ed anche: propinguo ipsa fon-
tana 975. Di gnadraginta v. num. 4.
\V. 3V>. Alternansi guahhi e galdu, less., hadu e vadii, less. Ed è appena
il caso di accennare che gu- e g-^ b- e u-, occorrono indifferentemente ne'
molti npr. d'origine germanica incomincianti per io; vedi negl'indici.
CE CI. 40. Anche qui il solito plaitum 821 less. — È zz, scritto tal-
volta cz: cgn. 'boGca.-pizzola 954, ipso lagu piczulu 1002, caldarola piczula
986, cappu pizulu 1048 vii 74. NCE: ingendio 976.
GÈ Gì. 41. tenitori 853 1034, ierrnanis 853, ierrnani 905, ienitor 860,
iestarum 1029 less., npr. iemmo, 1051 vii 157, 1054 vii 245, cgn. iernmato
ieorgeus &g\"\ì\à.; ni. aiella 826 less., ni. puteo-reiente 1041, ni. /aifum less.
Meno sicuri: colliiere 1039 1040, recolliiere recolligere 1040, aiere 1047
VII 61. FÉ: npr. kalozuri 1024. NGE: coniunie 853, conitmiente 1039,
inienium 860, ebanielia 860, allato ad adiungnetis 979, accennano a n; cfr.
num. 3. RGE: periere 1033, surierent 10.39 less. Di mastro v. num. 55.
T. 42. Di NT in nt? un solo esempio : ecclesia sandi nicolai 1045.
D. 43. Fognato e sostituito da labiale in parabisu 1051 vii 177 less. -
ND: bennere 826. DM: quemammoJAim 842, amminuare 979 less., arnrnes-
sorum 990 less., amminuata 1046 vii 27, ubi ammunticello dicitur 1047 vii
54. DP: appare 843 num. 122, appretiarent 1012. DV: abbocatore 913 less.
DL: alluminemus 1046 vii 23 less.
* La forma con r è nella 'Cronaca' del De Rosa: 'legna de cercua ind' è
abbundancia che vale gr. v la ssarma'' p. 430. Tra' moderni dialetti merid.
sarma, vive nel cai. e nel sic; Scerbo s. v.; Avolio, Arch. Suppl. VI 101.
Archivio glottol. ita!., XV. IS
264 tle Bartholomaeis ,
P. 44. Intatto in jMechis 1058 viu 88 less.; cJigradato in Bifanim990 nura. 47.
PS: ab. issu biro meo 854 855; ssalteria 1045. PR: abrili 872, mense abbre-
lis 982. PT: in die nuttiaru 855, pruntissima sua voluntate 250, grotta 1014.
B. 45. Allo scambio continuo di ò e r, e di ^; e ^, si è accennato al nuui. 4.
Rappresentan forse la realtà avere 853, aviendu 875, guoitum 907 less., ni.
carvonara 952, /raué-s 1034. BS: sustantiis 952. |BM: ut « «ìhìo^o et sem-
per 826].
D. Accidenti generali.
46. Prostesi: per oc escriptii 842, abitator sum in extabi Stabiae 866,
cfr, num. 62. 47. L'Agge minazione di ?h, caratteristica del napolitano,
è ben rappresentata: ijuinmiferis 848, pommiferi 855, semmite less., si vos
ipsos sic emmere volueritis 974, bommiri vomeri 986, cammara camera 987,
commitatum Nucerie 997 1022 ecc., jummenta una 1029 less., lohannes fìlio
ammori 1033, Rommoaldii 1038, cammisa larga 1047 vii 37. Inoltre: si mme-
nime potuerimus 893 917. Di b : abbemiis 875, bia pubblica 905, obbligavit
1064 vili 301. Di p: dupplo 801 826 ecc., apperire 1062 viii 192. Di f:
diffinitionem 900, inter nos diffìniret 954. Di r: Sarracinu 803, sarraceni
912, ipso molinum dirrupasset 978, locum ubi derropate dicitur 990 less.
Di e: faccuUatibus 938. Di v: aplitum fravvitum 1046 vii 19, cfr. num. 53.
48. Epentesi di d in ladicu laico, less.; di r dopo st in genestrito 917; di
q in congrugu 848, congrigum 856; di n in lancella e sciricindio, less.; —
di e: mense septembere 857, Berenardi 986; di z: da pede de ipso ulimu
872, alipergum 996 less., tuliium se 'tolto' e non 'toUetto' 880 i 108.
49. Aferesi; cVa: per nulla humana stutia 978, Nastasie 1020; — d'«?
e: stimatio 801, spletos less., tu tuisque redibus 856, qui discerni da fine
de rede Gaidenardi 856, fines do redes Patri 956, fine de rede Guaimarii
982, np. Bifanius 990 cfr. num. 45, in deficium 911, pannos et rame 1014;
— d'ei («)• cona co»e less.; — d'o: allu scuru 1057 viii 26, la scto'a less.
E ancora sien citati i proclitici sto sta, num. 67. 50. Apocope od Et-
tlissi di ragion speciale ò in disc urr e discorrere, num. 74. 51. Elisione
de nostro propio... non d'alio hominc 872.
52. Metatesi: di l: via plubica 849 982, via pluvica 853; sarà una ri-
costruzione impropria, via pulbicam 848, che ricorre due volte; glutte
guttulae 853, less.; plescu 983 1058 viii 42, plescora 980 less,; sancta
Maria de li pluppi 994 1047 vii 42, plaione 'paglione' less. Di r: quo-
Spoglio del Codex Cavensis; § IL 265
modo treìniti fleti sunt (termites) 856*; casam vestram terraneam fra-
vitam fabbricata 853, casa frabita solarata 905, parietes frabiium 905, fra-
bicnvit 989, fravicemus ad petre et calce 905; cimenta et prete 935, ni. pre-
tuì-u 980; quattuor ova de sturzio 1058 viii 39 less.; berva brevi 1038; scri-
mariiis less. Qui pure padule 952 1039. Un caso di metatesi e di assi-
milazione a un tempo, presenta linilo ('rivo qui nominatur Z. '), nome del
fiume chiamato oggi l'Imo, lirinu *lilinu *linilu.
53. Propaggine: casa frabrita 960, frabrica antiqua 960; virdiareum
934 less. 54. Attrazione: ni. faibano, v. Flechia, ni. deriv. da gentil, s.
V., ni. rnaimano less., ni. mairano less,, ni. ubi a lu stainum dicitur 1035.
55. Contrazione: Janni 994 ecc., Jannaa 1042 ecc., jenca giovenca, less.;
heredes mastri catzotti 987. 57. Assimilazione: unum antefanario ro-
mano 974 986, intefanaria 1029, casa frabrita salarata 'solarata' 1048 vii
79, monte de spelengaru 1064 viii 297 cfr. num. 61; locilletu less. 58. Dis-
similazione: ubi propio (e i^ropiu) dicitur, è formula, assai frequente;
così anche, cum propie finibus 860, nos frates sumus 938, cribu 105^ vii
198 less. — Di u-u'. congrigum 8-56 872.
§ III. — Morfologia.
A. Flessione nominale.
59. Figure nominativali: cibila ('finis ab oriente sicut fuit ipsa ci-
bila de Beteri' 972), potestà ('permaneat in potestà prefate ecclesie' 872,
'non habeamus cuicumque illa vel ex ipsa potestà dare' 1048 vii 79) ^ Fete
('ecclesia sancti Felis' 980, 'heredibus santi Feli" ibd. ; v. Arcb. XIII 281),
ni. campum-wiamm (se 'maggiore') 1035*.
60. Notevole la forma obliqua abbocatore, in funzione nominativale
* E parrebbe essere stata ben salda la metatesi in questo esempio, se que-
sta è l'etimologia del nome odierno delle 'insulae diomedeae".
2 Ne' 'Bagni di Pozzuoli', vv. 301-2:
Chi sente de micranea longo dolor de testa
Chest' acqua per remeverlo ci ave grande potestà.
^ Cfr. Fontana-ma^^io, Ovto-nirrggio, Rio-maggio nella toponomastica luc-
•chese (Pieri, Arch. sappi., V 129). In Aquila: Colle-maggio.
266 de Bartholoaiaeis;
(cfr. Salvioni, Post. 257): 'unamque mecum adesset ipso nominato ienitori
meo et Jeanne abbocatore meo' 1034 vi 1, 'cum ipse domnus abbas ades-
set amatus iudex adbocalorem predicte ecclesie' 1034 vi 15.
61. Avanzi di genitivi plur. son probabilmente da vedere nel ni. monte
de spelengaru 'delle spelonche' 1064 viii 297, e meglio ancora in campii
rapistaru less.
62. Locativi in -i: abitator sum in Eslabi 866, quas abemus in Stabi
870, Stabi 1042, Stabiae, filius Offi qui fuit de Acerni Acernum 1027
V 129, e forse anche: locum qui dicitur Jo&i 837.
63. Me tapi asmi. Di III in II: suscepi a te launegild westa una 837, in
partibus de ipsa rupa 917, turra 938, ipsa bia priora 1003, Rosa posteriora
coniux mea 1025, ipsa iaradieta pnora fine 1029 1046. Di III in II: domno
Janna 976, due salme de vinum de nnwm. pecuru 1047 vii 52, est finis ipso-
rum riipu 1057 viii 13.
64. Plurali. Di l: secce come es. di -cce, è poco sicuro; num. 4. Di II;
frequenti es. come questi: vallone qui dicitur da li gibiruti less., terram
que dicitur da li romani 1063 viii 264. Dal sng. -co il pi. -ci: parietes un-
tici 942. Di III e IV: passi pedi termiti fini (v. Rajna, Rom. XX 391) ri-
corrono a ogni passo, pel servire che fanno alle descrizioni fondiarie. I
patronim. in -isi v. al num. 6. Cito inoltre: de duas parti 799, consentien-
tes mihi duos mei parentis 848, ubi ad fonti dicitur 966, toUant pastori qui
curam habeant 1045, ni. septem-ar^on 1061 viii 167, adimpleamus ipse
viti et irapalemus 901, faciant ipse ^/anfZi coUigere 1011. Plurali neutri
e di tipo neutro: ubi sunt ara Federico 1026, cercha less., cu/jc/^a less.,
[Ornella less., dua paria de otra caprina 1031 v 211, si non paruerit tol-
lere ipsa oiì-a ibd., quattuor ova de sturzio 1061 viii 39, setazza less.; —
applictora less., in tote ipse pile... facere debeatis arcora 1034 vi 8, or-
tara ibi facere 161 viii 174, campora e cappara num. 34 e less., lacora
1012, plescora e pescora. less., rebus qui dicitur dua ribora 984, pratora
1064, capjora de trabes 1022, ubi repausent toti ipsa capora de travi solarli
de ipsa casa 1035.
65. Genere. Fem., come ne' dial. odierni, i nomi di piante cerza licina
oliba nuce zenzala castanea, less.; masc. il nome di frutto columbri less.
Fem. passati al masc. con l'assumere forma accrescitiva o diminutiva,
v. a' numm. 98 106 108 109.
Spoglio del Codex Cavensis; § III. Morfologia. 267
66. Articolo. La funzione dell'articolo è generalmente disimpegnata da
1P5E ips.v (v. Rajna, Romania XX 393-7) ^ La forma da ille s'ha però co-
piosamente ne' nll.; ond' è che non la troviamo se non accoppiata alla pre-
posizione Maschile : introire in ipsa rebus nostra da lu mercatum 996, ubi
a lu valneo dicitur 1013, ubi a lu labellu dicitur 1022, ubi a lu pratu di-
citur 1035, a lu labellum 1041, a lu megarum 1041, Johanni da lu portu
1042, a lu stafRlu 1046 a'ii 2, ubi dicitur ad lu fusu 1047 vii 51, a lu er-
baru 1057 viii 26, allu scura 1057 viii 26; sancta Maria de Zi pluppi 994,
rebus de li barbuti 1046 vii 31 , Johannes buttone qui dicitur da li muti-
none 1049 VII 99, ubi a li scarzaventri dicitur 1055 vii 272, de li capilluti
1056 VII 296, a li lauri 1062 via 191, vallonem qui dicitur da li gebiruti
1063 vili 264, terram que dicitur da li romani 1063 viii 264. Ferainile:
pecie quod vocamur a la fusara 988, Johannes qui dicitur de V anelila dei
1013, ubi a la statua dicitur 1028, ubi a la sala dicitur 1028, da la iscla
1035, da la forma 1041, ubi a la congna dicitur 104^, a la cisterna 1052
VII 172, Mauro da la fabrica 1058 viii 71, a la fornella 1064 viii 299, a la
longa 1064, viii 299; a le fosse 1044, alle ballecelle 1057 viii 26, dalle pia-
gare 1063 vili 215, ubi alle bene dicitur 1064 viii 278.
67. Numerali: Mantenuta la flessione di 'due'; onde: pedi dui et metiu
798 (ivi anche, pedi du et metiu, ma può essere un lapsus), solidi... bi-
ginti et dui 849, tari dui 983, ecc. ecc ; ipse due petiole 826, cedo dues
pettie de terra 837, planete de linum due et orari dui 1006; dua sempre
al neutro, ambo; esempj di flessione: potestamem habearaus de ambi
ipsi balloni 1031; ambe ipse sortionis 1004; amba dua capita 799. Si hanno
inoltre : quadro 848 e quacto 849; cinque 798, triginta cinque 855; nobe 821,
(due volte) solidi nove 823; dece 818 e decim anni 998; duodici 801; trede-
decem 1019; quactuordeci 798; quindeci 798 e quindici 824; sidici 799 e
sedeci 818; bintinobem 1001; passi octonte et octo 1043. Ordinali : pnma)'«
prima, num. 10.
68. Pronomi. Personali: trado adque tradedit Uve 792, live que supra
uxori mee tradedit. Cfr. D'Ovidio, Arch. IX, 58-9^. Congiuntivi: cgn. Ro-
mualdus qui dicitur caca hi iuba 1049 viii 100, se è 'caca-lo-giova'. Fre-
' [V. più in là, in questo stesso volume, una Nota sui continuatori di
ipsu- in Italia. — G. I. A.]
^ teve e meve vivono tuttodi ne' dial. pugl,; ne ho qualche es. da Mol-
fetta e da Bari (cfr. Abbatescianni, Fonol. bar. p. 58, ove però son frain-
tese). Per la Terra d'Otranto, v. Papauti 477 484-5.
268 de Bartliolomaeis,
queiitissirao inde 'ne', ancora intatto nella 'Cronaca' del De Rosa e ne'
'Bagni di Pozzuoli', gloss. s. v. : noci et pera inde collexerimus 1015, de
que per annum ibidem seminatum fuerit, deant inde ad pars ipsius mona-
sterii per annum terraticum 907, ecc. ecc. Dimostrativi : conligo tibi qui sa-
prà et tuis eredibus de sta nostra donatione 837 848, quicumque omo de
sta suprascripta binditione 856, clauso sto... benumdo 855; at questa vicem
eam [portionem] aveamus 976. Indeterminati: si forsitans uxor mea aut
quiwique alios omo 860. Relativi: ponere ipso molinum mole quali me-
ruerit 1029 v 174.
B. Flessione verbale.
69. 'essere'. Indicativo: sianius... nos obligati |978; vobis ^Matrone
et Blactule que sitis germane 1009, vos qui sitis pater et filius 1040 (più
volte); corno termini fleti sum 856 (= sono, 'so'); Ausfrid qui fuet viro meo
842 845, qui /"«e de filio lannerisi 848. Congiuntivo: tertiam vero par-
tem siat in potestate tua 947, siat distractum 961, in eadem ecclesia seat
offerta 982, obligati siat meis heredibus 982 * ; vobis inde defensori siamits
856, amplius culpabilis non siamus 870, nos ipsis siamus inde autorem et
defensorem 948; vos ipsi sìatis... defensores 936; ut siant clerici vel pre-
sbiteri 901. Infinito: liceam te et tuos heredes... defensori essere 956,
debeant essere in potestate 965, exere 1047 vii 37. Gerundio: convocati
essendo da isto iamdicto Domnandus 1021, una cum ipsum Petrus essendo,
posueiunt 1036.
70. 'avere'. Indicativo: quod quantum ibidem abo 903^; tuo bonu ser-
bitiu quas mihi factum abit 837 (='ài'); ipse passu... abes pedi 798; fre-
quente, abicnt 1010 ecc. Si dubita se sia 'habui' o 'ajo' ho, la forma latente
in 'quem ipso (ego) temtum abi'' 857, abuet habuit 864. Congiuntivo:
ego... congruum avea vindere 845; abea et possidea... tu 798, abea et pos-
sideas tu 803; inoltre: ut numquas abeis requisitione 864, ipso (tu) habei
firme 872, firmo ipso (tu) habei 872; potestate abea ipsa sancta ecclesia
* Dato che non si tratti d'un lapsus, s'avrebbe qui un esempio meridio-
nale di 3=^ sng. in funzione di 3^ pi. — Analogico, ma non reale, sarà sie-
ret 842.
^ Ben può imaginarsi che questo abo sia un *ao *avo della pronuncia,
sorto analogicamente dalle forme di 2^ e 3^ ps. {abit = abi-s, abi, cfr. num. 2,
nell'esempio che si cita subito dopo) e da fare il pajo, se non anche a do-
cumentarne l'origine, col sao dei due periodetti volgari del 960 e del 964.
V. Rajna, Rom. XX 390.
Spoglio del Codex Cavensis; § III. Morfologia. 269
845; ipsa terra abeates per istu scripta 842 (due volte); si de coUudio pluls
aberili 708 (=haberitis o *averitiì).
71. 'potere': dam erecte me loqaere posso 837; ipse abbas non -potehat
949, cfr. Pott, zeitschr. cit. XIII 93; ut ego bibere possam 882, ut maci-
nare possam 983; ut ipso firme abere possat 857; talia facere non i^o-
tere 928.
72. 'volere': volere e balere, frequentissimi. Maraldus presbiter •uo^e?uZo
ipsa sacramenta ei persolbere 952.
78. -are. — Indicativo; presente: dabo do, è assai frequente nella for-
mula: dabo atque trado, che si alterna con 'do a. t.' (cfr. abo ho, al num. 70);
aqua ibi se aduna 1041, bia que modo se anda 1046 vii 6; hiremus giu-
riamo 821, demiis... ad iustu pretiu 842; [la terra che] bos ipso laborate
cum bobi 882. Perfetto: donatio prò quo tu mihi desti guadia 960; npr.
àen^-dede 842, Petru... absolutione dede 8.52, cfr. Schuch. II. 47. Con-
giuntivo: partem nobis dea72t 884, deant ad pars ipsius monasteri 907.
74. -ère, -ere, -ire. — Indicativo; presente: quomo raetia sepe decerne
303, comodo mensura decerne 824 826, de uno capite... peì-tange in fine
852 (due volte) qui mihi perline 853, mihi... ec AWi&ìo place 987, perbade
[il confine] in fine Radechisi 860, deduce in fine 949, perdeduce fine bia
856, de uno capite... peresse in fine (-exit) 852, bia... itcnc/e in iamdicto
termine 989, coniimie 853, que vivet in casa 1056 vii 274; cfr, Schuch. II 46 *;
quanto alle uscite in -i delle 3* prs. sng. cfr. num. 2; promilemus 798 799
801 822, promiclemu 803, spondemus 842, restituemus 821; complunt 1310,
debnnt 1041 ecc., ecc. Imperfetto: aliut contineba in ipso scripto 982.
Perfetto: unde ì'ecipi pretium 799; nos queset dicendo 875, inantistare et
defendere promise 905; cfr. Schuch. II 47^. Congiuntivo: permanea 801,
licea... bos tollero 872, licea bos ire 872, semper redea ad vestra potestate
855; cultata et elusa remittate ipsius ecclesie 1020, vos... abere et possi-
dere baleates 849. Imperativo: tu exinde talli due sorte 872; tantu et
tale adpretiatu exinde tolliti, quantu... 864 cfr. Schuch. I 260-1. Pei com-
* Agli es. di -et provenienti dalla nostra regione, raccolti dallo Schu-
chardt, si aggiunga questo d'un' iscrizione nolana: HIC REQVIESCIET IN
PACE, CIL. 1378.
* In iscrizioni sorrentine: FECET, CIL. 606, <^HKET, CIL. 719.
270 de Bartholomaeis,
posti imperativali v. nurn. 114. Infinito: lavine de aqua pluviale que inde
discurre solunt 1035; derivato dal tema del partic, rebus fodere et abere
potuerit 1002. Gerundio: et nos dicendo a parte nostra 1014; ecc. Parti-
cipio: ipsum Petrus exinde conUncutum habuerat 902, parutum 1010, exjìc-
tutum 823 1049 vii 108, Johannes spetutum illos habebat 902, si nos exud
fuerimus 'usciti' 988, investutam 1058 viii 38, nulli violentia sumus patute
1057 vili 41; tultum e tiditiim tolto, less.
75. Passivo. Inutile riferire esempj, che occorrono passim, come : se to-
cal, se dicit ecc. Citerò bensi: Inter nos fiad dibisum 954. 76. Incoativo:
ad slabiliscendum 993 *.
e. Derivazione nominale.
77. -abile: ni. casa-a/na&e^e 857. 78. -aceu -aciu: ^sZw/nacjM accanto a
pjlumateo less., ni, tostazzu 980, focacie 1030 e \aQQza.-focacza 1049, setazza
less., \\]yTs. jannaci 'lannaccio' 'Giovannaccio' 1042, ni. spinacze 990, ni.
cretaczu less. 79. -ale: guttali cesinale boccale lupinale pratalc fabale
less. 80. -anicu: amalfdanicos less. Notevole l'uso che se ne fa nella de-
rivazione de' nll. da nomi di animali, come tauranicum bespanicum capra-
nicum, less. 81. -anu o -i-anu. Della larga serie di gentilizj passati nella
nomenclatura fondiaria, sien ricordati: bibanum castrezzano campilliaiiu
casilianum, less. 82. -arju. Alla serie del num. 10 si aggiungono; quar-
tariu, flubio grancaria^ labinario, ',nelariuni^ salicario, scutararifoj, less. In
gallara (ni. cerzìsL-gallara 1049, viii 111) e 'p'^^ara ('via de pecara' less.)
abbiamo esempj della derivazione de' nomi d'alberi da' nomi di frutti, me-
diante il sufF. fem. -rtra (sottint. 'pianta')^. 83. -aticu. Semiletterarj : /jo/-
mentateca terrateca airateca, less. Cfr. Schuch. II 3, Ascoli, Arch. III 282 n.
* Non è peculiare delle nostre carte (cfr. Schuch. I 364), ma va qui ad-
dotto a cagione della larga parentela d'infiniti di forma incoativa, che vi-
vono nel pugl. e nel calabrese. Per il cai., v. Scerbo 217.
^ Tra' dialetti moderni, il cai. non conosce altro modo che questo per la
formazione de' nomi d'albero. Esso dice: purnu la mela a pumara il melo,
nzinzulu la giuggiola e nzinzulara il giuggiolo, sorbii e surbara, purtn-
garìdn e purtiigaddara, nispulu e nispulara, e perfino garofolara rusara
la pianta del garofano e della rosa; ecc. ecc. — Chiamano anche a Na-
poli 'cerza castagnara' il 'quercus aesculus'. — Analogamente si dice, ne'
dialetti romaici di terra d'Otranto: siizyvo e ziszyvea, la giuggiola e il
giuggiolo (Pellegrini, Arch. suppl. Ili 62). — Di qualche esempio di -ara
allato al più frequente -aro (fr, -ier) nell'Italia settentrionale, v. Mussafia,
Baitrag s. nogara.
Spoglio del Codex Cavensis; § IH. Morfologia. 271
SI. -atu, -ata. Sostantivi di forma participiale, indicanti collettività op-
pure formazione, costruzione o sim.: farciti, urtata, perr/olatum, inlalkitiun,
serokitum, taholatum, (errata, laoinata, ferolatum, nomi locali: priatu can-
cellata perticata macerata pescata; less. 85. -ella -ella: ni. pragella,
serra de platiellu, sicclellum, mercatellu , pallidellum, less., nuce tenerella
992, ni. mandrelle 995, pratella 997, ni. camniinatella 1006, trasandella less.,
catenella 986 1017, mercatella 1043, capretta 1023, scaletta 1026, ortella
1021, cammarella 1031. cgn. campanella 1038, ni. andrelle 1042, ni. ajella
e agella less., portell-one less., ortelle, insertelli 1015. Gli es. di -illu -ilio
V. ai nra. 5 e 6. 86. -ense; v. num. 6. Notevole il doppio suff. in acqua-
bellanense 1034 vi 18 (da 'Aquabella' ibid.). 87. -eolu; v. num. 7. 88.
-e tu. Alle forme con -itu, che v. al num. 5, aggiungonsi: cannieiu, v. § l
e less., cannietulu, cerretu, locillelu, quertielu, solicetu less. 89. -iciu:
manizzi, casa lignizza, cerbaricia, hacharecze, cerharezze; less. 90. -iculu:
securricla less.; e qui sia posto, con tutta riserva, cirnegla less. 91. -ictu:
salittu less.; cfr. Schuch. II 454, Ascoli, Ardi. XIV 342 n. 92. -inu: pare-
iine, terra, casalina, ferri caballini, npr. lohannes pilusinw, less. 98. -iscu:
franciscu, grecescke e grecesce; num. 5 e less. -anu + -iscu: amalfitani-
schi less. 94. -istra: pollistri less. 95. -itu: parietes fabritu, casa fa-
brita; less. 96. -lu.^ Riducesi a -i d'ordinario ne' npr. (cfr. Schuch. II
384). Gito dalle soscrizioni: ego dinari 798, ego Maurici 801, ego Tra-
sari ibd., ego Aldemari 803, ego Godini 819, ego Filicerni clerico 822, ego
Teodici teste 824, ego Landemari 826, ego Autecari 826, ego Lambaiari
837, ego Lupini 842, ego Aderisi 844; ecc. ecc. 97. -oc'ju: npr. carozzo
816. 98. -one: castellione 877, petrone 917, asciane, plaione, cristone, sir-
rune, less.; -ella + -one: portellone less.; -wV: lìlatamone e bollinionio,
less. 99. -orju; v. n. 7. 100. -osu; v. num. 7. 101. -ottu: npr. terra
catzotti less. 102. -uc'ju, -utju: ni. caslelluccio, e forse qui pure il npr.
masc. Incazza 966. -uciu + -ellu: arcuscellu less. 103. -ullu; v. num. 7.
104. -ura: spurclatura less. Scambio di suff, in clausora clausura 996.
105. -utu: cgnomi: cintrutu piccecuta sannutas barbuti capizuto capilluti
pedntum; less. 106. -e -inu: roticinum less.; -on-cinu: silboncinurn less.
107. -t-anu; foretani calabritani, less. 108. -t-ellu: ballitellu e ballo-
lella, serretella balletella campiteli a sjìongatettu riatellu, less. 109. -e -ellu:
flumicella 918 1000, munticellu 980 984, ni. ad ponticellu 992, torticellum
less., licticellum 1031, ciibecella less., ballicella 9o7, terrecella 1026 e ter-
ricella 1034 1043, apothecelle 1030, clusuricella , curticella, rescella, less.;
balloncella 984, serruncellu 994.
272 de Bartlìolomaeis,
D. Derivazione verbale.
110. Forme infinitive derivate dalla sostantiva: prexurare less.,
bacca betellata, iumenta polUtrata, scuria porclata, capra edata, che v. al
less. 111. -idjare: manganiiare v. less.
E. Prefissi.
112. ad-: acsoczare adaqiiare aiungere alluminare amminiiare appinzare
apprettare, less. de-: ni. derropate ib. ex-: exfossare sfeczare spurgare
spetutum, spletos ib.; scalciare e scalciare ib., dove sé forse da dis-. in-:
incannare impalare, re-: rebolta reclarare residiare reprovam. cata-
xnzc'f. nll. cata-palubuluìn, cata-licbulu, cata-grisulum, ortu cata-lupu, cat-
ahati, cata-maurici, che v. agl'ind. Cfr. D'Ovidio, Arch. IV 409, D'Ambra»
Voc. nap. s. v.; e v. less.
V. Composizione.
113. Composti imperativali: cgn. torna-in-poe 1049 less. s. 'poe',
cgn. frangi-tremesse 1063 less., cgn. scalda-folia 1041, heredes de honiini-
bus qui bocabat caca-in-sanii 990, cgn. caca-littere ind. 114. Composti
genitivali: cgn. bocca-bitellu 'bocca di vitello' ind., cgn. ca/)M-cane 'capo
di cane' 1011. 115. Sostantivi con sostantivi: Raddoppiamento: ni
bado-bado larinense (Lucerà) 842. Vanno qui i personali e i gentilìzj, lar-
gamente diffusi ancora nelle Calabrie e più nella Sicilia, composti con
nanna- (cfr. Morosi, Arch. XII 94), quali pappa-cena, pappa-carbone, pappa-
lardo, pappa-boe , pappa-mona, pappa-salbana ; ind. Come pappa-, anche
maìuma- in mamma-lopa 1008, ni. proveniente da prs. 116. Sostantivi
con aggettivi: cgn. bocca-pi: zola ind., ni. casa-amabele 857, ni. casa-
orsana 947, ni. casa-noba 1047 vii 30, n\. petra-lata 1058, ni, ulmo-longum
993, ni. billa-noba 996. ni. arcu-pintum 1016, ni. pannu-jnctulum 1038, ni.
laina-cupa 1038, cgn. capu-grasso 1044, ni. mela-massana 1045, ni. cappu-
pizulu 1048 cfr. num. 35, cgn. berga-torta 1063. 117. Aggettivi con so-
stantivi: ni. rnetia-sepe 861, cgn. meczu-pane 1038, cgn. mecza-focacza
1049; aggettivi greci: calo petri 1050 è ni. ma trarrà origine da prs., cgn.
calo-ioìianne 1057; e van qui pure i cgn. protomandrita 'protopapa proto-
spatarius, ind.
G. Indeclinabili.
Avverbj. - 118. Di tempo: tamia, il noto correlativo meridionale di
'quando', 'ipse Ademari dixit, sic illut aberet factum et laboratum, sicut
ipse genitor suus obligatus fuit, et tando super rebus ipsa perreximus
Spoglio del Codex Cavensis; § IIL Morfologia. 273
1009, ' usque termine qui fictum est in aira que tando ibi est' 1017. modo^
da modo ora, da ora; son frequenti le formule, ubi modo resedimus 'lo sta-
llile ove ora dimoriamo' 842, cZa modo... usque... Inoìiv e, ammodo q\. sem-
per 835 ^ d,a presentis immediatamente, porge il riscontro meridionale al
Jaì presenta dell'aait. (cfr. Flechia, Ardi. X 165): 'si ipsa arcaturia de ipsa
melina piena vel rupta fuerit, ubi nos inde scire fecerint, da^presentis il-
lam conciare faciamus' 1018.
119. Di luogo: iusu, 'da caput usque insù ad marem' 970, 'at Salerno
usque hisn at marem' ibd., 'caput fixum de susu in iusu^ 1009, 'de ipsu
buttaru in insù'' ibd^ susu, 'usque snsu ad ipsum cercum' 976, 'usque
susu' ad ipsam viam publicam' ibd., 'cercum de caput in susu' ibd., 'qui
pergit at Salerno in susu' ibd.; cfr. Scerbo, s. v. poe dietro, nel cgn. 'Jo-
hannes torna-m-^'oe' quasi 'torna-in-dietro' 1042. lionde per dove, ^honde
nos andavimus' 821 826. Ancora: 'da undx vadit modo ipso ballone, 1034,
VI 19. ''per traversum da ipso flubio' 978. rido; frequente la formula
^ricto descendente', detto del confine; cfr. Schucli. I 333, III 128.
120. Di maniera: appare ^aWa. pari', 'per adpretiatum exinde «jj^are tan-
tum abere et tollere, quantum' 843. sceptu eccetto, 'totum... vinumdedi
possidendum, sceptu bece de bia' 824. proprio e propio propriamente pre-
cisamente, è frequentissimo nello formule 'ubi proprio... dicitur' ecc.
121. Maniere avverbiali: 'case quas in sclimbo edificate sunt' 1005,
di sghembo; 'si infra constitutum necessum ibi fuerit' 1034 ^
Congiunzioni. — 122. qua quam 'ca': 'nos queset dicendo qua nos
aberemus terre eius celate: unde nos iurare abbemus ^«a amplius exinde
non tenemus, nisi quantum...' 875. Cfr. Pott, Zeitschr. cit. XVI 124, e v.
Ascoli, Arch. Ili 265-6, Kòrting 6541. corno: '•corno petre ficte sunt' 818,
* Cosi ne' Bagni di Pozzuoli, v. 229, e nel Regim. Sanit, gloss. s. v. V. an-
che Pott, zeitschr. cit. XIII 223-4.
* Anche nel 'Chron. Casin.' leggesi: «civitatem iuso fieri voluit», cioè
'la città di sotto', s. Germano; MGH. scr. HI 227. Nella 'Hist. lang.' di
Erchemperto da Teano: « monasterium... coeptum est rehaedificari iuso»;
ibd. p. 259; e «de iusso» occorre nel passo corrispondente del 'Chron.
Salernit.'; ibd. p. 540.
' Nel Ritmo Cassinese, v. 69: « nullu necessu n'abete ». Occorro anche nel
Regim. Sanit. 92 95. Per gli ant. testi lombardi, v. Salvioni, Arch. XII 416.
274 de Bartholomaeis, Spoglio del Cod. Cav.; § III.
'■corno raetia sepe discerni' 856, ''corno termiti fleti suut' 85'3, ^comu medio
ballo discerni' 850; '■comodo uno piriis signatus est' 856; quorno metia
sepe decerne' 803, Squamo forcati fleti sunt' 837, più volte (cfr. Schuch.
II 393). con: '■con summa raea bona boluntatem' 856. Incerto è cu nella
frase 'cm notitia suprascripti iudicis' 882, atteso il n susseguente. Cfr.
Scbuch. II 166.
Preposizioni. — 123. a; 'passi numero quactuordeci a passu Teopi'
798, cioè 'secondo il passo'; mensuratu a pede meo' ibd., cioè 'secondo il
piede'; 'cludamus illos ad, forcas' 983, 'pastenemus ad zappam' 1024, qui
'con'; 'molis a, macinare parium unum' 1063 viii 210, 'da m.'. Superfluo
allegare esempj come 'repromitto... tivi et a tui heredibus' 798. Oc-
corrono anche costrutti come 'abuit ab a Lioprandus' 872; cfr. Parodi,
Arch. XIV 12. apud: 'cot apos bos remelioratu fueri' 798. circo: 'clau-
so... circo fine tua... benumdo' 855, 'est circo casa amabile' 868. da:
^da terra mea' 798, 'da fine terra domneca' 816, 'da ipsa pars et da illa'
821, 'da prima vero pars' 821, 'da modo' 842; 'biolentia patere da supra-
scripto viro meo' 844, due volte, 'emptum abeo da Orsa' 847; 'Petrus qui
facit materie da barche' 991, 'Ugna da laborem' 1004, 'piagarle da pa-
lumbi iocandum' 1012, less. s. 'plag.', 'ficu autem da seccare seckemus'
1022, 'licticellum cum panni da iacere' 103), 'panni da vestire' 1031, 'li-
gnum bonum da focum' 1035, 'zani dui da coperire altare' 1043; 'terra
que appellatur da Padula' 868, 'ubi d.a selberanu dicitur' 893; e altre
molte simili formo di nll.; 'qui sopranominatus da Libolta se bocat' 965,
•lohannaci da lu portu' 1042, 'Petri qui dicitur da la scura' 1053 vii 244;
per altre simili forme di gentil, possonsi vedere gl'indici, de: superfluo
addurre esempj come 'de sancta sofia' 818, 'lohannes presbiter qui dicitur de
Rosa' 1003; ecc. ecc. inter: '■intre iste finis' 848. infro è frequentissimo.
in: 'animalia legata in zoca' 997, 'manule de siricum unum cum liste in
fresa' 1057 viii 26, 'sindonem siriaticam iìi intallum' 1058 viii 66, 'ora-
lem in ragiolum' 1058, viii 66, 'buctes duas in salictum' 1058 viii 67.
intu: 'casa mea quas abeo intii beneventanam cibitatem' 845; cfr. Bianchi,
Arch. XIII 199, Meyer-Lùbke, Zeitschr. f. d. òsterreich. gymn., 1891 p. 771.
2^er: 'scurie tres porclate cum ana tres filios ^er scuria' 1029. se [si]: 'et
se de colludio pluls aberiti' 798, '■se ante ipso suprascripto constituto ubi-
qua dare presumserimus' 842. supto: 'in Puciano siqito monte Lebinu'
857, 'qui pergit siqjtii ipsa ecclesia" 982,
[Continua.]
NOTE ETIMOLOGICHE E LESSICALI.
e. NIGRA.
Quarta serie (v. voi. XV, p. 97-130).
1. — fi\ ah è e.
Littré definisce dbèe: ' ouverture' par laquelle coule l'eau qui
fait aller un moulin', e ricorda pure la definizione data da altri,
secondo cui questo vocabolo significherebbe: 'ouverture par où
l'eau a son cours quand les moulins ne tournent pas'. Egli iden-
tifica hèe con baie, considerando Va come un prefisso, ma am-
mettendo che possa anche appartenere all'articolo feminino. E
parimente lo Scheler considera l'abèe come una falsa grafia in-
vece di la hèe, e fa di questo vocabolo un sostantivo verbale del
verbo hèer.
I due lessicografi rettamente stimarono Va di ahèe come ap-
partenente all'articolo feminino; ma l'etimologia da essi proposta
non porta a un senso soddisfacente. La hèe è il ' canale del mu-
lino', faccia 0 non faccia girare la ruota. La base del vocabolo
è un fem. *heda, che è pure riflesso nei prov. heso, for. hie, e
al mascolino nel gen. hèu, bl. bedum, tutti col senso di 'ca-
nale, gorello', come i derivati equivalenti bl. bedale, aprov.
hezal, ment. bea e altri, di cui s'è fatto menzione nell'art, hja-
lera (Arch. XIV 358), dove è indicata la provenienza di simili
voci.
2. — prov. acampeir à champ eira, quey. champayrar,
can, carnparar scampar ar, piem. camp ejrè scam-
pejrè, 'fugare, rincorrere'.
La base di questi verbi risalirà a "campar ius 'guardia cam-
pestre ', come quella del piem, hergajrè, can. ber- s'bèrgarar, di
significato identico, risale a ber gè bèrgér 'pastore'.
276 Nigra,
Mistral registra, pur col significato <ii 'fugare', altre forme
provenzali affini, campejd, delf. champejd, ecc., senza dubbio
connesse foneticamente coU'afr. champojer, it. campeggiare, sp.
caìnpear, ecc., per la cui base si vegga Diez s. campo, e Kor-
ting 1545.
y 3. — piem. lomb. ecc. amis' 'amico'.
Il s finale di questo vocabolo attende ancora una spiegazione
soddisfacente. Il Salvioni, parlando della voce milanese, Ardi. IX
255, e il Gorra della piacentina, 'Dial. di Piacenza' § 101, spie-
garono arnìs' come un plurale, amici, passato al singolare. Alle
obiezioni sollevate contro questa dichiarazione dal Meyer-Lùbke,
I. gr. § 339, il Salvioni contrappose recentemente nuove conside-
razioni che si possono leggere in Zeitschr. XXIII 514.
Senza ricorrere al fenomeno, non abbastanza giustificato nel
caso presente, del passaggio d'un plurale a funzion di singolare,
il' s' finale di amis si può spiegare molto facilmente, quando si
risalga al vocativo amice, l'uso della qual forma doveva essere
frequentissimo anche nella conversazione popolare, sì da parere
assai probabile che in qualche filone neolatino la forma con la
labial finale (araicu amico) ne andasse sopraffatta. Per altre forme
vocative nel neolatino, cfr. Arch. Ili 384-5, XIV 436, M.-L. gr. II
10. Il s' di amis' passava poi a nemìs' inimìs', e anche a amisa.
Superfluo notare che un alto-it. amis' da amice è foneticamente
regolare; cfr. dis radis cor^nis, dicit radice cornice; ecc.
4. — A^B. a n trevar, ' i nter rogare '.
Risponde agli equivalenti apr. entervar, afr. enterver, svizz.
rom. entrevd eintrevà, cfr. Arch. III 106-7 n, ya. ejntervè. E
qui non s'addurrebbe questa serie di forme, se non fosse per
contrastare vie maggiormente alla presunzione che si tratti di
una 'voce dotta' o rara; v. Kort. 4388 ^
* Come il Kòrting, che allegava egli pure il rum. tnlrebd, stentasse a
ammettere la continuazione popolare del lat. interrogare, non si capiva
bene. Egli a ogni modo non istaccava ancora, nel 'Lat.-rom. wtb.', Tafr.
rouver da rogare. Oggi però (Ztsclir. f. frnz. spr. u. litt., XXI' 101 sgg.),
Note etimologiche e lessicali. - IV. 277
5. — VB. arpja 'artiglio; branca; mano'.
Il vocabolo valbrossese si accompagna coi prov. arpa arpo
avpi 'artiglio', e collo stìzz. rom. arpion 'griffe d'animai'. Sono
da aggiungersi ai vocaboli che il Baist (Zeitschr. V 234) fa pro-
venire dal gr. (XQTcri per mezzo di corrispondenti forme latine.
6. — piem. avjé 'alveare'.
Risponde normalmente al lat, api a riunì; e sarebbe super-
fluo il trascriver qui questo vocabolo, se il corrispondente val-
brossese non avesse un significato che merita di essere avvertito.
Il VB. avjér si usa per significare 'confusione disordine', e que-
sto significato è dovuto all'apparente confusione che presenta uno
sciame d'api dentro e intorno all'arnia.
7. — Valses. bar e di a 'salamandra'.
Quando la salamandra tiene alzata la testa e la coda, essa ha
una curiosa rassomiglianza con una barca, i cui remi sarebbero
rappresentati dalle quattro zampe dell'animale. Da tale appa-
renza ebbe origine il vocabolo valsesiano.
8. — ant. vallone hertisse 'scojattolo '.
Il vocabolo, che è riferito nel dizionario del Grandgagnage, non
si potrà disgiungere dagli equivalenti va. vergasse, ve. vergappa,
egli tira rouver da un ipotetico gallolatino *loquare (=loqui); e io son
lieto che non mi tocchi di portar diretta sentenza intorno a questo pen-
siero del valoroso collega. Ma in codesta occasione egli intanto dice e con-
danna, che io reputi normale il ricondurre Tafr. rotiver a *rogoare e ugual-
mente opini, a quel che pare, anche il Meyer-Lùbke, gr. 1 355 (leggi 366).
Ora, potrà ben darsi che io la pensi proprio così. Donde però lo ricava il
prof. Korting? Dall' ultima riga delle note di Arch. I 211 ; nel testo della
qual pagina si discorre dell'ant. basso-engadinese roiigua ruguar, ant. alto-
engad. a-rouua a-ruér, ecc. ecc., con la dichiarazione esplicita che l'esplo-
razione si limiti a quel dato territorio; cfr. ib. 206 n , 225, 239, Gartner
Raetor. gr. p. 68-9, Meglio valeva, e per la cosa in sé stessa, e per l'in-
dagine che di qua dall'Alpi ci abbiamo speso intorno, studiare attenta-
mente quello che ne dice il Gorra, Studj di filo!, rom. VI 560 sgg., citato
alla sfuggita dal Korting stesso, — G. I. A.
278 Nigra,
svizz. rom. verdjassa, ravvicinati a viverra in Ardi. XIV
270. Ma la parte ascitizia domanderebbe indagini ulteriori.
9.— pieni, bicolan 'pane bislungo e rotondo', vercell.
'specie di biscotto', mil. -sorta di pasta dolce'.
La voce è comune al canavese; in berg, hiciolà. Verosimil-
mente è un accrescitivo masc. di buccella 'specie di pane', come
buccellatum. Alla stessa base il Pult riferì gli engadinesi
bifshm 'pane bislungo' e bitsella, 'pane rotondo e piatto ('Le
parler de Sent' § 161; e cfr. Korting 1384).
10. — piem. can. biì^o, romagn. bi?'én, 'tacchino'.
Il tacchino ebbe i nomi dialettali qui sopra riferiti per il co-
lore rosso (birrus) della testa e dei bargigli, come l'it. bù'ro
fu cosi detto per il color rosso dell'abito ( v. Diez, s. birro;
Kort. 1188). Il vocabolo piem, can. sta per *birriilu, il roma-
gnuolo (Morri: &M'e^z; Mattioli: biren birdna) è un dini. in-Inu.
11. — it. bisciabova 'tifone, turbine vorticoso'.
Il vocabolo è registrato dall'Alberti e dal Tommaseo, Vive in
parecchi dialetti collo stesso significato: friul. bissebòve, ven,
ferr. bissaboua^ berg. bissaboa bissaboga, romagn. boi. bessa-
bova. Il trent. bissaboa significa 'tortuosità', giravolta, andiri-
vieni', e questo significato è pure nei citati termini bolognese e
ferrarese. Si scostano alquanto da queste forme il mil. bisabosa
'guazzabuglio', il valses. bisibosa 'linea serpeggiante', e il com.
bisaboss 'trina, gala increspata, fatta a spire', ma non sono so-
stanzialmente diversi, benché la seconda parte del composto bosa
difficilmente si pieghi ad un'equiparazione, non solo col Pliniano
boa bova, ma anche col lat, bovea 'salamandra'. Si compa-
rino tuttavia i friul. bos'e 'insetto, e berg. bós'ole 'trùcioli'.
Che bisciabova sia un composto, e che la prima parte di esso
sia biscia 'serpente' (da bestia; v. Ascoli, Arch, III 339) non
par dubbio. Il senso di 'tifone, girone di vento' è sicuramente
preso dal moto a spire del rettile, come appare del resto dal
verbo berg. bissa 'serpeggiare', e dalle frasi it. a biscia, piem.
Note otimologiche o lessicali. - IV. 279
berg. a hkui ^ boi. a bessa, mil. in bissa, herg. a bissaboa, a
bissaboga, romagn. a bessabova, valses. a bisibosa, che signi-
ficano tutte tortuosamente'. Il significato di spira è parimente
perspicuo nei ven. bissela 'riccio di capelli' e 'cavastracci', mil.
bisà 'arricciare' bis, bisoèii, 'ricciuto', bisorin 'ricciolino ', friul.
bisse 'ricciolo', e nei berg. vissinèl, vessinèl, br. com. poscli.
visinel, vie. bissinelo 'vortice di vento o di acqua, turbine'.
Anche la seconda parte del composto: bova 'boa' ha i signi-
ficati originarj e traslati di ' serpente ', come sarà mostrato nel-
l'articolo che qui segue sotto il nuni. 13. Etimologicamente bi-
sciabova risponde quindi a 'biscia-boa', e consta di due vocaboli
quasi equivalenti. La formazione è la stessa che appare nel gen.
hiscebaggi 'raggiro, tranello', letteralmente 'biscie-rospi'. Non
si deve escludere in quest'ultimo vocabolo la possibilità della con-
crezione della congiunzione et tra i due membri del composto.
Se ciò fosse, converrebbe ammettere un'eguale supposizione per
la concrezione della congiunzione ac tra biscia e bova.
12. — tose, bizzuca 'testuggine'.
Si pronunzia anche bizzuga, e nell'isola d'Elba vezzuca. Que-
ste forme toscane rappresentano un composto di biscia e zucca,
e rispondono nel significato al lomb. bissa-scildeller^a e al piem.
bissa-kupera 'tartaruga'. Sono casi interessanti di fusione di due
voci, come quelli raccolti dal Caix in St. 200 (Cf. Arch. XV 97).
Il sicil. piscia-cozza (cfr. nm. 30) dà ancora le due voci mera-
mente accozzate e alterata curiosamente la prima. La desinenza
-uca -uga invece di -ucca si dovrà all'influenza di tartuca e
tartaruga.
13. — velses. bova 'serpente'.
È il pliniano boa bova 'serpente acquatico', riflesso nel bl.
boba 'species serpentis' del Carpentier. Vive nel dim. ven. vie.
bòvolo 'chiocciola vortice cateratta mulinello ghirigoro' donde le
dizioni a bòvolo 'a spire', imbovolar 'inanellare', nel già citato
bisciaboca (num. 11) e nel sardo merid., dove trovasi in forma
d'aggettivo sizzigorru boveri 'lumaca a chiocciola', cui si con-
trappone sizzigorru nudu 'lumacone ignudo'.
Archivio g-lottol. ital., XV. 19
280 Nigra ,
All'esame degli studiosi si sottomette qui anche l'ipotesi, se-
condo cui la stessa base latina sarebbe postulata dai ven. vie.
dova, friul. bove, 'callone', trent. boa hova boal hoval, tic. coni.
òva (= hova), lad. homi, Val Bregaglia voga (cf. lorab. ùga =
ava), braccia della lavina, sdrùcciolo per cui si rotolano le le-
gna del monte al piano', eng. soprasilv. ovel ual 'rivolo', e forse
il morbegnese voeugia (leg. voga) 'sentiero'. Tutti questi signifi-
cati implicano il concetto originario di 'spirale', rappresentato
dal moto tortuoso del serpente, che appare nel vortice, nella chioc-
ciola, nella traccia tortuosa del callone, della lavina, dello
sdrucciolo montano, del ruscello e del sentiero ^.
14. — prov. e a mhis, 1x110 li. gamhis'a,
'collana a cui s'appende il campano al collo delle vacche,
pecore, capre'.
Oltre alla forma provenzale precitata, Mistral riferisce le va-
rianti chambis e gamhis. La forma fem. ga?nbis'a è piemontese,
monferrina e lombarda ; in Valsesia e Valtellina , daccanto al
feminino, v'è pure il masc. gambis. Il significato è dovunque lo
stesso. Cambis §ambis'a sono sinonimi di kandtda, che fu esa-
minato in un articolo precedente (Arch. XIV 368), e dicono un
sottile listello di legno o striscia di cuojo, curvantesi in arco rien-
trante ai lati, alla cui corda si appende il campano.
La radice è sicuramente kamb 'curvare', la stessa cioè da
cui procede il romanzo camba gamba, ecc. È quindi celtica
(v. Holder, s. camba cambo-), e risponde alla greca xafin- d'egual
significato. Si comparino per il senso, come per la radice, oltre
i già citati gamba ecc., il berg. gamf 'bilico, bastone curvo
' Il Salvioni (Zeitschr. XXII 466; Rom. XXVIII 109 n) interpreta il ven.
bòvolo, chiocciola' come un diminutivo di 'bue', e l'equivalente ver. ho-
gon come un bovone, pur proveniente da bove. Connette poi (ivi 478) i lomb.
èva uwci voga vóga, ecc., con dkwa = aqixa. Ma il significato della base
bove può difficilmente concordare con quelli di bòvolo. E d'altra parte ò
anche più arduo ravvicinare foneticamente bava òca vóga voga ad aqua,
come per vóga è riconosciuto dallo stesso Salvioni. Il morbegnese vóga
'sentiero', se qui appartiene, com'è ammessibile, potrebbe spiegarsi come
un di m i n u ti vo f e m. : * b ó v o 1 a *bogla boga .
Note etimologiche e lessicali. - IV. 281
che serve a portar sulle spalle due secchi appesi alle due estre-
mità', e il fr. jante (= *gambìta), 'gàvio, parte della circon-
ferenza della ruota del carro'. 11 cambis è appunto simile nella
forma ad un gàvio, ma coi lati molto più ravvicinati in forma
d'un U rovescio. Il suffisso ricorda quella di camlsiu.
15. — it. carpone 'con le mani e le gambe
appoggiate a terra'.
Si dice anche carponi; piem. a grapun 'a quattro gambe'.
E un avverbio foggiato col sufT. -òne -óni, come gmocchione -Oìii,
boccone, sdrucciolone, penzolone, ecc. La forma piemontese ci
ammonirebbe che carpone stia per *crapone', e siamo cosi ri-
condotti ad un *crapa o *crappa (dall'aat. krapfo, v. Arch. XV
109), che si trova in fatti nei tose, grappa, sp. port. grapa, sv.
rom. krdpia, 'zampa'. Quindi carponi etimologicamente equivar-
rebbe ad un ^zamponi, cioè colle mani appoggiate a terra, come
zampe d'animale.
Diez s. V. fa veramente risalire carpone a carpus (gr. xaq-
TTÓg); ma questa è voce scientifica anche in latino, ed è poco
verosimile che sia stata presa per base di una locuzione toscana
essenzialmente popolare. D'altronde la forma piemontese non si
può trarre, senza arbitrio, dalla toscana.
16. — Verbi in -ce are; v. Arch. XIV 337; XV 107. — prov.
truca, piem. truké, it. truccare, ecc.; prov. truc, piem.
triikk, ecc.
I significati principali di queste voci sono: prov. truca, piem.
triìké, 'urtare, cozzare', quindi 'urtare colla propria la palla
dell'avversario nel giuoco del trucco e delle boccie'; — com.
trucca 'calcare colla mazzeranga (truch)'; — it. truccare 'ur-
tare le palle', come sopra; — prov. truc, piem. can. triikk,
Hu'to, intoppo, giuoco del trucco, poggio, tranello, macchina, com-
binazione', in prov. anche 'sasso sporgente dal suolo'; — prov.
fem. truco 'cozzo, intoppo '; — it. trucco 'giuoco di questo nome';
— fr. truc ' urto, giuoco del trucco, giochetto, ripiego '; — berg.
fróc, com. truch, 'mazzeranga'; — Valsoana trilka 'pallottola'
che urta ed è urtata; piem. can. antriÀkk 'cozzo, intoppo'. — Si
282 Nigra,
aggiungono con s intensivo: berg. stròcà , ven. struca); bresc.
strucà, coni, slriiccà 'schiacciare, stringere'. — Significali figu-
rati: gergo ita], tìmccare , argot tV. trucher truquer, 'mendi-
care' cioè 'bussare' alle porte', e quindi 'imbrogliare'; it. triic-
canie, fr. trucheax 'accattone; it. truccone, fr. truqueur, 'im-
broglione'; fr. truche 'elemosina'.
Le voci truc tmicco, truca truccare ecc. furono dal Diez
latte risalire al ted. drudi drucken, anglosass. Ihrykan, 'pre-
mere, stringere'. Ma il Mackel (p. 25) trova quest'etimologia
mal sicura, ed è tale infatti.
Le forme col s intensivo, berg. stròcà, com. stracca ecc.,
furono riferite dall'Ascoli (Arch. XIV 338) ad un presunto ex-
troc-[i]care da ex-torcere. Ma è difficile separare queste dalle
forme semplici precedenti, e Vii radicale lombardo postula Yu
lungo nella base ^ Siamo quindi condotti a porre per base di
truccare ecc. un *trudicare da tr fide re 'spingere'. E si avrà
la conferma di questa spiegazione nei riflessi delle forme frequen-
tative latine tr usare: ferr. trusar, com. ti^usà (leggasi trus'à)
'cozzare'; trusitare (trustare trustjare): venez. strussiar 'fati-
care'; can. iriisjar, com. siriizià , 'importunare', vb. trùs'jun
'cuneo di legno'; alomb. terruccar (Arch. XII 436), sic. truz-
za?'i. friul. tinissà, ievv. trussar, 'urtare'; ven. tru.ssante, vie.
Irussore Irusson, 'accattone'.
Dai precedenti vocaboli si dovranno separare i fr. argot dì'o-
guer, can. vb. droga)', 'mendicare', can. drogass 'accattone',
dì'oga 'mendicità'. Questi sono probabilmente di origine celtica,
e vanno comparati coll'airl. tróg irilag, brett. t)'u, 'povero', da
una base *trogo *trougo (Thurn. 81).
17. — La ^chiérica' in cucina.
L'uovo cotto al tegame o sul piatto, o fritto in padella, per
la somiglianza che il suo giallo rimasto intatto presenta colla
' Circa To' delle l'orme bergamasche, sono in ispecie da confrontare i
berg. sócc = mil. sùcc exsiìctus, lóccd (e li(ccà) = mil. liìccà *Iuctare, Arch. I
305 n.
Note etimologiche e lessicali. - IV. 283
tonsura clericale nella dimensione e nella forma circolare , si
(lice: in can. of al cèrik, letteralmente 'uovo al chierico', òf a
la éirjd 'uovo alla *chiericata', cioè alla 'chiérica'; in Valses.
cirighin] in piem. od al éerifjin; in mant. oeuv cerghin', in
niil. cereghitt m. pi.
18. — mant. co sita 'cos'i'.
Il vocabolo, registrato nel dizionario del Cherubini, va col eus-
s/ta del Boerio e certo d' altri lessici e fonti ancora ; e consta
dell' it. cosij più il lat. ita. Quest'ultima voce, come si sa, fu
sempre usata nel latino popolare delle scuole e dei chiostri per
esprimere l'affermazione.
19. — piem. dcsslé 'rivelare, palesare'.
Questa e le corrispondenti voci can. dsèjlar, vb. dessèjlar,
corrispondono a dissigillare.
20. — ant. prov. dolsa, piem. dossa 'guscio, baccello, siliqua'.
Bl. in Carpentier: do ss a s legumi num; prov. dosso dousso
douesso, ling. dolso, lim. dorso, rouer. douolso, menton. daus-
sa, ecc., 'gousse'. Il tema comune è sicuramente dorsa n. pi.
di dorsum 'dosso' ^ Questa denominazione data all'involucro
di legumi, come piselli, fave, fagiuoli ecc., è dovuta alla forma
convessa del dorso e al senso di pelle che dossum ebbe nel
basso-latino. Si compari il fr. dosse 'sciàvero, asse d'albero che
è segato da un lato e conserva dall'altro lato la scorsa convessa '
(v. Littré s. dos). La forma svizz. rom. , addotta dal Bridel, è
dontha.
21. — * fai àppo la, 'falbalà'.
Diez , registrando la voce falbalà tra, le comij^ii ai parlari
neolatini, la dice d'origine ignota. E Horning, nell'importante
suo lavoro 'Lat. faluppa und seine romanische Vertreter',
Ztschr. XXI 192 sgg., che la rasenta, non la tocca.
' Si avrebbero insieme i continuatori di *dossa e quelli di dorsa. Ma
può parer singolare il tipo dolsa. D'altronde, douesso e douolso parrebbero
<la leggersi duésso duólso e allora non si combinan più con dorsa dos-
284 Nigra,
Le forme sono: tose, rom. march, plem. falpalà:, tose. ven.
vie. abruzz. piem. fr. ling. sp. pg. falbalà', nap. sie. gin. sp. prov.
cat. farhalà'f piem. Carpentras fa7'abald; ferr. fàbalà', mil. feri-,
friul. Piazza-Armerina frabald; cremon. ^avm. frambald; sp. far-
falà. Il significato è 'frangia, gala', che è pure della forma sem-
plice: ital. frappa, mant. frapa, e dei dimin. lion. farbela, prov.
farbello, 'frange, guenille', donde il lion. farbelòu 'déguenillé'^
Ora, accanto a faloppa, s'ebbe sul territorio italiano anche
falappa, onde '^f 'lappa frappa (cfr. Horning 1. e; Arch. XIV
365). E insieme ne veniva il dimin, "^falàppola; onde, con la
trasposizione dell'accento che è normale nelle voci latine di vecchio
accatto germanico (cfr. kéller e e Ilari u, Kóhi colonia; ecc.),
il ted. fàlbel, che anche ha generato un verbo : falbeìn fdlbeln.
Oltre faldppola, l'Italia ha potuto avere frdppola, e le due
varianti si saranno anzi incrociate ; ma l'Italia non ha più que-
ste parole nel loro conio genuino. La moda le deve aver por-
tate in Francia e di là riversate in Italia e altrove, secondo che
mostra l'accento sull' a finale.
Curioso che il riflesso tedesco fdlbel ^ia la più genuina ripro-
duzione che oramai s'abbia di *falappola. Lutero ha falbel di
schietta provenienza italiana, Goethe ha falbalà d'importazion<'
francese (v, Grimm s. v,).
22. — boi. fi ammarai a, ferr. fiamarada, 'baldoria'.
Composto da fiamma, e ratta = rapida, cfr. Arch. XV 121.
La 'baldoria', come si sa, è una fiamma, che tosto s'apprende e
tosto si spegne (Fanfani). Il d della voce ferrarese andrà ripe-
tuto dall'analogia àeW-ada di participio feminile ecc.
23. — Alcuni nomi della ^ghiandaja'.
Afr. picc. prov. gai, neofr. geai, lini. delf. borg. jai, ingl. jay,.
VA, gè, sav. svizz. rom. dze^ vallon. djd, ling. gach, rouer. gaicJi,
sa. Queste due forme fanno pensare a un incrociamento con una base comò
de-vorso 'dietro'; cfr. soprasilv. daoos, ecc., Arch. I <ìO-(3I, 140, 200, —
G. I. A,
* Il sardo merid, prefagliu 'falpalà' suppone manifestamente un derivato
f'r appa glio, e ha le labiali invertite.
Note etimologiche e lessicali. - IV. 285
cat. gaig, piem. gaj, can. mond. Qe, Garfagnana go, Langhe
(monf.) gei, sic. gidi (importato di Francia); — forme feminine:
friul. gaja, tic. sopras. gagà, valses. gaggia, piem. §eja, monf..
com. (jaja (che significa anche 'gazza'); — altre forme: bl. di
Papias, sec. XI, gaius 'picus' (gaia 'pica'), rum. gaitzà, vs.
gaj7^, sic. gidu, sp. gayo, pg. gaio, Vigo (trent.) gdtso: — ag-
giuntivi masc. afr. gaion (Cotgr.) , menton. gagian; — dimin.
fem. bl. di Uguccione in Due, sec. XII, cacciila qaae vulgo
dicitur gaccùla 'raonedula', Carpent. gagiila 'graculus', lomb.
gàsgia gdscia, friul. (Cadore) gajola, lad. centr.: Gardena dya-
zòla, Badia, s. Vigilio, yayóra; — tutti col senso di 'ghiandaja'.
Diez (s. gaio) connettendo il prov. fr. gai geai 'ghiandaja'
coir aggettivo fr. prov. gai, it. gajo, ecc. 'allegro vispo', fece
risalire tanto il sostantivo quanto l'aggettivo, come già aveva
fatto il Muratori per quest'ultimo, all'aat. gdhi 'rapido repentino
impetuoso'; e il Mackel (40) difese contro il Baist la possibilità
di questa etimologia, benché la inserisca tra le non sicure ^. Lo
Schwan, in una nota che apponeva alla 1.* ediz. della sua Gram-
matica dell'antico francese (§ 181), ammetteva egli pure la pro-
venienza del sostantivo dell' aat. gdhi, ma ne separava l'agget-
tivo, riferendolo all'aat. lodhi 'bello' (v. Korting 3557 e Nachtr).
Questa nota non figura più nell'ultima edizione.
La distinzione dello vSchwan tra gai 'allegro' e gai 'ghian-
daja' potrà essere discussa. Ma qui per ora si lascia da banda
l'aggettivo, limitando l'indagine al sostantivo. Ora sembra evi-
dente, che i vocaboli riferiti in capo a quest' articolo non si pos-
sono far risalire all'aat. gdhi. La logica e la fonetica protestano
del pari. Il senso dell'aat gàhi, 'rapido, repentino, impetuoso',
e poniamo anche, se si vuole, 'vivace, snello', non è special-
mente applicabile alla 'ghiandaja', avendosi non pochi uccelli
più veloci, più snelli, e più impetuosi che essa non sia. I movi-
menti della ghiandaja, come quelli di tutti i corvi, sono goffi, e
il volo è lento. Non si vede poi facilmente come un uccello, che
* Anche lo Skeat connette gl'ingl. Jay 'ghiandaja' e gay 'allegro', rife.
rendo entrambe lo voci all'aat. gdhi. Egli dice che il jay fu 'so called from
its gay colours' (s. Jay).
280 Nigra,
è indigeno nei paesi romanzi e de' più noti, avesse a pigliar nome
da una parola germanica, la quale, si badi bene, non ha mai si-
gnificato punto l'uccello stesso o un uccello qualunque. Per quanto
poi spetta alla fonetica, è troppo difficile ammettere che lo h in-
tervocalico di galli si risolva nella gutturale finale delle voci
occitaniche gach gaich, cat. gaig. Gli esempj citati da Mackel
(134): prov. gequir dal gemi, jéhan, fr. flagorner dal germ.
flaihan, e agacier del longob. Viazjan, non sono conclusivi. Lo
voci occitaniche come le francesi, come le pedemontane, postu-
lano tutte all'incontro una base in -a cu (-àgu); e appena occorre
che si ricordino i riflessi di ebriacu Kort. 2746 e di *veracu
ib. 8628, afr. vai vagu, va. laj^ can. le, lacu; [vs. Cogne laj,
VA. le, = illac]; piem. Vinzaj ni. Vinciacu, Baj can, Be ni.
opacu; can. Ajé ni. Alliàcu, ecc. Per i fem. monf. gaja, piem.
geja, si compari il monf. piem. braja braca. In conclusione, noi
dobbiamo restare a quella base gaca, che già è affermata dai
citati diminutivi dei dizionarj medievali: caccula gaccula ga-
gula. E quanto all'etimologia vera e propria o alla più speciale
dichiarazione di alcune forme particolari, sarà prudente non an-
dare per ora più oltre. — Cfr. l'articolo che segue.
24. — La gajeita pelle della lon'za di Dante.
Il vocabolo gajeita, adoperato da Dante nell'Inferno (i 42),
ebbe dai commentatori italiani e stranieri due diverse interpre-
tazioni. I più spiegarono gajetto come diminutivo di gaio col si-
gnificato di 'leggiadro vago' (Buti), blandulus venustulus
(Crusca Manuzzi) 'leggiadro alla vista' (Fanfani), 'vivace di co-
lore o simile' (Tommaseo). Altri, meglio inspirati, avendo osser-
vato che Dante, in due altri luoghi della Divina Commedia de-
scrive la pelle della lonza cogli aggettivi maculata (Inf. i 33)
e dipinta (Inf. xvi 108), interpretarono gajetta come un equi-
valente di codesti aggettivi, quasi: 'variegata'. Fu questa l'opi-
nione del Salvini, condivisa dal D'Ancona e da altri. Tra i Te-
<leschi, vi consentirono il Re Giovanni di Sassonia, il Witte, il
Gilderaeister, che tradussero 'bunt, buntgefleckt'; tra i Francesi,
PJvarol ('couleurs varièes'), Brizeux ('peau tachetée'), Albj ('man-
teau tachetè'), Diiez ('peau mouchetée'), ecc.; tra gli Inglesi,
Note etimologiche e lessicali. - IV". 2S7
Boyd, Wright (nella prima edizione), Bannerman, Ramsav, Wil-
kie, Ellaby, Tomlinson, Norton, Longfellow, Vernon.
Però gli etimologisti, anche quando interpretarono bene questo
vocabolo, lo spiegarono male. Cosi il Salvini fece provenire gajetto
da vajo, ossia dal lat. variu; la qual base, anziché gajetto,
avrebbe dovuto dare in italiano vajato o *guajato, e, se si vuole,
*cajetto o *guajetto.
Nessuno, che si sappia, ha pensato che gajetto è verosimil-
mente una parola provenzale italianizzata. Si trovano in fatti ,
nel territorio occitanico e franco-provenzale, collo stesso signifi-
cato di 'maculato, screziato', due serie di forme che hanno con
gajetto un'evidente comunanza d'origine.
I vocaboli della prima di queste serie hanno la gutturale ini-
ziale sorda: prov. caiet, ling. calhet, 'screziato, picchiettato di
])ianco e di bruno', prov. hiòu caict 'boeuf pie', caietd , lim.
calhetd 'screziare', e con altro suffisso prov. caiou, ling. caiol
calhol , 'screziato', prov, vaco caiolo 'vacca pezzata', caioulà,
rouer. calhould, 'vajare, saracinare, ecc. (Mistral).
Quelli della seconda serie hanno la gutturale iniziale sonora :
guasc. galhat, dell", jalhat, 'screziato, vajato', che sembrano par-
ticipj ; altre forme, che si estendono pure alle regioni pedemon-
tane e ladine : afr, dialett. perdri.x gaille (Cotgrave) ' pernice
rossa', a cui risponde il pieni, pérnts gaja, alp. jalh, vs. galj,
vald. gai, can. gajo gajd gajold, Dissentis galy , Oberalbstein
dydhj, Samaden zdyalyó, Sleins yaly, vallon. gaieloté, tutti col
senso di 'chiazzato, screziato'; vb. gajola f. 'macchia bianca
sulla pelle o nelle penne di animali'; can. vaka (jaja 'vacca pez-
zata di bianco', vb. passetta gaja 'cingallegra', r^uss gajo 'co-
dirossone', ecc.
È chiaro che queste due serie non si possono tra di loro dis-
giungere, e che d'altronde la sorda iniziale della prima serie
esclude per entrambe ogni connessione, sia coll'aat. galli 'rapido',
che Muratori e Diez ponevano a base dell'it. gajo e del fr. gai
'allegro', sia coll'aat. wdhi 'bello', a cui lo Schwan riferiva lo
stesso aggettivo (v. Korting 3557).
Le due serie dei vocaboli qui esaminati postulano le due basi
cac[u]lu gac[u]lu, vale a dire fondamenti non diversi da quelli
■288 Nigra,
che nel precedente articolo trovavamo nell-e voci per la 'ghian-
rlaja'. E ben potrebbe essere avvenuto che le penne così speci-
ficamente screziate di codest'uccello dessero al lessico un agget-
tivo, che alla sua volta generava un verbo. Similmente il fr.
grivelé e il piem. grivold 'picchiettato di bianco e di bruno',
risalgono al fr. grioe, piem. griva grivola, 'tordo'; il ferr. impar-
nlgar Spezzare, picchiettare' trarrà la sua origine da pernice.
25. — 1)erg. bresc, mani gheda, trent. gajda,
venez. glie a, 'grembo'.
È la stessa voce che il piem. parm. gajda, bresc. gheda, va.
ghede, ecc. 'gherone', che si fa provenire dal longobardo gaida
'pilum' e 'pilum vestimenti'. E usata a significar 'grembo' per
la forma angolare della biforcazione delle coscie (cfr. Diez s.
ghiera; e Arch. XIV 365). Collo stesso significato di 'grembo'
abbiamo i giudic. gèda, Val di Non ydkla.
26. — it. ghiribizzo 'capriccio'; vie. sghiribisso
'scarabocchio' ecc.
Dovrà connettersi col fr. ècrcDÌsse e provenire perciò dall'aat.
krebiz, che significa 'gambero' e anche 'locusta, grillo' (Gratf
s. V.). Per il senso di scarabocchio che è nello sghiribisso vie. ecc.,
si compari lo stesso vocabolo tose, scarabocchio da caràbu,
Arch. XIV 278. Il senso traslato, assunto dall'it. ghiribizzo, ha
il suo riscontro in grillo, che ha insieme il significato dell' in-
setto saltellante e quello di 'capriccio'. L'epentesi del primo i
in ghiribizzo non ha nulla di singolare.
27. — Altre voci romanze connesse per il significato o fonetica-
mente coll'aat. grmaisón 'rabbrividire', e col mat. griuwel
'ribrezzo' (v. Arch. XV 117). — tose, brivido.
Coll'aat. gruioisón 'horrescere' e eoi neoted. gì'us graus 'ri-
l)rezzo', e d'accanto. al piver, viver. gruAzu, dovrà porsi il valses.
gruviggiu ^hvWiào per freddo, febbre o terrore'. E colla riser-
va già fatta (Arch. ib. 118) circa la sostituzione di ce zz al-
l'aat. .9, e circa la mancanza dell'elemento labiale, si aggiungono
r|ui, come nuovo contributo lessicale, le voci seguenti. Con ss z
Note ctiinologiche e lessicali. - IV. 289
per .9 occorrono anzitutto lo svevo grùssehi griheln 'vn^coxi^vìc-
ciare' e il palatino di Bliesgaii grmsellg 'grausig'. Colla man-
canza dell'elemento labiale: sardo merid. grisù 'ribrezzo', grisài
^•iver ribrezzo', frinì, sgrisul, daccanto a sgrlzzul 'ribrezzo', tic.
sgrisora 'ribrezzo di febbre, Bas-Maine gerzolè 'tremare dal
freddo'. Con entrambe le modificazioni: palat. di Oberotterbacli
e Scliweigen grissel 'grauen'; tose, griccio, rom. marchig. gric-
ciore, 'brivido'; e da griccio proverranno i tose, aggricciare
'agghiacciarsi per lo spavento', raggricciarsi 'rannicchiarsi per
freddo'; abruzz. grlccele 'brivido'; sopras. sgarzeioel 'atroce,
terribile, che mette griccioli' Arch. VII 500, sottoselv. schgri-
schur 'terrore', schgrischar 'atterrire' (Stùrzinger, Rom. X 256;
Zeitschr. XXI 127; Ulrich, Rom. XXV 333), gard. i^r^V.^e 'tre-
mare dal freddo'.
Col mat. griuwel griul, mbt. gruwel 'ribrezzo', e quindi con
gli afr. greidler groider 'grelotter', si connetteranno, oltre i
vocaboli riferiti nell'Arch. Le, anche i seguenti : albv. grvó
'tremblement par le froid', gr'cold 'claquer des dents', morv.
grebaler grevaler , borgogn. grihouler 'frissonner ', Le Tholy
greuìons 'brividi'. E col fr. grelot {=*greidoi) delf. morv. gner-
lot, 'sonaglio', pure colla riserva circa il dileguo dell'elemento
labiale, andranno i fr. grillet grillette, prov. grelei greloiUet ,
delf. grelhet, vel. garlef, rouer. grilloif, posch. gril, mani gri-
ì.et grilin, tutti col senso di 'sonaglio campanella'; mant. gri-
derà, piac. parm. g rièra, posch. grillerà, prov. greloutiero, Bas-
Maine gèrlokyere, 'sonagliera'. Si possono aggiungere i neerl. gril
'bfivido, capriccio', grillig 'tremante' e 'capriccioso' ^ La base
gril occorre egualmente in alcune voci toscane aventi un signi-
ficato affine a quello di 'tremolio',. come grillone 'pelo di lanu-
gine', grillotto 'filo di frangia, pènero di spallina, ciniglia pen-
dente', grilletto, i)hi. grillone, 'linguetta dello scacciapensieri'.
Il ravvicinamento etimologico tra i vocaboli di quest'ultima se-
rie e i temi germanici, per il completo dileguo dell'elemento la-
biale, benché questo si verifichi pure, come s' è visto, in alcune
forme dialettali tedesche, lascia naturalmente sussistere dei dubbj^
che si potranno forse chiarire da studj ulteriori.
* Lo sviz. rom. rollet 'sonaglio' starà per *grollef.
290 Nigra,
Eguali dubbj fanno esitare a connettere gli stessi vocaboli
con altre parole romanze aventi il significato di fermento o bol-
limento superficiale dei liquidi, che ha una stretta relazione con
cfuello di 'orripilazione, tremito'. Sono questi: tose, grillare gì'H-
ìettare sgrillettare, bologn. grillar, romagn. grilè, ferr. sgrisu-
lar e grimullar { = gribullar) 'fermentare, principiare a bollire',
e dicesi del bollire dell'olio, del burro e simili, e del fermentare
e frizzare del vino. A Lille guernoter (dissimilato da guerloter)
i^ignifica non solo 'frissonner', ma anche 'bouillir à petit bouil-
lon' (De Chambure, s. gueurloter), e il ferr. sgrisular dice in-
sieme 'rabbrividire' e 'bollire'^.
L'italiano brìrido dice la sensazione di tremito per freddo,
febbre o paura. Donde proviene questo vocabolo? Il Diez non ne
parla. Il Forster (Zeitschr. Y 99) lo faceva risalire, insieme con
brio, ad uno stipite briv connesso col celtico brig , latinizzato
in brigum 'valor virtus potestas'. Ma la congruenza del signi-
ficato tra il vocabolo romanzo e il tema celtico non è facilmente
percettibile. Se nel caso presente fosse ammessibile il cangia-
mento del gruppo originario gr- in br-, si sarebbe tentati di rav-
vicinare anche brìoido al germ. griuwel, essendo identici i va-
lori ^. Ma il tentativo sarebbe reso anche più temerario dalla di-
versità del suffisso. Ci limitiamo adunque a trascriver qui alcuni
vocaboli che foneticamente e per il significato sembrano con-
nessi con brivido. E sono: Onsernone (Lago Maggiore) brécad
'intirizzito dal freddo' (Arch. IX 260), com. breca, berg. brea,
'vento fresco o freddo', e con altri suffissi it. brezza, ribrezzo,
brisciamenio 'tremito', pist. brezza 'tremare per freddo'. Ed
Si questi ultimi si accosteranno i fr. brise, berg. brlsia, com. brisa,
■'vento freddo', com. sbrisa 'nevischio'.
* La connessione logica tra i due significati 'brivido' e 'bollimento' ò pur
■comprovata dal pieni, s'boj 'sgomento', quasi 'sbollimento ' (v. Ardi. XV 124;,
non meno che dai fr. frisson frissonner, che si fanno provenire da frigere
(Diez, Scheler, Grober, Kòrting), ma che in realtà debbon risalire a fri-
gere, al pari dei tose, friggio frizzo frizzare (ctr. Canello Arch. Ili 388).
^ Esempj di cangiamento di gr- gì- g-r in br b-r vr v-r: it. gràppolo,
mant. grapell, e viver, varpell, 'racimolo'; fr. glisser, it. glisciare, e mant.
sblissar sblisciar, ven. sbrissar, mil. brissà, basso-eng. zbletsgar; piem. gn"'-
jiiestja e briimestja, it. brumesta; fr. feu grisoii e fen bn'sou. Ma in ispecio,
•nel sardo merìd.: grivillosu e bribbiddosu 'schifiltoso, che ha ribrezzo'.
Note etimologiche e lessicali. - IV. 29t
28. — vlses. lèttiija 'solletico'.
Una conferma dell'aferesi di '^UUèiico (da *tUèllico, lat. titil-
licare), riconosciuta nell'it. solletico, nel gen. ImlUtigiù e nel-
l'emil. blédeQ (v. Flechia, Ardi. II 320; Nigra, Ardi. XV 97-
101), si trova nel valsesiano léUigit, il qiial vocabolo è special-
mente notevole perchè, al pari del nap, tellecare 'solleticare', non
ha prefisso.
29 — Derivati dal lat. nldu.
La maggior parte dei derivati neolatini da nldu è nota, o fa-
cilmente riconoscibile. In altri l'origine è meno apparente.
Largamente diffusi e ben noti sono i riflessi di *nidale (-iale),
col senso di 'éndice', come i sicil. nidali, sard. niali, sp. nidal,
prov. nisal nisau, lion. gniau, mars. gin. niaii, delf. piem. berg.
trent. nydl, bresc. guai, Vaud nyo, for. vel. 7iid, e nel signifi-
cato di 'nido' il mant. gnial (coi quali andrà anche il va. naia
'nidiata'); e cosi i riflessi di *nidariu nidariólo^ 'éndice' e
'nido': ven. niaro, trent, agnaro, quey. niar, friul. nijar, va.
ìiarrOy vb. nerro, can. nero, alessand. neru, mant. bresc. berg.
gnarel, albertv. gndroea, col senso di 'ragazzo o pulcino mal
cresciuto, inetto, fiacco', mil. nìaroeu 'nidiace', mant. gnagna-
roel 'éndice'. Dove forse apparterrà anche il prov. gnarre 'le
plus petit cochon de la ventrée', e anche 'valet'.
Coi suffissi -àce -àceu -a cu -ascw. it. nidiace, fr. niais, prov.
nizaic niaic (v. Diez s. nido, e gr. II 307); mil. nias, trent.
gnaso, 'nidiace', berg. gnas gnaz 'covo', com. mil. ntasc 'nido,
covo, letto dei bigatti', e dim. mascioeit 'scacanidio' (Cherubini),
'ultimo nato', mascià 'nidificare', ntascion 'poltrone', niscia,
niscion, ni:c, niscei, 'languido, gracile, scriato, malaticcio'.
Col suffisso -ùculu occorrono i va. nalj , vs. njalj, can.
njaj, 'guardanidio'; con -arda il piem. nard 'cacheroso', con
-ola il mil. n'ioèa 'ragazzo poco vegnente e di mal aspetto' (Che-
rubini), vaiteli, nioèal 'nido di gallina'.
Nell'italiano è chiara la derivazione di nidiata da nidio. Ma
a nidiata, cosi come a *nidata, possono anche rispondere i prov.
292 Nigi-a,
oiiaclo, mil. oiiada, sard. niada, monf. njaja, pieni, can. njd, delf.
nid, albv. gnd, ììegese nyaje.
Se sta il *nidiclu, a cui s'è fatto risalire l'it. nicchio {ni-
\d'\iclu), si avrebbe la chiave per iscoprire la provenienza dei
termini seguenti: can. nilja, biell. nelja, 'sudiciume del nido,
inedia, pigrizia, inettitudine', can. niljd 'neghittoso, pidocchioso',
alhv. nilld 'nidiata', nii^oei/. 'meticoloso'. Si rasenteranno cos'i,
senza risolvere tuttavia la difficoltà ad esse inerenti, le curiose
voci emiliane neclenza 'miseria', parm. niclizia 'dappocaggine',
addotte dal Biondelli.
30. — ital. pazzo.
Il vocabolo pazzo per 'demente' è speciale alla Toscana e al-
l'Italia inferiore (Roma e Marche pdscio, pdcio ^, Abruzzo pazze,
Sicilia pazza, ecc.). Nell'Alta Italia, il 'demente' è detto malia,
il qual vocabolo è pure usato in Toscana e in qualche parte del-
l'Italia inferiore, come sinonimo di pazzo.
L'etimologia di inatto non fa oggetto di quest'articolo. Occorre
soltanto qui ritenere: 1." che nell'Italia superiore inatto ha il
doppio significato di 'ragazzo' e di 'pazzo' ^; 2." che questo vo-
cabolo, in alcune forme, come nelle piemontesi tota, tota, ha pa-
tito aferesi sillabica ^-
Delle etimologie finora imagi nate di pazzo, nessuna si può dire
convincente, compresa quella dal gr. natòiov proposta recente-
mente dal Rheden, e con ragione oppugnata dal Salvioni^. 11
Diez, che escluse ricisamente patior e ogni altra base latina,
propose alla sua volta una spiegazione non punto felice, risa-
lendo all'aat. parzjan harzjaìi 'infuriare'. Per contro la base
patior fu ora ripresa dal Salvioni, Arch. XV 130, nella forma
di patiens. Certo non non mancano esempj di riflessi romanzi di
forme latine nominativali, pur nell'aggettivo. Però son rari, né
^ Raccolta di voci romane e marchiane, Osimo 1768, s. [lascio.
* Valses. posch. bellinz. ecc. matt 'ragazzo' e 'matto'.
* Piem, matota 'ragazza', tota 'damigella', loto 'damigello' in senso spre-
giativo, ecc.; V. Monti, s. matel, e Forster, Zeitschr. XVI 252.
^ Rheden, Jahresbericht d. Priv. Gymuas. in Brixen, XXIII 3t; Salvioni,
Arch. XV 130.
Note etimologiche e lessicali. - I\'. 293
-si possono facilmente ammettere, se non quando l'etimologia sia
imposta dall'identità o dall'evidente figliazione del significato. Ora
ciò non può dirsi di patiens come base di pazzo. Nel pensiero
popolare, jM^rc'o equivale a 'stravagante, sragionevole', talora
anche a 'furente', ma non a 'paziente' o 'malato' che sono i
due significati proprj di patiens. Né si deve dimenticare, che da
tempo antico il nome di pazzo fu portato dai buffoni delle corti,
che erano ordinariamente dei nani contraffatti, più o meno spi-
ritosi, a cui i significati del lat. patiens non sono applicabili.
Nelle figure tradizionali dei tarocchi , il pazzo è dipinto come
uomo barbuto in viaggio , con un bastone nella mano destra e
un altro nella sinistra, posato sulla spalla, a cui sta appeso un
fagotto, seguito o piuttosto perseguitato da un cane che gli si
arrampica alle natiche come per morderlo. Porta in testa un
berretto frigio, giallo, orlato di rosso, al corpo una tunica con
cintura al fianco , e con bavero d'altro colore , branche larghe
affibbiate al ginocchio, e calze di colore talora alterno. II ber-
retto frigio indica il costume storico dei buffoni di corte medio-
eA^ali. L'iscrizione in fondo alla carta è in italiano pazzo o malto.
In francese è fou; ma il Court de Gobelin, Du jeu des tarots ecc.,
Paris 1781, avvertì che 'on l'appelle vulgairement mat' (il qual
vocabolo fu importato in Francia, insieme col giuoco, dall'alta
Italia). Si com^pari anche V ìngì. patcìi] intorno al quale il Di-
zion, di Gordon Latham ha le seguenti citazioni : « Laugh at me.
— I do deserve it: cali me patch and puppy [Beaumont and
Fletcher, Wild Goose ChaseJ. — It seems probable that fools
were nicknamed patch from their dress ; unless there happen to
be a nearer affinity to the Italian p«j;:o...». Il vocabolo fu usato
da Shakespeare ; e prima di lui era stato applicato ai buffoni
del Cardinale Wholsey. La connessione tra 'pazzo' e 'buffone'
è pur confermata dal significato del sardo macca 'pazzo', che
risale senza dubbio al lat. maccus 'buffone'.
Ciò posto, se si considera che il nome di matto fu ed è usato
per significare 'ragazzo' sarà lecito supporre che all'inverso il
nome etimologico di 'fantoccio' sia stato e sia usato per signi-
ficar 'pazzo'. Si può quindi chiedere se pazzo non equivalga,
avendo patito aferesi sillabica, a pupazzo 'fantoccio' da pupus
294 Nigi-a,
'ragazzo'. Si osservi il parallelismo: altit. matt 'pazzo' — matt
matott 'ragazzo' — e coll'aferesi iota 'damigella'; di contro a it.
dial. pupo 'putto' ^ — pupazzo 'fantoccio — e coll'aferesi pazzo
' matto '.
La connessione logica tra i concetti di 'putto' (pupazzo) e di
'pazzo' già par di vederla negli omerici vrinioi; 'fanciullo' e 'de-
mente', vìiniéri 'fanciullaggine' e 'stoltezza' (x 445, w 469). E
la confermano, oltre che il doppio significato di malto, cui già
si accennava, anche le dizioni napolitano pa^mì 'baloccarsi', paz-
zie de li piccerille, pazzielle, 'balocchi da {smc'mllo \ pazziaro
'baloccaio, fabbricante o venditore di pupazzi, quasi ' pupazziaro ',
il tose, hambo 'sciocco, vano', comparato con bambino e bam-
bolo, l'agen. mozo 'stolto', comparato col moderno mosso 'mozzo,
ragazzo' (v. Arch. XV 68; e segnatamente l'annotazione di
Flechia in Arch. Vili 361, s. inmocij e n.).
Per l'aferesi, basti qui ricordare i toscani dulia = fanciulla,
veggio = laveggio , zucca per *cuzza = cucuzza, zùccolo = cuc-
cilzzolo, stoviglia = *testuilia, tavia = tuttavia, cesso = secesso.
31. — ven. peca 'pedata'.
Sta per pecca = pedca da pedica. Risponde all'it. pedica
'pedata', rom. e march, 'pedale dei tessitori'. Ne risulterà come
una nuova significazione del lat, pedica.
32. — piem. pjanka.
Il significato di pjanka non è soltanto 'palancola di travi o
d'assi', ma anche 'passatojo, di pietre'. Non ha che fare col IV.
pianelle', e proviene invece da ^pedanca, e questo da pede,
com' è dimostrato dall' equivalente valsesiano pedanca. Si com-
pari il piem. dimin. pjankète f. pi. 'pedali dei tessitori'.
33. — alt. it. puina.
In un precedente articolo, Arch. XIV 288-9, questo vocabolo,
che significa 'ricotta', fu fatto risalire a *puplna, da pupa,
col senso etimologico di 'mammella, tettina'. La spiegazione ivi
Cf. vaiteli, pup, borm. pop, 'putto', valscs. poppa 'bimbo' e 'pupc'ittolo'.
NotT otlmologiche e lessicali. - IV'. 295
•lata trova una conferma nelle voci veneziane puma puineta
^l'icotta', e puineta 'raammellina piccola e bianca' (Boerio).
La sua forma sferica e la sua bianchezza valsero pure il nome
veneto di puina al fiorellino di maggio più noto sotto l'appella-
zione di 'pallone di neve', viburnum roseum.
34. — Valle Anzasca : rapala 'lucertola'.
Tra i nessi inziali di consonanti che negl'idiomi neolatini più
patiscono l'aferesi debbono annoverarsi 'kr gr. Di questo feno-
meno offre non pochi esempj la famiglia lessicale che fa capo
all'aat. krdpfo krampfo 'uncino' largamente rappresentata nel
territorio romanzo. Sul quale cosi troviamo, con significati iden-
tici 0 affini: it. graffio e raffio, grampa e rampa, gràppolo e
com. rapala, mil. grappa e piem. com. rapa 'grappolo', piem.
friul. boi. parm. ecc. granfe piem. mil. com. ra;«/* 'crampo',
])iera. grampun e i^ampun 'rampicone', grarnpin e rampin 'ram-
pino', e altri; cfr. Flechia, Arch. II 349.
In questa serie deve trovar luogo anche il vallanz. rapala
'lucertola', che fa parallelo, salvo il suffisso, al delfinese e pittavino
grapiette^ lucertola', già precedentemente esaminato in Arch. XV
109. La spiegazione di rapala sarà naturalmente la stessa che
(liiella di grapietle e di crapaud; e ne avremo etimologicamente
come chi dicesse la *'zamputella'.
35. — ital. rebbio, com. reppia.
La prima di queste voci significa 'punta di forca, di forchetta
(» di tridente', la seconda 'tetta di vacca'. Già precedentemente
si ebbe occasione di avvertire la connessione logica e fonetica
tra vocaboli esprimenti oggetti sostanzialmente diversi, come sono
i rebbj e le tette di alcuni mammiferi, specialmente delle vac-
che (Arch. XIV 360, s. bua) '. Ora i vocaboli trascritti qui sopra
sono una bella conferma di questo fenomeno linguistico, poiché
non v' è dubbio che rebbia e reppia risalgano alla stessa base.
* Si noti, a questo proposito, anche l'alessandi*. pecu pectine, che in-
sieme dice 'pettine' e 'tetta di vacca'.
Archivio glottol. ital., XV. 20
291) Nigi'ci,
Il Diez riferisce rebbio al ted. riffel = at. *ripil, 'pettine con
(lenti di ferro', ingl. ripple 'flax-coml)', 'diliscatojo'.
36. — can. rèpja, pieni. rìXpja, 'ruga, grinza'.
VB. réppa, monf. ripja, viver, rapja (= 5'6'/5-), collo stesso si-
gnificato. Il VB. reppa significa anche il 'ciglio o rialzo della
strada'. Derivati: can, repi, pieni, vb. rilpi, 'rugoso'. Queste voci
vanno manifestamente coi ted. rippen 'scanalare', aat. rumpfen
'raggrinzare', rumpfunga 'ruga', ingl. ripple^ rimple, 'corru-
gare, increspare'.
Per la diversità della vocal radicale, si debbono spiegar di-
versamente i geii. trent. rappa , lomb. rapa, monf. rapejra,
'ruga, grinza', e il tose, rappa 'crepacela alla piegatura del
gai'retto', che Diez, s, rappare, connette coi mat. e neerl. rappe
'tigna, crosta',
37. — VB. saramun 'rimprovero'.
E sermone, con un'epentesi abbastanza singolare, che si ri-
pete nel bologn. garaocll, citato al ii.'' 46. Per il significato di
'riprensione', vanno qui in ispecie ricordati i frnc, sermon sei'-
rnonncr, senza dire dello sp. se)'monar, venez. sermon; ecc.
38. — ferr. sbargar 'squarciare'.
È metatesi di sgarbar, che procede dalla rad. germ. e greco-
lat. skarp 'tagliare', donde l'ingl. scrap 'squarcio di stofi'a,
brandello', ecc., Arch. XIV 287. Cf. pieni, ^'^ar^e// 'squarcio ';
boi. sgarbelld 'scorticare', ecc.
39. — agen. xboir (leg. s'boir) 'sbigottire'.
Il vocabolo , citato dal Parodi , Arch, XV 74 , è dato come
d'etimo incerto. Risponde in realtà all'equivalente pieni, s'bòjì,
da sbòj 'sgomento', che è spiegato, in Arch. XV 124, come pro-
veniente da bull ir e.
40. — vs. skatar, piera. s'gatè, can. s'gatar, 'razzolare'.
Si postula per queste voci una base *excaptare,' mentre i
coni, scazar, posch. scazza, e il frequent. vtell. scazegà, d'iden-
Note etimologiche e lessicali. - IV. 297
tico significato, vorrebbero *excaptiare. In vb. il part. sgatjd,
*excapticatu, ha il senso di 'arruffato'.
41. — piem. stèrmé, quej. estreìnar ecc.,
'nascondere, rinchiudere, mettere al sicuro'.
Si aggiungano gli equivalenti: can. stèrmar, ment. streind,
gin. ètramer, albv. etramà, lion. èlrèmó. Questi verbi postulano
come base un *extremare da extrè.mu, Kòrting 3060. In piem.
c'è anche il nome slrèm 'ripostiglio'.
42. — VA. terrere, terrire, vb. trera, 'ereditiera'.
I vocaboli valdostani e valbrossese rispondono etimologicamente
a *t errarla da terra, quasi 'terriera', e dicono una ragazza
nubile, che ha ereditato o deve apparentemente ereditare beni
stabili.
43. — can. tracnr 'pevera'.
Col vocabolo canavesano concorda il sopraselv. tracliuoir (Conr.
targicir); e non possono essere diversi d'origine gli aven. tor-
iore, ver. tortor, trent. tartor, benché quest'ultimo indichi 1'' im-
buto da salami', mentre le altre forme significano la 'pévera'.
Il ven. tvaturo si usa ad indicare una specie di 'rete a foggia
d'imbuto'. Hanno il significato ora di 'pevera', ora d''imbottatojo'
o d' 'imbuto', ora di tutti questi arnesi, i diminutivi: bl. di Ver-
celli (Due. Carp.) tr actarolius, viver, turcaì'él, valses. Por-
caro', gen. turtajò\ bresc. iortarol, borm. irigiarol, prov. nizz.
iourieiroù tourtairoù ^
Lo Schneller fa provenire il trent. iorlov dall' aat. Irahtari ,
ted. trachter. Ma il Kluge osserva con ragione che in generale
i vocaboli germanici relativi alla vinificazione procedono dalle
regioni romanze vinicole, e fa appunto risalire trahtari ad un
miai tractarius, formatosi sul lat. trajectórium. Questa base
tra[j ejctorium era già stata data dall'Ascoli alle forme la-
dine, Arch. I 87 n, 106. 11 Mussafia, per le stesse forme e per
* Nell'Etym. wrtb. del Kluge, s. tricliter, .sono pure citati il vallone e
vogese trefoè, l'armor. frezer, e un alto-it, turtois^ a me ignoto.
298 Nigra,
le italiche, pensava invece a tract- da trahere. Ma l'ipotesi
dell'Ascoli sarà pure la più probabile, essendo essa fondata so-
pra una maggiore congruità di senso e sull'esistenza storica del
lat. trajectorium. Quanto alla sincope, il Kluge la giustifica
con esempj germanici, che valgono anche per le forme neolatine,
come sono Utrecht Ultrajectum, Maestricht Mosae-tra-
j ectum.
[1 can. tracùr risponde normalmente a *tractdi'e da trajec-
tóre, col e = et, che è pure nel valses. torcaro e nel viver.
iaróarél, rispondenti entrambi a '^tractariòlo (cf. ancora per
e = et, piem. can. lacett 'animelle', can. lacila, valses. lacciucfa
'lattuga', valses. teca 'tetto', viver. /acor?/a - *facto ri a, peca
'pettine', lacc 'latte, ecc.). Le deformazioni, a cui andarono sog-
gette parecchie di queste forme, poterono essere provocate dalla
connessione logica tra lo stromento per imbottare e la 'torchia-
tura' delle uve.
44. — ferr. ttmddl 'soglia'.
Sta per li/nitar-e, Il l è passato all'articolo; e il primo /, atono
com'era, si cangiò facilmente in u per il seguente suono labiale;
cfr. nel can., pur nella tonica, Uhni limite 'spazio erboso tra
due campi, o filari'. 11 l finale, invoce del r di limitare, si
<lovrà attribuire all'influsso della frequente terminazione in -àl^
come in clidàl cenciài casal fvantàl giazzòl gvembiàl ecc.
45. — piem. can. vulba 'regione' tratto di paese'.
Sarebbe un bel cimelio se risale al lat. valva 'vano di porta
o finestra sulla campagna', e quindi figuratamente il tratto di
paese che si scorge da quell'apertura. Plinio, 5 ep. 6 : « Tricli-
nium valvis xj^stum desinentem, et protinus pratum multumque
ruris videt fenestris. » EYitruvio: « Triclinia habeant dextra ac
sinistra lumina fenestrarum valvata, uti viridia de tectis per spa-
tia fenestrarum prospiciantur. »
46. — viver, vurpell d'ùa 'grappolo d'uva'.
E un bell'esempio di (jr- in ur-, non essendovi dubbio che
varpell equivale a *grapell, come è anche comprovato dal bo-
Note otimolog-iclie e lessicali. - IV'. 209
logli, e romagn. garavell 'racimolo'. Il dimin. viver. varplaU
significa pure 'racimolo'.
47. — it. vetta 'pèrtica, bacchetta; cima';
ferr. v elida sv etiti a 'bastonata'.
L'it. vetta, col significato indicato qui sopra, risale al lat.
vectis 'spranga, leva', col passaggio non insolito alla 1.^ de-
clinazione. Il significato originario, come si scorge nel riflesso
italiano, dovette esser quello di 'ramo', per cui si spiega quello,
certamente posteriore, di 'cima'.
La forma diminutiva è nel ferr. vétida, e con .9 intensivo své-
iula, 'bastonata', dove è notevole il passaggio dal significato dello
strumento a quello df^l colpo dato con esso, come p. e. in pugno^
che ha pure i due significati.
L'it. Detta 'benda' risale invece notoriamente a vitta (v. Ivir-
ting 8788).
48, — it. dial. viola zoppa 'mammola'.
La mammola è detta tnola zoppa a Roma, nelle Marche, a
Mantova (Cherubini), zopa a Bologna e in Romagna, sopa a
Brescia, zoppina o zoppinna in Lombardia, zota nel veneto (cf.
ven. zoto 'zoppo', can. sòta 'chioccia', cioè 'zoppa'). Questo at-
tributo di 'zoppa', dato alla mammola nell'alta Italia, e nel Friuli
anche alla viola tricolore, riòle zuète (Pirona), è dovuto alla
gamba storta e alla corolla piegata della viola. È espressa que?;ta
particolarità anche in altri nomi popolari della mammola: mil.
viòr genoggin pi., cioè 'viole storte', nella Francia merid.: Lot
contorto, ling. coUorto, ^ co\ìo-iovto\ Aveyron contorto, ling. cap-
torto 'capo-torto', svizz. rom. iorcou 'torcicollo ', che sono da ve-
dersi, con altri simili, nella 'Flore populaire' di E. Rolland, II
162. E così, non la soavità del profumo, ma il gambo storto diede
alla violetta il suo nomignolo popolare in tanti luoghi. Ma in
altri ebbe in compenso nomi più graziosi, come il toscano màm-
mola quasi 'mammina', e il veneziano piitina 'bambina'.
300 Nigra,
49. — Appendice toponomastica.
a. — Il nome di fiume: Dora.
Il nome delle due Dorè ci fu conservato dagli scrittori greci
e latini con due grafie diverse. Strabene scrisse JovQÓag, e cos'i
Plinio Durias duas, con ov u. Ma Tolomeo ha nò JoQtq. no-
raf.io), Tov JoQÓa TToraf-iov, con ò. GÌ' idiomi neolatini danno, nei
loro riflessi, ragione a Tolomeo. Senza parlare dell' it. Dora e
del fr. Doire, die possono parere infidi , i riflessi locali postu-
lano un 0 tonico breve: piem. Dojra, va. Dgwere Dgwire] coi
quali si possono comparare i riflessi di t'orla 'dissenteria': pieni.
sfojra, VA. fw(^re fwire. Il can. Dora risponde ad un tema
*D o r a.
h. — can. Filja.
È il nome d'una frazione del comune di Castellamonte, cui
sovrastano i due monti detti Le Filje {La Filja granda e la
F. cita, la grande e la piccola F.), situati nella regione di Villa-
Castelnuovo. Filja risale a ^filica (cfr. can. manja manica,
milja melja melica, ecc.) = filix, v. Ardi. X 91 sgg. ; e sarà
una buona aggiunta all'articolo 'Filix', nei 'Nomi locali deriv.
dal nome delle piante', dove il nostro Flediia ritrovava il pro-
prio suo casato.
e. — can, piem. Koì'nè, vs. Kornej.
È malamente italianizzato in Caorgnè. Il Flecliia 'Di alcune
forme de' nomi locali nell'Italia superiore', risale a Coronia-
cus, dal nome personale Cordnius; ma la spiegazione è senza
dubbio erronea per varie ragioni, e segnatamente perchè la ter-
minazione -acu esige un piem. can. -é aperto, com'è in Ajé -^
*Alliacu, Loransé ecc. Ora Ve di Kornè è chiuso; sta per e/,
com' è dimostrato dalla forma corrispondente valsoanina , e ri-
sponde ad un lat. -è tu, it. -éio. Perciò Kornè Ko'nej debbono
risalire a *cornietu da corneus (cornus) 'corniolo', ov-
vero a ^covnilétu da *cornulus (cf. Corniliacum ni. in Hol-
der s. -aco). I nomi di luogo derivati da piante, col suffisso -etu,
sono frequenti in Canavese, e basti citare i seguenti: Ktu-aej
Noto etimologiche e lessicali. - IV. 301
*cornetu, Kolrè Kolrej Ka- Korrej, vs. Kolerej, *coriletu,
Frassmej, Vernej *vernet u da verna 'ontano', Praparej *plop-
puletu, Bjuìej '"betulletu, Gurvej da gara gurra 'vimine',
Tàmlej da tilmell 'sorbo corallino', Bro- Brunrej da bìnmva
'larice', vs. Scinde j sali ce tu, ecc.
d. — can. Kwlnsné.
Comune sulla destra della Dora Baltea a circa quindici cliilom.
al nord di Ivrea. Italianizzato in Quincinetlo. Secondo il Flechia,
la pronunzia locale sarebbe Quisnè, senza il primo n, e coll'^?
chiuso, rispondente ad -ètu; epperció questo nome sarebbe raddu-
cibile a quercinelo da quercus. Il Flechia citò come termini di
comparazione i nomi locali francesi Cìiesnai/ Chanaij ecc., dal-
l'afr. chasne 'quercia'. Ma dopo che questa spiegazione era stata
pubblicata, l'Ascoli dimostrò che la base dei fr. chasne chéne è
ben diversa da quercus (Arch. XI 425). Del resto, la pronunzia
locale è Koisné, in Ivrea Kwlnsné, e in vb. lùoinpiné, sempre
coll'e aperto, che risponde alla terminazione -àcu.
Quale sarà dunque, esclusa quella proposta del Flechia, l'ori-
gine di questo nome? L'Ascoli mi ricorda molto opportunamente
il nome pr. latino Quinti o -onis, donde può regolarmente pro-
venire il ni. Quintionacu - Kiohisné^. Questa etimologia è con-
fermata dall'altro nome locale can. Kwinson che è evidentemente
un riflesso normale di *Quintiòn-iu ^. Sia anche ricordato il
ni. Qnlnsonas (Francia meridionale).
^ Già il Bertolotti (Passeggiate nel Caiiavose), con ragionata divinazione,
risaliva a ^Qidncinacco; e giova, per varj particolari, ch'egli sia qui citato
con qualche larghezza. Dice dunque (V 53): « Qiiincinetto ebbe nel suo
«nome corruzione moderna, poiché in origine doveva aver nome Quinci-
« nacco 0 Qiiincinasco Il dialetto rammenta meglio il primitivo nome
«nel Quinsnò, come di Drusacco fa Druse e di Lugnacco Lugnè Lo
«poche memorie, che n'abbiamo, risalgono solamente al sec. XIII, nomi-
« nano Cast rum Quingenati, appartenente alla chiesa d'Ivrea.» Rife-
risce egli poi (ib. 54) una lettera del De Morales, governatore d'Ivrea,
aprilo 1553, in cui è scritto: 'A quest'ora sono giunti duy preggioni ch'ho
mandato pigliar in Quincenalto liiocho di là di la Dora'.
^ [V. Quintio -onis già nel vecchio Porcellini. — D'Arbois de Jubain-
viT.i.E, Recherches sur l'origine de la propriété fondere etc, p. 516 : « *Q u i n e-
302 Nigra, Note etimologiche e lessicali. - 1 V.
e. — can. L'ime.
Italianizzato in Liignacco: È riferito dal Flecliia (1. e.) a un
tema *Lusiniricum da Lusinius n. pr. di persona. Ma Lusi-
niacura avrebbe dato in piem. e can. *Lils'né. Siccome il lat.
Julius 'mese di luglio' s'è riflesso, per dissimilazione, nel piem.
can. Lùn, co.sì è pur probabile che Lime risponda a Juliacu,
avvertito dall'Ascoli che sono ormai trent'anni (Ist. Lomb., ren-
dic. 1870, p. 162) e ora registrato dall'Holder s. -aco.
/". — alto-can. Vistr-ur.
Vistrur è un comune di appena 1000 abitanti, capo-luogo di
mandamento nel circondario d'Ivrea, situato nella valle di Kì
(vallis Clivi o divina), contigua alla valle di Chiusella o di
Brosso. 11 nome di questo villaggio nelle carte medioevali è Yi-
cus subterior, e fu cosi detto per distinguerlo da Vico in Yal-
Chiusella, che nelle stesse carte è detto Vicus superior. Da
Yico subteriore proviene il vernacolo Vistrur^ malamente ita-
lianizzato in Visirorio.
tio, -onis est le noin antique dont un diminutif nous est offert par un
teste de la fin du onzième siede: à Tablatif Quincioneto [Guérard, Cartu-
laire de Saint- Victor de Marseille, t. I, p. 388]. Le nom de Quinson (Bas-
ses-Alpes) a la unìme origine. On a parie du gentilice Quinctius p. 155-
156, ;i propos du d'H-ivó QHÌn'iaciis»J\
Aggiunte.
Al num. 14: va. <t'am&ó'5se ' collana del campano'.
Al num. 21: va. faribolà 'gala della camicia; (Verrayes) falopeù, quasi
''faloppino, aggiunto di j) y 'pelo', 'peluria, lanugine'.
Al num. 26: aven, cìierebi::o, sic. scliiribizzo.
CORUEZIO.NI.
Pag. 279, lin. 28 : velses. leggasi valses.
» 293 » 17: branche » brache
» 281 » 5: (piella » quello
INTORNO AI CONTINUATORI NEOLATINI
DEL LAT. 1PSU-.
a. I. A.
Questa è veramente un'indagine piuttosto frammentaria, che doveva es-
ser compendiata in una Nota a cui m'invitava il passo concernente Tip se,
in funzione d'articolo, nel 'bassolatino', presso il De Bartholomaeis, a p. 2G7
del presente volume. Ma la Nota, per quanto io mi sforzassi a contenerla
in modesti confini, diventava così lunga da produrre una deformità tipo-
grafica. Ora mi provo a farla stare da .so, e m'auguro che altri la continui
o forse la migliori.
Rappresento, in queste riglie, per 'khv-epsu, o 'hlm-L'ssn , la combi-
nazione pronominale neolatina, contenente Tip su-, parallela alle altre due
che andrebbero conseguentemente rappresentate per 'hha-dlu e 'kJcn-
estu. Pongo 'kkii- per evitare ogni dibattito preliminare circa il fonda-
mento latino del primo elemento di queste combinazioni, per il quale c'i"
ora competizione tra eccu e atque; ma a suo luogo ritorno a quest'ar-
gomento, per una considerazione che mi pare di qualche utilità. E scrivo
'ssii {'su) la forma aferetica e proclitica, a cui si riduce il semplice ipsu-.
Nel porre, come tipi, 'kku-essu od essu, non mi fermo sempre a distin-
guere dove il riflesso neolatino risalga al nominativo anzicln'' all'obliquo.
Poiché innegabilmente ipsu- si riduce a funzione d'articolo in
Sardegna e nei lidi occidentali del Mediterraneo [sit ecc.), cosi
come alla stessa funzione s'è ridotto ille illu nel resto del
mondo neolatino, può parere che sia detta ogni cosa quando s'af-
fermi senz'altro che se ille ecc., cioè ^quello', ha perduto una
parte notevole del suo contenuto ideale riducendosi a codesta
funzione, ipsu-, cioè 'egli stesso', ve ne ha perduta una molto
più notevole ancora. Questa affermazione, però, altro non è che
il semplice riconoscimento di un esito patente, non già una di-
chiarazione comunque argomentata. E i riferimenti al bassola-
tino credo che si risolvano, a veder bene, in una specie di pe-
tizione di principio.
304 Ascoli,
I continuatori di ipsii- sono stati alquanto trascurati dall'in-
dagine comparativa, cosi sotto il rispetto della diffusione e della
distribuzione che loro son proprie, come sotto quello dei signi-
ticati che hanno assunto. Eppure, se io vedo bene, quest'è un
soggetto che doveva stimolare in particolar modo l'esercizio dei
metodi rigorosi.
Per quello che è della diffusione di 'kkic-essu, si resta at-
toniti al sentir dire da Meyer-Lùbke, II 596, come sia notevole
che la combinazione ' hliu-essu non si trovi attestata se non
dalla Sardegna. A questa strana affermazione deve avere in gran
parte contribuito il non felice pensiero di questo cosi valoroso
romanista circa la genesi dello spagn. ese, che egli imagina svi-
lupparsi da es a cui nell'ani sp. si riducesse, dinanzi a conso-
nante, l'e*^^ = iste (I 385 522)^. Trascorre egli perciò (II 595)
a mandar senz'altro sotto iste, oltre che lo sp. ese, anche il
port, esse; e nella mente sua lo sp. aqiiese, port. aquesse, sta-
ranno come rappresentanti di 'kkiiestu, anziché di 'kkuepsu,
alla qual base pur sicuramente spettano, anche per la insupe-
rabile testimonianza delle significazioni, secondo che tosfo ve-
diamo^. Pure il catalano ha il riflesso di 'khuepsa [aqiteix =
* Bisognerebbe, oltre il resto, esaminar bene, in ispecie secondo il criterio
del significato, so e dove Ves piuttosto non sia una riduzione di ese, anzi-
ché di esl. Apro a caso la Lingua e Letteratura spagnuola del Gorra, e vi
leggo: 'grand es el gozo que va per es logar; dos rreyes de moros ma-
taron en es alcanz' (p. 19tì; Poema del Cid), dove tutt'e due gli e-f (uno
dinanzi a consonante, l'altro dinanzi a vocale), s'avranno a tradurre ben
Itiuttosto per 'codesto' che non per 'questo'; e sicuramente ò 'codesto'
Vaques di 'en aques dia, a la puent de Arlancjon, ijiento e quinze caualle-
ros todos iuntados son' (p. 191; stesso testo). P. Foerster, Span. sprachl.
§ 406, pone aques, giustamento, come io presumo, sotto aqicese.
^ Curioso che il Diez, gr. 11'^ 449, anch'egli non vedesse, cosa abbastanza
naturale a' suoi tempi, se non un solo riflesso di occu'ipse, ma questo
appunto fosse lo sp. aquese. — Il M-L. ha per sé l'ant. sp. exe (eje), che
gli vale come il solo rappresentante legittimo di ipso, di contro all'e.^t;
ch'egli dichiara noi modo che s'è qui ricordato. E al a- = ps di yeso gip su,
port. gesso, tenta egli di dare uno special motivo. Altra antica forma spa-
gnuola di ipse é però notoriamente esse ecc. Non mi fermo aWeiso della
glossa per sihi cl-eiso, di cui v. Priobscli in Zoitschr. XIX 2'A, perdio si può
1 continuatori dui latino i p s u-. 305
ake's)] e cosi dunque questa combinazione risulta estesa a tutta
la penisola iberica.
Ugualmente è riflessa la combinazione 'khu-epsu per tutta
l'Italia insulare: Corsica {hiiessit), Sardegna in tutti e tre i dia-
letti (log. e cagl. hussK, gali, lussa; Guarnerio, Ardi. XIV 193),
e Sicilia. E passando al continente italiano, essa ancora si estende
a tutti quanti i dialetti che si soglion dire meridionali. Si spinge
ancora, oltre gli Abruzzi, nel territorio ch'era degli Stati ponti-
fici, e qui basti notare: quissu, quésse bbisacce, che raccolgo da
testi reatini^. Di codesti riflessi di 'khu-epsu nel continente ita-
liano, s'è occupato per bene quest' 'Archivio'; e parecchi ne fu-
rono recentemente raccolti, come per incidenza, in uno studio
complessivo e di molto momento^, tutti noti all' 'Archivio' o da
esso provenienti: l'abruzzese, il campobassano, il barese, l'arpi-
nate, l'alatrino.
Ora, si badi bene. La combinazione 'kku-epsa (cioè l'esito
'kku-essu) ha sempre accanto a sé la combinazione likit-estu.
vedervi un ese e perciò cosa non diversa ààW exe. Ma, insomma, clii vorrà
mai disgiungere, a parlar per via d'esempj, il port. aquesse dal catal. aqueix\
Circa la duplice continuazione di ipsu nei filoni catalani {xo e so), altro in
(juesto momento non m' è dato se non di riferirmi al Grundr. I G82 n.
^ B. Campanelli, Fonetica del dialetto reatino, Torino 1890, p. 172 178.
Nello stesso libro, p. 122, parlandosi dei 'pronomi e avverbj dimostrativi':
<< In qualche paese sabino si dice anche: pé qquesto, pé qquésso, pé qquéllo. »
Par di sentire il ppeccìiissii di Calabria (v. per es. : Fr. Limarzi, Il Para-
diso di Dante AUighieri, vera, in dial. calabrese, Castellaniare 1874, pp. 50
56 ecc.). E siamo alla distanza longitudinale di raezz'Italia. — Qui del resto
mi giova dire, che io punto non mi fido di un forlivese cus 'questo', che
il Mussafia, Roraagn. mundart, § 256 n, pone in rilievo, e non può venirgli
se non dalla Parabola presso il Biondelli , 229. Confesso anzi di credere,
che si tratti di una singolare illusione, e s'abbia a leggere (in luogo di
e cus aruiané): e u s' armane 'ed egli si rimase'. — E ancora, poiché siamo
tra gli Emiliani, mi fo lecito qui annotare, che il substrato is te-i Ile, av-
vertito dal Mussafia nel faentino, ritorna pur nella Parabola comacchiese:
stel mie fiól, stel vòster fiòl, stel tue (radei, nei quali esempj gli sussegue
sempre il possessivo. Il Gaudenzi (Suoni, forme e parole dell'od. dial. della
città di Bologna, pag. 73) avverte, che nell'odierno bolognese il plur. di
sta^ ista, 'può suonare anche stel da istae illae'.
^ Gust. Rydberg, Znr geschichte des franzòsischen 9, Il 2, Upsala 1898,
p. 321-2.
306 Ascoli,
Ciò doveva già bastare a dissuadere ogni tentativo, vecchio o
nuovo, di ricavar V-essu daW-estii. Ma s'aggiunge ancora la dif-
ferenza del significato. La combinazione 'kkti-epsu, che va
per tanta parte della romanità, dall'Adriatico cen-
trale all'Atlantico, ha un significato diverso da 'kkn-
estu) ha sempre quella funzione che dicono di dimo-
strativo 'di seconda persona', cioè di 'codesto' ^ Ne
viene, che, senza il soccorso di alcuna ulteriore erudizione, l'au-
torità storica abbia ad affermar sicuramente che il latino
volgare dicesse ' kku-epsii (*kkuessu) per significare
'codesto', cioè per una significazione assai rimota
dalla classica di 'ipsu-'. Cercare se nelle più antiche fonti
neolatine (o nelle bassolatine) s'abbia la diretta prova dell'anti-
chità di questa tanto grande estensione territoriale della nostra
formola e del suo particolar significato, non è di certo cosa super-
flua; ma è d'altronde cosa naturale e indefettibile che nel caso
nostro s'abbia a trovare quello che si cerca. Così, per offrir qui
sùbito alcuni dati: et lassi quisso deii, nella leggenda di S. Ca-
terina, in ant. dial. meridionale (abruzzese), ed. Mussafia, v. 1494,
'e lasci codesto [tuo] Dio'; cfr, ant. sic. quissu in 'Quaedam pro-
fetia' str. 30, e più esempj in Cielo d'Ale; le antiche forme
sarde che i)iù in là incontriamo; ant. catal. aquexa era la
amor? 'era egli codesto il [vostro] amore?', Sette Savj ed.
* Cosi è tradotto il riflesso di 'khn-r psu ('kku-Gssu) da tutti i dialet-
tologi dell'Italia meridionale; e la lettura dei testi e la conversazione coi
nativi comprovano in modo assoluto la giustezza di questa traduzione. E
non è diversa la evidenza per la parte iberica del territorio del 'kku-essv..
Ai Tedeschi non è sempre facile afferrare il concetto di 'codesto', perchè
manca al loro proprio linguaggio un 'dimostrativo di seconda persona';
e 'codesto' troppo facilmente per loro si confonde con 'questo' (dieser) o
trapassa a 'quello' (jener). Felice abbastanza la traduzione che assegna
P. Foerster (Span. sprachl., 1. e.) allo sp. aquese: 'jener da', in confronto di
aqueste: 'dieser hier'. — Lo stosso è da dire pel riflesso di 'ssu nei dia-
letti dell'Italia meridionale (v. più in là); dove piace vedere il contrasto
tra ^ssii e 'stu in esempj come questo; e ttu che stjìe a ^ssa vali' ejji ''a 'sin
mónde, se mme vul'isce hbène, men) sc-i-ammònde 'e tu che stai a codesta
valle e io a questo monte, se mi volessi bene, verresti quassù' (Finamore,
Vocabol. abruzz , l-'^SO, p. 277).
I continuatori del latino i p s u-. 307
Muss., V. 14'^1 ; dove circa lo spagnuolo e il portoghese qui
l)asta (lire che appunto aquese aquesse (come del resto pure
(/queste) è voce 'arcaica'^.
Lungo il territorio del continente italiano in cui vige 'kku-
epsii^ s'avverte insieme un'altra combinazione in cui Tip su ci
rioffre la medesima vicenda semasiologica. È la combinazione
en+'ssu, ovveramente, con l'accento sulla prima, en + 'ss'+hoc
{e<só), in funzione, di 'avverbio dimostrativo di seconda persona':
« colà, costà » ^.
* Circa la precisa latitudine settentrionale a cui s'arrivi nel continente
italiano cogli antichi riflessi dialettali di 'kku-essu, avremo luce sicu-
ramente dalle illustrazioni di cui Ernesto Monaci ornerà tra non molto la
sua Crestomazia italiana dei primi secoli.
~ Il Rydberg, 1. e, 321, ammette giustamente che l'Italia abbia dei
riflessi di en ipse. Ma li suppone 'pronominali', e sono all'incontro
esclamativi e avverbiali. E i suoi esempj son questi: teram. nesso e
(;ampobass. je^se. Ora, nesse non può essere se non un errore, di
stampa o di penna, per V hesse del Savini, che vai semplicemente
'esso', ed è lo schietto ipsu. Il campob. Jf_'S5e, che veramente qui
spetta, vale poi non altro che 'eccoti'. Nel 'Vocabolario dell'uso abruz-
zese' (sec. ediz.), il Finamore dà nitidamente: esse 'esso', allato ad
'^sse 'ecco' e 'costà'. Nelle 'Tradizioni popolari abruzzesi' dello
stesso Finamore, I, ii (1885), p. 8:!: esso éndru, costà dentro. La
presenza dell' en è attestata dal riflesso che spetta all'è; e il D'Ovi-
dio, non citato dal Rjdberg, è stato il primo, per quanto io sappia,
ad atfermaré V ea-'ssu, Arch. IV 150, Grundr. I 506 n; aftermazione che
altri poi hanno trascurato, — S'abbiano ancora l'abruzz. (casal.) pc
j'^sse 'per costà', De Lollis, XII 15 n; l'arp. Jesse 'là' (con la dichia-
razione dell' e), Parodi XIII:302n; e il reat. psso 'costì'. Campanelli
o. e. 121. — Se poi il Rydberg, ib., fa qualche riserva circa le con-
tinuazioni, parallele ad en-ssu, che s'abbiano da en-ille, si direbbe
ciie egli si torni a confondere in singoiar modo, poiché manifesta-
mente e sicuramente l'ellu- (en illum) pronominale del latino ci ri-
torna nella significazione esclamativa e nell'applicazione avverbiale
neo-latina; onde: campob. j'^lle 'ecco li', reat. <dlo-lu 'eccolo co-
stà'; ecc. (ma lo sp. eio 'eccolo', benché pareggiato ad ellum dal
Diez, va lasciato in disparte). — Il Campanelli, nel 1. e, introducendo
il discorso intorno ai 'pronomi e avverbj dimostrativi' {istu issu illu;
H')8 Ascoli,
Ora, come sottrarsi all'idea che il motivo della mutata -lìignifl-
cazione di ipsii- risieda, e per 'kku-es su e per en-^ssu, nel-
l'avverbio, d'ordine dimostrativo, col quale egli veniva a com-
porsi? Di eccum e di en si può appunto dire, come di ecce,
clie valgano esclamativamente a eccitar l'attenzione della persona
cui si parla ^ La riprova storica e pratica di questa azione del-
rsso ecc.: e i testi aggiungono qiiissn, v. s.), dice: 'è importante trat-
' tare a parte dei pronomi e degli avverbi dimostrativi del dialetto
'reatino, perchè sono a nostro parere poco conosciuti, quantunque
'similissimi e quasi identici ai corrispondenti tiburtini
'e mar eh egiani'.
' Circa la questione, se il primo elemento di 'hkn-cpsu 'hku-estti
'kku-ellu, sia eccu- o atque, gioverà anzitutto qui avvertire, che
il nostro ragionamento rimane a ogni modo imperturbato, poiché
r atque non può essere affermato se non in quanto si ammétta e si
j)rovi ch'egli riuscisse latinamente al significato di eccum. Ma una
vera prova di questa significazione non mi par data e confesso di
non credere molto probabile che si possa mai dare. La mia persua-
sione è per ora, ciie eccum, cosi come ecce, in condizione procli-
tica, patisse l'aferesi sin da antichi tempi, e che perciò, in fondo alle
voci di tutte le regioni neolatine (non esclusa la Sardegna), s'abbia
realmente 'ccu-istu 'ccu-ipsu 'ccu-illu; e che un'altra parti-
cola, d'ordine congiuntivo (a e, et), si disposasse anticamente al 'e cu
{ac-'cuistu et-'cuistu ecc.), la quale in alcune regioni si mante-
nesse, in altre no. Vengo cosi ad accostarmi, in qualche parte, a un
pensiero del Rydberg, 1. e, 322. Per le forme sarde, le informazioni
del Meyer-Lùbke, II 597, erano poi troppo scarse. Ricordando an-
cora, che sempre si tratta di elementi in proclisi (e perciò Ve di
et, a cagion d'esempio, non potrebbe star nelle norme di un'e tonica),
rammemoro per la Sardegna: icussu icustu, negli Statuti sassaressi
dei 1316, accanto ai soliti ecussu ecusiu del medesimo testo, Guarne-
rio Arch. XIII 100; ai quali la cortesia dello stesso Guarnerio ora
m'aggiunge: in icussa, docum. del 1105, Tola, X, n. 143, p. 278. Un
Saggio inedito (di G. Campus) intorno al dialetto logudorese, che mi
sopraggiunge mentre scrivo questa Nota e che spéro veder pubbli-
cato nell'Arch. glottol., ha un'annotazione in cui è detto : « Negli an-
ticiii documenti [sardi] troviamo ekustu, ikusti'. ed anche akusùx , . . .
cfr. log. aJikó 'eccum', forse *eccu-hoc. »
I contiiinatori del latino ipsu-. 309
r avverbio, che è il primo elemento delle combinazioni qui stu-
diate, s'ha nelle combinazioni nelle quali anche istu entra nelle
funzioni 'di seconda persona', com'è nell'ital. costà (eccu-ist'-hac),
o nell'ital. cotesto codesto (eccu-tibi-istu).
Un'obiezione, che può qui sorgere, si ridurrà, in ultima ana-
lisi, a una riprova ulteriore della percezione contro cui sarebbe
diretta.
L'ipse ipsu- isolato, si dirà, ben ricorre, anche per l'am-
pio territorio del 'khic-epsu , quale schietto pronome perso-
sonale, così come Vesso della lingua italiana (per es. nel napol.
issc, sardo isse issu; ecc.), ed è allora una nitida continuazione
semasiologica della voce classica latina; ma l'ipse ipsu- isolato
ci rioffre insieme, per molto larga parte di quel territorio, nella
qualità di dimostrativo, sia nella figura integrale e sia nell'afe-
retica, la significazione di 'codesto', cioè la significazione stessa
dei riflessi del composto ' kku-ep^u.
E dal canto nostro si risponde, che ciò e vero sicuramente e
vero è insieme che il significato di 'codesto' anche gli si viene
via via attenuando , per modo da rasentare o raggiungere la
mera funzione d'articolo, come appunto qui stiamo per ricordare
o mostrare. Sennonché, tal funzione del semplice ipsu- appunto
è propria, se non addirittura esclusiva, del vastissimo dominio
del 'kliu-eps'U. Riuscirà più che rara, o quasi enigmatica, al-
trove ^. Ne risulta perciò manifesta una particolar connessione
* Esiste veramente un filone dialettale in cui l'isolato ipsu, oltre la fun-
zione di pronome personale ('esso'), ha pur quella di 'codesto', senza che
vi si veda intervenire la combinazione 'kku-essic. La condizione geografica
di codesto filone è curiosa. Giace appiè dell'Alpi, ed è principalmente raon-
ferrino. Nell'ordine dialettologico vi è insieme notevole, che usi il riflesso
dell'isolato istu in luogo di quello del 'kku-estu, riflesso dal pieni, kiist.
Le considerazioni, che espongo nel testo, aggiunte a quest'ultima osserva-
zione, mi rendono assai probabile che il riflesso del 'kkii-essn pure in
codesto filone un tempo ci sia stato e nessun monumento più cel mostri.
Gli ò come se nella Spagna più non risonasse l'antiquato aquese e ce ne
mancassero le testimonianze letterarie, — Le mie notizie intorno alle serie
monferrine non sono, del resto, abbastanza copiose. Ma è certo, che pure
310 Ascoli,
semasiologica tra 'kku-epsa (ed e/i-ssii-) e il semplice epsit,
in quanto questo rappresenti una particolare e molto ampia, e
perciò non moderna, corrente volgare. La significazione del com-
in questo territorio stanno, l'una accanto all'altra, la prosapia dell' ipsu,
in funzione dimostrativa, e quella dell' istu (la prima ci dà: is 's, issa 'sa,
'•si; la seconda: ist, dinanzi a vocale e a consonante, ista 'sta, isg *ist-j,
'st.i, iste). Potrà la significazione dimostrativa del riflesso di ipsu non esser
sempre abbastanza nitidamente quella di 'codesto', di contro alla signifi-
cazione di 'questo', propria del riflesso di istu; e la scarsa distinzione,
dato pur che questo difetto ci sia, si potrebbe attribuire al fatto che il
'dimostrativo di seconda' manchi generalmente all'Alta Italia. Ma il valore
di 'codesto' risulta pur sempre perspicuo nel riflesso di ipsu. Il Ferrare,
nel Gloss. monferrino, sec. ediz., ha sotto Jiss: «jiss desso, Jissa dessa;...
is-om-lì quell'uomo lì, isa-dona lì quella donna lì»; e all'incontro s. Ist:
«ist questo, ista questa, ist chi qui questo, qui, costui che si tocca, ista chi
qui, costei qui ... ». Nei versi astigiani dell'Aliene (principio del sec. XVI),
son decisivi i passi dove l'imperativo accenna a cosa che sia vicina alla
persona cui il comando si rivolge, e cosi : o su, fé an eia is benent soffiot
(ediz, milan. del 1865; p. 242); lassò andò, metti (metti) zu issa roca (76);
lassenia^ander, fa an eia issa roca (98); fa an eia issa niaza (316). — Degli
aggettivali is isa (issa) mi è detto, da più d'uno studioso, che nel monfer-
rino e nei dialetti contermini se ne senta frequentemente la forma afero-
tica, e con notevole attenuazione del valor determinativo, cioè con notevole
tendenza alla funzione di mero articolo. — Nei canti alto-monferrini (Car-
}ieneto), raccolti dal Ferrare, non son riuscito a ritrovare Vis issa; ma nei
basso-monferrini, raccolti dallo stesso Ferrare, ho notato i seguenti esempj :
J è po' tanti d'issi totini, che tradurrei: 'di codeste ragazze' (Ferr. : di que-
ste r.) XX.XI, dame is bel mass ad reuse 'dammi codesto bel mazzo di rose'
XXXVI, amprestèmi an po' issa scala, XLV ; e con Taferesi: vad sii da sa
cantra, ven giù da 'n'atra 'salgo da codesta contrada, scendo da un'altra'
cxxviii (all'incontro: ant ista terra 'in questa terra' xviii; ecc. ecc.).
[Nel momento che queste righe passano al torclùo, mi sopraggiunge una
lettera del Ferrare, nella quale si contiene una singolare verificazione di
quello che più sopra era come pronosticato circa la presenza del ' hku-epsu
in questo territorio. Riporto qui sùbito le parole del benemerito uomo, che
si riferiscono al caso nostro: «11 riflesso della combinazione eccu-ipsu
«nel significato di 'cotesto' è raro nel dialetto monferrino di Carpeneto
«d'Acqui, sul quale posso rispondere con piena cognizione, ed ò più co-
I continuatori del latino ipsn-. 31'!'
posto si sarà estesa al semplice, oppure sarà avvenuta come una
riduzione del composto, restando inalterata l'attitudine del suo-
particolar significato, per l'analogia illusoria deìV estit allato a
'kku-estu.
Arriviamo per questa via ai termini seguenti : sp. e port.. ese-
esse 'codesto'^; catal. eix (es) 'codesto', e nel majorchino: es
per semplice articolo definito; l'aferetico su del sardo, nella stessa^
funzione d'articolo ; e ancora l' aferetico su ('ssu) in Sicilia ^ e-
nei dialetti dell'Italia continentale del mezzodì, con la sicura
significazione di 'codesto', ma di un 'codesto' che anche si fa
tanto sottile da parere poco più, o nulla più, del mero articolo-
Quando così leggiamo in un testo abruzzese: damme la hhene-
dizzijone, ca me ne vuojje jV pe 'ssu monne 'dammi la be-
nedizione, che me ne voglio andare per il mondo' ^, il 'ssu ci
pare più ancora vicino alla condizione di mero articolo, di quello-
che già non sia lo sp. eso in una frase come questa : ir se por
« mune nel feminile che nel maschile. 'È proprio codesta cosa' si traduco:
« r'è proppe csa roba le. Se chi risponde vuole calcare sulla indicazione,
«aggiunge: r'è proppe csa le, oppure r'è proppe j-issa. A Molare, circon-
« darlo d'Acqui sul limitare dei dialetti liguri, dicono ctiissa o quissa nello-
« stesso senso. »]
* Accanto a ese eso 'codesto' è bello e curioso vedere V eso che dice-
nello stesso spagnuolo 'lo stesso', in eso me hace 'mi fa lo stesso' e al-
trettali modi (P. Foerster, gr. § 406, 3). Non è più Vese nella connessione
semasiologica con aquese; ma qui sale diritto all'ipsu- classico, o anzii
pare lo spoglio dell'is tu-ipsu- che è nel nostro stesso.
^ Due esempj di su 'codesto' nell'ani, siciliano, son questi che seguono:
hi dichi or tu, fighi, in su to mal parlari^ 'che dici or tu, figlio, in co-
desto tuo malo discorso?', Quaed. prof. str. 36; cum sostancia e su par-
lar] 'di sostanza è codesto discorso'. Vita di lo beato Corrado, str. 52; già
entrambi avvertiti dall'Avolio, Introduz. allo st. d. dial. sicil., p. 169, n. L
Ma nei due luoghi a cui ivi si rimanda per quissu, la stampa ha quistu, e-
correttamente di certo. — Nel ritmo cassinese : de sse toe dulci fabelle^
de ssa bostra dignitale, dove però precede, tutt'e due le volte, un' e.
' Finamore, Tradiz. pop. abr. (1882), p. 106. All'incontro: «s'arevà' Cri-
ste pe' lu munne! — se avremo buona raccolta», Finamore, Vocabol. del-
l'uso abr. (1880), p. 261; esempio, del resto, che mi lascia qualche
dubbio.
Archivio glottol. ita!., XV. 21
312 Ascoli,
esos raundos de Dios, dove fu addirittura dichiarato in funzione
di articolo (P. Foerster, gr. § 370, 12). Ma di più in nota ^
' A un lettore, che non abbia familiarità coi dialetti meridionali,
può facilmente avvenire, che la poesia popolare, e in ispecie la si-
ciliana e l'abruzzese, gli faccia imaginare assai più deciso, che in ef-
fetto non sia, l'accostarsi del 'ssu alla schietta ragione dell'articolo.
Ma resta sempre, che appunto questa parvenza fallace ben si com-
bini con la realtà di quella vicenda che altrove (Sardegna, Baleari ecc.)
lia fatto compiutamente discendere il 'ssu 'codesto' alla ferma con-
dizione di articolo determinato.
La parziale illusione, a cui accenno, dipende da ciò, che la poesia
popolare, in quanto è nel nostro caso considerata, si risolve di so-
lito in un discorso invocativo, cioè in un discorso che é direttamente
rivolto alla 'bella', nel quale tutti i nomi che si riferiscono a quella
'seconda persona' e in altri dialetti sarebbero semplicemente mu-
niti dell'articolo determinato, qui all'incontro molto facilmente assu-
mono, anziché l'articolo, la voce prominale che è un 'codesto' via
via più attenuato o 'volatilizzato'. Si dice, per esempio, alla 'bella':
*tu mi ferisci con codesti occhi tuoi', per 'tu mi ferisci con gli oc-
chi tuoi', oppure: 'affacciati a codesta finestra', anziclié 'affacciati
alla finestra'. Il che naturalmente non esclude che il 'ssu abbia in
molti casi lo schietto e pieno valore di 'codesto', senza dire che lo
schietto articolo risale pur nei dialetti del Mezzogiorno, compresa
la Sicilia, ad ili u-.
L'incontinenza nell'uso del dimostrativo é fenomeno comune a ogni
discorso popolare; e così nella poesia, della quale qui si tocca, an-
che lo 'stu (istu-) spesseggia e ridonda, ma non già, di gran lunga,
in misura tanto larga quanto è quella per la quale esubera il 'ssu
(ipsu-). Grli esempj di questa esuberanza sarebbero infiniti, e qui é
giocoforza limitarsi a molto rapide citazioni. Le forme son natural-
mente 'su 'sa al sing., in tutti i dialetti qui contemplati; 'si 'se al plur.,
nell'abruzzese ecc., e 'si per entrambi i generi nel siciliano.
Nei Ganti popolari di Noto, raccolti da Corrado Avolio (Noto
1875); str. 117: scurdari min mi pozzu ssi bilUzzi , ssa viccca, ssu
pittuzzu e ssi tuoi renti (denti); 173: eli è beddu (quanto è bello)
ss' uocQÌu tò!'^ 208: pi ssa ranni (grande) billizza ca Uniti; 270: e
vi stiijati ssi beddi sìirura 'e vi forbite i bei sudori'; '29Q: ju ti ri-
I continuatori del latino ipsu-, 313
La significazione di 'codesto' che vedemmo assunta, da ipsu
nell'ampia distesa neolatina che s' è tentato di descrivere qui so-
pra, rimane all'incontro ignota alla Francia vera e propria e
alla Provenza (escluso l'estremo lembo a nordovest del Mediter-
raneo), e cosi alla zona ladina, alla Rumenia e all'Italia stessa,
sguarda ntl ssu biancu pettu] 309: ma chi fu bedclu ssu glugghiu ca
còsi! 'ma quanto fu bello cotesto giglio che io colsi!'; ecc.
Il Lizio-Bruno, nel rendere in prosa un centinajo di 'canti popo-
lari' siciliani (Canti pop. delle Isole Eolie ecc.; Messina 1871),
si avventurò a tradurre, scorrettamente, il nostro pronome coli' ita-
liano 'questo', e ne veniva un peso pììi grave che mai. Cosi per esem-
pio (e. vii; Barcellona): bella, cu ss' occhi to l'arma ini tiri, e fa'
trimari lu mari e li scogghi; teni ssu pettu chinu di catini, ... « bella,
con questi ocelli tuoi mi tiri l'anima, e fai tremare il mare e li sco-
gli; liai pien di catene questo tuo petto;...». Ma d'altronde, il sen-
timento italiano gli vietava ripetutamente, in quel medesimo Saggio,
di far corrispondere al 'ssu altra cosa che non fosse lo schietto ar-
ticolo. Onde: acuta chi d'argenta porti ss' ali « o aquila che porti Tali
d'argento» (e. xxvi; Isole Eolie); pirchl t'haju stampata nla ssu cori
«perchè ti Iio stampata ne^ cuore» (e. lxix; Casalvecchio). Quando
poi il benemerito uomo traduceva in verso (Canti scelti del po-
polo siciliano; Messina 1807), tanto più facilmente trascorreva a
questo modo di versione : bella, ss'ucchiuzzi to'' sana du aarori « bella
i cari occhi tuoi vincon l'aurora» (pag. 16; Piazza); bedda, ssu nomii
to' si chiama Nina «o bella il nome tuo dicesi Nina » (p. 18; Agira);
ini fallasti e ss occhi m'ammazzaru « tu mi guardasti , e gli occhi
m'ammazzare» (p. 26; Modica); quannu ti vidu a ssa finestra staici
«quand'io ti veggo a la finestra stare».
Dal Vocabolario dell'uso abruzzese di Gennaro Finamore
(Lanciano 1880): 'mmé'j-y a ssu pètte tue sce lègg' e scrive; chesse
capèlle tue so' fflle d'ore, avete 'sse labbriicce dólg' e ffine:... tenete 'sse
manùcce bbèll'e ffine (p. 270; Gessopalena); ecc. ecc.
Più ancora perde il 'ssu del suo contenuto ideale, quando si rife-
risce alla stessa persona la quale parla, oppure a tal cosa che
realmente non ispetti alla persona cui si parla. Già vedemmo nta
ssu cori 'nel [mio] cuore'. Ora aggiungiamo (Lizio-Bruno, 1871): ó^V/-
gillata ti tegnu ntra ssu pettu^ e. lvii; ti tegnu nta ssu pettu sigillata,
e. Lx. E passando al continente: tieni ssa cuore mmio cumpleto e bello
314 Ascoli,
quando s' esca dai limiti segnati o accennati a suo luogo. Di
guisa che si potrebbe dire compendiosamente, che la 'romanità'
resti come divisa in due parti, secondo che si regga o non si
regga l'antico 'kku-epsu.
In quella, dove non vige 'kku-epsu, non ci aspettiamo Vepsu
nel senso di 'codesto'. L'it. esso è poco più d'un mero pronome
personale, con una tintura di significato la quale ben s'attiene al
class, ipsu-, cioè al pronome d'identità (la cui funzione è sem-
pre perspicua in stesso, ecc.), e meglio ancora si sente in desso.
La scarsa funzione aggettivale di esso è pure nel senso, ben-
ché attenuato, del pronome d'identità. Il prov. eis rende ancora
più schiettamente il significato del class, ipsu^. Il quale è al-
(Casetti e Imbriani, II 161; Latronico in Basilicata), Quando poi siamo
a un esempio come questo: ronna, cimimi ti truovi 'nta 'ssu 'mpernoì
'donna, come ti trovi [ti senti] entro l'inferno?' (ib. 266; Spinoso,
Basilicata), rasentiamo l'abruzzese me ne vuojje ji' pe" ssu moiine^ ciie
il testo adduceva qui sopra, nel punto in cui chiamava questa Nota.
^ Il Diez e il Delius cercavano variamente Tip se pur nell'm del-
l'obliquo pfovenz. fem. lieis leis 'lei'. Poi si tentarono altre dichiara-
zioni di questa curiosa forma, senz'alcun sicuro costrutto, e l' ipse pare
addirittura abbandonato. Io però lo riprendo molto volentieri, ma con
raziocinio diverso. Vi sento la stessa composizione di ille-ipse che
s'ha nel lezz lezz less ìess de' Grigioni 'egli stesso', dove la signi-
ficazione di 'stesso', quando siamo al neutro, ormai si sente poco o
non punto (cfr. Cariseli, gr., p. 141-2; Ardi. VII 449 n; Gartner, gr.,
§ 124). La differenza tra Ij-ess de' Grigioni e Ij-eis del provenzale sta
veramente in ciò solo, che la voce provenzale essendo feminile do-
vrebbe sonare Ij-eissa l-eisa, come appunto tra' Grigioni: lezza lessa.
L'appendice dell'i p se va tra' Grigioni per tutta la serie dei perso-
nali: iou m-ezz 'io stesso', vns-ezz 'voi stessi'; ecc. Cosi, in un pe-
riodo anteletterario, sarà stato anche nel provenzale. Li' -eis (analo-
gamente a quello che avviene nel grigione) non poteva mutar forma,
nel paradigma provenzale di singolare o di plurale, e avrà ^nito per
riuscire indeclinabile pure al feminile. Dell'antichissimo paradigma^
dove si saranno avuti anche *luieis, *elseis ^ellaseis (grig. ils-
ezz lasezzas), sornuota, allato alle forme semplici, il solo IJeiss, nel
quale il genere riesce a ogni modo ben perspicuo, mercè la prima
parte del composto.
continuatori del latino ipsu-. 315
l'incontro più ancora affievolito nell'ant. rumeno his, schietto
personale di terza. Il riflesso francese, es eis, senza qui dire di
nesun e di ne'is , sta come fossilizzato nei costrutti a cui tosto
arriviamo.
Nei dizionarj, pur d'indole comparativa (Diez, Korting), esso
apparisce come un'aggiunzione che formi composto con le pre-
posizioni 'sopra' e 'lungo': sovresso lunghesso. Ma ò un'illu-
sione. Si tratta veramente della combinazione ipsu-illu, o come
a dire di una doppia proclisi, la quale incombe sul sostantivo sus-
seguente: lung[o] esso-il fiume, sovrFal esso-il mezzo, lung^o^
esso-la camera; cfr. con esso-i pie, con esso-le mani. Vesso ha,
qui ancora, qualche resto del valore originario di ipse^; e che
la combinazione sia antica, già risulterebbe dal fatto che esso
qui non muti col mutar del genere o del numero del sostantivo ^.
Ora, nell'antico francese torna tal quale 1' ipsu-illu, preceduto
da una preposizione e seguito dal sostantivo, nei noti modi en-
-es-le-pas en-eis-V-ore, 'allo stesso istante', e ancora con Veis pur
nella congiuntura feminile. L'ipsu-illu ritorna, coll'illu in fun-
zione di pronome personale, nei costrutti italiani con esso-lui,
con esso-lei, con esso-loro, dove l'antichità della combinazione
è nuovamente confermata àdiW esso che si sottrae alla distinzione
di genere e di numero. Ma una maggior conferma ne viene an-
cora dalla mirabile consonanza tra l'italiano e l'antico rumeno.
Qui l'ipsu-illu, insu-l (con l'illu ancora in funzione di pro-
* E anche ulteriori attenuazioni si potrebbero cercare o presumere (p. es.:
venne esso il principe, venne esso principe), per guisa di rasentar nuova-
mente l'articolo. Tuttavolta, mi par molto singolare, e andrà a ogni modo
vagliata, la seguente notizia, che la memoria suggerisce a un valoroso mio
amico : « Un fatto curioso per la Toscana è l'antico uso di esso -a in pretta
«funzione d'articolo, in cui m'imbattevo anni addietro, studiando alcune
«carte senesi. Se ben ricordo, c'era anche so sa, proprio alla sardesca. »
^ S'illude all'incontro il Rydberg. o. e, 317-18, quando presume vedere
un antico illu-ipsu nell'avverbio alnt?. e sselji (Ceci, X 170), ch'egli del
resto dà, per isbaglio, come forma arpinate. U esse di essglji è en-ssu; e
Iji = lo è un'appendice d'ordine moderno, come nell'it. écco-lo ecc. Ofr. nel
reatino: esso 'costì', èssolu 'eccolo costà', cllo-lu 'eccolo là', Campanelli,
o. e. 121.
316 Ascoli, I coutil! iiatori del latino ipsu-.
nome personale, e non già come articolo posposto, secondo che
parrebbe per la condizione specifica dell'articolo rumeno), è an-
cora preceduto sempre da preposizione; e così per es. cu tnsu-l
(Gaster, Crest., I 139 in f.), tal quale l' it, con esso lui^. Anche
la ridondanza dell' it. esso, nelle congiunture con esso meco
(masc. e fem.) ecc., ha una particolare convenienza coi rumeni
Insu-mt, quasi esso-mi (che avesse l'accento sulla prima), per 'io',
insu-ti ' tu' ; ecc.
^ CtV. lire tnsul ib. 99 pr., pre Insul 137 f., 186 pr. — Qai si risolverà
anche Teuigma del nus (*nuus), apparente sinonimo di tns. Susseguono
a cu 'con' tutti gli esempj che mi riesce di riscontrarne nella Crestoma-
zia del Gaster; onde cit-n-us cu-n-usid (in *?, 21: cu r-usul); e il Meyer-
Lùbke vede nel -n- una permanenza eccezionale della nasale di cum, I 598.
Di certo è promosso, da questo -n-, per dissimilazione, il dileguo della na-
sale nel pronome susseguente. — Al cu tnsul, allegato di sopra, sta allato
cu nunsul (Moxa; Gast. ib. 58), con la nasale conservata pur nel pronome;
del qual tipo si raccolgono altri due esempj, dalla fonte stessa, a pag. 83-
84 (§§ 68-69) del III volume della gr, del Meyer-Lùbke, che sopraggiunge
mentre questa Nota va al torchio. Stupendo volume, nel quale però vanno
rifatti, da capo a fondo, cotesti §§ 68-69 ('ille und ipse'). Vi è trascu-
rato quanto importa nella storia dell' it. esso, e perciò stranamente negata
ogni particolar connessione tra il continuatore italiano di ipsu ed il ru-
meno.
Correzione. — A pag. 309, quart'ultima riga del testo, in luogo di tal fun-
zione, è da leggere tal significazione.
DELL' IT AL. SANO,
IN QUANTO RISPONDE A 'INTIERO'.
Nota di G. I. A.
I valori , pei quali sano viene a coincidere , nei parlari ita-
liani, con 'intiero', non furono forse studiati a sufficienza. La
lessicografia italiana, considerata nel suo complesso, non li ha
per vero trascurati^; ma andava poco di là dagli antichi scrit-
tori toscani. Descrivere ordinatamente codesti valori e interro-
garne la ragion latina, è il modesto compito di queste righe.
§ I. — Le coincidenze di sano con 'intiero' si posson rap-
presentare per gli esempj tipici che seguono: 1. un vaso sano,
cioè 'intiero', in quanto sia illeso, non rotto; 2. im otre sano,
cioè 'intiero' nel senso di 'tutto quanto egli è nella sua capa-
cità o nel suo volume'; 3. un giorno sano, cioè 'intiero nella
sua durata'. La coerenza naturale tra le accezioni diverse, è
praticamente dimostrata dalle funzioni parallele di intiero. Pure,
tra quelle che indichiamo sotto i numeri 2 e 3, e l'altra che
mandiamo sotto il numero 1, corre una spiccata differenza d'en-
tità ideale, che molto probabilmente si risolverà in una differenza
d'ordine storico. Nel tipo un vaso sano s'ha una metafora molto
semplice, molto spontanea, tal che non richiede alcuna disquisi-
zione critica. Da animale sano, e vuol dire 'non malato, non
punto infetto', si passa naturalmente a vite sana e simili, cioè
al vegetale non infetto; e indi alla sanità d'oggetto inorganico,
per ciò che egli sia incolume, non gli manchi alcuna parte, non
sia rotto. Ma sano in quanto significhi la totalità del quantita-
* La miglior disposizione degli esempj sarà da riconoscere nello Sca-
RABELLi. — Il Tommaseo: «sano per 'intero', è del dialetto napoletano e
K degli antichi Toscani. Gemino il senso del greco adóg. - Quindi il modo
«vivo di sana pianta 'del tutto', 'da capo a fondo'.» Cfr. Morandi, So-
netti del Belli, IV 94.
:318 Ascoli,
itivo 0 della diu'ata, è manifestamente cosa più remota e pe-
regrina.
Facciamoci ora a riconoscere, con la voluta rapidità, le te-
-stimonianze dei diversi parlari, raccogliendole secondo i tre di-
■scernimenti che abbiamo qui sopra stabilito.
1. — La significazione, che solitamente si descrive colle parole se-
guenti: 'intiero, senza rottura od apertura, senza magagna o difetto', od
altre poco diverse, va, si può dire, da un capo all'altro dell'Italia, e va
pur fuori d'Italia. S'applica molto volentieri al 'fragile piatto'. — Vene-
ziano (BoERio): lìiato san 'piatto intero, senza magagne, contrario di
«rotto»'; e insieme il diverso: piato san 'cibo sano'. — Milanese (Che-
.KriiiNi): piatt san 'piatto intero, cioè non rotto o magagnato'; allato al
diverso: ^ia« san 'cibo salubre, sano'. — Piemontese (Sant'Albino),
la detta definizione; senza esempj. — Genovese (Casaccia) : a botte a
l'éa sann-na Ma botte era sana'; cfr. all'incontro: abruzz. s. 2. — Par-
migiano (Malaspina), la detta definizione; senza esempj. — Bolognese
i(Coronedi-Berti), id. — Romagnuolo (Morri, Mattioli), id, — To-
scano. Vedi i ' Vocabolarj italiani', s. v. Cosi, tra le vecchie testimonianze:
una femmina, che spezzò un suo catino, raccomandandosene a San Fran-
cesco, di presente diventò sa7io; o tra le viventi: un vaso sano. — Roma-
nesco': ve piizzeno sane (cioè essendo ancora intiere) le budella? 1169,
Za scatola era sana 557, che ss' era sana (la catinella) l'ho llassata sana
584, a le casacche o ssane o rotte 5190^, e cquer presciutto è ssano (intatto)
6127, sta fi... è ancora sana 6136, cfr. 6153, 6154, senza ave ppiù manco le
palle sane 6163. — ■ Abruzzese: va cchiù ttèmbe pe' la case 'na jngnàta
rótte che 'na sane, 'basta più una conca fessa d'una sana' (Finamore, Vo-
■cabol. 1880, p. 252); me n'aremenive che 'na pianèlla san' e una rotte (Id.,
Tradiz. 1885, p. 8). — Napolitano (Andreoli); la solita definizione; senza
•esempj ^ — Siciliano (Mortillaro), id. — E di là dai confini dell'Italia,
' Gli esempj sono sempre dal Belli; e per il modo della citazione, v.
Arch. XIV 456-7 n.
^ In alcuni casi, si direbbe che sano sia provocato, come antitesi, da
rotto. Cosi: cuann'è la sera nun ci ò ssano un osso 37, pe' li ggeloni sani
e pije' li rotti 4393. Così forse anche dei numeri sani di contro ai numeri
rotti, nel Vocub. ital.
' Cioè in vernacolo. Nel Puoti e nel D'Ambra, manca la voce 'sano'. Ma
cfr. ai num, 2 e 3. - Il nap. sane^wsf 'salubre' va col rum. sànatos, alban.
sendós, sano, *sanit[at]osus; cfr. Diez IIP 363, Arch. XIII 283.
sano per' 'intiero'. 319
nello spagnuolo (Dizionario dell'Academia), 6ano, fig. e fam. 'entoro, no
roto ó estropeado': no queda un piato sano^. Per la Francia meridio-
nale (AzaVs, Mistral), abbiamo le significazioni 'entier, en bon état'; senza
esempj.
2. — Esempj di vecchi scrittori, accolti nei 'Vocabolarj italiani'
(v. in ispecie lo Scarabelli e il Petrocchi) : togli una gallina grassa e uc-
cidila... e falla cuocere sana coll'acqua e col sale; io no7t additìiando pane
sano, né pezzo di pane, ma le òrice del pane ecc.; un miglio intiero e sano.
E dalle viventi parlate toscane ('pist., pis., sen., ecc.'), il Petrocchi ag-
giunge : s'è mangiato un pane sano. Dove è insieme il legittimo posto del
modo sempre vivo nel 'fiorentino': di sana pianta 'di tutta pianta'. — Ro-
manesco: che mettete catana (date censura) ar monno sano 123, me maggnai
dunque sano (cioè: tutt'intiero) un paggnottone casareccio ecc, 3285 ^, quello
che ddeoe affrigge ogni cristiano, è cch'er Zagro Colleggio non è ssano (c'erano
tredici vacanze; è un esempio che veramente pende incerto tra il num. 1
e il num. 2) 3334, vv' ammanca una facciata sana (una pagina intiera) ? 478,
che cquanno disce lei (la testa) le su' raggiane, è ccome l'abbi dette er corpo
sano 4148, hbutta zecchini a ccanestrate sane 4218, du' fujjette (misure di
vino) sane 4265, cfr. 6247, è er ritratto d'un cocommero sano (non tagliato)
4280, che ppò sta ttislimonia Roma sana 6136, la casterìa (castità)... sta
ttulta sana in ner gruggnaccio tosto 6185, a ggruggn' a ggruggno coli' in-
ferno sano 6219; — molte volte reiterato; ci ò in bocca scento inferni sani
sani 310, er ghetto sano sano giura ecc. 339, bhe' cche voe maggnerebbe
sane sane 358, vèddeno tutto er monno sano sano 368, scombussola la Fran-
cia sana sana 3153, d.a iggnottisse magara in un boccone er zor P. B. sano
sano 3430, de maggnasse la grasscia sana sana 494, la tavola è infiorata
sana sana 4180, se maggnassi (si mangiasse) un leone sano sano 5143, je
* Toccherò, tanto per staccarlo, del faser sana, nel senso di guarentire
contro la evizione una proprietà venduta, che è in un documento del 1390
(Valenza), tra i Testi basso-latini e volgari della Spagna, editi dal Monaci,
Roma 1891, col. 25.
'•^ Il medico aveva permesso alla persona, che parla in questo sonetto, di
cenare, a condizione che la roba fosse tutta sana; ma 'sano', secondo che
il Belli avverte in nota, non potendo essere mai inteso dai Romaneschi se
non nel significato di 'intiero', la prescrizione del medico diventava una
causa d'indigestione. Di sano, nella schietta significazione di sanus, ben
c'è qualche altro esempio nei Sonetti, ma si tratta di particolari combina-
zioni, che son del linguaggio più o meno generale: bbasta sii san' e llib-
bero 372, san' e ssarco 3118, clii vca ppiano, va ssano, e vva llontano 5363.
320 Ascoli,
lassò er gallinaro (poUajo) sano sano 5222. — Marchigiano. In notevole
assonanza: Amor, se mi vói ben, darmi el prescitUlo, I se non lo vói spezza',
darmelo tutto; j Amor, se mi vói ben, danni il salame, / se non lo vói spezza',
darmelo sane (Rondini, Canti pop. marchig., p. 27), — Abruzzese (Fi-
NAMORE, Vocab. 1893, s. v.): se l'd 'jjuttite sane 'l'ha mandato giù tutt' in-
tero'; se magne 'na pagnòtta sane 'mangia un pane intero, tutto un pane';
la bbott' é sane 'la botte è intera, non cominciata, manimessa, avviata' [cfr.
all'incontro: gonov. s. 1]. — Napolitano (prof. C. Pascal): 'na bottiglia
sana, 'mi piatto sano, per dire, non solo del recipiente che non sia rotto^
ma del liquido o della vivanda, che si beva o mangi tutta intiera; e du-
plicato l'aggettivo, quasi per dargli una significazione superlativa: s'ha
laangiato 'nu puorco sano saìio 'tutto quanto intiero'. — Siciliano (Pi-
TRÉ, Fiabe ecc., I): mi V agghiiittu (inghiotto) sana 102, Noto; mi la man-
cia sana 136-7, Vallelunga; mi l'ammuccu sana 168, Palermo; e si mancia
sta maidda di pasta, sta porcu santi, 'na fumata di pani 167, Palermo.
3. — Esempj di vecchi scrittori, accolti nei 'Vocabolarj italiani*
(v. in ispecie lo Scarabelli e il Petrocchi): riìnasi lì tre ore sane a di-
pingere; talvolta starà egli attorno ad una piccola preda i giorni anche
sani. Dai viventi parlari toscani ('pisi, pis., sen., ecc.'), cita il Petrocchi:
itn anno sano; un'ora sana. E l'ora sana torna agli onori della letteratura
col Giusti ('Storia Contemporanea', 1847): «E un'ora sana non era passata,.
Che già n'avea bollati un centinajo. » — Romanesco: d'ave da sta li
mesi e ll'anni sani 4137, a ccacciasse le ìnosche er giorno sano 4230, sta
(stare) ssur un banco una nottata sana 4304, pe' ddiesciora sane 5161, un
anno sano 6347 (son. apocr.). — Napolitano (prof. C. Pascal): 'na gior-
nata sana, 'nu mese sano, 'n' anno sano; e duplicato l'aggettivo come so-
pra: ci ho faticato 'nu mese sano sano. — Siciliano: vaju gridannu li
j limati saiti (Lizio-Bruno, Canti scelti ecc., 1867, p. 112),
§ II, — La molto estesa diffusione di sano = 'intiero' nel senso
del numero 1, rende probabile, non ostante la molta agevolezza
della metafora, che la determinazione ne sia ferma ab antico,
cioè che si tratti della divulgazione tradizionale di un fenomeno
risalente a età latina. Ma più valida ancora sarà l'analoga in-
duzione per quanto concerne sano = ^intiero' nel senso dei nu-
meri 2 e 3 ('tutto quanto'), sebbene la diffusione qui appaja
minore.
Ora, se badiamo alla condizione latina, la significazione di
* tutto' 'tutto quanto' è in realtà, checché si possa aver detto,
sano per 'intiero'. 321
assolutamente estranea all'aggettivo sa mi s ^ All'incontro, c'en-
tra un 'quid' ideale, estraneo alla mera 'sanità' o 'incolumità',
nell'avverbio sane. Le significazioni più solite del quale devono
aver per fondamento il concetto di 'non manchevole' = 'com-
piuto', sia che un giorno questo si esprimesse pur nell'aggettivo,
sia che si venisse più tardi a determinare nel solo avverbio ^.
Lo schietto valore di 'sanamente' non si riscontra in sane se
non di rado, ed è tenuto vivo o addirittura promosso dal valoi^e
costante ed esclusivo dell'aggettivo corrispondente. La serie delle
significazioni caratteristiche di sane, si riordinerà per conse-
guenza così: 'compiutamente', 'onninamente', 'a ogni modo', 'sia
pure'. Cfr. in ispecie: sane bene; se sane tristem et con-
turbatum domum revertisse; interea sane perturbatus
est; utebatur populo sane suo; e nelle risposte: sane 'per
lo appunto'.
Il combinarsi delie significazioni di 'incolume' e di 'tutto'
nella stessa parola, vigente in una stessa età, è un avvenimento
per il quale sarebbe facile addurre analogie più o meno rimote;
e circa la precedenza storica dell'una o dell'altra si può rimaner
dubbj, quando l'etimologia non ajuti; e non ajuta, per esempio,
nel caso di sanus, come all'incontro ajuta nel caso di integer
'intactus'. Che delle due significazioni, una rimanesse esclusiva
dell' aof elettivo e l'altra si continuasse all'incontro nel solo av-
DO
verbio, non sarebbe fenomeno pur questo da far meraviglia. Ma
dovremo poi ammettere, che nell'aggettivo sano dei parlari ita-
liani risusciti, o si svolga indipendentemente dal latino, la signi-
ficazione di 'tutto', la quale nel latino è ridotta a balenar nel
solo avverbio, privo alla sua volta, come pareva, d'ogni con-
tinuazione italiana? Confesso di aver qui sentito un complesso di
stenti; dei quali il mio spirito ben si sarebbe ormai liberato, ma
* di'. C. Pascal, nel suo del resto ben pregevole 'Dizionario delTuso ci-
ceroniano', Torino 1899, dove a proposito di sanus ricorda il meridion.
sano = 'intero'.
^ Duohxii di non conoscere una dissertazione di C Peter, 'De usu parti-
culae sane' (Exc. VII ad Cic. Brut., pp. 280 sqq.), se non dalla nota che il
Brugmann appone a p. 49 del suo studio ' Die ausdrùcke fùr den begriff
der totalitàt in den indogermanischen sprachen'.
322 Ascoli, sano per 'intiero'.
per via di una dichiarazione che devo d'altronde confessare audace,
sebbene io la professi tenacemente e speri di convertirci gli altri.
Io credo cioè, che si tratti, in sostanza, dell' irradiazione sto-
rica o tradizionale di un unico fenomeno, vale a dir di quello per
cui l'avverbio sane passò dal significato di 'sanamente' o 'schiet-
tamente', all'altro di 'onninamente' o 'integralmente'. La riper-
cussione volgare o italiana dell'avverbio importò che questo poi
si confondesse con l'aggettivo, a ciò in parte contribuendo la
scarsa sofferenza dell' -e avverbiale nel neolatino e in parte l'ap-
parenza di desinenza aggettivale che quest' -e assumeva nelle com-
binazioni col sostantivo al plurale. Credo, in altri termini, alla
frequenza di modi volgari come: raansi tres no et e s sane,
permansi horam sane, per dire: rimasi per ben tre ore, per
ben un'ora [addirittura, certamente, per tre ore ecc.]; onde poi,
in veste moderna: 7'imasi ire notti sane, un ora sana. 0 come:
porcum devo rat sane 'inghiotte addirittura un porco', che
poi diventa 'manda giù un porco sano (cioè tutt'intiero)'. Simil-
mente, un radicitus sane, 'proprio sin dalle radici', 'di tutta
radice', avrà il suo riscontro nell'italiano 'di tutta pianta', di
sana pianta. Nei modi imperativi italiani, d'altri tempi: va sano,
andate sani., oggi pare di sentir semplicemente il sano di sta
sano ecc.; o in mandar sano ecc. non altro che un parallelo del
^valedicere' latino. Ma in realtà saranno stati modi che, nelle
schiette origini, altro non dicevano se non 'vattene, va a
spasso!' ecc., sì da potersi rendere indifferentemente per 'va con
Dio!' oppure 'va al diavolo!' ecc., come in ispecie sempre sen-
tiamo nel mandar sane. E cosi essi rappresenteranno principal-
mente la ripercussione dei modi che son della comedia latina:
i sane, abi sane, 'vattene a ogni modo!'^
* Cfr. in Forcell.: Terent., Heaiit 3. 3. 27, Adelph. 4. 2. 48. — Un caro
e insigne collega, al quale io parlava di questa mia visione, mi diceva di
'sentire' una vicenda congenere tra l'avverbio bene e la parvenza aggetti-
vale di buono nei napolit. statte buono -a, sta' sano, -a, sta' bene, conser-
vati. Ma l'analogia sarà per avventura più ancora compiuta che all'amico
lì per lì non apparisse, essendo pur sempre assai probabile l'esistenza di
un avverbio d'antica età: bone = bene.
323
Tarla.
Ancora del tipo sintattico 'vattelappesca'. — La solu-
zione che di questo enigma T'Archivio' ha dato ^, risultò dalla
piena congruenza del modo corrispondente nel latino dei comici
e dalla ripercussione che se ne avvertiva per tutta quanta l'Ita-
lia. La Liguria non ne aveva però ancora dato esempj. Ed ecco
venircene per mezzo di Giuseppe Flechia, giovane romanologo
che darà all' 'Archivio' una serie di reliquie dialettologiche e
toponomastiche dell'illustre suo zio, e insieme, come fondatamente
si spera, una serie di cose sue proprie, per le quali mostrerà di
esser degno del nome ch'egli porta. Scrive egli dunque: «Anche
«a Nervi e contorni si dice: vallu, a plga 'vallo a prendere',
«vegni a canta 'vieni a cantare', vanni a mingia 'vanne a
« mangiare' ».
Del romanesco ancora. — Così per la questione del tipo sin-
tattico 'vattelappesca', come per quella delle particolari signi-
ficazioni italiane di 'sano', la nostra meditazione è stata parti-
colarmente promossa dalle condizioni del parlare di Roma, di
codesto gran centro della latinità dì tutti i tempi, che il capriccio
della sorte ha voluto rendere uno dei più trascurati nell'ordine
della indagine dialettale. Speriamo sempre nel jNIonaci e nella
sua scuola. Ma intanto non si voglia sdegnare qualche altro sag-
ginolo che del parlare di Roma qui sia ammannite; e uno sarà
intanto d'ordine fonetico, l'altro d'ordine flessionale.
Circa il dileguo che sul territorio italiano possa avvenire dell'oc
finale disaccentato, il Meyer-Liibke non dice presso che nulla; cfr.
Grundr. § 58, Gr. d. rom. spr. I §§ 302 sgg., It. gr. §§ 106 sgg. \
Ora, se badiamo al romanesco, secondo che ci è rappresen-
^ Cfr. Arch. XIV 453 sgg., XV 221 sgg.
^ Tocca egli bensi, e in valoroso modo, dell'aggett. sol = sola {una sol
volta, ecc.), Gr. d. rora. spr. II § 57, It. gr. § 361. Per la qual riduzione,
sarà anche da pensare all'incentivo delle dizioni parallele: talvolta, offni
qual volta, e altrettali.
324 Ascoli,
tato dal Belli, il quale ci fa così ripetute dichiarazioni di non
mai dipartirsi da quanto il labbro del popolo gli dava (cfr. in
ispecie: 315 n, 3146 n, 450 n, 488 n, 4174 n), e la cui precisione
ho io stesso per qualche esempio potuto verificare, il dileguo
dell' a finale disaccentato è abbastanza frequente nella proclisi e
in ispecie tra le denominazioni 'topografiche', che è come dire in
uno strato del vocabolario schiettamente indigeno e di carattere
sicuramente antico. Abbiamo così: a la Madon de Monti 117,
la Madon de la Pasterla 230, la Madon de Scerchi ib., la
Madon der bon Conzijio 2bl, cfr. 6129, da la Madon-deW-Oì'to
2234, la Madòn dev Rosario 353, la Madon de la Minerha
488, la Madòn de li dolori 4236, la Madòn de la Neve è ima
Madonna, diverza assai da la Madòn de' Monti 4296, la Ma-
dòn dell'Arco de Scènci 5194, inzino a la Madon de ìnez-
z agosto 646, cfr. 6305, accosto a la Madon de la Pietà 697 \
Similmente: ggiù a Ffuntan-de-Treui 2160, cfr. 2409, la Do-
gàn-de-terra 3146. E s'aggiungono: imo sciallo ch'è una tel-de-
raggno 3306, una coron de spine 4174, ha la coron de spini
5364. Superfluo dire che anche qui ritorni l'apocope in una. sòr
vorta 'una sol volta' 6231, una sorvòrta sola 455. Ma quella
à'ora si fa poi caratteristica: a un 0?^' de notte 1236, 5183,
cfr. 3391, a or de vemmaria 4402, 6122, a or de Coro 3188,
è or de pranzo 450, a or de pranzo 5304, a or de scena 1247,
a or d'indiggislione (all'ora della digestione) 379, a or de corza
3213^. Fenomeno analogo per V -e del plurale: le campàn de
le cchiese 3315; e per l'insolito dileguo dell' -o: de l'an passato
5371, lutto lo scoi de la scittà 495, er perdon de li peccati
5286, Zegretar-de-Stato 5133.
Or qualche aggiunta circa l'imperfetto (cfr. M.-L., Gr. d. rom.
spr. §§ 257 306, It. gr. §§ 398 399). Il pronome enclitico, af-
* II metro dissuade l'apocope in 256: sta scritto a la Madonna der Zoc-
corzo, e così in 4104 4201 4285.
^ Preceduto da numerale, ora diventa indeclinabile o quasi un 'plural
neutro': era du'ora 3220, a tre ora 6256, a sei ora 5200, pe' ddiesciora
sane 'per dieci ore intere' 5161, cfr. 5269, in zur fa de tredisciora 5280,
cfr. 360, a ssedisciora 3268, a voent'ora 4407; a le Quarantora 611.
Varia. 325
fisso alla seconda plurale, è schiettamente -vo nell'imperf. con-
giunt.: pijjàssivo 535, credèssico 4121, seniìssivo 5405 (e cosi
nel condizionale: sentiréssivo 5154); ecc. Ma nell'imperf. in-
dicat., il V di codesto pronome si tace, per dissimilazione; onde:
slàvio *stàvi-Yo 5441, ahilàvio 4124, trovcuno 4403, penzàvio
5408, aìmàvio 6254, vedéuio 3329, sapèvio 591, potéino 397
5233, discèvio 3270 3332 4260, fasoèvio 6214 6252, avèvio 373
397 3332 5267, bevéoio 3270. Ora, la prima pi. dell'imprf, indie,
che dovrebbe sonare *poriàvemo o *portdvÌ7no (cfr. alla 3.*: sta-
veno 3329 495, annàveno 688, salnàveno *si affrettavano pre-
murosamente' 4221), suona all'invece: poì'tàmio ecc.; e sarà
come dire che ella si sia conguagliata, per metatesi, alla seconda
accresciuta dal pronome (portàvimo portàmivo portàmio; portà-
vi-vo portàvio). Cosi : portàmio 5427, annàmio 3270, maggnàmio
5330, giucàmio 1187 6281, tirdmio 354, misuràmio ib., soffiò-
mio 641, stàmio 354 3270 4130 5427 641, fàmio 3399 {fascè-
mio 630), nascèmio 44, vedémio 4199, par^émio 1223, movémio
5427, ci avèmio 384, cfr. 58 ^
Ancora dei sinonimi cisalpini del frano, palanche. — S'è
ripetutamente avvertito, che non esista un equivalente italiano
o toscano di codesta voce francese, risalente a un lat. palanga
(palangae phalangae), la quale è il nome « que les porteurs
« d'eau donnent à l'instrument de bois, un peu concave dans le
* S'accetti ancora una breve provvisione di terze plurali del per-
fetto. 'Forti': pàrzeno parvero 3358, vòrzeno vollero 495, mèsseno 4162
(ma: inette 4263, mettérno 5316), créseno credettero 4402 (cfr. crèso creduto
569); se n'aggnédono *andiédono andarono 424 (ma: aggnèdero 2319, an-
nònno 3154). Analogamente tra i 'deboli' di 1.^: passònno 158, portònno
2319, ciarlónno 2413, m' ari for mònna (in rima) 354, m'imbrojjònno (in rima)
3187, cercónno 3328, girònno 424, se serrònno (in rima) 442, affermònno 461,
■assarlónno 597, se sposonno (in rima) 5179, trovònno 5386. Ma la maggior
parte degli esempj di 1.* fa in -orno: scassòrno 3108, basciòrno 3167,
fischiamo fin rima) 3272, sonòrno (in rima) 4190, mannórno 4359, impor-
tòrno 5216, ecc. ecc.; come fanno in -érno -imo tutti gli esempj che mi
notai di 2.* e 3.^: vedérno 181 4343, dovérno 4284, potérno 3328, chiudérno
566 6256; vistìrno AiOO, invesfìrno 462, coprìrno 6348 (apocr.); oììvq fumo
4417 5215 5379. — Cfr. Caix, Orig. 229-30.
326 Ascoli, Varia,
« milieu, qu'ils se mettent sui' l'èpaule pour porter deux seaux,
« accrochés aux deux bouts. » I due sinonimi cisalpini sono il
friul. bujinz e il venez. big àio. Del primo ho toccato in
Ardi. I 497 n, portandolo a bi-congiu; e la dichiarazione fu
accettata, cfr. Kòrting 1162, Meyer-Lùbke II 574; dove però mi
devo far lecito, a tacer d'altro, un appunto concernente la par-
ticolar significazione del composto, in quanto egli è riflesso dal
friul. bujinz. Non vi abbiamo cioè un bi-congiu che dica 'due
volte un congio' e che perciò vada senz'altro confuso con l'it. bi-
goncio ecc. Ma vi abbiamo un bi-congiu che si riferisce allo stro-
mento in quanto egli porti i due congi, ossia, secondo la vecchia
e buona terminologia, un 'composto possesssivo' o 'aggettivale'.
Ne viene una presunzione vie più ferma della schietta latinità
della parola. — Orbene, passando all'altro dei due termini, cioè
al venez. bigólo, la cui etimologia si può dire non peranco tentata,
egli è certamente notevole, che n'esca senz' alcuno stento e con
assoluta precisione fonetica, un composto che per il suo conte-
nuto e la sua qualità semasiologica ('quello che porta i due
congi 0 secchi ecc.') risponda perfettamente a bi-congiu se-
condo ch'è riflesso nel friul. bujinz. Poiché bi-gólo sarebbe l'esatta
riproduzione di un bi-gaulu; dove -gaulu, cioè il greco yavXó-g
occuperebbe assai bene il posto di congi u, secondo che si può
vedere nello Stefano s. v. Senonchè, è per ora da obiettare, clie
la latinità di yavlo 'mulctra etc' sarebbe troppo scarsamente
rappresentata dall' unico esempio di Plauto e da quest' unico ri-
scontro che la voce adriatica verrebbe a offrirci !
G. l. .\
CONTRIBUTI ALLA CONOSCENZA
DE' DIALETTI DELL'ITALIA MERIDIONALE,
NE' SECOLI ANTERIORI AL XIII.
V. DE BIRTHOLOMAEIS.
T._ SPOGLIO DEL 'CODEX DIPLOMATICUS CAVENSIS'.
[Continuaz.; v. sopra, pp. 247-74,]
§ IV, — Appunti sintattici.
124. Notevole un avanzo di ablativo assoluto: 'scepte vie andandum
et ingrediendum' 872.
125. Notevole Tubo avverbiale, vivo tuttora nel napolitano, dell'agget-
tivo bono, quale ne appare negli esempj seguenti: 'quem fuerit adpre-
tiatu per tres homines bono doctos de loco' 842, 'ipsa vinea lavorare vona'
901, 'pelUtia serica noba et bona cusita'' 1016, 'tres focacie bone facte et
cotte' 1031, 'organea ipsa concient bona'' 1013 iv 229, 'organea nostra per
illis bona conciata' 1013 iv 222.
126. Frequentissimo il costrutto: 'bia q^ie modo se anda', per la quale.
127. Il verbo 'essere' sta per 'avere' nel passo seguente, dove, an-
che per la forma ben popolare del participio, ripugna vedere una remini-
scenza del deponente latino, piuttosto che non la mera traduzione del vol-
gare: 'nulli violentia siimus patute a cuiqua' 1057 viii 4.
128. Esempj di gerundj, già passati alla funzione di part. pres., sono
addotti a' numeri 69 72 74.
Archivio glottol. ital., XV. 22
328 de Bartholomaeis,
§ V. — Lessico.
Avvertenza. — In questo spog'Iio lessicale s'intrecciano tre serie diverse: la verna-
cola, per la quale ricorro ai confronti con le odierne parlate meridionali, compren-
dendovi pur l'aquilano e il romanesco;- la latina, e la greca.
Consta la latina di voci non registrate nei glossarj del Forcellini e del Du Gange;
di voci, registrate bensì dal Du Gange, ma eh' egli derivò da documenti della nostra
stessa regione e che si devono perciò presumere come facenti parte, un tempo, del fondo
lessicale di questa; e finalmente di voci pervenute al Du Gange da documenti estranei
alla nostra regione e anche all'Italia, ma dell'uso delle quali giovi conoscere, per una
ragione o per l'altra, l'estensione geografica.
La serie greca non è molto numerosa- Vi si distinguono due categorie; quella delle
voci appartenenti al linguaggio ecclesiastico e all'amministrativo, e l'altra delle voci
entrate nel linguaggio popolare, che spettano, in generale, all'agricoltura e alle arti
meccaniche. Son tutte voci, nell'una categoria e nell'altra, che provengono dal greco
medievale; e formano un manipolo non poco importante per la considerazione cronolo-
gica di quello strato bizantino di cui si risentono i vernacoli del Mezzogiorno, e di cui,
grazie agli studj del Morosi e di Gustavo Meyee, fu già rilevata qualche vena nel-
l'estrema penisola (v. Arch- XII 76 segg , 137 sgg.). Molte delle voci dateci dalle carte
vivono in quelle parlate.
Ho anche accolto in questo Saggio lessicale molti cognomi, e i nomi locali uscenti la-
tinamente in -ano e -iano, che si possono aggiungere a quelli studiati dal Flechia. I
nprs. onde sono derivati, provengono, oltre che dal De-Vit, dagli indici del Voi. X,
parte II, del 'Corpus Inscriptionum Latinarum', dove son raccolte le epigrafi del Bru-
zio, della Lucania e della Campania, citati semplicemente per CIL.
abbocatore avvocato, v. nura. 60.
aco acu ago: 'lavorata ad €1011' 1058 vrii 54, 'oralem unum cum vultiim
ad aco' 1058 Aaii G6.
acsoczare 'assocciare' uguagliare: 'Inter nos acsoczammics et sortis tra-
didimus' 1009 1042. Cfr. 'sozza' e v. D'Ovidio, Arch. IV 408.
acquale ni.: ' cesinale ubi dicitur acquale' 972.
'•adaquare ortora' 1021, irrigare; v. D'Ambra, s. v,
adunare: '■adunare ad aira et tritulare' 994 ni 18. L'adunare è nell'abr,
propriamente 'il raccogliere che si fa del frumento nell'aja, prima di treb-
biare'.
africazzani: 'panni serici africazzanV 1049 vii 112. Probabilmente 'afri-
•cani'; cfr. 'planete due de serico de panni de Africa' 1057 viii 26. — 'panni
serici a f ricali' 1043.
agella e ajella ni., 'campicelli'. V. Due. s. agellus. Ajelli appartiene anche
alla toponomastica abr. e calabrese. Cfr. inoltre Pieri, Arch. snppl. V 137.
aira ara aja, v. num. 10; e aggiungi: 'adunare ad aira' 994 ni 18 più
Spoglio del Codex Gaveiisls; § V. 329
volte; per 'tempore de are' 1656 s'intende 'il tempo della trebbiatura';
airateco 1021, airateca 1025, aratica 1011 'diritto d'aja'; ni, airola airolc
V. gl'indici. È ancora aira dell'abr. dell'agnon. e del lece, Cremonesi s. v.,
Morosi, Arch. IV 119; il tarent. arriva sino a era. De Vincentiis.
albanu ni.: 'a tu al.' V. Due. s. albana, 'vitis species'.
alòide ni. Cfr. Pieri, Arch. suppl. V 78.
aliala ni. 991 ii 319; da aliu aglio, cfr. Flechia, nll. da piante, 825.
alipergum 'albergo' ricovero: 'adunare mihi ibiqne petre et cretra et uni-
ter nobiscura alipergum ibidem fabricemus' 996 iii 47.
alluminare illuminare: 'ipsa ecclesia cotidie ofRciemus et alluminemus
die noctuque ' 1046 vii 23. Cfr. Laud. aquil. gloss. s. v.
amalfìtanicos amalfitani: 'tarenos bonos ain." 1057 viii 10; amalfdani-
ski: 'tari boni am. triginta' 1058 via 50.
amendola cgn. 1064, ind. del voi. viii; v. num. 17 19, Occorre anche
nella Cr. del De Rosa, p. 434, nel Regim. Sanit., gloss. s. v.; v. inoltre
Schuch. I 219. Presso i dial. mod. ben gli fa riscontro, col suo a- mante-
nuto, il nap. e pugl., amennela (cfr. le forme prov. catal. spagn. e portogh.
in Kòrting 535 e i nll. d'Italia, citati dal Flechia, p. 826). Il tipo a]men-
è mantenuto, contro tutto il resto d'Italia (anche l'abr. dice inaila mal-
lihkje mandorlo -a, mandorlina), nelle Calabrie e nella Sicilia: cai. mien-
mda (Accattatis), sic. mendola mennola (Mortillaro, Nicotra); regioni in cui
lo ritroviamo altresi, come nel caso presente, quale gentilizio (p. es., Men-
dola e sim. a Catania).
amrnessarum: 'decera capita de iumentem et unum ammessarum'' 990.
È admissariu e va col rum. annasar, Kòrting 210. L'impronta è ben popo-
lare; ma non ne trovo riscontri ne' dial. mod., e nemmeno nella 'j\Iascalcia'
di Lorenzo Rusio.
amminiiare diminuire: *ipsa pecia... non siant aliquando tempore sub-
tracta aut amminuata per nuUum modum' 1046 vii 27.
anastasimon 1058 viii 38. V. Due. gr. s. nyaazaaifzog iqfiéQa.
ancilla dei è ni. assai frequente. Secondo l'edit. (v. negli ind.), risponde
all'od. ancillara, che ne sarebbe una corruzione. A me sembra che sia piut-
tosto esso nome ancilla Dei la saccente traduzione del popol. ancillara (si
cfr., per ciò che è di un tal processo di formazione di certi nll., i sic.
sant'Andria, santa Conu ecc. e la spiegazione che ne dà l'Avolio, Arch.
suppl. VI 73). E se dobbiamo credere all'esistenza di un antico ancillara,
cioè Sanguinaria, ne avremmo un esempio del fenomeno *-n[g]ui- ~n<ji-,
ben diffuso nell'Italia meridionale (sic. e cai. angidda, bar. 'ìigidde ange-
nagghie anguinaglia, nap. lece bar. fru»gill§ frungieddf fringuello; v. pure
Salvioni, Post. 258), da mettersi, per ragion cronologica, a fianco del frin-
330 de Bai'tholoraaeis,
gyllus che già ci vieu pòrto da un'epigrafe cristiana del 513; De Rossi I
958, Schuch. II 273. Cfr. Ascoli, Riv. di fìlol., X 16-17.
andare: 'dare aururu tremissi septe de principes de suprascripta mO'
neta, aut si alia moneta ebenerit que per ratione andaberit ' 870. Ben spiega
l'edit, : 'moneta quae in commercio erit'. Frequente la formula: 'bie ad
a/idandum et ingrediendum' 872, 'bia que modo se anda' 1046 vii 6.
andrella andrelle, nll. Cfr. Due. s. andrena 'viarum concursus, angi-
portus'.
anglone ni. 856 i 54; da angulu, cfr. Pieri, Arch. suppl. V 137.
angre ni. V. Due. s. v.: 'intervalla arborum vel convalles'. Gal. angra,
neogr. «;<pa 'terreno prosciugato lungo il corso di un fiume e dato all'agri-
coltura' (Morosi, Arch. XII 88). — angrisi 978, abitanti di Angre.
anguillerium: 'fluvium ang.' 1048 vii 98. V. num. 10.
antennara: ni 'via antiqua, que dicitur de la aniennara' 1056 vii 296.
antico: 'bia antica'' 901, 'parietes antici'' 942.
anzanutn ni. Cfr. Flechia, nll. da gentil, s. v. Ho anche un ni. anfano
dalla Valle del Tirino, alle falde del Gran Sasso.
aplittu: 'et alio uno adplicto de casa ipsa michi reserbavimus' 856, ' apli-
tum fravvitura' 1046 vii 19, 'habeas unum aplittu de terra nostra... quod
habeo coniunctum ad ipso muro de ipso castello' 968, 'tribus applitora de
terra' 986, 'habeas... unum applittum cum ipsa medietate de predictum
ortum' ibd. ; 'corda oralum unum de serico cura aplictum\ in una enu-
merazione di arredi sacri del 1057 viii 26. L'edit. annota (I 60): «adplic-
tora vel applicium valet diversorium, hospitium ». Ma la forma applicium
non si ritrova nelle carte; e, in quanto al significato, potremmo bensì sfor-
zarci a vedere un 'hospitium' in quasi tutti i passi riferiti, ma come vederlo
nell'ultimo? Consuona il napol. acl-itte 'cumulo' (donde ackittarse appog-
giarsi); cfr. agnon. ackia, abr. appia 'quella catasta di covoni, più grande
di una bica ordinaria, che si fa nell'aja '.
appare alla pari, v. numm. 43 e 120.
apperire aprire: 'ipso reiales claudere et apperire' 1062 viii 192.
appiczare: 'sicut salit (il confine) ab ipso flubio et appiczad et coniungiti
in via pubblica' 1022; 'toccare' 'collegarsi'; cfr. l'abr. appiccia 'prender
per mano'.
appretiare periziare: 'inquirerent et prospicerent atque subtilius appre-
tiarenV 1012, 'recepì... una asina prò apprefiatum' ibd.; v. D'Ambra s.
appriezze.
acqua, col signif, di 'fiume' 'torrente' (per cui v. Due. s. v.) è assai fre-
quente: aqiia de Fleschetole, aqica stricara, aqua fregdola^ aqua palom'
bara, ecc.
Spoglio del Codex Cavensis; § V. 331
aquara: ' sicut ajtmra discernit' 893. Nel pugl. acquava è 'scolo d'acqua
[liovana aperto nei campi'; - acquarola ni. 1057 viii 26.
ara, v. aira.
arcellam archetta, in un inventario di oggetti appartenenti a una chiesa,
del 1058 vili 38.
arcupintu ni. 1016, 'arco dipinto'.
arcuscellum archetto: 'super ijisum arcuscellmn fabricatum' 1062 viii
192; num. 102.
arenala ni. ; v. num. 7.
'•ascia et asciane', in un elenco di suppellettili rurali del 1042, '■assias"
m uno del 1063 viii 210. Cfr. Kòrting 864, e Meyer-Liibke, Zeitschr. f. d.
osterreich. gymn. 1891, p. 766.
assari asserì: 'force et assari inde tulisset' 1006. V. Schuch. I 206, e
Meyer-Lùbke nel luogo ora citato.
assuma sugna: 'medium modiolura de fabe , et medium assuma ai due
salme de vinum' 1047 vii 52; od. assona allato al più frequente nzgfia.
astracum lastrico: facere debeatis... parieti usque ad astracum de unum
solarium' 1034, ' ipsum astracum supranum quod ibi facere debet ad vincli
et spagne, et intonicet illud ad calce et arena' 1056 vii 281. V. Kòrting 86'1;
nap. àslrake astr§cieU§ (D'Ambra), cai. sic. àstracu (Scerbo s. v.. Gentili p. 44,
Avolio, Arch. suppl. VI 97). Il Puoti, Vocab. domest., s. v., traduce àslrake
'terrazzo'; e cosi pure T Avolio, loc. cit., 'casa con solajo, con terrazzo'.
Inoltre: aslracatore 'laterizj per terrazzo': 'in ipso solarium ponatis tra-
vos bonos, quanti meruerit et astracatore bone... ibidem ponatis' 1034,
' astracatiirie' 1056 vii 281.
aitnitu ni. 1021. Da alnus; cfr. Flechia, nll. da n. di piante, p. 826, e
Pieri, Arch. Suppl. V 77.
baccanare ni.: 'fons que dicitur de lu baccanare' 1063 viii 263. Forse
lo stesso che 'baccalaria', in Due, s. v.
haccia vacca: 'unum parium de baccie'' 1047 vii 67, ^haccia" ricorre più
volte nella stessa carta.
backarecze ni. 1040. V. Due. s. v. Si dice oggi 'vaccareccia', nelle Pu-
glie, la parte del pascolo destinato alle vacche. Lo Scerbo perù traduce
il cai. vaccarizzu 'grossa mandria di vacche e buoi'.
badu guado: 'ad badu malore' 1016. E frequente nella toponomastica
meridionale e ricorre anche nell'ant. sardo, Guarnerio, Arch. XIII 119. -^ ba-
derà de ipso flubio' 1041.
^balenem unam' 1063 viii 210. Cfr. Due. s. balena.
ballecelle ni.: 'alle 6.' 1057 viii 26, e ballocellu 984; baUeteUum e bal-
litellum: 'sicut medio balletellum discernit' 1029 V 178, 'fine quomodo
332 de Bartholomaeis,
ballilelliim discernit' 985. Occorro anche ballolellu 986 e ballelella 1006.
Cfr. num. 108 109.
ballenara ni. Cfr. Due. s. ballinus.
balneara e baniara, nll. 1030 v 181. Cfr. Bagnava, in Calabria.
ballimonio: 'da ipsa bia pulbica... usque in ipso ballimonio' 1011.
ballane 'vallone' burrone, fosso: 'fine ballones qui discerni da terra
opiscopii' 856, ' potestatera habeamus de ambi ipsi bi.illonV 1031. V. D'Ovi-
dio, Arch. XIII 422 n; e cfr. s valluncellum.
baneum ni., 'bagno'.
''bangam unam', in un elenco di oggetti domestici, del 1063 viii 210.
barbane zio: '[ricevo da] Lupo barbanes meo filio Longuli' 848, e come
cgn. 'signum manus Dominici ftarZ^ani" 982. Ricorre non infrequentemente
e sempre in flessione di III (cfr. Bianchi, Arch. X 410 n). É di tutta l'Ita-
lia medievale; tra' dial. merid. , vive nel barese della provincia (Nitti,
p. 14 n).
barbutu: 'Dauferius qui cognominatur barbuta'' 1061 viii 155, 'rebus de
li barbuti' 1047 vii 31.
bargulie ni. Cfr. Due. s. bargus.
barrile: cgn. 'lohannes b., 1049 vii 95; v. varrilario.
basare, nel ni. 'èasa-boe' 1048 vii 97, se 'bacia-bove'.
basilico: 'constituimus ut nullus basilico vel stratigo nec protospatarius
uec spatarius' ecc. 899.
batolla ni., v. Due. s. batus 3, e num. 7; batollisi abitanti di BatoUa 994.
batlallia: cgn. 'Johannes &. ' ind.
bece vece, passaggio: frequente la formula, ' cum bece de bia' cioè 'col
diritto di passaggio'.
bennere vendere: 'intra iste suprascripte finis de ipse due pectiole ubi
de mihi at bennere sortione... nihil reservavit' 826,
bentanus 'bene' o 'male ventano', frequentissimo.
berga verga: cgn. 'lohannem qui dicitur berga-iiwiwm.^ 1062 viii 201.
berva brevi 1030,
bespatiicum ni. V. num. 80.
bestarario: cgn. 'Johannes qui dicitur b/ 1049 vii 95. V, Due. s. vest., e
Schuch. II 454. Occorre anche negli ' Annales Cavenses', ]MGH, scr. Ili 192.
betellare: 'jumenta una pollitrala, bacca una betellata, scurie tres por-
clate cum ana tres filios per scuria, capre tres filiate, capre tres edate' 1029.
Nella 'Synopsis', l lvi, l'edit, interpreta: 'vacca cum vitulo, equa cum
puUo'. Invece s'avrà qui il medesimo signif, che han gli od. cai. vicchia-
risi, irciarisi, verriarisi, aniarisi, indicanti rispettivamente l'accoppiarsi della
vacca col toro, della capra col becco, della scrofa col verro, e della pe-
cora col montone. V. Flochia, Postilla sopra il fononi, 'ti = ci', p. 543.
Spoglio del Codex Caveiisis; § V. 333
betiri vecchi: 'quinque solidi boni betiri de dorano Sicardo' 859.
betrano e vetrano (monte); v. gli indici. Cfr. Flechia, nll. da gentil, s.
Vetrana.
bibanum ni., *vib[i]anu, Vibius, CIL. Cfr. Flechia nll. da gent., s. Vig-
giano, e p. 84.
biselle 105G vii 302, 'aliqnante viscilie de querele' 1022. L'edit. annota:
oiscilie, arbores tenerae aetatis. Cai. visciju querciolo (Scerbo); ''biscillie-
ticm de castaneis' 942.
bisinianisi, abitanti di Bisignano 1040.
bdlulum: 'unum faciolum et unum bittulum' 976. Cl'r. Due. s. vettis.
boccale 'parte del mulino': 'ipso molino conciatum et hedificatum... cum
bocchale et canale' 1027 v 133, 'si .. necessum ibi fuerit mole seu ca-
nale vel vaccaie ad ipsum molinum ' 1034 vi 5.
boffe: 'sortione nostra de terra cum boffe da predicta via in suptu usque
ad mare' 1026.
bolumbrn; ' pastenent ibidem ficus pera bolumbra cerasa et aliis arbo-
ribus fructiferis' 1061 viii 174. Lo stesso che columbri; 'e. et pruna sive
damascina... demus' 1022. Qui l'edit. annota: « etiam nunc apud vulgum
primi ficus fructus nuncupatur». E il fico volumbrella del poeta quattro-
centista Cola di ]Montorte conte di Campobasso, e l'od. napol. colommra
(D'Anìbra), cai. columbra, tarent. culummiro, bar. h'iumme che già appa-
risce in una carta del 1024 ('ubi stat ipso columbo'), citata dal Nitti, 36 n.
A ragione FI. Pellegrini ('Cola di Monf, rimatore', Cerignola 1892, p. 10)
pensa al gr. xoQv^^og.
botte: 'una botte da bino mittendum' 84.5.
brache: 'unum parlo de brache^ 968, ' pannu de brache x', in un elenco
di oggetti domestici, scritto da mano del X sec, a tergo di una perga-
mena del 988 II 261, '■brache parlo I' ibd.
brebicelli 'brevicelli' 1064 viii 291.
bronitore: 'est bronitore et est residente ad curte domnica' 1048 vii 84;
imbrunitore?
'■bucticina quattuor' 1063 viii 209.
bunanum ni. ; *b o n a n u , Bonus.
buttarli cantina; 'vinea... cum predicto buttarli et ipsa cirvinara de su-
pra ipsum astragum de predicto buttarum' 1009 iv 1.57. Campb. tonnare,
D'Ovidio, Arch. IV 147.
buttone, cgn.: 'lohannes biittone' 1049 vii 99.
caba torrente: 'una caba unde per imber aqua decurrit' 1034 v 251. Cai.
caolini (Scerbo), nap. cavane burrone (D'Ambra).
caballinum: 'parlo de ferri caballini uno' 1042, cgn. 'Aurelianum pri-
micerium cognomento caballinum, filium quondam Petri caballini'' 1025.
334 de Bartholomaeis,
cabucella, v. ciibecella.
cacare: cgn. 'Romualdus qui dicitur caca-lu-iuba' 1048 vii 100, num. 6S,
'heredes de hominibus qui bocabat car a-in-santi ' 990.
caccahelli cgn., ind. del voi. iv; y.dy.yM^og, lat. cacca bus; donde il cai.
kùkkamu (Morosi, Arch. XII 93), otrant. hakkavedda (Pellegrini, Arcb.
suppl. Ili 64), abr. cuccarne càccame caccamitt§, rora. cùccomo e il tose, cuc-
cuma, corso kakkavK (Guarnerio, Arch. XIV 179).
calahritano. cgn. 1020, 'calabrese'. Nel 'Chron. Salern.', MGH, scr. Ili
527, son chiamati ' calabrilani sarraceni' i saraceni di Calabria.
calcara 'fornace da calce': ni. 'ubi calcare dicitur' 1049 vii 104; cal-
carola ni. 1053 vii 216. Il Tommaseo s. v., dice sicil. calcara, ma v. Ascoli,
Arch. 1 288 363 383. Cfr. Petrus calcarario 1061 viii 171. Nella Oron. del
De Rosa: 'tu, carcararo, cìie vinde la coppa che sta alla carcara\ p. 450.
caloare: 'dixit... quod... Jaquintus introisset in rebus sancti Maximi...
et caloasset et exfossasset' 982. L'edit. annota: '■calcare scilicet arboribus
nudaret'.
calzare: 'vestire et calzare debeatis' 1031. — calzari: 'dentur ei... dua
pari de calzari' 1028 v 142. — calze calzoni: 'unum pario de brache et
calze' 968, 'parlo de calze II', in uu inventario di oggetti domestici, scritto
di mano del X sec, a tergo di una pergamena del 988. — colzolario; cgn.
'lohannes calzolario' 1058 viii 47.
cammisulatum : 'unum cammisulalmn femminile' 976; una specie di
camicia?
cammara, catnmarella, v. num 19, 47.
caniminatella ni. 1006; col probabile significato originario di 'casa', 'ca-
mera'; V. Due. s. v.
camisa camicia, e camiso camice: 'recepit camiso unum' 902, 'unum
caniiso et una camisa' 968; 'cammisa tres" camici, in un inventario di og-
getti appartenenti a una chiesa, del 1063 viii 209.
eamniare cambiare 976; camnium ibd.
campanaro campanile: 'usque cantonem campanari ipsius monasterii"
1063 vili 209. È del nap., dell'agnon., del cai., dell'arpinate (Parodi, Arch.
XIII 301).
campanella: cgn. 'Heupraxia libera femina que nominor e' 1038.
campanole ni. 1030 v 195. Poiché n può anche rappresentare n, cfr.
num. 33, non è chiaro se si tratti di 'campana' o di 'campagna'.
campilianu ni., ^campylianu, Campylius, CIL.
campitellu ni. 1029 v 172.
cancella ni. 1030 v 194; - cancellata ni. 1035 vi 47: cfr. Racioppi, s. Gan-
cellara;- cancellaru 'costruttor di cancelli', cgn. 1071 viii 177.
Spoglio del Codex Cavensis; § V. 335
cannitello ni. Cfr. Avolio, Arch. suppl. VI 79.
capazzana ni. Cfr. Flechia, nnll. da gent. s. -ano.
capessuni: 'capre undecim, capessuni tres, obes tres" 10.53 vii 198; 'ca-
pezzone' specie di cavallo? Nell'abr. vuol dire 'capo' e anche 'ricchissimo'.
capetania scorta: 'ipse alle due sortis cum tota ipsa capetania, que su-
pra dixiauis' 1029. Il tarent. capitarne è 'la quantità di bestiame, semenze
od altro che il padrone dà al fittaiuolo come dote per restituirle al ter-
mine della conduzione' (De Vincentiis).
capistrellum cgn.: 'filio Truppoaldi qui vocabit e' 990. Ct'r. capistrello,
ni, della regione marsicana e Capestrano, già Capistrano, ni. abruzzese.
capizuto cgn.: 'Stefani capizuto' 10.54 vii 227; 'capecchiuto' (cfr. d'Am-
bra s. capizzo) ovvero 'capocciuto' testardo (a 'capoccia' dell'Italia cen-
trale, risponde il nap. capuzzielle).
captare: 'ipse infantulum debeat capiate ipsa animalia et curam bonam
inde abere' 993; domare. V. Due. s. caplum, fune. E cfr. l'od. abr. scapelà
'lasciare andare i cavalli liberamente al pascolo". Il cai. scapilari è 're-
star da lavorare' (Scerbo).
cappilare: 'licentiam habeatis vos et vestri eredes omni tempore caprpi-
lare et toUere vobis tanta lingua de ipse silbe mee' 1013?
cappu cappara, v. num. 34.
capranicus ni., v. num. 80. — caprile e caprilia nll. — caprulic ni., v.
num. 7.
caprena caprina: 'lena caprena' 1063 viii 216. L'è si dovrà all'analogia
illusoria di prisu presa num. 5.
capsula 'cassata' nulla: 'mouimina illa nobis daret salbam, ut non fiat
ipsa capsatam' 1025, cioè 'affinchè poi non siano cassi e nulli'.
capii: 'de unu latu et de unu capu' è formula frequentissima.
carafoli: 'unum pare de carafoli' 1058 viri 63; caraffa, nap. carra fella.
De Rosa, p. 436?
carnara: cng. 'Leonis qui dicebatur e' 1059 viii 129. Il nap. carnara
equivale all'it. carnaio.
carrara 'via carraia': 'fecisset per ipsa rebus via carrara'' 982 (nel pugl.
od. carrara è 'carreggiata'); carrarola 917. Anche si ha ' via carracia' 857;
ma, isolato com' è, si direbbe un lapsus.
carricata : 'una sauma de ligna bona insta earricata' 1035. Cfr. Regim.
Sanit. gloss. s. v.
carzareì: cgn. ^ y.oaicci'ttyos TOf y.aQ'QaXeyan^iog'' 1058 vili 37.
casane ni. V. Due s. casana.
casattina: 'terra da la pesone, de modiis duo, que est casattina' 868.
casella: 'liceat nos inde excudere ipsa casella minore quod inde ipsa
336 de Bartholomaeis,
habemus' 1063 viii 219. Il cai. casella è 'capanna', 'torretta' (Scerbo); e
così si dice casedda nelle Puglie una 'specie di capanna costrutta con pie-
tre a secco '.
casolla e casolle nll. Il Due. spiega 'casula': 'minor casa seu ecclesia'.
Quanto al suff., v. il n. 7.
casilianuìn ni.; gens Casi Ha, De-Vit.
cassilanum ni., ^cassilianu *Cassilius. Il nps. non è documentato;
ma è senza dubbio contenuto nel ni. retico ' Cassiliacum', De-Vit s. v.
castanei castagni: 'terra cum vinea et aliquanti castaneV 1020; castanie:
'arbori de castanie'' 857; caslanietu è assai frequente.
castelione 'Castiglione' ni. 877; - castelgloni ni. 1056 vir 293.
castrezzano ni. 1047 vii 61; *cas tri cianu, Castricius, CIL.
cala- xaiH. V. num. 112. Gli es. ivi raccolti ci presentano, ben fissato
nella toponomastica, il particolare uso che di cata- suol farsi tuttora nel
dial. di Campobasso, per indicare direzione verso un luogo. Onde Cata-
lupo, Catabate, Cata-Maurici saran venuti a risultare dalle frequenti ellissi
del veibo in proposizioni come: 'andare da Lupo, dall'abate, da Mauri-
zio'. — E qui sia lecito aggiungere, agli esempj allegati dal D'Ovidio, que-
sti, che raccolgo da' lessici meridionali, ne' quali si mostri, più o meno evi-
dente, la particella greca: sic. catah rinnuU grondaja, catacogghiri 'coglier
per via' raggiungere, cataminu 'di meno in meno' ratealmente, catamiari
'avviare' spingere, caiaminarisi indugiare (Nicotra, Mortillaro); cai. cata-
nannu bisavolo, vecchio decrepito, ni. Cataforiu o Catahoriu, catacogliare
e calacollare 'andare all'ingiù in fretta' (cfr. sic. e regg. cttddari partire,
che è il collare delle navi, nella nota canzone di Rinaldo d'Aquino 'Già
mai non mi comforto'), cataforchia (molis. cafafuorchii% abr. cafurkie) co-
vile spelonca catapecchia (Scerbo, ^Nlorisani, Accattatis); agn. meure ca-
tameure, volda catavolda, poide catapgide, 'muro muro', volta per volta,
piede innanzi piede (Cremonesi); abr., dial. di Scanno: calamenarse 'intro-
mettersi nelle faccende altrui', catos^one fola (Finamore). Il campobass. ca-
tapiezze, è pur del nap., sic, cai., teramano (Savini), e anche del romane-
sco (catapezzo nel gloss. delle poesie del Belli, ediz. Morandi). Il Racioppi,
s. Chiaromonte, ci dà infine un 'monte Cala-rozzo^ dirupato 'rotto', in
Basilicata.
catabulu ni. 1064 viii 269. Cfr. i cai. kaléoulii katégula 'fossa lunga e
stretta per la propagginazione delle viti', che il Morosi riconnetteva giu-
stamente al pgr. xaza'^olri^ Ardi. XII 95 (v. anche Korting 1720). Quanto
al genere però, siamo al mgr. xcact^o'Aos, Due. gr. s. v., che è già catabu-
liim negli spogli dello Schnchardt, II 133.
catanicticon 1058 viii 38. Cfr. Due. s. xcaat^ixTiy.d
Spoglio del Cedex Cavensis; § V. 337
catena: 'ipsa filia mea dentur ipsi filii mei, quando se maritaberit, cal-
dana, frexoria, catena' 1028. Qui più specialmente 'catena da focolare'. -
catenelle: 'candele costantinopolitane decem cura catenelle'' 986 ii 233; ca-
tenella ni. 1018.
catoiu 'stanza terrena': 'ingrediendum et regrediendum a super in ipso
solario, quam in ipso catoiu, cum omnia vestra utilitate per ipsa regia de
ipso catoiu... et talem vicem abeatis per ipsa regia de ipso catoium'' 1031,
'dibidimus ipso hatodeum de ipsa casa suprana' 1046 vii 10, '■catodeo' 1057
vili 9 (si tratta di una casa appartenente a un greco). È il hatoju del bov.
e del siciliano (Morosi, Arch. XII 92), catuoju del cosentino (Scerbo s. v.
e Gentili p, 12) 'stanza a terreno'; nel regg. col valore di 'cesso' (Morisani);
dal neogr. xccnóysiov, secondo lo Scerbo e il ]\Iorosi, e col decisivo con-
senso dell'accento (katóju). Sa d'arcaico la forma hatodeum, sull'accento
della quale non abbiamo sicuro giudizio. Ma nessuno vorrà staccarla da
katóju, 0 metterla in relazione immediata col pgr. e poet. y.arovóulog.
catzotti nprs.: 'terra Catzotli\ Cfr. il Cattius delle iscrizioni meridionali,
contenuto nel ni. Cacciaìio; Flechia, nll. deriv. dal gent. s. v.
cammisali: 'passi cammisali quadraginta de longitudinem' 981. L'edit.
annota: 'idest passi ad mensuram perticae (a voce y.c<iJLct^)\ Cfr. il cai. ka-
maci, dal neogr. xafxaxt (Morosi, Arch. XII 90).
cauda: num. 29. Forse 'acqua calda'; cfr. 'acqua fregdola' negli ind. de'
singoli volumi.
centa: 'quanta centa in ipso monasterio introierit' 1052 vii 193. Nel Sa-
li^rnitano chiamano centa 'una certa quantità di cera che suole offrirsi in
dono a una chiesa'.
centre chiodi, borchie: 'finali et centve faciendum' 986 ii 236, in una li-
sta di oggetti appartenenti a un greco. V. Morosi, Arch. XII 94, cui agg.
pugl. cendraune, nap. cendrella, cosent. cintriddi.
ceraptata: 'quattuor ceraptata deargentata' 1058 viii 38; candellieri, mgr.
y.r,Qtc(nvr}g, Due. gr. s. v.
cerasa ciriegi: 'pastenent ibidem ficus, pera, bolumbra, cerasa et aliis
arboribus fructiferis' 1061 viii 174; ni. cirasulu 856, amareno.
cerbarezze: ni. 'ubi cerbarezze dicitur' 1051 vii 165 e 166, cerbaricia
1029, come nel 'Chron. Salernit.' ]MGH, scr. Ili 514. Cf. backarecze.
cerbitu ni. 1014.
cemmarola e cimmarola 1056 vii 275 ni. Forse da 'cima'.
cercuin querciolo: 'usque susum ad ipsum cercum' 976, 'da Salerno ab
ipsum predictum cercum'' ibd.; - cercetum querceto 1064 viii 201, cfr. Fle-
chia, nll. deriv. da nomi di piante 834; - cerqiia quercia: ''cerque que ibi-
dem sunt' 992; - cei-za: 'terra cum arbusta et aliquante cerze' 1036, 'ab-
338 de Bartlioloraaeis,
scidere ipse cerze 1038 (è del napol. del sic. e del cai); ul. 'acqua que
dicitur puUu de cerzia gallara' 1049 vii IH. V. niim. 38; e cfr. s. quercia.
cercla 'cerchi da botte': 'ad conciandum organea da binum ipsius ar-
chiepiscopii, et prò faciendum ipsa ccrdia' 1021. Ancora: 'ipse bucti dua
cercla bona' 1006.
cerreta: 'castanieta quercieta cerreta'' 960; v. num. 5.
cetraro: 'abeamus et biginta cetra, quale meliori fuerint in ipso cetraro''
980; luogo coltivato a cedri, che qui possono essere anche 'cocomeri",
'cetrioli'; pugl. citrg, abr. cetrgne.
cibila 'Civita' città, v. num. 59.
cillaro ni. 'sunt ipse vinee in ipso eluso de sancto Angelo de loco eli-
laro' 1039 vi HO. Trattandosi di luogo coltivato a vigneto, non è impro-
babile che sia da cellari u, il cui continuatore ò nell'abr., nel nap., e nel
calabrese {ciddaru). Pieri, Arch. XII 114, XIII 330, Guarnerio, Arch. XIV
392. Cfr. inoltre Kòrting 1779, Salvioni, Nuove Post. p. 6.
cimenta cementi: 'dibidere mecum ipsa cimenta et prete et ligna' 935.
cintruto: cgn. 'Stefani cognomento c\ 927.
ciniirio: 'yconam argenteam gemmis et auro laborata et cinurio unam'
1058 vili 67; mgr. y.aiuovqyiog y.atvovQiog e y.ei'-, Due. gr. s. vv.
cippitu ni. 1011. Cfr. nap. cippe 'ceppo' tronco, arbusto (D'Ambra), Pieri,
Arch. suppl. V. 83 177.
"■ circitarium unum de lino', in un elenco di oggetti appartenenti a una
chiesa, del 1063 viti 209. Sarà lo stesso che circitorium, Due. s. v.
circli ni., V. p. 253 n.
cirnegla: 'rebus de segna et cirnegla' 1047 vii 31. Dal cotesto non emerge
chiaro se trattisi di ni. o di prs. A ogni modo è da cfr. il nap. cfrnickje,
sic. cirnigghia, corso cernilu, ant. gen. cerneio e mod. gerneggu crivello.
V. D'Ambra s. v., D'Ovidio, Arch. XIII 421, Ascoli, I 354 n, Il 129 n, Guar-
nerio, XIV 155.
cirvinara: 'predicto buttarum et ipsa ciroinara' 10U9. Il Due. riferisce
'cervinaria' dal ' Chron. Cassin.' e dal 'Chron. Casaur.', e interpreta 'cella
vinaria'. La spiegazione pare accettabile, malgrado l'intoppo della in-
frequente caduta dell'-a. - Cervinara è nome d' un villaggio in prov. di
Avellino.
cisina: 'pecia que dicitur eisina Jaquinti' 1030 v 192. Il Due. cita 'co-
sina' da una carta salernitana. Però non tradurrei, con lui, 'selva cedua',
ma piuttosto 'terra sterile', 'sodaglia', col qual signif. si trova tuttora nel-
l'abruzzese. Cfr. Mussafia, Beitrag s. cesa, Salvioni, Post. 259. - cesinale:
'alia pecia que est cesinale'' 972, 'alio castanietum et cesinale' ibd., '■cesi-
naie ubi dicitur acquale' ibd.
Spoglio del Codex Cavensis; § V. 339
cispite cespite, proprietà: 'volumus ut liberi vadant (gli schiavi)... qui
habuorint cispite, cum suo cispite, et qui cispite non habuerint, sufficiant il-
lis libertate sua' 868 I 81.
clianu ni.; cfr. Flechia, nll. deriv. da gent. s. Chiovano.
clusura: 'loco que dicìtur clusura'' 848; Due. s. v. ; clusuricella 1038.
cofinella: cgn. 'Bona e' 923. Cfr. Due. s. coffinus.
colciara: 'una colciara et uno plomacio bindat' 1008; v. Korting 2013.
colcitra: 'uno lecto cura lena et calcitra et plumateo' 845; Korting 2318.
columbri; v. bolumbra.
compara compera: 'tradidimus vobis et transactum prò ipsa suprascripta
compara' 1014 iv 247.
^cona una' 1006; shóyrj. E del voc e v. Morosi, Arch. XII 89.
conberzara: 'via e' 1047 vii 38; 'commerciara'?
conciare assettare ordinare e sim.: 'pellitia serica... bona cusita et bene
conciata'' 1009, 'inclita ipsa molina, qualiter conciata vel edificata sunt'
1018, 'molina... regere et conciare' ibd. Col medesimo signif. è nel voc;
V. Due. s, V., dove son citati esempj dal 'Chron. Cassin.' — Inoltre: 'vinum
nos porteraus... ad cellarium... et adiubare ad concmntiwm et studiandum'
1029 V 181, 'mittant illut ipso vinum salvum in organeum ipsius mona-
steri! per illis bonum conciatum et studiatum' 1029 v 184. Qui è 'spre-
mere'; cfr. il cai. cuonzu, pugl. cgnze e il sardo log, konzti (Guarnerio,
Arch. XIV 393), che indican tutti 'quel cesto di vimini dove si metton le
uve 0 le sanse da spremere sotto lo strettoio' — Ancora: 'faciant... toti
ipsi labori (dopo essere stati raccolti sull'aia) bactere et conciare'' ossia
'tacciano battere e vagliare' il frumento o altro {conciare per 'vagliare' è
nell'abruzzese).
^concoliìia una', in un elenco di utensili domestici, del 1057 viii 54. E
dell'od. romanesco.
'■ condacim unum' 1058 viii 38; mgr. xovóuxtof. Due. gr. s. v.
congna ni. 'ubi a la congna dicitur' 1041, da cuneu; cfr. Pott, Zeitschr.
cit. XVI 124, Racioppi s. Cognato, Pieri, Arch. suppl. V 146; coniclum:
' mannariara unam, pennara de mannariam unam, coniclum sirailiter de ma-
ria unum' 1063 viii 210; cuniulu ni. 1030 t 190. Cfr. i pugl. cai. sicil.
ciinu cunetta zeppa, tarent. curiato scure; e inoltre Salvioni, Post. 262,
Pott, 1. e.
consa cimse ni., scritto anche ciimpsie. Due. s. comps 'lignum quoddam'.
La triplice scrizione occorre anche nel 'Chron. Salern, ' e negli 'Annales
Caven.', MGH, scr. Ili ind. del voi.
coperclisi 1001, abitanti di Coperchio.
corace ni. 1034; dal nprs. Corax -cis. Cfr. Pieri, Arch. suppl. V 42.
340 de Bartholomaeis,
corcoma: 'octo solidos costantinos et una corcoma' 966; mgr. xovQxovun
capestro.
^corcehaldu l\ in un elenco d'indumenti del 988. V. Due. s. ' curcin-
baldus*.
cornitu ni. 1047 vii 49. V. Flechia, nll. da nn. di piante, p. 829.
coronnra ni. 1061 viii 163; da coronariu lupinella.
correianu ni. *coridianu, Coridius, De-Vit. Per ciò che è di -èia-
da -idja-, v. Flechia, nll. da gent. p. 88-9.
costinea: 'uno capite tenet in terra que est coslinea de puteum' 1058 vi:i
95; forse 'attigua al pozzo".
cretaru ni. 1024; da 'creta'.
criHaczu ni.: 'ubi a lu cretaczu dicitur' 1062 viii 193, 'cretaccio', ter-
reno argilloso; cfr. Avolio, Arch. suppl. VI 87.
cribu crivello, in una serie di utensili del 1053 vii 198; cai. crivu (Mo-
risani s. v., Gentili p. 43). Cfr. Kòrting 2266.
cristoìie cresta, vetta: 'in susu per cristonem' 988, 'usque in cristone in
quo plescaturia sunt' ibd., 'per ipso cristone recto descendente' ibd. CiV.
Pieri, Arch. suppl. V 145.
criice croce: 'una cruce de rame' 1006 'ubi battivimus ipsa criice' 1000;
ci'uciclas crocette, in un inventario di arredi sacri del 1058.
cubecella; 'de plenarie ipse grade fabrite et de ipsa cabucella (1. cub.ì)
de predicte grade et de ipse apothecelle de sub ipsa cubecella'' 1030 v 194.
Sarà la 'volta della gradinata'; cfr. Tommaseo, s, cuba.
cupella 'sorta di misura di capacità per cereali e simili': 'deant nobis
exinde terraticum de sex cupella uno' 966. Nel vocab. ital. coppella (Tom-
maseo), roman. cupella (Belli, ediz. Morandi, gloss.); cai. cupieódu arnia
(Scerbo). V. Schuch. II 108, Salvioni, Post. 262.
cupo: 'fenestras cupas' 1022; l'edit. annota: « idest fenestras tegmine ita
adumbratas, ut per ipsas nequeant aspici domus vel loca, ex adverso po-
sita»; - ni. \a,ma.-cupa- cfr. Pieri, Arch. suppl. V 124.
deficiutn edificio: 'quod aput vos melioratam paruerit in deficiwn aut in
quavis parte' 911; cfr. edeficiu num. 21,
derropare dirrupare: 'si ipso molinum quam ibi fecit dirrupasseV 978.
Cai. sdirrupari, abr. tarrupà. ^
'■dialogum unum' in un elenco di utensili appartenenti a una chiesa, d3l
1063 VII! 209.
diarodanum: 'marnile de siricuin diarodanum' 1057 viii 26. Cfr. Due. s.
diarodinum.
disfamare pubblicare, manifestare: 'quum nostra vena esset vindondi di-
sfamaviimis voluntatem' 845.
Spoglio dal Codex Cavensis; § V. 341
doluta: 'tertiam pars ipsa lingna da laboi'em nobis dare dolala [debea-
tis]' 884. L'edit. annota: «a dola pai-s nel portio ».
domascina: 'columbri et prima, sive doìiiascina que ibi fiierit' 1022; cfr.
Storm, Arch. IV 387, ecc.
domnicuin principesco: frequenti 'pratu domìiicum', ^ tevra. dornneca'' 8\6.
dragonavit: 'magna pars de rebus ipsa prò inundatio aquarum que ivi
superabundavit et dragonavit' 1009. L'edit. annota: «Quid per dr.'ì Haee
vox deest in Du Gange ; fortasse valet: fines disriipit »,
dragonea ni. Va certamente co' nll. sic, 'a Dragunnra, 'a Dragunia che
l'Avolio, Arch. suppl. VI 104, fa rivenire .dal gr. xqdyiov caprile. Ma l'as-
serzione dell'Ascoli, XIV 339 n, che si risalga alla base ÓQay.ouT-, ha, pel
caso e per l'ambiente nostro, un valido appoggio, ancha nell'ordine ideo-
logico, nell'altro ni. 'aqua draguntiu\ che è come dire ' serpentaria'.
dulcare macerare: '' didcare linum nel cannabum' 987 ii 250, 'Unum...
totum illut faciant dolcare'' 1011 iv 180.
duliaria ni.: 'sancta Maria de duliaria' 1032 v 212.
durano ni., *dur[i]anu, gens Duria, De-Vit. Quanto all'-/-, Picchia,
nll. da gent. p. 84.
edare, v. s. betellare.
'edone persone' 853; idonee.
efìstula'- 'de alio capite fine plateam sub ipsa eftslulam publicam' 853.
ensetitu 848, v. s. ins.
erbaru ni. 998, 'a In erbarii" 1057 viii 26; da ervu; cfr. Korting 2840.
ercle ni. v. ircli.
^ergadiu unum', in un inventario di oggetti appartenenti a una chiesa
greca, del 105S viii 38; ragr tQyid'toi' 'opusculum'. Due. gr. s. v.
escla esoleta aesculu 956, cfr. num. 30.
escriptu scrittura: 'per oc escriptu promictemus' 842.
essita uscita: 'casa... cum trasita et essila sua' 1004 iv 41.
'■ euchologia dna', in un inventario di oggetti appartenenti a una chiesa
greca, del 1058 viii 38 e viii 67. E il neogr. evxolóyt.
exfossare 'sfossare', v. s. calvare.
expetutum richiesto, v. num. 74.
exuti usciti, V. num. 74.
fabale ni. 972, num. 79, cfr. Racioppi s. v.. De Vincentiis, vocab. tarent.
s. favale.
fabrito e frabito fabbricato: 'casa fabrita' 905, 'parietes frabitiiin' ibd.,
'parietes frabili' ibd., 'turris frabita' ibd. (altri es. sono al num. 53); fa-
britola ni. 1057 viii 26.
faccitergulum: 'unum faccitergulum plumatum' 1058 viii 67. Cfr. Due.
s. 'faccitergium' e ' faccitergula'.
342 de Bartholomaeis,
faciolum fazzoletto: 'uiium camisulatum feminile et unuin faciolum'' 976,
*camisa et faciolum et vittulu' ibd. ' faciola II', in un inventario di mano
del X sec, a tergo di una pergamena del 988 ir 261. Nap. fazzul§; cfr.
Korting 3218.
facora: 'pratis, cisternis, facora, piscine' 965. V. Due. s. v.
fagilu ni. 1060 viii 137 e faitu ni. 1057 viii 10; cfr. Flechia, nnll. deriv
da nn. di piante, s. v. e Pieri, Arch. suppl. V. 87.
faiana ni. 956. Cfr. Flechia, nnll. deriv. da gentil, ital. p. 84.
falcetra: egn. 'lohannis qui cognominatus fuit falcetra' 1058 viii 48.
jaidola: cgn. ' ursi bocca.- falciola^ 1027 viii 15.
felecta e felcete nll. 1010. Cfr. Flechia, nll. deriv. da nn. di piante,
p. 822.
fenitu: ^ fenilu bero pretius' 790 ecc.; 'ultimato il pagamento', ovvero
stabilito il valore'.
ferolatum: 'qualiter modo case nostre ibi edificate sunt et sepe erga
ipsa via et ferolatum factum est' 868; ni. ferolitu; da ferula.
ferrarum fabbro-ferrajo: cgn. 'lohanni... qui dictus fuit ferrarum' 1042
VI 193.
"^ festaciares unum', in un elenco di oggetti appartenenti a una chiesa,
del 1063 vili 206. Cfr. Due. s. 'festagium'.
figoratu (aurum), è frequente; moneta. Nel 'Chron. Cassin.', MGH. scr. Ili
221, 'solidi figurati'.
fulmina: ni. 'ubi proprie duo fmniina dicitur' 1047 vii 41.
fìssicio: 'impalare ad palos bonos fssicio' 1003.
flectola: 'faciolum et unum bittulum et una flectola' 976. Deve essere
una specie di trecciuola; cfr. Due. s. flecta. L'abr. fletta., cai. ììetta (Scerbo) è
una 'treccinola di fichi secchi'.
fiume: 'fine ursi, qui dicitur da fiume'' 980; flumicellu ni. 918; - 'usque
in ipso fluvicellu sunt passi triginta' 1034 v 251.
fluminaria 960, fiume. Cfr.: cai. sic. ìiumara sumara., it. fiumana,
forca: 'liceat... lignamen abscidere ad forcas tacere' 991,'' force et as-
sari inde tulisset' 1006. Inoltre: 'terra campense, quem abemus in casa-
padule supter ipsa forca' 886, ni. ^ forca Alfani' 1058 viii 42; 'valico tra
monti', frequente nella toponomastica meridionale. (Cfr. Pieri, Arch., suppl.
V 181). - forcala: 'tarris forcata' 1012; ni. forcatella 1040.
forcati: 'abet fine... quomo forcati ficti sunt' 8-37, L'edit. annota: 'for-
cati, idost terminus'. Ma più che 'termine' in genere, varrà qui 'un filare
di arbusti piantato come termine'. L'abr. ftircate è 'una specie di rocca
di legno'. Ricorre furkata anche neU'otrantino, Pellegrini, Arch. suppl. 88.
foretani forestieri: 'ipso genitor mous terra ipsa ad casa faciondum da-
Spoglio del Codex Cavensisj § V. 343
tam abuit ad forelani hominibus' 1000. Secondo Tedit. vive tuttavia nel
dial. salernitano. E inoltre del nap., D'Ambra s. v., e del cai.,. Scerbo s.
foritanu.
foì-ma: ni. 'da la forma' 1041. Col signif. di 'canale irrigatorio' vive
ancora nel roman. e nell'abruzzese.
fornella: ni. 'a la. formila'' 1064 viii 299. E probabilmente un neutro pi.
con art. feminile.
fosara e f usava: ni. 'ubi ad ipsa fosara dicitur' 956, 'pecia quod vo-
camur a la fiisara'' 988, 'subtus ipsa via ubi sunt fusaria' 1020. Il Due.
traduce fu saria per 'bosco'; ma qui s'avrà da intendere nel senso che lia
il nap. fusar§ (cfr. il Iago del Fusaro), cioè 'palude', 'luogo da macerar
canapa'. V. D'Ambra s. v.
fragina al. 1034 vi 18. Probabilmente farragine; cfr. Kòrting 3148, cui
agg. l'abr. cai. ferraina frraina ferrana.
franciscu: 'liber contenente franciscu* 1042, 'il canto detto francesco';
cfr. Due. s. francisca nota.
frangere: cgn. 'lohannes qui dicitur /ran^t-tremesse ' 1063 viii 236»
'cambia-tremissi', cioè 'cambia-raoneta'. Oggi dicesi, nel pugl., s frange quaisì
'spezzar la moneta'.
'■frabrica antiqua' 960, v. num. 53; - fravica: ■ ubi sunt fravice et crocta'
1036. Negli 'Annales Caven.' MGH, scr. Ili 191: casalera in Apulia qui di-
citur frabica.
fravicare fabbricare: 'in ipsa curte fravicemus ad petre et calce' 995»
Cosi nel cai., Scerbo s. v.
frecdara ni., frigidaria; fregdola: ni. 'aquaque dicitur fregdola^ 105S
vili 86; cfr. Schuch. II 415.
fresa: 'manule de siricum unum cum liste in fresa' 1057 viii 20. V. Kòr-
ting 3464.
frexoria padella: 'caldara, frexoria, catena* 1028; abr. frgssgra, ecc. ecc.
Nel Regim. Sanit. soffressare, gloss. s. v.
furano ni.; *fur[i]anu, Furius.
gabalarij ni.: 'ubi a li gabatary dicitur' 1062 viii 185; - occorre an-
che gabatale nome d'un torrente. Cfr. Racioppi, s. Lavello, e Salvioni,
Post. 264.
gaiusu cgn. ind., v. num, 7; 'gaudioso' gaio. Nella Cron. del de Rosa^
p. 432: 'chi vo stare iaiiiso et frisco '.
galdo bosco: 'exiente ipso galdo in caput confixerunt alio termine' 1034
VI 20; gaudo nel De Rosa, p. 431; cfr. Kòrting 8850, Racioppi s. Gaudello.
- gualdizzulu ni.: cfr. Pieri, Arch. suppl. V 109.
gallara, v. num. 82.
Archivio g-lottol. ital., XV. 23
344 de Bartlioloinaeis,
gannare ingannare?; cgn. ' lohanni qui vocatui" //ann^-episcopus' 902.
rjathi: ni. *• gaitu-mortn' 1036. Può essere tanto 'gatto', quanto 'gattice',
e può anche indicare qualche altra specie d'albero. Cfr. Avolio, Arch.
suppl. VI 84, Nigra, Arch. XIV 279.
gauro ni. scafa, canale. Cfr. Due. s. gaurulus.
gebirutì: ni. 'vallonem qui dicitur da li gebiruW 1063 viii 204. Andrà col
prov. gebertil, cat. geperut, Kòrting 3666 (gib berutus).
germanu: 'deant mihi dua quartaria de granum et dua de germanu' 999;
sic. jrmanu, cai. jeì'mana, segala.
gestaru: 'unum gestaru beterem' 1006. V. jestarura.
gilio 'giglio' nprs.: 'lohanne filio gilio' 1063 viii 209.
ghetta grondaja: 'casa... cum proprie glutte de ipso solarium ceciden-
tera 853; num. 52. Cfr. s. guttali.
gorga: ni. 'ubi àà gorga de lupenum dicitur' 1042; cfr. sic. urvii, cai.
vurga pozza (Scerbo); Pieri, Arch. suppl. V 1.50.
grade: 'plenarie ipse grade fabrite ' 1030 v 194, 'ipse grade de foras'
ibd.; gradinata, cfr. D'Ambra s. grado. Il De Rosa, p. 426: 'mende saglive
per le grade della porta faveza'.
granacze: 'insitent de robiolis et zenzalis et granacze' 1062 viii 188;
* granati' melagrane; v. tuttavolta il voe. it. s. granaccia. - grannczitutn
1062 vili 189.
grancaria e grancario (fiume) 1007. Cfr. Kòrting 1560, Pieri, Arch.
suppl. V 111.
grecesca grecisku greco, num. 6. Il De Rosa, p. 432: 'buon vino grecisco
{ : frisco) '.
gripta: 'super gripte ipsius ecclesie' 960.
grosena: 'suscepi... launegild grosena una' 1043, '' grosinam" 1054 vii
259; neogr. /()i;(TtVjj 'specie di veste'.
gruzzano ni.; grutianu, *Grutius; nel CIL. Grusius.
gubitii guvitu gomito; num. 36.
guerdile: 'bommeres duos, falces sex, serrara unam, guerdilex quinque'
1063 vili 210. È l'abr. verdele verdelicchie, nap. verdine trapano, suc-
chiello.
'■guilfati dui cum lecte' 1043. Cfr. Due. s. guilfa, Kòrting 8891.
gulea: 'assias duas, ponzonem ferreum unum, guleam ferream unam' 1063
vili 210; 'ago' o 'sperone'.
guttali: 'muro proprium inde pertinentem circumdat cum guttali sui' 868.
■Cfr. Due. s. 'guttarium' che è nel cai. guttaru stillicidio (Scerbo), sic. /7^<^
tera (Nicotra). Nel sic. anche guttena. - V. glutta.
iactare piantare: 'potestatem abeamus... vites ihì iactare' 1022. La po-
polarità sembra attestarcisi dal cgn. ^incta-h'M(ì\
Spoglio ilei Codex Cavensis; § V. 345
Jannu Jannacci Giovanni, Giovannaccio, num. 55.
jaole ni., Due. jaola 'career'.
jenca jencu giovenea -o : 'venumdetur medietatem meam de wnsi j enea,
quod commune habeo eum Leone' 968, 'relinqiio... filie mee... genca una'
1028, 'tres capita de bacce e unum de gencu* 1042, 'de ipsi gengi et de
ipsi pullitri' 1043. V. Salvioni, Post. 2G6.
jeslarum: ' nnnm jestarum plenarium' 1029, 'semper ipso j estar um SLven-
duni' ibd. Cfr. Due. s. gestarium, gestatorium.
igne: 'si amplius... inde habuerimus, faciamus ille salbe absque de igne
et zala' 996 ni 53. Traduce il popol. 'fuoco' fulmine: 'dal fulmine e dalla
grandine'.
impetanate: 'cone impetanate'' 986.
incannare: 'legare, zappare, incannare' 1041; operazioni attinenti alla cul-
tura della vite.
'• informatoretn ferreum unum' 1063 viii 210. S'avrà da leggere 'inforn.'?
ingendio, cfr. num. 41.
inienium volontà: 'si per nos ipsi forsitans per <\x[o\\\)Qt inienium retor-
nare quesierimus' 860.
insetitu: 'arbustu bitatu et castanietu et insetilu 857. Nel cai. nzitari vale
'innestare' (Morisanij; ma probabilmente si tratta qui di una specie di pianta.
Cfr. Kòrting 4333. Abbiamo difatti anche insite: 'castanee suo tempore et
rubiole et insite colligere et seccare' 1021 v 39.
intallatum: 'sindonem siriaticam in inlallatmn' 1058 viii 66, 'oralem
«num cum intallatum'' ibd. Cfr. Due. s. v.
intefanaria antifonari 1029 v 171.
inserare innestare: 'inpiciamus (= incip.) ipsos tigillos inserare de ipsa
zenzala' 1024.
insirtitu: 'ad pastenandum insirtitu et zenzale ad insitandum' 1022; -
*pastenemus et insitemus ibidem inserte et zenzale' ibd. - insertelli 1015.
Nap. abr. nzierte nzcrte innesto. V. Salvioni, Post. 266.
joncatella: cgn. 'Constantini joncatella' 990; 'giuncatella'?
Jrcli ni.: '.sancta Maria' de IrcW 988, Ercle; v. num. 6; oggi Erchie. Da
liircus *liirc'li, o fors'anco da erica *er'cra; cfr. Pieri, Ardi, suppl.
y 86; cai. erga. Erckia ò nome di un villaggio di Terra d'Otranto.
iscla 'isola' frequentissimo; ni. da la isola 1035; isclitella 1064 viii 268;
Arch. in 458.
jubene giovane: cgn. 'lohannesj,' \0\2. Jovene Jooane e sim. son cgn.
assai diifusi anche oggi nella Campania.
judaica giudecca: 'in ipsa jwdajca' 1012, 'la giudecca di Salerno'. Cai.
Judeca (Accattatis).
346 de Bartholomaeis,
jumenta e jiimmenta cavaUa.: 'tres caballos et due iumente" 966, 'decem
capita de jumentem' 990, ''jummenta una poUitrata' 1029; abr. jfmmenda^
pugl. summenda.
juppa giubba, in un inventario di oggetti domestici del 1053 vii 198.
labandara: 'fine ipso genestrito de ipsa labandara^ 917.
labe laX.: 'ubi dicitur a la labe' 1048 vii 85. Da labes, donde anche i
nap. tarent. lavane lavarone (D'Ambra, De Vincentiis), abr. lama franare.
labellu ni.: 'ubi... a lu labellu dicitur' 1022. Lavello è ni. in Capita-
nata. Il Racioppi, s. V., riferisce dal Marini, Papiri Diplom, p. 363: "" La-
bella sono quei ricettacoli di marmo e talvolta di legno posti a pie de' pozzi,
che la figura hanno di que' vasi o conche che si adoperano pe' bagni'. V..
Kòrting 4600.
ladicu laico: 'si non fuerit de ipsi filii mei clericus vel presbiter et es-
set ladiciim' 901, 'faciat ipse filius meus qui fuerit ladicu... scire' ibd.,
'ipso filio meus et eius eredes... qui fuerit ladico' ibd. V. Gorra, Studj di
filol. rom., VI 591, Guarnerio, Arch. XIII 120
lancella: 'una lancella de mele ' 1052 vii 192. E dell'ital. e di tutti i dia-
letti meridionali (campb. rangella rungiellg. D'Ovidio, Arch. IV 147). Per
l'etimo (lagena *lagen'la), v. Flechia, nll. deriv. da gentil, ital. s. Nan-
zignano.
languoardica'. 'cartula languvardica' 972; di scrittura longobardica,
lapella ni.; 1 api Ila.
lata larga: ni. 'petra-Zato'. Cfr. Pieri, Arch. suppl. V 148.
lavina: '■lavine de aqua pluviale que inde discurre solunt' 1035. V. Kòr-
ting 4604, Salvioni, Post. 266, Nigra, Arch. XIV 284. È anche del cai.,
Scerbo s. v. La Lavenara è, come ognun sa, nome di un rione di Napoli.
Inoltre: 'sicut descendit labinario qui exiet per defusorio de ipso muro'
990 1010, 'ubi ad silva et lavinata dicitur' 1019.
lempe ni.. Due. lempa 'specie di pesciolino'; ni. aqua de lempole.
licina susino: 'ubi erat licina' 1061 viii 164, 'scepto palos de quertie
malori et Heine que ibi sunt' 1061 viii 174; *ilicinu, Schuch. II 243,
Ceci, Arch. X 175; è anche dell'abr. e del nap.; - licinitu 956.
Licinianum ni. 997. V. Flechia, nll. deriv. da gentil, ital. s. v.
lingnizza: 'casa lingnizza' 1047 vii 35, altrove, lignitia-^ casa di legno,
capanna; cfr. 'scala lignitia' 1034 vi 8.
lenola: 'una colcetra et una lenola' 1047 vii 61. Cfr. Due. s. lena.
linzara ni. 1049 vii 95; *lentiariu (lens).
locilletu: 'terra qui est locillelu et urtatu' 826; 'nocelleto', avellaneto.
lunnianu ni.; ^lurinianu, *Lurinius, cfr. Lurius CIL., gens Lu-
ria nel De-Vit.
Spoglio del Codex Cavensis; § V. 347
lumbone: 'dorso di monte', giogaja: 'traversante (il confine) ipso bal-
lone et lumbone qai ibi est' 1034.
lupara ni.: 'fossa lupara^ 1058 viii 80.
lupinale ni. 1045. Cfr. nura. 80.
macerata ni. 980. Cfr. Kòrting 4962, cui agg. abr. màc§re (proparossitono!)
* mucchio di pietre', nap, macera 'muro a secco' (D'Ambra). Per il ladino :
Asc. X 453, Salv. Nuove Post, s. v.
macharone cgn.: 'Mari qui dicitur m. ' 1041 vi 153.
maimanum ni.; *maraianu, Mamius, v. nura. 54, e cfr. Flechia, nll. da
gent. s. Magnano.
maiorinum : 'ibidem animalem maiorinum intrare non possant' 965; 'ani-
male maggiorino', nato nel maggio. Ma qui più probabilmente 'animale
grosso'; cfr. nap. maiicrin§ sost. 'maggiore, capo' (D'Ambra).
7nairano ni. 1020. V. nura. 54 e cfr. Flechia, nll. da gent. s. Marano.
mallum ni, ci lascia troppo incerti circa -la sua provenienza. Nell'altro
ni.: malluni 1064 viii 364, può essere tanto raallone quanto il npr. Mal-
Ioni us CIL; cfr. p. 254 n.
mandrelle ni. 995, e mantrelle 1064 vili 290.
manganellu cgn.: 'acceptore qui dicitur m.' 1061 viii 181. E cgn. tut-
tora frequente nel Mezzogiorno. In quanto al signif. di 'maciulla', v. Kòr-
ting 5052, Morosi, Arch. XII 94. - 'arare et manganiiare illa [cesina] cura
bobes' 1031 'manganeggiare'. - manganarli: 'm. unum largura qui dicitur
paulinum' 1018; pare che indichi struraento attinente alla pesca; cognomi:
'Sergius qui cognominatur m. ' 1063 viii 220, mangnanara 1057 viii 15.
Anche manganaro si incontra fra' gentilizj meridionali, in ispecie fra' si-
ciliani,
manizzi guanti: 'feciraus launegild manizzi nuscini parie uno' 875.
mannarinus cng. : 'Leonis qui vocatus est >n.' 1061 viii 167.
'• manule de siricura' 1029 v 171. Cfr. Due. s. manulea.
marcangello 'sorta di vitigno': 'bitineo marcangello' 974, 'vinea betere
que est marcangelln' 980. Cfr. nap. marcangegne (D'Ambra).
marzecanum marsicano: cgn. 'Ignilfreda de m.' 1023.
mascianum ni.; *raasianu, Masius, CIL. Dallo stesso pers., più tosto
che da 'Toraraaso', il dimin. Mascinus 1064.
masclatora ni.: 'ad m.' 1024.
masclo 'maschio' serrarne: 'clabem ibidem et masclo ponamus' 1040
VI 122.
massana: ni. ^ mela-massaìia' 1045; forse 'selvatica'. Cfr. Due. s. mas-
sanus.
materia: 'Petri magistri de Cilianu, qui facit materie da barche' 991; ar-
redaraenti, attrezzi.
348 de Bartholomaeis,
matra madia: 'molis a macinare pariam unum, matraìa unam, pariimi
de bobi, asinum' 1063 vai 210. Ricorre anche nel De-Rosa, p. 433: 'leona
per lo fìuoco, tavole, matre'. Od. nap. martora martola.
matroniana ni.; Matronia e Matronianus, De-Vit.
maiirisculu ni.; 'moresco', gelso mora?
melarium 'luogo da serbar mele': 'mela repostara... reponant in mela-
rium... usque dum illa inde toUamus' 1029 v 169. V. Schuch. I 188, III 99.
mercatum 'piazza del pubblico mercato': 'introire in ipsa rebus nostra
da lu mercatum'' 996 in 49; mercatella ni. 1043; cfr. 'liceat illis per isclis
indeque et per mercalelliun folia colligere et lingna abscidere et tol-
lero' 1018.
messaru ni.: 'da lu messarii'. Cfr. Due. s. messarius, 1.
tnethi mezu mezzo: 'pedi du et metlu'' 798, cgn. 'me;w-pane' 1038; ìne-
tiana, 'terra wi.' 880, unum solidum constantinum aureum bonum meza-
num' 1012; mezana ni.: 'turre rupta m.' 1032 v 215.
m,iUllam ni. (cfr. mila, num. 12). 1 cgn. milillo melillo e siio. son lar-
gamente diffusi nel Mezzogiorno.
mineaneum: 'casa edificata cum mineaneum'' 1009 iv 151, 'si boluerit
mineaneum facere supra ipso anditum' 1056 vii 281. Cfr. Salvioni, Nuove
Post. s. maenianum, e il cai. vignami terrazzo.
minare: 'aqua ad minanduìn ipso molinum' 865.
mitilionu ni. ; *m e t i 1 i a n u , M e t i 1 i u s.
mollicellu cgn.: 'lohannes m.' 959.
■mot%acellu ni,: 'valloncello da ìn.\
mortitum mirteto: 'ipso silbosum et mortitum voncarQ et seminare' 102O,
ìnurice muricele: 'rectam descendente erga murice de petre malori' 100i>
HI 100. V. Flechìa, Post, sul nome 'Nuraghe', p. 878.
muricino: 'intus hoc cibitatem (di Salerno) inter muro et muricino^
1022 ecc. Probabilmente 'il maricino' era la cinta interna delle mura cit-
tadine. 11 Due, s. v., cita lo stesso es. da altra carta salernitana.
murlula ni. 854. Il bl. murtus è 'muricino' (Due. s. v.); ma qui forse
è da ricorrere a myrtus.
'■musio unara' 1058 viii 38; mgr. fiovaioy, Due. gr. s. v.
'mutu mutuo: 'in mutu accepit.,. tremisse uno' 871.
necessum, v. num. 121.
nihlonis: 'aqua w. '. Sarà da 'nibbio* e andrà con 'aqua palombara, stri-
cara' e simili.
nucerese nocerano: cgn. 'filius Amori n.' 1024.
nuscinii: 'manicios nuscinii parlo uno' 856. L'edit. annota: 'idest chiro-
thecas cum fibulis'.
Spoglio del Codcx Cavensis; § V. 349
olibe ulivi: 'super ipsa via in qua olibe sunt' 1048 vii 97.
olicitu: 'rebus ipsa... que est quertietu et olicitu'' 856. Cfr. Due. s. oli-
cium.
opeì'ci operaio o giornata d'opera: 'dent... tribus hopera ad vindemiare'
1061 vili 175.
"■orariim et ammittum' 1029 v 171. Cfr. Due. s. orarium; Salvioni, Arch. XII
418, XIV 211.
oratusu ni. ; sarà da orata, il noto pesce.
'■ organea da binum' 988 ecc. E Tod. cai. argani agràni stoviglie pentole;
qui 'arredi da far vino'. Il cai. ha anche rugami, che è adoperato di pre-
ferenza al pi., secondo lo Scerbo, per indicare 'le masserizie della casa';
così anche regan§ di qualche varietà aquilana. Con la forma bl. resta adesso
ben confermata l'ipotesi del Morosi, Arch. XII 93, che postulava un etimo
*oqyuviov Qj^yavov).
orla ni. 1048 vii 82, orti.
ortellu ni. 1029 v 172.
ostracare acciottolare pavimentare: ' casam ostracare' 1059 viii 118. Cai.
stràku coccio oaioa-Aou , Morosi Arch. XII 93. Il 'Chronicon Salernitanum',
MGH, scr. Ili .517, ha il seguente prezioso passo circa il significato di
ostracare; 'praesul... iterum ecclesiam mire pulcritudinis construere fe-
'cit, et pavinientum parvulis crustis ac testellis tinctis in vario colore com-
'ponere iussit. Libet me eius ethimologiam fidelibus pandere. Vocata autem
'pavimenta, eo quod paveantur, id est coedantur; unde et pavor dicitur,
'quia coedit cor. Distat autem pavimentum ab ostraca, nam o strac us est
'pavimentum testariura, eo quod fractis testis calce admixo
'feriatur; testa enim Graecie ostraca dicuntur'.
''pactena de stamu et alia de lingnu' 1006, patena.
pachile: 'monstraberunt limite et pachile'' 9.52.
palUdellum: 'launegilt a te recepì palliclellum" 994. L'edit. annota: « deest
in Ducange; fortasse parvum pallium ». Sarà piuttosto il diminutivo di pal-
lido 'imagine su tela'. Due. s. v.
palmentu: 'casa et palmentu et pila et puteum' 844, ecc. ecc.; palmen-
tara ni. 1041; palmentata ni. 1063 vili 144; palmentateca 'diritto di pal-
mento': 'deant mihi vel in partibus ipsius ecclesie unum parium de pulii
boni prò palmentateca" 1042 vi 201.
palomba ni. 'pars ipso flubio ubi palomba dicitur' 1000.
palumbiili: 'castanei palumbuW 1033 v 231; una varietà di castagno, che
non mi riesce di identificare; ni. 'ad palumbulu'' SII.
pandula: ni. 'da p.\ Cfr. Due. s. pandulus.
pannilhmi pannolino: 'pannillum de serico" 1063 viii 209, 'pannilli se-
rici decem ' 1006.
350 de Bartholomaois ,
pappa- nanna-, v. iium. 115. Un nprs., passato a ni., è il basii. Papasi-
cero, Racioppi s. Certosimo. Di mio posso aggiungete un Papaluco o Pa-
jìalupo, in Andria, terra di Bari.
parahisii ni.: 'in locum Mitilianu, ubi parabisu dicitur' 1052 vii 177 ; j)a-
raviso nella Cron. del De-Rosa, p. 438, 467; cfr, Salvioni, Post. 270. In
quanto è ni., varrà 'giardino', 'frutteto'; cfr. Avolio, Arch. suppl. VI 92.
paratimi: 'lectum meum paratutn' 1009; 'con cortinaggio'.
paraturia: 'dua paria de vovi cura omnia illorum paraturia' 1053 vii 198,
'asinum cum paraturiis suis' 1063 viii 210, co' finimenti. Il Due. s. v.,
riferisce p. dalla Hist. Cassinensis.
paretine ni. 1030 v 191.
2ìare pajo: num. 10; ijari paja: 'dentur ei... dua pari de calzari' 1028
V 142.
pargiare: 'ipso ambo germane propter ista tradictione, quod illarum fe-
cit pargiare' 1009, condonare. Cfr, Due. s, pargia.
pariete: ^parietes fabritum' frequente, 'a partibus meridie fine ipse pa-
rieti antici' 942; frequente anche il ni. ''pariti de Naceria'. Come masch.,
è nel pugl. e nel sic, e vale più specialmente 'muro di cinta a secco'.
ptarrella ni. Cfr. Due. s. parrà e parrile.
pastenare passim. V. Ascoli, Arch. IX 177-8, Salvioni, Post. 270.
pastinellu ni.; 'ubi propio ad paitinellu bocatur' 905.
pan pagu; num. 37.
paulinum, v. magnanarum.
pecara ni.: via de pecara 969 1016. Cfr. Mussafia, Beitrag 28.
pecte ni.: 'ubi ad pecte dici tur' 1046 vii 3.
pecuru montone: 'due salme de vinum et unum pecuru' 1047 vii 52.
peczu ni.: 'a lu 2^sczu' 1043; pezzo, 'pinus picea'. Di qui forse il ni.
piczillo 1012.
pedamento: 'licentiam habeamus... introyre... qì pedamento faciendum'
1050 VII 135. Non è ben chiaro se qui si tratti di 'fondamento d'edificio';
V. Salvioni, Post. 270, Arch. XI 371. Nella Cron. del De Rosa, p. 437: 'foro
•cavate le pedaìnenta de la ecclesia'.
pede piede: 'passi decesepte et pedi du et metiu' 798; ecc. Citerò inol-
tre: 'fabricare in ambo ipsi pedi de ipsa terra' 1022, pede de pingne 'pianta
di pino' 1028.
penta dipinta: 'sindones penta' 1042. Il De Rosa, p. 437; 'erance una
figura de la Vergine Maria penta'. - Per penta ni., all'incontro, cfr. il corso
penta 'parte scoscesa di colle, oppure acquatella che pende dai monti', Guar-
nerio, Arch. XIV 400; e v. Asc. VII 141-2.
jìera pere: 'quante noci et pera inde coUexerimus' 1015; pera peri: 'pa-
Spoglio del Codex Cavensis; § V. 351
stenent ibidem ficus, pera, bolumbra, cerasa, seu aliis arboribus fructife-
ris' 1061 VII! 174.
peresse, frequente nelle descrizioni dei fondi, 'terra peresse in fine ecc.',
cioè 'va a toccare il confine'.
pescora pietre: 'revolvente per ciliuin et ptescora' 1038 vi 89, 'aream an-
tiquam, ubi tria pescora sunt' 1038 vi 80. Da *pesc'lu, v. Kórting 6086
{Asc. Ili 456 sgg. ; e per ciò che è del significato e del dileguo di l in al-
cune varietà meridionali, v. ora Grassi in Rendic. dell' Istit. lomb., 1899,
640 sgg.). Qui anche il ni. pescatu 999.
piesone ni. L'edit. stampa: 'da l'apesone\ Sarà invece 'da la pesane'. Cfr.
Due. s. pesso pessone, 'locus ad pastionem aliorumve animalium assigna-
tus'; pasciona.
pestellum'. 'corno ipse pestellum decernit' 877. L'edit. annota: 'i?. hic ac-
cipitur per palo ligneo ad fines designandas'.
petroUe ni.: 'ballone qui dicitur petrolle' 1034 vi 18.
petrone ni.: 'terra que abuimus infra cibitate dianense super ipso pe-
trone' 917.
pettia appezzamento, frequentissimo; pettiola ni. 826, pectiole ibd.
peziolmn; 'dentur... ad ipsa filia mea... quatuor saume de binum mun-
dum et due da peziolum ad insta sauraa per bindemie' 1028.
piccecuto cgn.: 'Sergius atrianense qui bocatur ^j." 995.
picciolillum piccolo: 'gestarura minore, quod Q?,t picciolilliim orale' 1056
TU 275; nap. peccerille.
picziculo cgn. 1064 viii 287 292.
pigna pino: 'dentur ei per annum pede de pingue bonum' 1028 v 142.
Cfr. D'Ambra e voc. ital., s. v.
piloscaciu: *abet sue potestatis una iumenta abente piloscaciu' 1014 iv
227. L'edit. annota: 'idest pullus equinus; intelligitur ea aetate, qua mutat
pilos nativitatis'. Io qui mi limito a dire che non ritrovo la parola in nessuno
■da' vocabolari dialettali moderai o nella 'Mascalcia' del Rusio.
pilusinu: cgn. 'Johannes pilusinu', v. ind. del voi. vii.
pinillu ni.: 'ad pinillu' 1048 vii 82; da 'pino',
piru ni.: 'sum abitatori de Apusmonte ubi Piru dicitur' 995, 'filio Ro-
doaldi da Piru' 1004.
pisare: 'ipsum palmentum hibi abeamus conciatum, ut perfecte hibi vin-
■demiare et pisare possamus' 1012 iv 201, 'ipse hube tote pisemus' ibd. É
pi usare, che si ritrova nel carapb. pesa pigiare (D'Ovidio, Arch. IV 410),
nel tarent. lece, pisàra 'macina da pigiar grano', pisaturu 'pestello del
mortajo' (De Vincentiis s. v., Morosi, Arch. IV 119 130), nel cai. pisari
trebbiare, pisera 'la quantità di frumento che si mette suU'aja per treb-
352 de Bartholomaeis,
biarla' (Scerbo). Pel soprasilv., v. Salvioni, Post. 271. - Nella Cron. dei
De Rosa: 'tavole, matre, vernecate piattielle, pisature' •^. 433.
pischina 1011; sarà 'pescina', ricavato da 'pescare',
'pistoreiim ligneiim parvulum in rebus de salitto' 1058 viii 39, '■ pistoreum
scavineum ligneum' ibd.; sgabello da scabino; mgr. Tiiazióqiov, Due. gr. s. v.
pizulatu cgn. 'filius ursi piziilntu' 1020. È probabilmente 'buccellato'
che nell'abr. suona peccellaie, forse a cagione di 'pizza' e 'pizzella' fo-
caccia.
piagare ni.: 'dalle piagare' 1063 viii 215, 'a parte hoccidentis fine si-
cut discernit media serra, in quo piagarle da palumbi iocaudum... sunt'
1212; ni. ad ipsu placarie'' 880. Cfr. 'san Pietro a Plagaro' in Basilicata, ap.
Racioppi s. Muro. Come nota d'edit, iv 203, nel secondo degli esempj sur-
riferiti si accenna all'antico giuoco de' colombi.
plaio: 'ex alio latore fine ipso plaio de ipso monte' 917, 'ipso plaiu pro-
pinguo ipsa fontem' 975. E 'piaggia', frequente al mase. ne' nll. meridionali.
piatone 'paglione', pagliericcio, in un inventario di oggetti domestici,
di mano del sec. X, scritto a tergo di una pergamena del 988, e in altro
del 1053 VII 198.
plaitum: 'taliter fecit nobis plaitum'' 821; num. 40.
planellu ni. 1047 vii 68. Cfr. Pieri, Arch. sappi. V 132.
plataìnone plataneto: 'habeamus nos ipsa viam pare ab ipsum plata-
mone' 976, 'bia que pergit ad ipso platamone'' 998. Cfr. il nap, Chiatamone
e il Piano di Chiatamura in Basilicata, Racioppi s. v.
plescora: 'Torum in quo ipsa plescora sunt' 983. Lo stesso che pe-
scora, V. s. v.
plumaczu; 'uno lecto cum lena et colcitra et plumateo plenisque de>
plumis' 845, '■plumaczii betere', in una nota di mano del sec. X, li 261.
pluvica pulbica plubica pubblica num. 52. *
pltippi pioppi: ni. 'sancta Maria da li pliippi'' 994. 'vadit usque in flu-
bium de pluppV 1047 vii 42.
poiu poggio: 'fine... exiente in ipso pjoiii da supradicta bia' 957, 'cilium
de poiu'' 1061 vili 156.
pollitm poliedro: '■unii pollitru' et vacce quinque' 1043, 'de ipsi gengi et
de ipsi pulliiri'' ibd.; poUitrare s. v. 'betellare; pullistri: 'iumente duode-
cim et piullistri de oc anno quadtuor' 1045.
poltianu ni.; *pollicianu, PoUicius. Cfr. Montepulciano.
poma: 'oninis vinum et poma et castanee... dibidamus' 1020, Più che
'frutto', in genere, qui e altrove può valer 'mela', come nell'od. cai. e si-
ciliano.
ponge cgn.: 'Leoni p." 936. Cfr. Korting 6439 e Due. s. punga pungus.
Spoglio del Codex (^avensis; § V. 353
pontone ni. 1049 vii 97. Varrà 'cantone', come è nell'abr., nap. e ca-
labrese.
ponzami e punzanu ni. 1049 vii 99, *pontianu, Pontius CIL.
''ponzonom ferreuni unum', in un elenco di utensili del 1063 viii 210;
Kòrting 6471.
popiliì: ni. 'ad p.'. Lo stesso che il prs. Popillius GIL.
porclare, v. s. betellare.
' potatarias quattuor' 1063 vili 210; potatura, in un inventario del 1042;
potatiiru in uno dal 1047 vii 54; 'falcetto'. Cfr. campb. p»to<ora, D'Ovidio,
Arch. IV 153.
poteca bottega: 'terra, in qua potechis facte sunt' 1058 viii 88. Un po-
techa cita lo Schuch. Il 381, da una carta pugliese del 1058, pubbl. dal Mu-
ratori, Ant. it. I 190. Oggi pitteca ecc. in tanti dial. meridionali.
pozzolanu ni. Cfr. il npr. Puteolanus e la gens puteolana CIL.
pragellu ni. 801, *plagjellu.
pratale ni. 1045; pratella ni. 997; pratora ni. 1004 viii 275.
predulas: 'scamna quinque, predulas tres, barrilem' 1058 viii 39. Abr.
prelgle predella, prelela 'tavola da lavandaja'. Cfr. inoltre Korting 6364.
presentis, nura. 118.
preta pietra: 'dividere mecum ipsa cimenta et prete et Ugna' 935.
prretiiru ni. 1034; v. al num. 7. E frequente nella toponomastica meri-
dionale.
premurare spremere: 'sortionem de ipso vinum... faciad illut portare ad
nostro cellario... et faciat \\\.y\A prexurare vene' 1011 iv 180. V, al num. 110.
'• prophitico uno', in un inventario di arredi sacri di una chiesa greca,
del 1058 vili 98.
pronelle, ni.; da 'pruna'.
Puczanellu ni. 1056. Cfr. Flechia, nll. da gentil, s. Facciano.
pullu: 'qualiter badit (il confine) per pullu'' 1031, 'saliente iuxta uno»
pullo, confixerunt alium termine et traversante ipsum pullum unum alium
termine' 1034 \i 20, 'aqua que ò\c,\ii\v pullu de cerzia gallara' 1049. Cai.
va(l(]u 'ricettacolo d'acqua' (Scerbo); e cfr. l'it. polla.
pumicara'. tevra. pumicara 1060 viii 1.50, 'vadit (il confine) in parte usque
in pumicara'' 1060 viii 150; cava di pomice; cfr. Avolio, Arch. suppl. VI 88.
puteda: ni. 'aqua puteda\ Ha stampo ben popolare e va con lo spgn.
picdìo. Cfr. Meyer-Lùbke, 1. e. 774, Pieri, Arch. suppl. V. 133. Negli 'An-
nales Cavenses', MGH, scr. 193, è scritto 'aquam pudidam'.
quatraru fanciullo: 'filius Ursi qui vocatur qualraru'' 979. È di tutto il
Mezzogiorno (cai. cotraru. Scerbo; cfr. coraisima quaresima) e rivien pro-
babilmente a Squartarla 'il quartogenito' (cfr. 'Quintilio, 'Settimio', Ot-
tavio'). Nell'abr. e in alcune varietà laziali è anche quatrane -a.
354 de Bartholoma'^is,
quedere chiedere: ' no3 suprascripti quedere potuerunf 875, più volte,
*queset'' v. nura. 74. Cfr. requedere nel Regiin. Sanit. gloss. s. v.
quercia: 'aliquante viscilie et querele'' 1022, 'terram que appellatur da
pandula, ad ipse quertie' 86S; - 'castanietu et iiisetitu seum qiiertietu' 857,
•856. - V. s. cercum.
ranola, in un inventario di utensili del 1054 vii 250.
rapistaru ni.: 'carapu rapislaru' 1028; cfr. nap. rapesta rapistrum.
ratatoria: 'sicut termiti fleti sunt et inedia ralatoria decernit' 1057 viii
21; da *aratatoria 'terra arabile'; cfr. Due. s. aratare.
rehoUa 'rivolto' svolto: 'extra re&o^<« que facit ripa' 1023, 'terra... que
■est vacuam da ipsa rebolta in super' 983, 'trabersante (il confine) ipso flu-
bio, sicut rebolla discernit, et ipsa rebolta coniungente in ripa' 984.
reclarare 'rischiarare' dimostrare: 'ipse quattuor finis, quod reclarat ipsa
«artula' 1013 iv 220. Cfr. 'Bagni di Pozzuoli' v. 229.
rede erede, v. num. 49.
refaneo: ' quomo medie refaneo discerni' 835; siepe, riparo o simili. Cfr.
Due. s. refenere.
regia: '■regia de ipso catoiu' 1031 v 208. Qui 'porta' in generale; cfr.
s. catoiu; Salvioni, Arch. XIV 213.
reiale: 'ipsum reiale de ipsa casa fabrita' 1055 tu 271, 'cum ipse sca-
iis rumpere et singulos reiales ibidem facere' 1062 viir 192; forse 'porta'
•o 'cancello', cfr. regia.
repostara: ^ mela, repostara' 1029. L'editore annota: 'quae conservar! pos-
sunt per annum'.
rescella: 'ad solutionem dandum dixerat, ut ipsa resoella... venderent'
1061 vili 157, ' venumdederunt... tota ipsa rescella per iamdictas fines et
mensuras' ibd.; cfr. Due. s. resella. Una derivazione popolare dal nomin.
res, ripugna affatto. Si dovrà ben piuttosto pensare a recula *recella
{cfr. facula facella).
residiare: 'frugium... colligamus et residiemus' 1026; mettere a sesto,
ordinare, assettare, ed è ancora di tutto il Mezzogiorno.
viale rivolo: 'quomodo decurrit viale a monte Faleczu' 973, 'a pars orien-
tis sicut medio viale discernit' 977. Cfr. ant. lomb. vial, Salvioni, Arch.
Xn 426.
riu rivolo: ' flubio riK-sicchum' 962, 'rm curvu' 1008; viatellu 1050
VII 132.
vonca roncola: 'ronca una', in un elenco di utensili del 1042. - roncare:
"liceat illis de ipse silbis roncare' 952, ''roncare scampare et seminare'
1017.
rolicinu: 'ipsum molinu... cum tina et tremola et roticinu' 1029 v 174;
frullone, cfr. D'Ambra s. rota.
Spoglio del Cedex Gavensis; § V. 355-
rubinola: 'insitetum de rubiliole et inserte' 1010. L'edit. annota: 'spe-
cies castaneanim', ruoilietum e rubulietum ibd.
riMola: ' castanee suo tempore et rabiole et insite colligere et seccare'
1021 V 39.
rubu ni.: 'carapu de rubu\ Mi par sicuro che trattisi di 'rovo .
^ructura de ipsa piena' 1034 vi 5, 1' 'irrompere della piena'.
rupa e rupu rupe: 'in partibus de ipsa rupa de ipso petrone' 917, 'de
alia parte fine sicut discernit rupa' 996 iii 50, rupu 1057 viii 13.
ruscilianumnX. 1048; -Roscilius o -Rossilius, da Roscius o Ros-
si US CIL.
rusticianu ni.; *rusticianu, Rusticus.
sabucitu sambucheto, ni. 997.
sagramenta giuramenti 798 ecc. ecc.
snlara ni.: 'ubi... proprio ad salara bocatur' 1003.
salicario: 'ipsa iscla de ipsa cosa cum terra et salicario' 1034 v 257; sa^
liceto. - salicetu: 'terra... cum cannietu et salicetu/ 856. - salicto e scthttu
ni. 1019, 'saliceto'. V. Ascoli, XIV 342 n.
saltera ni.: 'locum Nuceria ad saltera' 936. È nome d'un fiumicello, e
varrà pressappoco 'cascata' o sim.; v. Due. s. saltus, e cfr. AvoUo, Arch.
suppl. VI 94.
sannuttis 'zannuto': cgn. 'Petri qui dicitur sannutus' 104o.
saoma sauma sarma, v. num. 35.
saranianisi 1717, abitanti di Saragnano.
sarracinu saraceno; come npr. 803; 'qui de s«rmcmi captus fuet' 912.
sassa ni. 965. Una 'Sassa' anche presso Aquila.
scalciare: 'ipso arbustum scalciarent propaginarent potarent' 1003. Tro-
vasi anche: 'ipsa vinea annualiter suo tempore potemus propaginemus et
scoltiemus' 901.
scalena scaletta: 'anditum abente mineaneum et scalella' 1026.
scamangna: 'unum salterium et superiovi manule de siricum de scaman-
gna' 1029. Ct'r. Due. s. scaram-.
scampare: de ipse silbis, quantum illis inde scampaberinV 980, 'hceat
illis de ipse silbis roncare et scampare' 952. 'roncare, scampare et semi-
nare' 1017. Il Due. riferisce scampare da una carta cassinese e interpreta:
'silvam in campum seu culturam redigere'. Occorre qui il i^^exii. scappare
svellere, spiccare le piante dalla terra, con pp da mp come negli esempj
che si citano al num. 34.
scarricare: 'scarricad ipsa bucte saume quindecim' 1043, 'può scaricare'
ossia 'contiene'. Cosi ancora nel nap. e nell'abruzzese. Il doppio r come
in carricata.
356 àe Bartholomaeis,
scarzare 'scarciai'o' strappare: 'ubi li scarza-vanirì dicitur' liì55 vir
272, ni. che verrà da una qualche erba (q. 'strappa-vontre'), che non so
identificare.
sceptu, -a sepia eccetto: 'totum in integrum ti vi qui supra vinumdedi
possidenduni, sceptu bece de via' 824, 'sceple bie andandum et ingredien-
■dum' 872, septo 1053 vii 207; - septuavimus 1047 vii 36. Cfr. numm. 32.
solfato e sclifato: 'solidum sclifato" 842 (Lucerà), 'solidi voni scifatV
■843 (ibid.); 'monete d'oro', nel qual senso anche negli 'Annales Cavenses',
MGH, scr. Ili 191.
scirfa: 'deant illis ad ipsa Maria de causa sua mobilia scirfa et pan-
jios et rame et alia scirfa 1053 vii 214. L'edit. annota: ''scirfa vel scirpta
idem ac palea. Hic usurpatur prò stramento tori'. Cfr. Due. s. v.; ma ora
V. Salvioni, 'Lomb. sherpa ecc.', in questo volume, p. 364 sgg.
sciricidio sericidio sciricindio siricirio; 'sicut sciricidia ex casa ipsius Tra-
selchisi decurrit' 912, 'perexiente in ipso sciricidio de ipsa casa Leoni ab-
bati' ibd., 'casa... cum solo terre et sedimen et lignamen suam et cum
sericidia sua' 938, 'reserbavimus... sericiditim de ipsa casa nostra usque
ad cantonem' 946, siriciriis 1004 1012, 'de prima pars quod est a sciri-
cindio et fine ipsa platea' 1014 (Lucerà). Da stiricidiu col signif. di 'stil-
licidio'. Mi fan difetto riscontri moderni, ma son forme ben popolari da
aggiungersi alla serie del Nigra, Arch. XIV 380-1. Cfr. pure Meyer-Lùbke,
1. e. 776, Salvioni, Post. 275.
scippare: 'quando eam (terra) incipere at scippandum' 983, 'ut a modo
incipiamus eos (terre) scippare et cultare' 984. Quanto all'etimo, v. Kòr-
.ting 2631; quanto al signif. qui pare voglia dire 'rompere il terreno' ov-
vero 'far piantagioni'; cfr. il cai. scippa, fare scippa 'far piantagioni di
viti' (Scerbo). Ma il signif. prevalente modernamente è di 'svellere', 'strap-
pare', ed appartiene a tutto il Mezzogiorno e all'ant. sic. {li minili ti scip-
jiaru, nella 'Sequentia beatae Agathae', pubbl da C. Gali, Catania, Pen-
sini, 1892).
sclimbo: 'quas (le case) in sclimbo edificate sunt' 1005, 'di sghembo".
V. Kòrting 7555.
scoltiare; v, scalciare.
scontratu cgn.: 'Stephani qui vocatur se' 952; ni. ' alli scontrati'.
scrimarius cgn.: .'Lademarius scrimariiis\ v. agli ind. del voi. vii. Cfr.
Korting 7536.
scura cgn ; 'Petri qui dicitur da \a, scura' 1054 vii 244; afflitta, derelitta,
fors'anco 'vedova', come tuttora in qualche varietà abruzzese.
scuria scrofa: '■scurie tres porclate cum ana tres filios per scuria' 1029,
'quanti filli et filie de ipse scurie et de alle scurie predicte ecclesie an-
spoglio del Codex CavGnsi^^; § V. 357
nualiter orti fuerint' 1043, '■porci scurie due et porca scuri tres' 1053 vn
i98. Cfr. l'abr. scuriazza 'donna cenciosa e vagabonda'. Non penseremo
al pgf. x°^Q°'^'> *^3.1 quale ci dilunga in ispecie la tonica; né al ngp. yovqov-
vtov, dov'è tutto il grugnire. Ma ricorre insistemente al pensiero il cor-
gor- ecc., che è tra i nomi galloromani del majale: curin crin goret, forme
plur. gouris gorallles.
scuru ni.: 'allu sc.\ Cfr. Pieri, Arch. suppl. V 131.
seccare: 'ipse abellane... colligere et seccare'' 953, 'coUigamus ille (le
■avellane) et sacheinus' 959. E Foporazione del seccare al forno.
sacurrlcla scuretta, in un elenco di oggetti domestici del 1047 vn 52.
saditura locazione: 'seditura de ipsa terra' 968. Il Nitti, p. 24 n, cita da
«na carta barese del 1075 'dare casas ad sedituram\ L'od. bar. ha il ìiora.
agent. sedeture pigionale. Cfr. 'in eius sid potestatem ipse case sediendum
dominandura regendum' 872 i 98; e il bl. sedium casa, Due. s. v.
selece selce ni. 'ubi ad selece dicitur' 1010.
■seleczanu ni. 1049 vii 102; dal npr. Sali si us, CIL.
semmeta stradicciuola: ^ sicat sem meta discernit' è formula frequentissima.
Od. pugl. s§mmftedda.
sepale siepe: 'in partibus occidentis da sepale et termines' 900, 'arbores
qì sepali inde abscidisset' 998. E dell'od. nap. e del leccese (Morosi, Arch. IV
16); cai. e sic. sipala; ant. genov. seoale, Parodi, Arch. XIV 16. - sepe siepe:
■'quomodo metia sepe decernit' è formula assai frequente nelle descrizioni
■de' confini; ni. 'in loco sepV 1061 viii 155.
serolatu ni. 'ad s.' 1028.
serra sega: '■serrani unam', in un elenco di utensili del 1063 viii 210.
Così nel calabrese (Scerbo); nap. serreiella seghetta (D'Ambra). Assai fre-
quente nel signif. di 'monte', com'è generalmente nella toponomastica me-
ridionale (cai. serrale), - sirrune 'crista de ipso sirrune'' 1034; pugl. scr-
raun". roccia; serruncello 994.
setazza 'setacci' stacci: ^selazza dua' in un inventario di suppellettili
domestici del 1053 viii 198.
sfeczare 'sfecciare', toglier la feccia dalle botti': 'ipsa bucte illls a pre-
■sentis sfeczare et lavare bona' 1039 vi 112.
"■ sic clellum unwwx,' 1057 viiiSl, secchietto dell'acqua benedetta, '• sicclelluìu
tereum unum prò aquam auriendam' 1063 viii 210.
silboncinum selvetta 994; cfr. num. 106.
siricu: 'pianeta de siricu' 1006. V. Morosi, Arch. XII 84 e 96.
sfagilla: 'lohannis qui dictus est sfaglila' 1061 viii 159. Cfr. Due. s.
fagia. ■
s/ixicii: 'impalare ad palos sfìxicii et unciuni' 1005. V. fissicio e on-
ci uni.
358 de Bartholomaeis ,
sociro suocero: 'genitor et sociro nostro' 853.
socra suocera, è frequente; e quantunque già lat., giova che gli si rac-
costino il cai. socra (Scerbo), bar. srgke srpg^me 'mia suocera' (Nitti, p. 2.5),
lece, tarent. suecrf socra (Morosi, Arch. IV 131, Do Vincentis 248).
solarium: 'casa... cum proprio glutte de ipso solario in sua terram ce-
cidentem' 853; terrazzo, cfr. Avolio, Ardi, suppl. VI 97. Frequente 'casa
sularala\ come dicesi tuttodì nelle Calabrie (Morisani, s. sul.-). Nel Chron.
Salern., MGH, scr. Ili 530: 'turrem unam que nunc dicitur solarata\
soliti sciolti, disobbligati: ^solili exinde maneamus' 927. Così anche nel-
l'ant. vers. sic. de' Dial. di S. Gregorio, e. 104.
sozza; 'comprehensimus in sorte nostra de ipsa sozza de ipso pede ìn-
clita medietate' 987, 'de ipse sozze suprane... comprehenserunt' ibd., 'pos-
sidemus per socza' 1020. E 'la quota spettante ugualmente a ciascun so-
cio'. Ctr. abr. sgcce affittuario, 'socio', pugl. la so;;« 'la stessissima cosa'.
V. inoltre, Salvioni, Post. 284, Due. s. 'socia'.
spangne: 'ipsum astracura supranum quod ibi facere debet ad vincli et
spangne'' 1056 vn 281; neogr. andyyog.
^spalterium monacum in uno volumine' 1063 viii 209, due volte; psal-
terio.
spelonhe ni. 1039 vi 114, spelonce 1042; 'monte de spelengaru'' 1064
vili 297.
spengio dispendio, v. num. 28.
spetutum ottenuto, v. num. 74.
spiczare cgn. : 'Constantini spzesa-canzone' 1054 vii 2,56. Oggi 'spic-
ciare' vale 'districare' (e quindi anche 'pettinare'); ma nel cgn. il signiL
non è chiaro.
spinacze ni.; da 'spino'.
spleto compiuto (nm. 49): 'da modo et usque ad tredecim annos spletos^
870, 'post spletos tredecim annos' ibd. Così pure nell'ani, aquil., Mussafia,
Kath. gloss. s. V.
spicrclatura: '[tollamus] spurclatura de ipse scurie' 1043; assai proba-
bilmente 'sporcellatura' cioè 'la prole delle scrofe'. V. scuria.
^squilla una', in un elenco dì cose appartenenti a una chiesa, del 1043,
staffilu ni.: 'que (terre) habunt a lu staffìlu' 1046 vii 2; cfr. Korting
7749?
stagno: 'calices de stagno quattuor cum singulis patenis similiter de sta-
gno' 1033 vili 209.
stainiim stagno: v. num. 54.
slematione stima: 'quod remelioratu fueri, sub stematione pretiu restaorare
promictemus' 823.
Spoglio del Codex Cavensis; § V, 359
slamu stagno, v. num. 33.
siratigo, v. s. 'basilico'.
strectola: 'a pars occidentis fine media sf redola' 1022, 'ipso andito com-
mune et usque ipsa strectola comune qui est' ibd.; vale 'via stretta', chias-
setto. Il tarent. sirittolo è 'via stretta che dalla principale mena alle abi-
ta/ioni in dentro ' (De Vincentis). Il Due. cita strictula, da carte capuane.
stricara: 'aqua stricara' 1050 vii 132. Forse da strix strig-(cfr. 'aqua
palombara').
'sturialem unum', in un elenco di oggetti appartenenti a una chiesa, del
1063 vili 209; 'istoriale'?
sturzio struzzo; 'quattuor ova de sL' 1058 viii 39. Nap. sturze (D'Ambra).
stutia astuzia 978; num. 49; cfr. l'abr. stuze 'astuto'.
suolano sebi- sept- e subt-: '■septano latere' e '■sehtano Z. ' 968, ''subtana
parte' 965, 'anlbo ipse pecie subtane'' 976; 'sottano', rifatto su 'soprano'.
Oggidì dicon sotlani i terreni delle case.
siibtulari: 'unum parlo de brache et calze et subtularV 968. Lo stesso
che subtalares, che v. in Due. s. v. ; cfr. Schuch. II 245.
siisceturio susoit-: 'metia casa et metiu palmentu et medio susceturio''
'faciamus ibi palmentura fravitum optimum cu susciturio suo' 1012, L'edit.
intende 'receptaculo'.
Suttinianu ni. 1048 vii 95. Cfr. Flechia, nll. da gentil, s. Settignano, e
Parodi, Arch. XIV 6.
tabolatum: 'terra mea... habent finis... sicut parietes et tabolaturn de-
cerne' 837; forse 'stecconato'.
tabulicii: 'casam edificatam est et cum suis propriis tabuUciis et cum
tecto suo' 853.
tauranicuni ni., v. num. 81.
tenerella: ni. 'nuce tenerella'' 982.
"■ terra campense' 854, probabilmente 'seminatorio'. Così l'od. campo non
vale già 'campo' in generale, ma 'seminatorio'.
terra casalina: 'pettia de /. e' 799.
terrata: 'declaro me una terrata habere clausa et cohopertam' 843 (Lu-
cerà). Ne' dial. marchig, terrata si dice per 'stanza a terreno', ed è Yat-
terrato ('A labori to ne gio a l'atterrato') della canzone del Castra.
terricello ni.: 'abbas monasterio sancte Marie de terricello'' 1034 vi 17;
ma poco appresso, 'turricello\
terzario 'sorta di misura di capacità': 'dare... quindecim terzaria de
granum vonum culma, measurato ad terzario' 996 ni 47,
*■ tetra angelum\ in un elenco di oggetti appartenenti a una chiesa greca,
del 1058 vili 38.
Archivio glottol. ital., XV. 24
360 de Bartholoraaeis ,
tianu zio: 'una cum Maio et lohanne tiani adque inutidoalt nostri pei*-
reximus ante presentia IMari iudiceni' 1004 iv 41. Ricorre zianu in tutto
il ISIezzogiorno ; e anche Tant. aquil. ce l'offre nella 'Legenna de sancto
Toniascio', pubbl. dal Monaci, Rendic. de' Lincei, 1894, p. 954.
tifami ni. Nel CIL occorre il nprs. Tibanus. Si tratterebbe di un prs.
applicato alla designazione fondiaria, e di un nuovo esemplare di -f- italico
sopravvissuto, da aggiungere alla serie ascoliana.
tigna: 'si... causare aut contendere presubserit ipsa tigna, aut si quod-
cumque causationes.. . presubserit' 1025. E con la significazione, non an-
cor tralignata, di 'questione', oggi 'capriccio', 'cavillo'; cfr. il vocabolario.
lina: '•tinellam et aliam tinam' 1058 viii 39, '•tinellos decem' 1063 viii 209.
tio zio: 'qui sumus tio et nepus' 954, 'qui sunt tio et nepotes' 994 iii 17.
torcle ni. V. Due. s. torcula e cfr. Pieri, Ardi. V 191.
tome: 'duobus tome da vinca' 1012.
tortellario: cgn. 'Leoni t.' 1013. Cfr. l'abr. tortale tortele 'sorta di cialda',
tortile; nap. ttcortane, che è già nella Cron. del De Rosa, p. 434.
tostatile ni. Cfr. Due. s. tostacio.
tractora traclura 'sorta di recipiente': 'dentur... ad ipsa filia mea...
traclora conciata per annuni, ubi illuni (il vino) reponant in casa' 1028,
Uracturu iinu' 1047 vii 64, 'butti da vinum nobeni et tracturia unam, trat-
turia da vittu tres' 1053 vii 198. Cfr, Due. s. trattoria-3, Ascoli I 26 87 n.
tractorarium: 'ad saliendum usque tractorariiitn'' 1016. Secondo l'edit. è
la stessa cosa che 'semita'; onde andrà con gli odierni tratturi che sono,
come sa ognuno, larghissime strade, aperte, a quanto mi si afferma, fin
dal sec. XV, pel passaggio del bestiame dagli Abruzzi e dalle Calabrie nel
Tavoliere di Puglia.
trasenda 1012 iv 191; 'de tertia parte fine media trasendella' 1012 iv
199. V. Parodi, Arch. XIV 16, Salvioni, Nuove Post. 28.
trasita entrata; 'casa... cum trasita et essita sua' 1004 iv 41. Come
è noto, iras'.re appartiene a tutto il Mezzogiorno, dal Molise alla Sicilia.
Quanto all'accento, cfr. il nap. tràsele^ cai. tràsuta (Morisani).
iremesse: 'pretiu auru solidi nove et unu fremesse' 823. E la forma popol.
del 'tremissis' longobardo.
tribanu ni.; *trib[i]anu, Tribius. Cfr. FI., nll. da gent. s. Triggiano.
'■triodi unum', in un inventario di oggetti sacri del 1050 viii 38 e 67.
Cfr. Due. s. triodium, ma qui piuttosto il neogr. tqLoSi.
toppa: 'coniungebat in toppu de monte qui dlcitur mandrelle' 1064 viii
325; cocuzzolo; abr. tarent. e nap. tuppè nodo, viluppo (più specialmente
di capelli sulla nuca), cai. tuppu massa, mucchio (Morisani), e anche tuppa
zolla (v. il periodico 'La Calabria', XI 28); Kòrting 8238.
spoglio del Codex Cavensis; § V. 361
torre turre turra: 'rebus ijìsiiis ecclesie et ipsa turre ad restaurandura
et laborandum' 940 i 217, 'si... rebus eiusdèm ecclesie et ipsa turra nou
laboraveritis voi restauraberitis' 940 i 218, ^torre que dicitur tegolas' 994
III 12; 'casa di campagna', come ancora nel pugl. e nel calabrese. La
forma metaplastica turra ricorre anche nell'ani, vers. sic. de' Dial. di S. Gre-
gorio. - turricelle ni. 1059 viii 95; turricle ni. 1034 v 260.
tremola 1029 v 174. É certamente t rimo dia 'tremoggia, tarent. tramo-
scia (De Vincentiis), abr. trempjje (Finamore), nap. tremoia (D'Ambra), sic.
trimoja (.Mortillaro). Il finimento in -ola sarà dovuto a falsa ricostruzione,
non senza influenza di 'mola'.
tritulare trebbiare 1023. Cfr. Bonnet, op. cit. 202.
troccle tracciati nll. V. Due. s. trogla 'rivus, canalis', e cfr. Pieri, Arch.
suppl. V 192, Avolio, VI 95.
tra fé: 'uno arbore qui stat super ipsa casa et duo trof'e' 1045; xQoifjr^, e
qui varrà più propriamente 'la parte donde la pianta trae il nutrimento'.
Cal.-regg. troffa cespo (Morisani) e troppa (Scerbo). Finamore: trofa 'pianta
di gran cesto',
india: cgn. 'Sparanus macza-<r«^Za' 1048 vii 97; lat. trulla tr nella.
Cfr. sd. trtcdcja mestola, Guarnerio, Ardi. XIV 176. Chiaman trulli (tritdcje),
nel barese, certe capanne costrutte in pietre a secco.
trumarca: 'imperialis trumarca de cibitate Fiorentino' 1044 vi 267 (Manfre-
donia). Come gentilizio (rrzmarc/tz) non è infrequente nelle Calabrie e in Sicilia.
tuburio: 'illud (il vino) reponant intus ipso tubwio, qui ibidem... fece-
rint, in organea da vinum' 1055 vii 267; tugurio, qui più propriamente
'grotta'. V. num. 37.
tultum tolto: 'quantum per illas exinde vobis tullum esset' 855. Anche
tulitwn 880 L 108, v. num. 48.
turello ni.: 'pecia que dicitur àa.turello' 1029 v 173. Cfr. Due. s. 'toro'.
tuscianu ni.; *tossianum, Tossius CIL. Qlv. il ni. tuse (italianeggiato
in 'Tussio') in prov. d'Aquila ^
tur Zilla ni. 1045. Nap. turze turzille cavolino 'torsolo', D'Ambra, D'Ovi-
dio, Arch. IV 406; tursi ni. basii., Racioppi s. v.
uhilianu ni.; *obelianu, Obelius, CIL.
uliara ni., *ulearium, che v. in Schuch. II 134.
unciuni: 'impalare ad palos sfixicii et unciunV 1005. L'edit. annota: 'un-
•cinatos et concurvos'.
^ Negli 'Annali' di Flodoardo, jNIGH., script, iii 385, è menzione di un Tu-
sciacum. A torto gli editori lo identificano con l'odierno Tiilley. Sarà piut-
tosto Tusey, che è un villaggio sulla Mosa.
362 de Bartholoniaeis; Spoglio del Cod. Cav., § V.
urdini 'filari d'alberi o di viti': ''tcrdini triginta', 'ttrdini vostri' 1045
(Melfi). È anche dell'abr. e può venire direttamente da 'ordine'. Tuttavia
cfr. il cai. urdinu, sic. ardìnu 'filari di viti', neogr. oQ^ivioy (dal lat.), Mo-
rosi, Arch. XII 95.
urnadum: 'unarn zonara que dicitur iirnadiim' 1058 viii 67. Forse è da
cfr. il radgr. oquix. Due. gr. s. v.
urtatu orto: 'terra qui est locilletu et urtatu" 826.
valluncellum: 'saliebat per ipsum valluncellum da Stefano usque serra
rotunda' 1063 viii 262. Cfr. s. ballone.
varrilario: cgn. 'Leoni y.' 1059 viii 100.
venenuso velenoso: cgn. 'lohannis v. ' 1064 viii 294.
verinianu ni.; *verinianu *Verinius o Verinus, CIL.
vetrana: cgn. 'lohannes u. ' 1034 vi 18; ni. mons Vetrano. Cfr. Flechia
nll. da gent. p. 130, Regim. Sanit. gloss. s. v.
vincli vincoli: 'astracuni supranum quod ibi facere debet ad vincli et
spangne' 1056 vii 281.
vittu: 'tracturia da vittu'' 1053 vii 198.
volanum ni.; *vol[iJanum, Voli a CIL.
zala ^dXrj grandine, v. s. igne.
zangari: cgn. 'Leo grecus :;. ' 1047 vii 36. Zanzara Zangàri son cgn.
assai diffusi in Sicilia.
'•Zani dui da coperire altare' 1043, tovaglie d'altare. Nel ven. oggi 'mer-
letto'. Il Due. s. V. l'ha da una carta ferrarese.
zapino ni. 1012; sapinu (fv. sapin), donde anche il ni. sic. 'n Zappimi^
Avolio, Arch. suppl. VI 83 e Zappineta, presso Manfredonia; tarent. zap-
pino pino selvatico (De Vincentiis). Riviene certamente alla stessa base, ma
presenta un fatto fonetico insolito, l'abr. ciappine acciapping cipresso.
zenzala giuggiole: 'insitetum de inserti et robiolis seu zenzaW 1016,
'a die presente inpiciaraus (= incip.) ipsos tigillos inserare de ipsa zen-
zala' 1024; - zenzaletum 1058 viii 70. E del cai. del sic. e del sardo logud.
(Spano); v. Kòrting 8945 (Cl^vrfoy). Ma, quanto alla nas. ej)ent., più che di
fase italiana, par di fase bizantina; cfr. neogr. ì^ivì^irpov. Però v. FI,, Arch.
III 182; e cfr. Mus., Beitr. s. zenzevro.
zippa: 'una zippa de serico' 990. L'edit. annota: 'idem ac zipo ut in Du
Cange, tunica ex maculis contexta'.
zita zito: 'ecclesia sancte Marie, que dicitur oj'to' 1055 vii 263, 'Maurum
qui dicitur de zita' 1060 vii 138, cgn. zito 1063 viii 254. Nel primo esempio,
intenderemo 'vergine'. Oggi zito 'fidanzato', 'sposo'; cai. zitaggiu 'nozze*.
zoca soga: 'animalia legata in zoca' 997. Kòrting 7574.
LOMB. SKÉBPA ECC., 'CORREDO'.
e. SALTIGLI.
Di questa voce ci ha da ultimo intrattenuti il Nigra (XIV 77),
nella cui etimologia si può consentire, tenendo però presenti gli
articoli 'Sclierflein' 'scharf 'Scliarpe' del Kluge*^, le disquisizioni
del Bruckner (Die sprache der Langobarden, Strassburg 1895,
p. 63) e le considerazioni che si svolgono più in là.
Il vocabolo, di origine senza dubbio longobardica, è impor-
tante anche per la sua documentata vetustà, e ben merita, parrai,
che se ne ragioni con qualche ampiezza.
Gli esempj antichi a me noti son questi:
1. ann. 740: « repromittiraus atque spondamus nos... ut tu deveas
exigere . . . tam de terras quam familias seu scherpas vel peculius aut qualis-
cutnque res ad nos pertinente » *.
2. ann. 774: « mobilibus vero rebus meis hoc est scerpha mea, aurum
et arg-entum, simul et vestes et cavalli »^
3. ann. 793: « omia scerpa sive notrimina mea, majora, et minora, in
tua sint potestatem » ^.
4. ann. 795-81G: « Cajetani autem... dixerunt quod invenissent homi-
nes occisos jacere, et granum et scirplia, quae ipsi Mauri portare secum
non potuerunt»*.
5. ann. 853: «quando ad maritura ambolaverit, det earum filiis meis
* Monum. Hist. Patriae, voi. XIII, doc. IX. Parte di questo doc. è ripro-
dotta anche da Cari Mayer nel suo lavoro: Sprache und sprachdenkmiiler
der Langobarden (Paderborn, 1877), p. 163. Ma è strano che la voce scher-
pas non sia, come le altre voci longobardiche del doc. e come lo scher-
pha di p. 256, rilevata mediante il corsivo, e che sia trascurata anche nel
glossario. Il Lupi, e quindi anche il Troya, non avevan decifrata la voce.
^ MHP. XIII, doc. LI. V. anche C. Meyer, o. e, pp. 255 6.
^ Muratori, Antiq. V. 412.
* V. Ducange-Henschel s. 'scirpha'. Il passo è tolto da una lettera di
Leone III, che regnò dal 795 all' 816.
364 Salvioni,
toti insimul per unaqnaque in die votorum dinarii boni nonagenta et sccrfa,
quale ipsas adquistare potuerint . .. » *.
6. ann. 855; «in die votorum quando tibi ad uxorem dedit filia mea
Gotenia, dedi tibi cum ipsa filia mea, et cum ea tibi sub mundio firmavi
casis et rebus illis masariciis juri meo omnibus, quas abore visus fui in
vico et fundo Biliciago, et aliquantis familias de pertinentibus meis seo
et scerfa auro et argento...» — «una cum suprascripta familia et scerfa
auro ed argentum...» — «de predictis rebus et familia vq\ scerfa auro et
argentum » ^
7. ann. 870 : « et volo ut sit eidem Gottinie post decessum viri sui
concessura aurum, argentum, scirpa et reliqua mobilia»^.
8. ann. 1087. Uno seller fae, 'danaro' è allegato di su un documento fio-
rentino da R. Davidsohn, Forschungen zur tilteren Geschichte von Florenz
(Berlin, 1896), p. 164'*.
[9. Durante la stampa, si aggiunge il seguente esempio, dallo spoglio
del 'Codex Cavensis', per opera del De Bartholomaeis, a pag. 356 di que-
sto stesso volume: « deant illis ad ipsa Maria de causa sua mobilia scirfa
et pannos et rame et alia seirfa», a. 1053.]
Nelle varie forme di sldrpa, sherpa -pia, skèlfa (Como), la
voce vive in tutti i dialetti di Lombardia s, e vi ha assunto dap-
* MHP. Xin, doc. CLXXXI.
' :MHP. XIII, doc. CLxxxx.
^ MHP. XIII, doc. ccxLvi.
* Per esempj seriori, nei quali la voce compare col già deciso significato
di 'corredo della sposa', v. intanto lo studio del non mai abbastanza lacri-
mato amico e collega C. Merkel, Tre corredi milanesi del Quattrocento
(Roma, 1893), p. 74. Negli Stat. di Milano del 1498 (voi. \\ cap. 300), è
questa disposizione: «Non liceat uxori existenti sine liberis, a die quo
iverit ad maritum aut matrimonium consumaverit... de bonis parapherna-
libus nec scherpa aliqualiter disponere ». — Lo schirpa di un documento
francese in Ducange-Henschel s. v., rappresenterà l'a. frane, esqiiirpe.
^ Manca ai vocabb. bresciani; ma scirpa è di Bagolino (v. Studi di filo-
logia romanza, Vili 29), Fuori di Lombardia, trovo la voce nella Valsesia
(sJcérpà), e nel bellunese meno recente che ha schirpin scorta, provvista,
principalmente, pare, di bestie (v. Le Rime di Bart. Cavassico, II, gloss.).
Oltre i confini d'Italia, in una regione però attigua alla Lombardia, abbiamo
le voci basso-engadine, di cui è detto nel testo e i cui significati già si
sentono di qua dall'Alpi. Non so poi come giudicare le voci dialettali fran-
cesi (vallesane o valloni?), allegate dal Nigra.
Lomb. sherpa. 365
pertutto il significato ben definito di 'corredo della sposai Al-
lato a questo, abbiamo però altri valori : berg. sciarpa ' nome
collettivo dogli arnesi e mobili necessarj nelle officine', vaiteli.
scherp e sciarpa vaso, arnese di capacità, [basso-engad. s'chierp
arnese, arnese campestre, s'chierpa " gli utensili campestri].
Collimano coi significati moderni gli antichi? A me pare che,
all'ingrosso, si possa rispondere affermativamente. È bensì vero
che tanto il Meyer, quanto il Bruckner e il Davidsohn , tradu-
con la voce per 'denaro'. Ma, prescindendo dall'esempio fioren-
tino che non ho sott'occhio e che molto verosimilmente è stato
dal D. così interpretato sotto l'influenza della dichiarazione de-
gli altri due, parmi che quella traduzione calzi poco o punto.
Infatti il num. 2 par che con scerpha intenda di render più pre-
ciso il valore del rebus ìnohilihus che precede, ne può esservi
compreso il denaro, poiché questo s'include noiV auviim et ar-
genlum che segue. Siccome poi i beni 'mol)iIi', in quanto ve-
stiario e cavalli, sono specificati a parte, così l'accezione più ov-
via di scerpha sarà quella di 'suppellettile domestica' (mobili,
vasellame, ecc.), e così pure quella del tre volte ripetuto scerfa
di num. 6, e dello scirpa di num. 7. Il num. 1 distingue pure
scherpas da peciUius, e, visto anche il plurale, interpreteremo
«masserizie», e ugualmente si potrà interpretare lo sco'pa del
n. 3, poiché notrimina ben potrebbe riferirsi ai mobili semoventi,
cioè al bestiame (cfr. sic. nurrimi novella generazione di ani-
mali); e del resto nessuna difìScoltà verrebbe anche se fosse di-
chiarato per 'alimenti'. Nel num. 4, scirpha è il bagaglio di
guerra, eccettuatone il grano. Ma che 'danaro' sia da escludere,
lo prova sopratutto il num. 5, nel quale si destinano a ognuna
delle figlie 'novanta denari e la scerfa\ Quest'ultimo passo par-
rebbe quasi off'rirci scerfa = corredo da sposa, ma esiteremo d'in-
* Ad Arbedo, con valore secondario, anche 'corredino del neonato'.
* Ha allato a se stirpa^ forma che, col valore di 'corredo della sposa'
ritorna nella Mesolcina. All'incontrario, a Bergamo è schirpa stirpe, razza.
Questa confusione di 'stirpe' e di 'skerpa' c'è bene spiegata da un esem-
pio berg. come gna schirpa punto di checchessia q. 'nemmeno la razza, il
fondamento '.
366 Salvioni,
tenderlo a questo modo, riconoscendovi piuttosto l'insieme di og-
getti mobili (e forse, in primo luogo, di vestiario e monili), che
la figlia possedeva in proprio; la qual dichiarazione, del resto,
pare imposta dal tenore stesso del passo.
Non 'danaro' dunque, ma nemmeno 'corredo della sposa'. A
questo significato saremo invece venuti, più tardi per la via di
'suppellettile mobile' 'masserizie' 'suppellettile di vestiario'; men-
tile a quello di 'arnesi dell'officina' ecc. saremo venuti attraverso
quello di 'masserizie, arnesi di casa', 'arnesi del mestiere*.
Ora a qualche questioncella morfologica o fonetica. Si può chie-
dere, poiché trattasi di un collettivo e poicliè s'iianno delle forme
come il vaiteli, skerp, l'engad, s'chierp, se sherpa non rappre-
senti, per via analogica, un antico plurale neutro venuto a singo-
lare femminile; o, all'incontrarlo, se sherp non stia a sherpa
nel rapporto in cui sta orecchio a le orecchia (Mejer-Liibke,
It. gr., § 341). Io tengo piuttosto alla seconda alternativa, per
quanto mi manchi un argomento decisivo in suo favore.
Le questioni fonetiche son due, e si intrecciano l'una coll'altra.
In primo luogo quella dell'z di shirpa, che, come il lettore lia
visto, già compare in documenti antichi. Potremo noi ammettere
avvenuta in epoca tanto lontana quella confusione fra sherpa e
^stirpe' ^, che abbiam visto ofi'rircisi nell'engadinese e in qual-
che varietà cisalpina, e che qui si sarebbe manifestata nella so-
stituzione dell'/ di 'stirpe' all'è di shérpaì Non oserei ne affer-
marlo né negarlo. — L'altro quesito riguarda il p, che già com-
pare nel più antico esempio ^, e ricorre dappertutto, eccetto che
a Como dove s'ha shèlfa ^. Il Bruckner, p. 145, trova che già
* S'intende che si tratterebbe sempre di 'stirpe' come voce dotta; che
■come voce popolare, avrebbe questa pure avuto un è.
^ Non capisco percliè il Bruckner, o. e. p. 145 n, non tenga conto di que-
sto esempio, né di quello del num. 3, che di certo turbano alquanto il suo
ragionamento intorno alle sorti di rp nel longobardico. Dubita egli forse
della lezione del Finazzi?
^ Questa forma è a Como ben antica, come può rilevarsi dall'art. ' schèlfa
nel Voc. del Monti. Il Z non oppone difficoltà alcuna; vedine intanto lamia
Fon. mil. §§ 211, aggiungendo, che folca, forca, e bolca 'biforca' occor-
rono in fonti scritto e in varietà vive di Lombardia.
Etimologie. 367
prima della metà del sec. VII, i longobardi avevan ridotto la
combinazione rp a r/) e del fenomeno allega parecchi esempj che
pajon togliere ogni dubbio intorno a questa affermazione. L'ec-
cezione che per offrirci scherpa va dunque spiegata, vuoi col ri-
tenere che il legittimo alternare di /' e p in molte voci d'ori-
gine germanica ^ sia stato presto analogicamente esteso a altre
voci, come scerfa, nelle quali storicamente era legittimo solo il
f\ vuoi ricorrendo anche qui a 'stirpe'; vuoi ammettendo che
al longob, skerfa siasi venuta poi disposando quella Ijase franca
che ne' dial. seriori di Francia compare come esquevpe (esch-),
esquirpe-, col significato di-'sacoche, bourse, aumonière'. Ma
potremo noi ammettere un'influenza franca nel 740?
Lomb. sufjacho.
Della sherpa della sposa lombarda faceva parte, — e ia Valmaggia e
forse altrove lo fa ancora, — un indumento che nell'antico glossario ber-
gamasco è chiamato oL sur/acho e tradotto per 'capitergium' (v. Lorck,
Altbrg. sprd., p. 102.) La identica forma è accolta come voce antica nel
Voc. del Monti e tradotta per 'sudario, pezzuola, fazzoletto'. Il Lorck non
chiosa la voce; bensì, ma parzialmente, l'Horning (Zeitschr., XX, 335), che
legge sur/dcco, ravvisandovi un derivato in -àcco. Sennonché il Cherubini
registra, come voce antiquata, sugacóo (cfr. mil. eòo capo), specie di velo
bambagino da mettere in capo alle donne; e sii- sijahó (cfr. ho capo) vivon
sempre a Cevio e Cavergno di Valmaggia, per un "panno di tela bianca
con cui si coprono il capo le donne andando alla chiesa, in processione, ecc.'.
Si tratta non d'altro che di 'asciuga-capo'; e per la storia e i più precisi
significati se ne può intanto vedere il Merkel a pp. 18-19 dello studio ri-
cordato nell'Articolo precedente (s. sugacapita).
Pav. ront, trent. ròtler, rompere.
Qaeste forme, la prima delle quali s'ode nell'Apennino pavese e ha i suoi
analoghi in qualche regione pedemontana e tra i Franco-Provenzali (cfr.
Arch. Ili 38), si risentono del participio : ròtter di rotto, e ront di un *rónto
che vive sempre a Teramo {ronde rotto, ernioso) e rappresenta un analo-
gico *ricmptics 0 *rumpìtus. Del perfetto si risente invece il march.,
roman. e reat. róppere.
^ Ai molti esempj noti, è forse da aggiungere l'a. march, canfguni 'cam-
pioni'; V. Pèrcopo, La Giostra delle virtù e dei vizi, vv. 461, 548.
* L'i di questa forma potrebbe dar ragione dell'i di shìrpa ecc , che ap-
punto compare quando l'influenza franca si può con maggiore verisimi-
glianza consentire.
368 Salvioni, Etimologie.
verasiis.
Nelle note marginali della Toscolana allo P]gloghe del Folengo (v. Lu/io,
Studi folenghiani, p. 34) si legge questa postilla: ^oerasus est spiritus
qui vertit in lupum et infantes vorat'. Questo verasus sta di certo per
un veràs del dialetto mantovano, forma che ben ci potrebbe ricondurre a
vorace. Sennonché, nell'Alta Italia medievale e ancora oggidì in qualche
parte, si ha lovo ravase (e anche cani ravasi in Bonvesin), di che v. le mie
Postille e le Nuove Postille al Vocab. lat.-romanzo, s. 'rapax'. Ora veras
ben potrebbe non esser altro che la forma metatetica di un ^ra- o reoàs.
piem. vi(jsli, vecchiccio.
E bella continuazione di ve tu s tu. Per sk sostituito a st, penso a réska
altoit. = arista, parm. fradlask sitrlfh'kt\ = fradlastfr] fratellastro, ecc.
berg. leena, edera.
E egna (1. erpiu) nell'Assonica, écna a Ponte S. Pietro. Se consideriamo
che in Brianza la stessa pianta è chiamata énguen t- (v. Cherubini, V 304),
non esiteremo a riconoscere nelle forme bergamasche un *énf/ìia, come un
feminile ovveramente il pi. neutro di énguen. Cosi siamo a 'inguine'; e lascio
ad altri il ricercare come questo nome sia venuto all'edera, contentandomi
di ricordare che inguinale inguinaria pur dicono una pianta.
Una sicura e bella continuazione di inguen l'abbiamo poi nell'engad.
cangia (Palioppi, s. 'iglia') '.
tic. soii'nà.
Significa 'governare il bestiame' 'dar da mangiare al bestiame'. Nelle mie
Postille al Voc. lat.-rom., avevo ricondotto la voce a sustinere, e pen-
savo, per la conjugazione, che vi si fosse immesso 'sostentare' o qualche
altro sinonimo in -are. Ma allora non conoscevo se non le forme, apparen-
temente rizotoniche e assai diffuse: sòs'na ecc.. non sapevo cioè ancora, che
nella Leventina s'abbia invece: sus'gna ecc., forme che necessariamente con-
ducono ad altra base; e sarà la stessa che nel frane, assaisonner, cioè sa-
tio. Si pensi che nella Valtellina è seson appetito, e che il Monti ha un
sosnàs 'nutrirsi bene'. L'o della prima sillaba è per assimilazione a quello
della seconda.
tic. salèdra.
E voce della Leventina e di Bleiiio, e significa 'doccia' 'doccia per far
saltare l'acqua' 'grondaja'. Riviene a salire; mail derivato non ci risul-
terà chiaro se non pensando al lat. salebra, luogo aspro e difficile di
una via, quasi 'luogo che va a salti'. A questo starebbe *saletra (onde
salèdra), come palpo tra a palpebra, ecc.; v. Ascoli, Studj critici, II
35-6, 96-7. C. S.
* [Mi permetto di ricordare il neo-prov, l-engue, già citato in Arch. I
U3n; alla qual nota ho poi aggiunto, a penna: « Dip. d. 1. Mense: ingle
aine, Cordier 36. » — G. I. A.]
Le esplosive sorde tra vocali. 371
-rtpjo da aperto; ecc.), o ripetere dall'omofonia d'un participio (sost. ca-
scata, ecc.)*; nonché, salvo casi particolari, tutti quelli ove la sorda spetta
al suffisso e di regola vi appare immutata (nel qual caso si registrano in-
vece gli anomali; cfr. qui appresso i nomi in -adgre ecc.). Ma col tralasciar
come non provanti e fuor di questione i nomi della prima serie e della
seconda (derivati e participiali) ho inteso di fare una concessione, la quale
d'altra parte non mi costava gran che; e non ho già obbedito all'intima
mia persuasione. Giacché a confermarne la schietta ragion fonetica sta-
ranno di certo i nomi della terza serie. Difatti, in che modo giustificar la
sorda protonica che persiste, come ho detto, in molti suffissi (-icaja, -icgne'y
-icello, -icino; -aticcio; ecc.) e in più centinaia d'esemplari senza o quasi
senza eccezione ?^ Riuscirà, credo, difficile a dire o vedere per qual pun-
tello la sorda, contro la supposta legge, si potesse ivi sostenere. Ne' no-
stri dialetti gallo-latini (per non uscire dall'Italia), poiché il digradamento
v'è davvero normale in tutte quelle condizioni ove noi non siamo disposti
ad ammetterlo per l'italiano, troviamo che anco i suffissi offrono la sonora
protonica o un suo normal succedaneo; e l'addurre di ciò esempj sarebbe
un far torto all'esperienza di qualsivoglia lettore. E ancora: perché l'at-
trazione de' participj non avrebbe operato su alcuni pochi esemplari (cmr-
madgre, servidore, ambiadura, ecc)^, e sarebbe poi stata efficacissima su
* Del resto, l'efficacia, che s'attribuisce alle serie dei participj, di pro-
teggere e conservare incolume -ato -a (e con esso -àtico -a) ecc. nei so-
stantivi, non si vorrà di certo ripetere da un impulso meramente fone-
tico (che allora nessun termine potrebbe o dovrebbe sottrarsene, e neanche
rugiada ecc. sarebbero in regola); ma bisognerà constatare, caso per caso,
il valore di participio astratto in quel sostantivo che si suppone obbedire a
tale efficacia. Cosi in agliata si sentiva certo e si sente la 'salsa condita
con molto aglio' (ed ecco che peverada diventerebbe un'eccezione!); ma in
corata {-aielLa) che dice o disse insieme 'fegato, cuore e polmone' (Frane,
da Buti), se anche fu od é sentita la sua connessione con 'cuore', come si
farà a riconoscere la funzione participiale ?
^ Di queste citerò bugigatto lolo *. Ma ognun vede che cosa possan va-
lere: saligastro (ali. a salic-), agugella (ali. a -cella), favagello, cioè *fabì-
cellu da 'faba', v. Tram. (ali. a -uccello e -ascella), e altri simili 'divariati'
con la sonora.
* Si suol derivare da bugio buco (cfr. Kòrt. 1293) ; ma di questo sostantivo, dato dal
Voc. it. senza alcun esempio, sarà lecito revocare in dubbio la realtà storica. Si potè
aver direttamente da buco un assai antico huc'-icatto.
^ Si tratta di voci e forme per lo più de' nostri rimatori più antichi e
quasi tutte oggi fuor d'uso, spiegabili coU'influenza provenzale e de' dia-
letti dell'Alta Italia (cfr. Caix or. 156-7). Ecco la lista, che dovrebbe esser
quasi completa : atnadgre, amh- e imbasciadgre, arcadgre, avvogadgre (av-
372 Pieri,
tutti gli altri, de' quali cerchiamo invano i divariati con la sonora? Il vero
pur sarà, che non per l'analogia de' participj, come il Mey.-Lb. pensa, ma
per insita e sua propria virtù la sorda vi permaneva intatta. Giacché, se esi-
stesse proprio codest'attrazione 'morfologica', ogni caso in cui dovesse avere
e pur non avesse luogo riuscirebbe per noi un'eccezione; se non vogliamo
riconoscer via via e disconoscere una causa, secondo che ci torni più co-
modo. E pure nell'ammettere in altri casi che la sorda d'una parola fosse
protetta dalla 'ragione etimologica', ho voluto piuttosto abbondare in con-
discendenza. Infatti se, ad esempio, per p incolume sembra giusto che dal-
l'elenco s'escludano verbi come dipartire e riporre, sostenuti com'erano e
sono da partire e da porre \ si potrà invece far questione, se in dipanare
e dipendere fosse o sia volgarmente sentita la lor parentela con patie e
con pendere ! La stessa avvertenza varrebbe per buon numero di altre voci
che ometto.
§ II. — Comincio dunque dalle voci piane in -a, che mantengono
intatta la sorda postonica. E vengano primi gli esempj di tradizione,
come io credo, schiettamente volgare, e dove la sorda non par che si
possa giustificare con alcuna attrazione seriale o semasiologica. Sono:
lumaca, orbaca (cfr. il lucch. baca), pastinaca, verminaca^ cica, formica
^oìa, mica (nella negazione '), mollica, ortica, pica, vescica, are. bajuca
loia, carruca lola, fanfaluca, are. femiche ferri o chiodi già consu-
mati da ruggine, festuca (ali. ad are. fest- e fìstuco) -, pagliuca Lola,
ruca ^ola'^;- corata {-atella), fata, ^vq. fiata, bieta Lola, compieta, co-
vogadare), balladore -atojo, carradore, ciurmadore, conseroadgre, impera-
■dgre -drice, lanciadpre, viallevadgre , mertadpre, rniradgre, monnoradgre
-drice, navigadgre, parladgre, pescadgre, rubadgre, salvadgre, sconcacadgre,
tagliadgre, taradgre, trombadgre, vantadgre^ vengiadore, voladgre, zappa-
dgre- validgre; corridore; sofferidgre; seroidgre -orarne, schermidore;- am-
biadura, armadura, mantadura, miradura, parladura, pisciadura.
^ Essendo il sost. viica in questa funzione avverbiale un pretto idiotismo,
tornerebbe male a voler ripeterne il e da influenza letteraria. Il Mey.-Lb.
considera come normale miga, che è del toscano dialettale (lucch. ecc.) e
occorre nel Voc. it. come un arcaismo.
^ C'è anche festuga, su cui s'appoggia il Mey.-Lb. Ma non ha esempj, a
quanto io ne vedo, che di Franco Sacchetti e d" un altro, e per probabile
ragion della rima.
^ Oggi son forme forse del solo senese-aretino. La sorda v'è garantita
come di tradizione volgare anche dal dim. ruchetta, che è il term. toscano
comune. Il Mey.-Lb. preferisce qui ruga, che ci occorre nella sola accezione
:!Oologica con unico esempio del Serdonati.
Lo esplosive sorde tra vocali. 373
meta, creta^ meta 'sterco', moneta^ pianeLa, seta irAa^, margherita, jìi-
pita, vita, carota, ant. sen. jmo(J« macchia, r^ofa, biuta-, cicuta, ruta;-
rapa, epa (r-xp) 3, ripa (v. XIV 432 n), stipa, scopa.
Ma altri non pochi esemplari potrebbero, a parer mio, con ra-
"gione aspirare ad essere accolti in codesto elenco. Di nomi botanici
addurrò qui anche bulimaca -inaca, e t.ola (ali. a bonaga, v. Tar?:.-
Tozz.; ma bulinacca, che ò del Pataffio, mostrala genuina priorità della
sorda); e insieme triaca (theriaca), term. di farmacia ben volgariz-
zato, e marruca^ né ometterò bomberaca 'gomma arabica' (nome an-
che d'una pianta), sebbene a tutto rigore non sarebbe qui a suo luogo.
Un curioso gruppetto formano i nomi in -eca, dove il suffisso è diminu-
tivo insieme e dispregiativo: cerboneca vino cattivo; are. cibeca (dove
il b sarà secondario), mormcca e moveca, tutti per 'baggèo'; are. ^a-
checa uomo dappoco (ali. a -eco, del Pataffio; cfr.il \u.cc\\.bacoco, XII
173), n-YCtnocceca {cfr. tnoccicone), anche 'dappocaggine', Q,vù.molleca
granchiolino di tenero guscio (Mattioli, Diosc), ìiaseca naso piccolo e
brutto (Ann. Caro), are. spizzica (montai -ea], spilorcio, minuzia (cfr.
spizzicare, a spizzico). In forma di dimin. seriore: bazzecola bagat-
tella. Aggiungerò, come notevoli per aver assunto questo suffisso: ri-
bcca -eba ( v, Kòrt. 6595), strafÌT^zeca (ali. a -aca), stafisagra (ary-o/U
àypi'x). Ricordo anche: braca -che (cfr. Kòrt. 1306); orata (aurata;
un pesce), calamita (v. Diez s. v.);paj3a. Con o tonico da au (od au)
e in cui la sorda è riputata normale dalla scuola italiana e anche dal
Mey.-Lb. ( V. Rom. gramm, I IjóS): oca; gota, ■)not(C, piota; ìncch.topa
'cunnus' (,talpa). Finalmente, con la sorda raddoppiata: sai- e sci-
lacca (v. XV 190), sandracca (che è sandaràca coll'accento di o-zv-
Sasà/v7)), pasticca -iglia (deriv. per -ica, da 'pasta'), Lucca; motta sco-
scendimento di terra (se è, come credo: mòtta - muta, da 'moveo',
* Rinunzio alla ricca serie dei collettivi in -età {pineta, ecc.), perchè il Voc.
ha per ciascuno anche -eto, col quale il Mey.-Lb. giustificherebbe la sorda
intatta dei feminili.
^ Cfr. Suppl. Arch, V173. Ma ci sarebbe fors'anche da pensare ad *o biuta
(cfr. obluviura, Georges; sott. 'terra' o 'materia'), cioè 'versata sopra', in
quanto venisse a dire: 'spalmata sul terreno'.
^ Dove per l'è sarà il caso solito di pronunzia dotta d'un termine già ben
volgare.
374 Pieri,
sott. 'terra'; cfr. però Kòrt. 54:^3); luppolo^ il 'salictarius lupus' (v. il
Georges; meglio volgarizzato il lucch. /c'yjporo, cfr. Caix st. 121); e
qualche altro.
Vediamo ora quegli esempj, che stanno o pajono stare contro
alla nostra norma. Primi s'accampano: bottega, spiga, lattuga
e spada; e aggiungiamoci pure: rugiada, scuriada e riva^. Quanto
a tega per 'baccèllo', non la registra che il Tommaseo; e come
'resta del grano' (onde poi 'lisca sottile') è del dial. pistojese (e
dovè dapprima indicare la 'gluma' o camerella). Sarà voce im-
partata dal Settentrione, dov' è largamente diffusa (v. Salvioni,
Postille s. théca). E lettiga non fu mai cosa né parola del volgo;
ma passò facilmente in Toscana dai palazzi e dalle corti dell'Alta
Italia. Di tartaruga non par che s'abbiano esempj da più in là
che il cinquecento (il term. più antico e schietto è testùggine). E
poiché con codesta forma il nome in questione é anche del Por-
togallo, a noi potrà esser venuto di là o ad ogni modo risentir
l' influenza iberica o provenzale (spgn. e cat. tortiuja, prov. anche
tart-)~. Di strada, contrada e costada, v. XIV 431 n; e aggiungi
WvQ.ingastada o guastada, ove il suff. è d'accatto (cfr. Kòrt. 504).
Rispetto ad essi ora insisto sul motivo della dissimilazione, d'ac-
cordo col quale operava la doppia spinta data da à-a. Per peve-
rada^ cfr. ora qui sopra al § I. C é anche l'are, masnada, rimasto
* Concedo anche queste tre voci, quasi per cortesia, all' illastre con-
tradittore. Ma su ciò ch'egli m'ha fatto l'onore d'opporre a' miei dubbj
circa la toscanità di esse (Zeitschr. XXIII 478), osserverò per rugiada che, se
anche fosse da *rosiata, resterebbe sempre un termine non sicuramente
volgare; e che scuriada (non scurriada, com'egli scrive) sia s-corrigìata
('corrigia'; nel quale caso il rji non n'escluderebbe la volgarità), anziché
s-coriata ('corium'), secondo la comune etimologia (v.Kòrt 2922, e cfr.
Scheler s. escourgée) è tutt' altro che certo ed indiscutibile! E quanto a
riva, a impugnar che sia ripa + rivu, bisognerebbe provar che il secondo
termine non fece a tempo a influire sul primo, avanti di smarrire il suo u;
il che di certo non sarà agevole nemmeno al Meyer-Lùbke.
^ Il Bianchi, XPV 323, vi vede 'lo spg.torluga fattosi più pesante strada
facendo'. Sarà una bella frase, ma che vuol dire?... Io oserei domandare, se
per tartaruga non fosse lecito di pensare a torluluca , con metat. da un
dimin. *tortucula.
Le esplosive sorde tra vocali. 375
alla lingua letteraria; ma a' dialetti toscani manca (cfr. invece il
piem. e il lomb. ); e credo che sia voce d'accatto. Restano: al-
luda, sorta di cuqjo sottile, che è term. dell'industria e perciò fa-
cilmente esotico, e venuto per avventura in uso piuttosto tardi;
e Igva lupa, un crudissimo lombardismo '. — Quanto a quei nomi
in -0 od -e, che son fuori della norma anche stando alla teoria
del Mey.-Lb., spetta il primo posto a luogo (contro il quale oso
appena richiamar luoco, XII 150) e gruogo. Poi: ago, lago, spi-
golo (cfr. spiga qui sopra), sugo, per dichiarare i quali non posso
io ricorrere agli espedienti del Mey.-Lb. (v. It. gramm. § 205),
drago -one; grado e scudo, nonché spnede -o. ^la in 'parentado e
contado (ins. a lucch. e ^h. parentato é ant. lucch, coniato), a cui
aggiungerò viscontado, e in tutti i nomi in -tade e' è, credo, dissi-
milazione (v. anche il Mey.-Lb. al § stesso) ; e a vescovado e mo-
scado (onde l'are, immoscadare) contrastano o prevalgono le cor-
rispondenti forme con sorda (cfr. XII 122 e '51); e lido non è voce
toscana (v. Asc. X SO n).
§ III. — Veniamo ora alle sorde protoniche.
Con e, a contatto della vocal tonica: cocolla, cocòmero, cuc- e co-
cuzza i-olo, cuculo -ùlio ^ ; cicala^ cicogna^ cicuta, dicatto -i (con ' ave-
re'; cfr. ricattare al %Y), focaccia -ditola, giocondo, secondo (arce
dial. .S7C-; V. Bianchi XIV 323), sicuro. Ad essi unirò: bicocca (v. Diez
s. V.); e d'etimo oscuro^: bacucco, hacuccola nocciuola selvatica.
' Se n'ha un solo esempio, a quanto pare (Maimant.VI 7), e in senso me-
taf. ('meretrice'); e già dal Alinucci fu riconosciuta come una 'voce stra-
niera' e messa a riscontro con lo spgn. loba.
^ Si dirà che il persistere della sorda in questi, e più avanti in altri
esempj, è dovuto alla 'duplicazione sillabica'; e forse non sarà lecito il ne-
gare ogni efficacia a codesta particolare condizione (quantunque, o perchè
non avrebbe operato invece la dissimilazione?). Ma osservo a ogni modo
che la duplicazione non basta a salvar la sorda, là ove la tendenza al digra-
dare appaja più energica; cfr. ad esempio i t^vow. co g ombre e coguls.
^ Quanto ai cosiffatti gioverà qui ripetere (cfr. XIV 430 n), che non si può
ad essi non riconoscere, in questa particolare questione, un certo valore
di prova.
Archivio q-lottol. ital., XV. 23
376 Pieri,
Alla nostra norma ostano : agulo (che par più schietto d^ acuto ;
cìt. aguzzare al § V), are. aguglia (v. XV 130), Ma in eg- uguale
ed uguanno s'ebbe, come credo, assimilazione al contiguo u (lad-
dove in acqua ecc. la sorda si salvò col raddoppiamento). E do-
gaja fossa di scolo, è d'origine lucchese, e ad ogni modo sta ali.
a Cloe- (cfr. Suppl. Arch. V 179) K
Con e': cicigna specie di serpe (= pist. ciciglia, con suff. mutato ;
cfr. Zamb. 297), cicerchia e cicérbita', acerbo, aceto, bacino -ile (v. Kòrt,
975), bucello -ciacchio bue giovine, cucina, dicembre, are. e pt. facella,
fo- e fucile 'acciarino', fucina^ giacinto, licenza, lucerna, lucertola^ lu-
cignolo {lucignola cecilia -), macello, inacia, ìnacigno, are. ricesso (cfr.
cesso XV 150), ricetto, tre- e secento, vicenda^ vicino; bacio -igno. Inol-
tre: a.rc. ìiicistà; medicina; macilento -enza; e con la sorda raddop-
piata: uccello ^.
Ora, di rimpetto a quésta serie, a cui sarà ben più facile ag-
giunger che togliere qualche esemplare, ben poco potrà il solo
dugento *. E dico il solo, perchè magello^ che non so donde al
* Secondo il Bianchì, XIV 322-3, anche dovrebbe andar qui bigutta sorta
di marmitta, ch'egli deduceva con piena sicurezza da un suo '*bi cu cu ti uni
nel senso di cucuma'. E voce d'etimo oscuro; e se mai, sarà meno im-
probabile il *bi-guttus proposto dal Caix (cfr. Kòrt. 1199), in grazia del
quale non avremmo più nulla a spartire con questa voce. Tralascio poi quel
gaccia per agaccia^ che dal Mey.-Lb. è addotto. Non so donde egli abbia
codesta voce, mancante al Diz. italiano. Ma se intese scriver gaggìa^ questa
non è da mettere in conto, perchè si tratta d'un nome, proprio 'di nuovo
conio' (acacia + «;;«;{/«), per designare una pianta originaria di S.Domingo,
che fu importata a Roma nel 1611. E galanlo, che starebbe per agalanto,
non dovrà essere altro che galani bus (il 'bucaneve').
^ Sec. Zamb. 715, da 'S. Lucia martire, a cui furono strappati gli occhi'.
Credo che sia piuttosto, con ideale riferimento ad un pregiudizio volgare,
dal tema iVal-lucinare ammaliare, come il sinon. lucia da quel d'al-luciare
guardar fìsso.
^ E questa di certo la schietta forma toscana, a dichiarar la quale mal
si potrà col Mey.-Lb. ricorrere ad influenza d'uccidere. L'arce \->t. augello
è esotico e 'ritoccato' (cfr. Caix or. 172-3); ma doveva bensì trovar qual-
che appoggio in forme dialettali (cfr. il lucch. ugello, che il Mey.-Lb. dice,
erroneamente, attestato dal Caix come are. italiano).
* Ali. a ducento. Ma contro questo il Bianchi, XIII 143, inveisce. A me,
per contrario, in dugento parve sempre di sentir qualche cosa di dialettale!
Le esplosivo sorde tra vocali. 377
Mev.-Lb. provenga, non fu e non é di certo una forma italiana;
e filug(^llo, che non pare abbia esempj prima del Segneri, è di
scarso uso fuorché a Lucca (dove si dice /?;•-; v. XII 124), a cui
soltanto appartenne forse in origine.
Con t: butiro -rro^, catarro, catasta, slvc. catf^llo cagnuolo, ca-
tcna, catino, catorbia {\\xcch. -orba', v. Caix st. Ili), cotenna, latino-, le-
tame, matassa, maturo, metà, mutande, metato (v. XII 131), natura, no-
tajo -aro, patacca -o moneta di poco valore, macchia (v. Zamb. 915),
palano grosso, badiale, are, pataffio, paturna -urnia, pitocco, satgllo,
statura, vitello', cotale -tanto, ox e. ratio. Inoltre: cotornice, cuticagna,
B.vc,raticQni;- appetito 'desiderio del cibo', impetiggine, nepitella, pe-
nitenza, solatio, tracotante -ansa. E ancora: catafalco, catafascio, ca-
taletto, catapecchia, cataratta. Con la sorda raddoppiata : bett- e bret-
idnica, cattolico, Sivc. scndtino; bottega;- gattabuja (v. Caix st. Ili), rat-
tavello rastrello de' vetraj per mestare la fritta (Diz. dell'Alb. ; e cioè
*rutabellu = rutabùlum), s-frrtWtt^fmma^. — Sono esempj, che
per l'etimo oscuro o per altro potrebbero esser contestati: batacchio
-occhio bastone {dv.hatìUnm.), batosta, batuffo i-olo, bitorzo lolo^,
bitume, catollo pezzo, tòcco (Ann. Caro), catorcio chiavistello, cetina
(IX 388-9 n), chitarra, are. citpraa, cotgne , are. fatappio calcabotto
(v. FI. IV 382-.J), }nrt<- e paterno (anche nll. ), axc. fiatmte -gre -gso'',
fratello (che secondo il Mey.-Lb. si risentirebbe del ■sXnon. frate), are.
letane litanie, met- e mitidio (cfr. Bianchi XIII 207), petazza bagattella
(v. Caix st. 133), p?Y«Ze^; ò^fa<i<to, ^M^ore. (anche 'palo a sostegno di
^ E are. bituro -rro, o con metat. vocalica (civ. rovtstico e mìstico da ligu-
.sticu, che per altro è il caso inverso) o sotto l'influenza di burro.
• Per ladino, che già il Tramater dava come voce o forma veneziana o
lombarda, crede il Mey.-Lb. (Zeitschr.XXllI 477) che la sua volgarità appaja
dal sign. specifico ('chiaro', 'facile', 'largo', ecc.). Sennonché questo fu pro-
prio ugualmente di latino, come con piena certezza risulta dai non pochi
esempj del Voc. italiano.
^ Queste ultime voci pajono anche più conclusive, perchè alla cons. sorda
precede e succede un a.
^ Pare il part. accorciato d'un *bitorzare -rtiare, da 'tortu'.
^ Si modellarono, è vero, su fato; ma ne dobbiamo inferire, credo, la
pretta volgarità d'un ^fetente ecc.
° Lo Zamb. 967 propone *pituitàle, in quanto la voce it. dicesse dap-
prima 'sputacchiera'. Ma forse era men discosto dal vero il Salvini, pen-
378 Pieri,
Ijianta'). Inoltre: catapuzza 'euphorbia latjris'', a,vc. scatenato scor-
nato (che pare da catello; cfv. scagnar do), are. &ov. pretose'molo e
-osello]- capitale -ano -elio -gne, are, capitoso e -xito testardo, che ha
grosso capo, capitozza -, caratello, ciarlai- e cerretano, fascit- e fascia-
tello^. Con ^ per 'alterazione progressiva': cotogno -«, cut- e scuter-
co^a (v. Suppl. Arch. V H3>. Ed è una lista, che si potrebbe di certo
allungare.
Contrastano, più o men gravemente, alla novmdi.: budello, pa-
della (a cui non oppongo pat-, XII 151), scodella, badile, bidollo (di
fronte al Iwcch.. bitglla -o, v. Suppl. Arch. V 80); medaglia, schi-
dione (cfr. XV 19 In); badessa e badia; spedale. In stadera, in are.
meladella sorta di misura, mortadella e are. pasladella sorta di
vivanda, e in mercadante, a cui vanno insieme quasi sempre le
forme divariate con t, concorre la dissimilazione; e anche a ca-
dauno -duno s'appajano catauno -tuno. Un'altra bella coppia è
codesto cot-'^. Di podere il Mej.-Lb. è ora disposto ad ammetter
la provenienza emiliana (Zeitschr. XXIII 477); e anche in pode-
stà, che indica per lo più il magistrato generalmente chiamato
sando a niBccQtoy, dimin. di rriQog doglio. Gli esempj solo dal cinquecento
in poi.
' Con t per dissimilazione, delTequival. cacapìizza. Il qua! nome, poicliè
i semi e le foglie di questa pianta sono adoperati in campagna come pur-
gante, sarà un 'abbinato' imperativale da due verbi d'assai cattivo odore!
^ In questi nomi poteva forse il p esser sorretto da 'capu'; ma non già
il t da 'capite', il quale non si continua in italiano, e -it- vi dovè piuttosto
esser sentito come elemento derivativo.
^ Con cui manderò: Sivc. cazzaiello cazzerellino (^h.omnncio''), ceppatello
cepperello, ave. ramitello ra,mosceUOf sassatello sassolino; nonché pescatello
(ali. a pescia-) pesciolino.
■* Oggi a Firenze codesto regna da solo. Ma in passato le due forme si
contrastarono il terreno e prevalse, a quanto io ne scorgo, cotesto (cfr. anche
cotestui che non ebbe competitori), ora limitato forse a una parte del to-
scano (Valdinievole, piano d'Arezzo, ecc.). Per l'etimo, anziché un eccu tibi
istu ( cfr. Diez s. v.), vi potremo forse vedere un semplice eccu istu o
questo che pronunziato ancora trisillabo accogliesse un d epentetico, qual ò
o pare in ciascheduno qualcheduno. Sicché la variante cotesto offrirebbe un t
secondario in protonica. Anche il volg. e cont. coresto, col suo r da -d- par
che accenni ad una maggiore antichità dell'esplosiva sonora.
Le esplosive sorde tra vocali. 879
dall'Alta Italia, - oltrecliò si potette aver dissimilazione -, non
stenteremo a ravvisare una forma esotica. In madornale ^ ab-
biamo la stessa sonora che in madre (cfr. al § VI). Del pari non
toscana è gradella (cfr. XIV 430; nonché grada^ in rima presso
Dante, Par. 4, 83, forma che starebbe anche contro al Mej.-Lb.,
giacché egli reputa normale grata^ da grate di f. a.). Di paladino
è ben manifesta la provenienza. E madiere -o tavola di nave, é
il fvnc.madrier -dier (*materiario), cfr. Scheler s. v. -.
Con p : papàvero, pop- e pepgne, sen, papejo lucignolo ; propàg-
gine; aperto, capanna (cfr. Suppl. Arch. V 174-5), caparra, ^.vc.capassa
ceppaja^, capecchio, capello, capestro, cape'zzolo {Iwcch. capittgnoro),
cipolla, copig Ho arnia (cfr. Suppl. Arch. V 178), eopf/'to -2rcJno, lu-
pino, napello (ins. a napp-; 'napus'), nep- e nipote, rapina, sapone, sa-
piore, sciapi- e scipito (cioè scidpido, riformato 'per antitesi' su sapo-
rito), sep- e SiTC. sipglcro, arce cnt. soperòo e -rhia', soperchio (che è
la schietta forma volgare; ali. a sov-); tapino (che sarà dello schietto
volgare; cfr. il ben vivo tap- e attapinarsi), -iqnglio (v. XIII 423 e '54),
vapgre. Inoltre; pipistrello, peperone e pepolino; capezzale e capez-
zata, sen. e ar. capistejo -eo crivello, vaglio (v. Salvioni, Postille s. ca-
pistérium), nepiiella. Con la sorda l'addoppiata: pupyp- e poppdttola\
cappìone, tappeto. È p, forse per assimilazione, in pipita {p da v secon-
dario; ma per l'Asce jj=tv; cfr. Kòrt. 6187 ) e ave. propenda.
A questa serie poderosa non pajouo far serio contrasto se non
cavezza, coWa^vc. cavicciuolo, sinon. (ali. m. raccapezzare e al mon-
tai, capezza), laveggio (lapide u; Parodi), navgne ('napus') e ra-
vizzgne. G-iacchè di gavgnchio specie d'anguilla (v. XIII 173 n), a
tacer d'altro, non è sicuro l'etimo; e provana propaggine, che ha
esempio del milanese Palma, non é voce toscana (v. anche il Pe-
* A cui, per la metatesi, fa bel riscontro cedornella, lo stesso che cedro-
nella 0 cedroncella (v. Targ.-Tozzetti).
^ Non per altro qui ricordato, se non perchè il Salvioni, nelle sue 'Po-
stille etimologiche'' ce lo dà, certo per mera svista, come un rappresen-
tante volgare 'toscano' di mate rie s.
* Potrà esser da *capu', derivato per -aceo -a (cfr. i sinon. capellmnento
e -atura), e offrire il ss da zz del pisano-lucchese (v. XII 146-7). Ne deriva
capassgne balordo (Varchi).
380 Pieri,
trocchi); il che diciamo ugualmente di canovaccio {cana-, -cane),
del quale a ogni modo si potrebbe ripetere il v da cannabis
anziché da cànapa. Per varj altri esempj dal Mey.-Lb. addotti,
V. XIV 432 n. Son degni d'avvertenza piuttosto alcuni con sonora
invece di sorda, divenuta iniziale per via d'aferesi: hottcga, be-
fana^ bacio -igao ( v. anche 'Suppl. Arch.V 131 ), nonché bùbbola
upupa (cfr. al § IV; ma sen. e grosset. ])?<ppo/a), voce a ogni modo
di non ischietta volgarità. Ne' quali esemplari è notevole, che lo
scandimento fosse d'un grado (da p a b), anziché di due (da p
a v), come fu negli altri. Ciò si chiarisce col fatto che all'età di
codesto passaggio la sonora labiale, intatta a principio di parola,
mediana tra vocali era da tempo discesa a v (cfr. Mey.— Lb.,
Zeitschr. XXIII 478, il quale ammette ora per p una deviazione
dalla sua regola). Tralascio ve'scovo, cioè un esemplare 'sui ge-
neris' e per cui cfr. Bianchi XIII 209-10.
§ IV. — Passiamo alle sorde postoniche negli sdruccioli.
Cominciando da e per seguire lo stesso ordine, è questo il punto
in cui alla dimostrazione della tesi da me posta par che sorga di
fronte il più grave ostacolo, giacché esempj ad essa favorevoli non
posso addurre a tutta prima se non pècora e Giacomo, e con la sorda
raddoppiata: ìnàccldìia, fiàccola, peccherò ^ .
Contrarj sono invece: fegato, pe'gola, se'gale (are. -oto\ e inol-
tre sàgoma e pettegolo •.'Sennonché, a tacere della maggior dispo-
sizione della sorda gutturale al digradamento (v. § VII), osser-
verò che ci vennero di necessità a mancare pressoché tutti i
* Non soggiungo: tàccola (v. Diez s. v.), ma: zàcchera mazza per pescare,
pillàccola -era (lucch. -accora; ctV. Petrocclii, Diez s.zaccaro, XII 131), are.
pisciàcchera piscialletto, anitróccolo e varj altri simili, perchè rimane sem-
pre il dubbio che siano dimin. seriori, e che si tratti perciò di raddoppia-
mento postonico in voci piane.
^ Ma fre'golo -a e are, segolo pennato, roncola, stanno coi deverbali frega
e sega, ài cui son diminutivi. Secondo il Bianchi, XIV 323, andrebbe qui
anche pe'gola, ch'egli trae da un ant. *pegare (e dovrebbe esser veramente
il dimin. d'un deverbale *pega). II Bianchi al luogo cit. reca poi un tre'gola^
che non so donde egli abbia, né che significhi.
Le esplosive sorde tra vocali. 381
nomi in -culo -a, stante l'evoluzione consuèta per questa for-
mula {-echio -a), i quali pure avrebber costituito il maggior nu-
mero d'esemplari col e intatto. Del resto, la schiera poderosa dei
nomi spettanti a codesta categoria {bacchio, orecchia, ecc.) potrà
esser senza esitare invocata a favore della nostra tesi, purché il
digradamento che è in fe'gato ecc. noi non lo supponiamo poste-
riore alla riduzione di -culo -a in -do -a\ ipotesi che non par
punto ragionevole, nonché necessaria.
Con e'; àcero, suocero;- cecino -ero cigno (Kòrt. 1868); àcino, lu-
cine sorta di rete conica da pescare e uccellare', duràcine -o^, fio-
cine buccia dell'acino, vinacciuolo 3, le'cito"^, màcina, parte' cipe {-e'ficé),
ritre'cine giacchio^, solle' cito-^ fràcido, [fràdicio)^ sùcido {siìdicio), mu-
cido ^. E credo che qui possano stare anche : fàcile, gràcile e docile.
Con la sorda raddoppiata: diàccido ghiacciato (cfr.il lucch. -zfo, XII
123).
La riduzione che è in piato e vuoto ci condurrà veramente ad
uno sporadico g' da e', che già s'avesse in età molto antica (poi-
* Sarà, come altri propose: bucina tromba, per metafora (e^r.bnccinello
sorta di pìccola rete; Ann. Caro). All'etimo fascina (cfr. Kort. 3537) ripu-
gna affatto la fonetica. Per l'alterazione morfologica, c?c.V ave. màcine -a.
^ Si dice per lo più della 'pèsca' con la polpa attaccata al nocciolo e della
sua pianta; e su esso si modellò spiccace (lucch, -acioro -a, pist. -«^«ne), che
è il suo contrario.
^ Ben derivato dà fio ce s feccia del vino (v. Caix st. 108; e la voce lat.
avrà denotato, più esattamente, le buccie degli acini e i vinacciuoli che si
depositano in fondo al tino e alla botte), A fio ce e s col ce, che è adottato
dal Georges e poi dal Kòrting (*floccrnus -um), contrasta fortemente la
voce italiana.
* Si opporrà che le'cito fu protetto dall'are, lece; ma e allora, o perchè
s'ebbe, ad esemplo, arroto (cfr. i?Monarro<o), nonostante arroga -iì
'" Credo anch'io non inverosimile un *reticina, da reticula (-um; cfr.
Caix st. 20 s. dilegine), con mutato suffisso. Per la forma, cfr. qui n. 1 {ri-
tre'cine era fem. in origine; v. il Voc.it.). In quanto vale 'apparecchio idrau-
lico' in certi mulini, sarà di certo per metafora.
^ Codesti aggettivi in lido non sono d'accordo, è vero, coi meglio volgari
marcio e rancio, e perciò appartengon di certo a un diverso 'strato', o che
la diff'erenza si debba poi attribuire a 'luogo' od a 'tempo'. Ma ciò non ba-
sterà, io credo, per escluderli dal nostro elenco come voci dotte.
382 Pieri,
che normale è questa evoluzione per g', onde frale^ dito, ecc.; cfr.
Asc. X 10 In); e lo stesso affermeremo di dire, fare e -durre.
Con t: artético', ce'tera cetra, cótica, crètamo linocchio marino',
ffomitolo, nàtica, parie' tico, sciàtica, scdtano, serg'tine -o. Colla sorda rad-
doppiata: àttimo -amo, bre'ttine (Kòrt. 1342), ccttimo (per trattola, cfr.
§V)^. — Vengano in seconda linea: tetano seppia giovine ^, iw^o/o
torso del granturco (cfr. Kòrt. 84.53); aivc. òàtalo falda del cappuccio
(cfr. il lucch. ^r;Y^o/a lobo inferiore dell' orecchio, bargiglione), ^r'tofo?
ciòtola^, falòtico (cfr. Diez s. falò] e o.rc. malòtico maligno, potano strum.
da salassare (v. Caix st. 50), avc./ìòtola flauto, ùtile (la cui volgarità
si potrà ben mettere in dubbio, ma non del tutto impugnare), zaffetica
assa fetida, zdtico'^; ve'trice (dove altri penserà forse la sorda esser
incolume per via dell'epentesi, supponendo il tr molto antico). Con t,
per 'assimilazione progressiva': farche'tola (e farqu-)^ che è, comun-
que riuscisse mutato il suono iniziale, dall' equival. querquédiila (cfr.
* Anche cre'lano -ino. È il 'crithmum maritiraiim'; y.Qrfiuog. CiV. Caix st.
50 s. fiama.
^ Relego qui: pittima, legìttimo e 'marittimo, voci non bene assimilate,
ma che pur qualche cosa posson valere.
^ Con iscambio di suffisso e con metaplasmo, da teuthi'de {zev^ig 'lo-
ligo'). Può esser voce originaria del Mezzogiorno (e allora proverebbe ben
poco per la nostra tesi), ma anche del littorale toscano, A ogni modo è
notevole, in quanto ci offre un sicuro esempio d'o da e u in voce d'etimo
greco (cfr. XV 184 n).
* Non par separabile dall'equi'/al. e otyla y.otvlri. Il e si spiegherà forse
per la 'contaminazione' di qualche sinonimo. Non felice la dichiarazione del
Diez, che connetteva questa voce a docciare succiare.
^ Cfr. Kort. 4068. Circa l'origine del quale, credo che desse nel segno il
Ménage, proponendo exoticus. Con tutta ragione bensì a questo proposito
il Diez si rifiutava d'ammetter z it. da x. Sennonché si deve qui trattar
veramente di i (-ii-) da un s, che s'otteneva per riduzione 'semi volgare'
in es'ótico (cfr. es'ame esémpio, di fronte a sciame scempio, ecc.). Rispetto a
codesta equazione fonetica, cfr. XV 187 s. razzare. Agli esempj, che ivi s'ad-
ducono, posso aggiungere intanto: bazzotto fra sodo e tenero, \\iq,c\\. bus' otto
sodo (agg. di 'uovo bollito'), per cui lo Zanib. 126 proponeva felicemente il
ted. besotten bollito. Lo svolgimento concettuale in zotico sarà poi quello
stesso che in strano, \\ quale da 'straniero', e perciò 'nuovo', 'insolito',
venne a dire 'stravagante', e dipoi 'ruvido', 'rozzo' (cfr. domèstico per 'gen-
tile', 'alla mano').
Le esplosive sorde tra vocali. 383
FI. IV 385); nonché piètica (ali. o, 'piédica) cavalletto per il legname da
segare, cioè pedica (cfr. Kòrt. 5989).
Sola eccezione: redine -i (plur.); ma civ. òréttine qui sopra.
Con p: pàpero (che va con papa, v. Kòrt. 5867); atre'pice, cimiero
-pro (e clppero), disce'poìo ^, làpide -a, dpcra Qpra^ ripido -, are. scià-
yido 0 scipido ^, strèpilo *, tiepido^ tràpano, vipera.
Dei nomi stònan soltanto: 2Jo'rÉ?>-o e a.Tc.pe'vere (onde impeve-
ì'are), pe' quali anche si potrebbe pensare a dissimilazione. Un
caso 'sui generis' è bubbola (cfr. al § III), ove ìa seconda sillaba
fu forse fatta uguale alla prima.
§ V. — Circa il verbo, a cui ora veniamo, dall'una parte si di-
rebbe die al Mey.-Lb. paja normale (e invece sarebbe davvero cosa
affatto singolare e inaudita) l'alternar che avvenisse, ad esempio, di
piagere con piace\ giacché la prima di queste forme egli cita dall'ant.
senese contro piacere, che è alla sua volta giustificato con la seconda
(v.It. gramm. § 198 e 209; e cfr. l'analoga osservazione rispetto a grato
e gradivo, § 205). Assai più probabile, anche 'a priori', che esercitino
invece le forme arizotoniche, di gran lunga superiori per numero, un'in-
fluenza livellatrice sopra le forme rizotoniche, come infatti vediamo
accader non di rado. E dall'altra parte, se non erro, il modo onde
il Mey.-Lb. cita i suoi esempj lascia forse sospettare una specie di
'contraddizione teorica'. Al § 198, dove si parla della sorda postonica
che rimane inalterata, egli parte dalle forme piane del pres. ind. ed
ammette implicitamente che la sorda si mantenga per infl, di esse pur
^ È una delle voci che si mantennero bensì sdrucciole idisce' polo, e non
*dlsceppio), ma che risultano di tradizione volgare per la normale vicenda
della vocal tonica.
^ Alla formazione del quale, se anche è da ripa (v. Diez s. v.), dovè di
certo contribuir rapidu, in quanto venne a dire 'erto' (cfr. Suppl. Arch.V
135); ma potrebbe fors' anche non esser che questo, con mutamento della
tonica dovuto a ripire (cfr. XV 188 n), la cui connessione con ripido a tutti
par di sentire.
^ Poi sciapito 0 scipito, cfr. al § III.
* Voce sicuramente non letteraria; e gioverebbe rintracciare un are. *strié-
pito (ma il dittongo si dovè semplificare più presto che in criepa ecc., a
causa del triplice nesso iniziale), che ce n'attestasse la piena volgarità.
384 Pieri,
nelle forme dove risulta protonica [piace, onde piacere, ecc.); dove
poi al § 208 egli parte da queste ultime, che dovrebbero aver modelr
lato le altre sopra di sé {tnudare, onde muda, ecc.); e finalmente per
rice'vere, al § 212, l'alterazione della labiale sorda latina si considera
come avvenuta nel proparossitono, che è quanto dire nella forma del-
l'infinito, e da esso estesa a tutto il resto della conjugazione.
Ma passiamo senz'altro agli elenchi, studiandoci di raccoglier me-
todicamente gli esempj, secondo i posti diversi che la sorda occupi
rispetto all'accento ^ :
Con e: ricatta -are, ricordare, fracassare (che altrove pare im-
portato di qua; cfr. Scheler s. -asser), ricamare (v. Diez s. v. );- are.
tracoitare -otore '(' cogito ' ; a.nc'o^^v tracotante -anza);- vacare (che in
certe accezioni dovè essere schiettamente volgare), are. mand- e ma-
nucare, mendicare, sprecare'^ ', e con mutato suffisso: faticare, slvc. e.
Yolg.casticare;- màcola -are percuotere a.mma.ccdi.ndo, piagnucolare,
[sollùchera -are, cfr. Caix st. 157] ;- càrica -are, masticare, pizzicare,
solleticare^ vendicare, e tutti gli altri simili ^.
Parecchie qui e gravi le eccezioni: aguzza -are {atv. aguto al
§ III) ;- paga -are, annegare, pregaì^e, segare, intrigare e stngarey
fregare, frugare (cfr. XV 214-5), p/e^^are, affogare e soffogare^
asciugare (cfr. sugo al § II). Ala per segue -ire (e se'guita -are)^
dileguare, cfr. ciò che è detto di eguale al § III.
* Si tolleri che io mostri, in quest'occasione, coi cinque esempj che fo
qui seguire, le diverse sedi ove rispetto all'accento viene a trovarsi una
sorda (in questi esempj il e), secondochè essa, al sng. del pres. ind. o del
congiuntivo, sia protonica o postonica in voce piana o sdrucciola, o in sil-
laba finale di voce sdrucciola. Ecco dunque: tracolla, tracollava -asse, tra-
collerai ricapita, ricapitava, ricapiterà'^ reca, recava, recherà' màcola, ma-
colava, macolerà; indica, indicava, indicherà. Ne risultano in complesso ben
otto posizioni diverse.
^ Se trovassimo un ara. *sprieca, esso confermerebbe l'etimo *exprècarì
(cioè 'mandare alla malora'; v. D'Ovidio, Grundr. I 512), che pare quanto di
meglio si sia proposto fin qui; e insieme questo verbo farebbe, per la sua
volgarità che risulterebbe certa, un singoiar contrasto a pregare.
^ A codesta ben lunga serie s'aggiunsero, cambiando il sufi, o l'uscita:
are. mìtica -are e navicare, le'tica -are; corica, -are; are. mànica -are.
Lo esplosiva sorde tra vocali. 385
Con e': riceve i-ere, re- o riciclerei [maciulla -are^^'- racimola
-are]- giace -ere, piacere, tacere; rece i-ere, cuocere, nuocere', dice -èva,
fa[c.e'\ -èva, conduce -èva-- bucina -are^ gracidare-, recitare, lacerare^
macerare; luccicare.
La soaora qui soltanto in vagella -are (v. Canello III 322).
Con t: fatica -are^ protestare, [are. batassare scuotere agitando];
protegge -ere',- dilata -are, sfatare, are. guatare, vietare, invitare 'fare
invito', irritare, tritare, insetare innestare, nuotare, ajuiare, attutare.,
mutare'^, rifiutare, salutare, starnutare.^ potare, fiutare ; puo{te], potere '^
mietere, rip-jtere e competere, scuotere e percuotere', paté -ire^, pute
-ire', nitrire {tr second, ; v. FI. 11.381 ; e cfr. ve' trice al § IV);- farnetica
-are, letica -are, solleticare, [sgretola -are, lucch. sgretola, cfr. Caix
st. 155; avo. ruticare bucicare] ; scotola -are ^', scaturire- tre' Itola -are
(cfr. XV 220);- merita -are, compitare, ed ì parecchi altri simili.
Contraddicon soli alla norma: sodisfa -are^;- grida -are, gui-
dare (cfr. Kòrt. 8905) ;- a,rc. me' scida -are e strepidire empir di
strepito {cfv.strepidio); povera messe.
Con p: ripete (il p è dopo cons. in compete i-ere), strapazza -are
(cfr. XV 199), strapanato strappato, stropicciare (lucch. strep-) '' ; racca-
' Movendo dal nome (cfr. Diez s. v.) anziché dal verbo, l'esempio dovrebbe
piuttosto andare al § III. Del resto, inclinerei a vedere qui una variante fo-
netica di macellare.
^ In cui par che si fondessero o confondessero gracillare e glocidare
(v. Georges; e cfr. Mey.-Lb., Rom. gramra. 1 353-4).
^ Per mudare, il Mey.-Lb., non escludendo che sia voce importata, pensa
che possa anche ripetere il d dal nome, dove a parer sub è regolare (v.
Zeitschr. XXIII 477). Sennonché muda, come anch' egli ammette di certo, è
un deverbale ; e il dichiarar mudare con esso è proprio un far nascere il
padre dal figlio!
■* ìJa.vc.padire digerire (anche in quest'accezione fu molto più in uso pa-
tire; V. il Voc.) è forma dialettale dell'Alta Italia; cfr. Can. Ili 384.
^ Da scuotere o, più anticamente, da escutere; e scotola stecca per di-
liscar la canapa o il lino, deve essere il suo deverbale.
'^ Naturalmente, se ponessimo sodisfa, questo verbo non dovrebbe occu-
pare più il posto che gli è assegnato. Lo stesso si dica de' verbi citati in
-ire, che assunsero al presente la forma seriore d'incoativi.
''■ Propongo ad etimo *strepitiare (' strepi tus'). Il verbo it. significò pro-
priamente 'fregar co' piedi', o meglio - come io credo - 'far rumore fre-
386 Pieri,
-pezza -are;- dial. capare (ali. ad are. capp-), v. Asc. XI 430, crepare
{q.vc. criepa), scip- o sciupare; stupire^', sa[pe], sapere; cape -ire,
rapire {civ. rapina al § III), a.rc. strejnre, concepire { a.vc. concepe), ri-
pire; sopire;- capila e scapita -are;- (fccupa -are.
Fanno intoppo: riceve ^ere (a cui naturalmente do assai mag-
gior peso che all'are, rice'pere; cfr. ricepe, Farad. 2, 35; 29, 137);-
sce'vera -are, rimproverare -, ricoverare. E ancora : pigolare ( da
*piu- di f. a.) ^.
§ VI. — A complemento di ciò che è stato esposto fìnquì, pi-
gliamo in esame gli esemplari che offrono la sorda seguita da r (cfr.
Mey.-Lb., It. gr. [1890J § 239; ma, per tutto ciò che in ispecie con-
cerne la combinazione più importante, tr, v. Ascoli, X [1886] 87-88).
Di questi, mantengon la sorda dopo la vocal tonica: sacro -a"*; lucch.
catro cancello ^, Pietro ^ e pietra.^ dietro, vetro, ?nUria ( ali. a m'itera ',
gando co' piedi'; e poi, presa la causa per l'effetto, 'sfregare' o 'strofinare'.
Cfr.il sost. stropiccio che in origine disse "strepito', e male è spiegato in
più esempj del Voc. per 'travaglio' od 'affanno'.
' Se la tonica è i, persiste o facilmente s'ottiene per ricorso nella pro-
tonica M da ìi {civ. fuggire, onde fugge, ecc.); sicché nulla è in codesta voce
che n'indubbj la volgarità. Lo stesso si deve dir d'i protonico da i, quando
s'abbia e tonico (cfr. vitello, ecc.).
^ Sgombrerei (e forse non a torto) il campo da questa eccezione, ammet-
tendo col Mey.-Lb. (Rom. gramm. II 514), che sia qui avvenuto un compro-
messo tra reprobare e improperare.
' Anche di questo ci libereremmo, supponendo come i.a..piolare (v. Diez
s. piva; Mey.-Lb., It. gramm. 124), che è del dial. pistojese. Sennonché questo,
viceversa, può esser da pigolare, con ettlissi {c'ii'.aùto da aguto, ecc.)! E il
ìncch.. piulare lamentarsi a torto per malcontento (trisill.), pist. pù<rare pian-
gere (de' bambini), par che accennino piuttosto a plorare (cfr. Kòrt. 6227).
* Credo questo lo schietto continuatore di sacru -a, e che sagra, alla
sacra, festa (e sagro, ali. a sacro, falcone, Kòrt. 1642) non sia del tose, centrale.
^ Il persistere della sorda in questo esemplare parrebbe un argomento
a favore del novello etimo proposto dal Salvioni (cratis; Zeitschr. XXII
467), in quanto il tr sorto in catro per la metatesi potrebbe essere abba-
stanza tardivo; sennoché la sorda è anche del ni. Chiatri (cfr. XII 118)! S'op-
pongono del resto il suono iniziale e il diverso genere (cfr. grata, sost.).
® Piero (e mi dispiace anche pel mio cognome!) non è di fonia toscana,
malgrado il già frequente 'San Piero\ ma è forma gallica o gallo-italica
{ivnc. Pierre, boi. ant. Pier e moA. Pir, ecc ).
Le esplosive sorde tra vocali. 387
botro, gire -o\ capra, vepro 'prunus spinosa' (cfr. il ni, lucch, Viépori),
sopra; nonché ìppre e ginepro, ove il nesso è secondario.
Mostrano invece la sonora: agro -a, magro a, lagrima', are.
adro -a, ladro, madre e padre, poliedro (cfr. il sen. pollerò). Come
si vede, fuorché nell'ultimo esemplare (il quale anche pel Mey.-
Lb, é un'eccezione) il digradamento avvenne in una formula, ove
le 'seduzioni' della sorda erano due (a' precedente, r seguente);
e non fa meraviglia se in molti casi essa dovè cedere. Ometto al-
legro, perchè tutti, credo, vi riconoscono ormai un francesismo;
e lampreda (cfr. Diez s. v., Asc. X 88 n ; che per la metatesi, an-
tica, potrebbe anche andare al § II), in quanto pur questa non ap-
paja voce toscana d'origine.
Conservano la sorda avanti la vocal tonica: terracrépolo o lat-
ticrépolo 'picridium vulgare ', atroce, atre'pice, cutre'ttola, 'matrigna e
patrigno-', aprile, caprdggine, capretto, cipresso, ciprino carpione, so-
prano, nonché latrare (già dell'uso volgare ; v. il Voc. it.), aprire e co-
prire, dove il nesso provenne da sincope. E in seconda protonica: ve-
triolo, s^YC. petrose molo', capriolo, a^vc. -latto. A questi esemplari pos-
siamo aggiungere i meno antichi o d'etimo incerto: catrame (v. Diez
s. V.), citrullo (Caix st. 102), soccotrino agg. d'una specie d'aloe ('So-
cotra'), nonché ave. catricola palizzata, cetr- o citracca (che danno per
arabo: ceterach, capriccio e avccaprezzo"^, caprùggine intaccatura
delle doghe (sec.il Galvani: ^caperugine, da caperà re increspare),
che hanno o pajono avere un tr o pr secondario.
* Nasce nei luoghi erbosi e anche per le muraglie antiche (v. Targ.-Toz-
zetti e Tramater). Per -crepolo penso a *c ripide, da picride, che è
pure una specie di lattuga (v.Forcell.). La metatesi potè essere agevolata
da crepare, in quanto il terracrépolo anche germogli nelle screpolature
o crepacci. Il primo termine dovè servire in origine a distinguer la pianta
dei prati da quella dei inuri; e rispecchierà un genitivo {ch.terrangce o
'castagna di terra'). In latticrépolo vedremo a ogni modo la stessa voce,
rifoggiata su latticino (cfr. la e tu ca), altro nome della stessa pianta.
** Le forme madrigna e padrigno, rifatte su joadre e madre, furono e sono
di scarso uso.
^ Questo caprezzo, brivido che fa arricciare i capelli (Dittam., i 6), è ca-
priccio, usato già nella stessa accezione, fuso o confuso con ribre'^zo. Nes-
sun dubbio che sia qui i5 e non zz {:: rezzo).
38S Pieri ,
Colla sonora: luccli. lograre (consumare, metaf.) e it. logorare
(XY 170 n)^ sagrato^ segreto; e in seconda protonica: sagrestia
-estano e sagrameiUo, agrifoglio. Ma ladrone e padrone son ripla-
smati su ladro e padre ; e a nudrire e nudricare (anche nodr-) pre-
valgono di gran lunga i divariati con sorda, che son di certo i
genuini; e lo stesso si dirà de' botanici ce- o citriolo, matricina -a
e matricale -a (a cui cedro e madre non riuscirono a imporre la
loro sonora) rispetto a cedrlolo^ ecc. Per madornale^ v. al § III. E
cavretto e cavriuolo -'iolo furono e sono dell'uso scelto e poetico, e
però facilmente esotici; e voce d'accatto è anche sovrano, limi-
tato nel comune uso all'accezione metaforica. L'are, hiohhio (ali.
a prQhhio\ Gr. Vili.) è un caso d'assimilazione assai antica (cfr.
obbrobrium, Schuch. vok. I 125-6).
§ VII. — Siamo cosi al termine dell'assunto; e vuol dire che ab-
biamo compiutamente dimostrato la normale incolumità dell'espi, sorde
tra vocali, sia in postonica e sia in protonica; e abbiam misurato in
sieme il quanto e il quale degli esempj in cui la digradazione si av-
verte. Gioverà ancora insistere sull'osservazione, che delle esplosive
la gutturale si mostra assai più propensa a digradar tra vocali che
le altre; ciò che del pari si avverte per la stessa esplosiva quand' ó
iniziale. Mentre infatti i e p iniziali resistono costantemente, e ini-
ziale passa non di rado in ^, sia o no seguito da r. Ed ecco la lista
degli esempj ormai sicuri o grandemente probabili: gabbia.^ galazza
(v. Caix st. 110), c/amÒÉ^ro, gànghero, a,rc. garbo aspro, brusco (v. Diez
s. V.), garòfano^ garzare e garzone -uolo, gattabuia (v. al § III), gatto
-rt, golfo, góìnito, gonfiare, gorgoglione.^ gufo', galappio ', ixrc. gale/fare
schernire (v. Kòrt. 1505), (/ayi'Z/rtre, ave. galigajo conciatore di pelli (ca-
ligari us, V.Georges; cfr, Salvioni, Postille s. Y.),gastigare., ali. a for-
me parallele con sorda ^ ;- grasso., grata -ella e gre' ola, grattare (clr.
Kòrt. 4ò7b), gremire ghermire., greppia, grispignolo (crispu), grotta.,
gruccia., groppo -a e gruppo (v. Kòrt. 4587); nonc\\è granchio, gridare,
^ Secondo lo Zamb. 185 da un aat. klappa trappola, laccio (e allora sarebbe
il deverbale di calnppiare). Ma forse abbiamo qui cappio fuso o confuso
con laccio.
^ Escludo, come voci esotiche: galera -ea (v. Can.III 301 e "05) q gamella.
Le esplosive sorde tra vocali. 389
grongo, gruzzo ^olo ', che sono esempj per cr secondario; e insieme
V Sire, grollare ali. a croll--. Cfr. Schuch., vok. I 124-5.
* Disse in origine 'raunamento' (per 'mandra' di buoi occorre nel Dittanti,
e per 'crocchio' di persone è nel Gir. Gal v.), e poi 'mucchio' o 'mucchietto'
per Io più di denari. Tengo per certo che esso sia il nome estratto da
*cruzzolare (cfr. Caix st. 52; e ruzzola da ruzzolare^ Kòrt. 6997). L'are.
gruzzo, anziché esigere a sua volta un *gruzzare corrotiare (che del re-
sto non avrebbe nulla di strano), sarà facilmente il positivo che si ricavò
dal supposto diminutivo. In contrario, cfr. Kòrt. 3792.
~ Quanto a esplosiva iniziale seguita da r, par che il p offra anch'esso
un esempio sicuro di digradamento in brina (v. Asc. I llln.). Ma l'are. &n'-
vilegio fu raccostato a &)vye ' lettera'; brizzolato, di fronte slIV ave. pri zzato
(v. Diez s. sprazzare; e Q,h\brizzatino specie di fungo) fa rifatto sull'equival.
brinato (v. il Voc.it.); e hrugna e brùgnola non è roba toscana {brunella
'prunella vulgaris', detta anche 'erba mora' o 'morella', si risente iXìbriino).
NOTE DI GIOVANNI FLECHIA,
EDITE DA Giuseppe Flechia.
1. fiorent. calenzuolo.
Questo nome d'uccello è dato dal Fanfani come sinonimo di
verdone; ma il sign. Buscaino ^ vuole che esso dinoti solo una
varietà della medesima specie. Credo che in questo il Buscaino
prenda errore e che calenzuolo e verdone siano veramente si-
nonimi e dinotino entrambi una stessissima specie {fringilla
clil07ns di Linneo); se non che calenzuolo è il nome usato dai
Fiorentini, mentre verdone è quello che adoperano non solo i
Pisani e altri luoghi della Toscana, ma, salva la forma dialet-
tica, si può dir anche l'universale degli Italiani. 11 Fanfani non
fa pur cenno di quest'uso limitato e proprio dei Fiorentini, e
mentre sotto calenzuolo ne dà per sinonimo la parola verdoìie
^ A. Buscaino Campo, Studj di filologia italiana, Palermo 1877, p. 166.
390 Giov. Flechia»
e ne porge la definizione, (orna poscia a ripeter questa con altre
parole sotto verdone, senza pur nominar calenzuolo. Ora a me
pare che il meglio sarebbe stato dire semplicemente, sotto ca-
lenzuolo : « nome che i Fiorentini danno alla specie d' uccello
più comunemente nota sotto quello di verdone » ; e a scanso di
ripetizioni, sotto questo soltanto darne la definizione.
Avvenendomi di citar calenzuolo, ne colgo volentieri occa-
sione per notare come qui veniamo ad avere calzantissimo esem-
pio di voce fiorentina la quale, al parer mio, contro la regola
generale deve nell'uso comune degl'Italiani ceder luogo all'e-
quivalente verdone adoperato, come si disse, in una parte della
Toscana e in quasi tutta l'altra Italia; e ciò non tanto perchè
questo nome sia proprio di pressoché l'universale della nazione,
quanto perchè esso importa vivo un concetto generale e carat-
teristico dell'oggetto designato, il quale dà così a questo vo-
cabolo la qualità essenzialmente propria del nome considerato
nella primitiva sua applicazione e lo rende meglio atto a ri-
spondere al sentimento universale, dove calenzuolo è nome che
per sé stesso non potrebbe più avere implicitamente alcun va-
lore nella coscienza degl'Italiani, e potrebbe quindi applicarsi a
dinotare tanto un essere di color verde come di altro qualsiasi
colore, e cade perciò nel novero delle voci che quanto al si-
gnificato intrinseco e primitivo si possono dir morte in perpetuo
o solo capaci di vita fittizia, racquistata, per cosi dire, mediante
la galvanizzazione dell'etimologista ^.
Ma, ci si dirà, volete voi dunque cassare dal vocabolario il
nome calenzuolo, già usato da buoni scrittori, e privar quindi
la lingua di una voce leggiadra e di conio al tutto italiano? —
Mainò! Viva pur questo vocabolo cosi sulla bocca dei Fioren-
tini come nella penna degli Italiani; ma si usi solo mediante
una data restrizione; cioè, mentre la parola verdone sarà ado-
perata cosi nella scrittura come nel parlare in cose d'uso ge-
* Non è questo il luogo d'indagar l'etimologia di calenzuolo; ma non du-
bito d'affermare come questa voce non si possa etimologicamente sconnet-
tere dal bolognese cavrenzól o cavrinzòl (verdon cavrinzol = verdone), la
qual forma sembra più vicina alla primitiva che non la fiorentina.
Note diverse. 391
nerale, cotidiano, pratico, positivo, nazionale, il calenzuolo dei
Fiorentini, come anche il verdello dei Senesi (che pure avrebbe
meritato di essere registrato od almanco in qualche modo accen-
nato, e non fu, dal Fanfani; e che, dove non ci fosse verdone,
sarebbe, per le ragioni sopra dette, meglio atto a diventar na-
zionale che calenzuolo non sia) si riserbino per quelle scritture
dove la favella pellegrina e più o meno artifiziata non solo non
è difetto ma è talvolta pregio o necessità, come principalmente
accade nella poesia ; ed anche in quelle prose che, destinate spe-
cialmente a lettori di più squisita cultura, affettano quell'attici-
smo od urbanità della lingua che negli antichi Toscani era na-
tura ma che può solo attuarsi come opera d'arte dai non Toscani
d'ogni età e, sto per dire, eziandio dai Toscani moderni. Né si
creda che con questo uso comune di voci non fiorentine od anche
non toscane si venga a porgere argomento contro la fiorentinità
0 la toscanità dell'italiano; perocché quando pure verdone non
fosse, come è veramente, proprio eziandio di una parte della
Toscana, esso avrebbe pur sempre il marchio della toscanità
nella forma, la quale non sarebbe né siciliana {virduni), ne
piemontese {verdon), né quale altra particolare possa esservi
in un qualunque dialetto non toscano, ma si foggiata in guisa
atta a rispondere a quel tipo che gl'Italiani per mezzo della
comune favella, formalmente originata dal dialetto toscano, ven-
gono nella loro coscienza a riconoscere come tipo della lingua
nazionale, e che, storicamente parlando, è tipo primitivamente
toscano.
2. sen. capifuoco.
Già nel suo Vocabolario della lingua italiana (1855) il Fan-
fani aveva dato questa voce senese , sinonima del fiorentino
alare, come formata nella sua prima parte non già da capo
secondo che vorrebbe la naturale sua interpretazione, ma bensì
dal verbo capere, vedendoci egli un composto equivalente a
chiudifaoco. Questa singolare e al tutto speciosa etimologia venne
combattuta con assai validi argomenti dall'amico mio Prospero
ViANi nel Dizionario di pretesi francesismi ecc. Ma le furon
parole al vento. Il Fanfani, senza darsene minimamente per in-
Archivio glottol. ital., XV. 26
392 Giov. Flechia,
teso, ripete testualmente quella sua etimologia nel Vocabolario
dell'uso toscano. Le ragioni addotte dal Viani mi pajono più
che sufficienti per provarne l'insussistenza ; ma siccome il grande
argomento del Fanfani è che al singolare dicesi capifuoco e non
capofuoco, quasi che non si dicesse anche capinero, capipopolo,
capitombolo, capitorzolo ecc., e non fosse anzi una proprietà
del toscano e dell'italiano, ereditata dal latino, il terminare ge-
neralmente in -i la prima parte di tali composti, come verbi-
grazia in caprifico, coditremola (cfr. Flechia, Arch. II 325),
pettirosso e va dicendo; e quasi che l'idea di capo in cosifatti
arnesi non fosse assai naturale, e non rinchiudesse fuor d'ogni
dubbio il capitone degli aretini ^, che il Redi reca nel suo ' Vo-
cabolario' e il Fanfani registra ancora egli come sinonimo di
alare', cosi agli esempj della forma singolare di capofuoco già
allegati dal Viani ne aggiugnerò, oltre all'ancora non citato ca-
pofuoco dei Napolitani, un altro pur non avvertito, che pel Fan-
fani dovrebbe essere di grandissimo peso, perocché io lo tolgo
dall'antico senese, cioè da quel dialetto, donde appunto venne
ad introdursi nel vocabolario la parola capifuoco. Quest'esempio
trovasi nell'inventario del 1492 della Compagnia della Madonna
sotto le volte dello Spedale di Santa Maria della Scala di Siena,
pubblicato dal De Angelis {Capitoli dei Disciplinati della Ve-
* Non credo che sia punto ammissibile l'etimologia data dal Parenti e
citata dal Viani dell'equivalente cavedone o caudone modenese, fatto ve-
nire dal lat. caudes. Cavedone e caudone, o, diremo piuttosto, cavedon e
caudon non possono essere altro che due forme vernacolari di quel mede-
simo nome di barbara latinità (capito, capitonis) che nell'aretino suona
capitone e che nell'Italia settentrionale prende le forme che porta la natura
de' suoi dialetti, quali sono per es. il caveon dei Veneziani, il cavedó dei
Bresciani, il cavdon dei Parmigiani, Bolognesi, ecc. E perciò cavedon sta
a capitone come cavester a capestro; e caudon non può essere altro
che un sincopamento di cavedon, come lo sono per es. caudein di cave-
dei» = capitino (capezzolo), caudagna di cauerfa^na = capitania; sincopa-
mento per cui la semivocale v venendo in contatto immediato colla seguente
consonante passa naturalmente nella corrispondente vocale u, come ciò
scorgesi essere intervenuto verbigrazia nel latino fautor da favtor (fa-
vitor), lautus da lavtus (*lavitus, participio di lavere), gaudeo da
gavdeo (*gavideo: cfr. gavisus).
Note diverse. 393
nerabile Compagnia ecc., Siena, 1818, in 8", pag. 130, num. 194),
dove si legge : uno capofuoco vecchio e rugginoso. Che ne dice
il sign. Fanfani?^ Vorrà egli ancora credere che osti alla deri-
vazione da capo la forma singolare di capifuoco ?
3. lemhrugiare. lemhrugio.
Registrati entrambi distintamente e senza accenno di connes-
sione tra loro, sebbene il primo, che il Fanfani presenta solo
come proprio dei Pistojesi, abbia al tutto l'aspetto di verbo de-
nominativo derivato dal secondo ch'egli reca come usato dai
Lucchesi e dai Pistojesi. Hanno essi veramente i Lucchesi sol-
tanto l'uno e non l'altro ? Ciò pare inverisimile. Ecco intanto
un nome ed un verbo che, se non piglio errore, non hanno
corrispondente nella lingua comune, e che, in difetto di meglio,
potrebbero essere adottati dal vocabolario comune. Dico in di-
fetto di meglio, sembrandomi poco probabile che manchino di
voci equivalenti il fiorentino e le restanti varietà di volgare to-
scano, mentre le posseggono altri dialetti d'Italia come verbi-
grazia il piemontese che ha susnè, susnon, rispondenti appunto
di significato a lemhrugiave, lembrugio, ma diversamente ori-
ginate, perocché nel parlar subalpino il nome è manifestamente
un derivato del verbo, mentre il contrario sembra aver luogo
nel toscano. Ho detto credere che non vi siano voci equivalenti
nell'italiano e in questo mio credere mi conferma il non ve-
derne citati dal Fanfani, il quale dà poi delle due voci defini-
zioni piuttosto vaghe e non al tutto concordi, tanto che io re-
puto essermi fatto un giusto concetto del loro significato piut-
tosto ajutato dalle voci piemontesi che non mercè di esse di-
chiarazioni. Le quali sono le seguenti : cioè per lembrugiare
«andare attorno per un luogo dove si prepara desinare o cena
per vedere di assaggiare qualcosa di ghiotto » ; e per lemhru-
gio : « colui che è avido di cibi e vivande delicate, ghiotto, go-
loso». Nel piemontese susnè (e in varietà provinciali anche
* [Questa pagina evidentemente fu scritta anteriormente alla morte di
Pietro Fanfani.]
394 Giov. e Gius. Flechia, Note diverse.
suste) suona « guardare con certa avidità quasi supplichevole e
manifestata principalmente dall'espressione del volto (secondo
che fanno specialmente i ragazzi e i cani) persona che mangi
cose ghiotte od anche che mangi semplicemente » ; e per esten-
sione «bazzicare o aggirarsi intorno a luoghi o persone con
fine di cavarne qualcosa da mangiare » ; susnon [suston) sta poi
a susnè {suste) come, verbigrazia, mangione a mangiare, ciar-
lone a ciarlare ecc. Come ognun vede, i verbi agognare^ ap-
petire, golare ecc. e loro derivati hanno senso troppo generico
perchè possano considerarsi quali corrispondenti a lembrugiare
e susnè; e sarebbe quindi da cercare se il dialetto toscano non
abbia qualche altro equivalente, e in caso affermativo scegliere
quello che può parere il meglio adatto à far parte della lingua
comune. Altrimenti si potrebbe accettare senza più lemhrugio e
lembrugiare, salvo il caso che qualche dialetto non toscano,
massime dell'Italia meridionale, avesse, da somministrare all'uopo,
voci equivalenti, di chiaro significato e di forma italiana o fa-
cilmente itàlianabile.
[Continua.]
genov. umiu.
Detto di persona, vale 'affabile, socievole, compunto, ecc.'; detto
di cose: 'morbido, tenero'. È il lat. humilis, con la solita ridu-
zione di terza in seconda; onde hùmero nell'ant. genov., e normal-
mente wniu nell'odierno. Nelle antiche 'Prose Genovesi', è frequente
1' humero nella schietta accezione di ' umile ' ; cosi : sposa humera
53'' I, ecc. Ma c'è un passo, in cui è come profittato della massima
differenza che interviene tra il valore proprio ed il metaforico, cioè
tra 'umile' e 'morbido', ed è questo: dixe sani bernardo, che lo pu
aspero cardon si fa lo drapo pu humero, cosi pu aspero habito et
vestimenie si fa la mente pu casta et pu humera, IP, pag. 17; tal
quale come odiernamente si direbbe : se fa u drappu cu umiu (mor-
bido). L'originale latino: asperior carduus pannum facit le ni or em
sicut asper habitus carnem facit castiorem.
Giuseppe Flechia.
APPENDICE
ALLE PAGINE 303-326 DEL PRESENTE VOLUME.
L'anticipata distribuzione delle pagine qui sopra citate ha portato
con sé che la molta benevolenza di parecchi compagni di studio mi
desse modo di approntare quest'Appendice in tempo ancora di stam-
parla nella stessa puntata in cui le dette pagine son contenute.
I. Continuatori neolatini di Ipsu-.
Pag, 306. — Il termine più settentrionale a cui, per quisso quessa,
mercè la squisita cortesia del Monaci mi sia dato di arrivare, è rap-
presentato da un'antica Passione inedita di Foligno. Cfr. l'annota-
zione che segue, sulla fine.
Pag, 306-7. — Circa la genesi di esso 'colà, costà', il de Lollis,
secondo che dalle sue lettere amorevoli mi è dato di raccogliere, ha
un suo particolare pensiero, che certamente è degno di molta con-
siderazione.
Non si rassegna egli dunque a creder necessaria una base en-'ssu
per ispiegare l'abruzzese esse, o il reatino esso, e le altre forme dia-
lettali, analoghe e sinonime ('colà, costà'). E dice: «Poiché eccu
« [ekke ecc) si mantiene in codeste zone con valore di avverbio di
«luogo, non saranno esse ecc. semplicemente plasmati su eccu, colla
« materia prima di ip s u?, . , S'aggiunge, che qualche dialetto abruzzese
« di contro a cUéhkuóe ci dà di^ste, dove, secondo me. Vie contrastante
«alla base ist- non può essere che per influsso deìVie legittimo nella
«continuazione di eccu; e ciò sta a dimostrare la prepotenza eser-
« citata da eccu su ist-, ed eventualmente suips-, adattati all'ac-
« cezione avverbiale, — , . . L'abruzzese ha : akhelld (in qualche zona :
« akhulld) asselld, alleld = qui (non lungi di qui), costà, colà, E questi
« ass- ali- non saranno essi ricalcati su akk-ì E quest'assoluta di-
396 Ascoli,
« pendenza delle ultime due forme dalla prima, non varrà a confer-
« mare quella che io pretendo sentire di psse elle da ekke ? »
Ora, io spero che il de Lollis abbia a continuare, appunto nel-
l'Arch. glottoL, il discorso che gli è piaciuto d'incominciare, per let-
tera, con me. Ma dico intanto, che l'affermazione del D'Ovidio, se-
condo la quale esso risale ad *én-sso (=»én-ipsu), sempre ancora
mi seduce, in ispecie per il fatto dell'avv. elio, il quale patentemente
risale a *èn-llo (= én-illu). E dico insieme, che questa affermazione
punto non esclude l'influenza di eccu a cui ricorre il de Lollis, ma
ben potrà mantenerla ne' giusti suoi limiti. Mi par cioè molto pro-
babile, dopo le considerazioni del de Lollis, che l'è originaria di
éllu sia facilmente e perciò anticamente passata in e, per la spinta
che ad ellu veniva da eccu, cosi prossimo ad ellu per la ragion
fonetica é la semasiologica. E avrà finito per risentirsene anche
én-'ssu. Ma il pensiero del de Lollis mi pare che ecceda nel volere
che l'avverbio esso sia semplicemente un issu con l'iniziale modi-"
fìcata per l'attrazione di eccu. Mancherebbe allora nell'avv. esso quel
fattore semasiologico che s'ha cosi manifèstamente nell'avv. elio. —
Per la geografia di elio ^ posso poi aggiungere la seguente notizia:
«In Val-d'-Orcia ho udito elio -a, -i -e, che in Val-di-Chiana sono
« décculo -a, -i -e » ; e né ringrazio molto cordialmente l'autore (F.-G.
Pumi). Par quasi un avverbio, analogicamente declinato; ma questa
declinabilità dev'essere un'illusione e trattarsi non d'altro che della
enclisi del pronome {ello-lo ecc.), la quale provoca, per dissimilazione,
la perdita di una sillaba; cfr. nel reatino: ellobi elloli ellola ellole,
allato a eccolu eccoli ecc., essolu ecc. E risaliamo, pur con l'avv. elio,
allo stesso limite settentrionale che vedevamo, sul principio di questa
Appendice, raggiungersi per quisso quessa mercè d' un vecchio testo
folignese.
Pag. 314 n. — Questa Noterella, a giudicar da certe osservazioni,
avrebbe richiesto un più largo svolgimento ; ma le proporzioni del
discorso non l' avrebbero facilmente consentito. Se io non mi acquie-
tava a nessuno degli anteriori tentativi intorno al curioso obliquo
provenz. fem. lieis leis 'lei', ai quali alludevo, ciò naturalmente non
Appendice alle pp. 303-326. 397
avveniva se non dopo averli attentamente studiati uno per uno. Cosi
l'acuta dichiarazione del Thomas, Roman. XII 334, che postula un
*illaeius, mi par sempre che provochi, a tacer d'altro, l'obiezione,
già accampata dal Meyer-Lùbke, II 25, del perchè s'avesse a man-
tenere il -s di *illaeius e non quello di illius^. Per me è come di
'persuasione istintiva' che il monosillabico Ijeis leis del provenzale
non si possa disgiungere dal monosillabico Ijess [less) del grigione; e
circa la natura dell' e nelle forme provenzali (un particolare per il
quale mi son giovato della cortese amicizia di Vincenzo Crescini),
confesso d'essermi accontentato, e accontentarmi sempre, della con-
siderazione che leis rimi di frequente con voci in 'eis estreit', pen-
sando per Ijeis [lieis] al naturalissimo influsso dei sinonimi lei lin^ i
quali rivengono ad illae-i. Sentirò, del resto, ben volentieri quel che
ancora mi si possa dir contro, — Il de Lollis si fermava alla dif-
ficoltà, da me stesso avvertita, che in Ijeis leis ci mancherebbe Y -a
caratteristico del genere; difficoltà che maggiormente egli sentiva, nel
considerare mezeissa accanto a mezeis. Ma va d'altronde considerato,
che mezeissa è nelle tranquille condizioni della declinazione nominale,
laddove Ijeis leis proviene dal molto agitato paradigma di un pronome
di terza, senza poi ripetere che ha nella prima sua parte una tal
quale distinzione del genere, distinzione a cui met- non si prestava.
Né si deve finalmente dimenticare, che punto non è logicamente ne-
cessario il postulare un ipsam per la seconda parte dell'obliquo com-
posto che è da noi riaff'ermato, restando sempre aperta la via, per
la quale s'era messo primamente il Diez, e sarebbe di vedervi un
ipsi od ipsae.
II. Di sano per intiero.
Pag. 318-20. — Non avendo io potuto ricavare, dai vocabolarj a
stampa, esempj di sano per intiero.^ provenienti da scritture verna-
' Circa la presunzione, da altri espressa recentemente, che resti oggi an-
cora qualche traccia dell'antico lieis, sia qui per incidenza notata la con-
traria affermazione dei Chabaneau, Gramm. limous., p. 178, il quale ha
forse appunto alimentato quella presunzione, col suo paradigma a p. 176.
398 Ascoli,
cole n apolitane più o meno vecchie, ricorsi alla provata bontà di
Enrico Cocchia, il quale riuscì a ottenermi quanto segue dal lessico
napolitano, tuttora inedito, del compianto Emanuele Rocco. Mi provo
a distribuire gli esempj secondo le tre categorie che a suo luogo di-
stinguevo, e noto che nella seconda categoria può parere che anche
si scivolasse alla mera significazione di 'pieno'. Per l'età degli Au-
tori, si posson vedere le 'Tavole' che son premesse al Vocabolario
del D'Ambra.
1 . Fasano : mente la lanza stette sana, Gerus, 3,34; Capasso
Nic. : vo vede si sso cuorno è rutto o sano, Son. 190. — 2. Sgrut-
TENDio: voze sentire tutta sana la storia de le disgrazie, Tiorba,
3, 2 1 ; Fasano : no munno avite sano sano de perzune, Gerus.,
12, 54; le celate sane sane, ib., 14,47; Capasso Nic.: e noe ha
lassato mponta sano sano / no tierzo de revietto de velluto ~ ;
VoTTiERo: me faggio magnata sana sana, Specch. , 109. —
3. La Violeide: ma tu lo puoje sentì no mese sano, Vern., 6;
Cerlonb: na nottata sana, Clor., 1,1; Villani [Ant.]: sana sana
nce vorria pe contarle na semmana, Ep., 122.
Pag. 319. — Molto vivo era poi il mio desiderio di conoscere, se,
di là dai confini dell'Italia, e in ispecie nella Spagna, si ritrovasse
sano per intiero anche nelle accezioni che segnavo coi numeri 2 e 3.
Una preziosa raccolta di vecchi esempj spagnuoli, che ora fo se-
guire, ci mantiene esclusivamente all' accezione che segnavo col nu-
mero 1. Devo questa raccolta al principe dei filologi spagnuoli, il
CuERVo, e mio grazioso intercessore presso di lui è stato il Teza.
Otrosi non ha de ser consagrada de cobo [la iglesia] si la
derribasen i^oco d iwco, et la fiiesen asi lahrando; ó si lodo el
techo se derrihase ò se quemase, et fincasen las paredes sanas
' Dello stesso autore, e dall'opera stessa, questi altri due esempj ancora,
dove non discerno con sufficiente precisione il significato di « sano»: ha
de cestunia [testuggine] no coperchio sano, 1, ì; avesse trovato lo lino sano
sano e le casce vacante [casse vuote], 4, 4.
^ Questo esempio ricorre pur nel D'Ambra; s. 'revietto', orlo, orlatura.
Appendice alle pp. 303-326. 399
(Partidas, I, 10, 19: Tomo I, p. 370, Madrid, 1807). - Sepa
que ha otro seso encobierto; ca si non lo supiere, non le terna
prò lo que lei/ere; asi corno si home levase nueces sanas con
SUB cascas, que non se puede dellas aprovechar fasta que las
parta è saque dellas lo que en ellas yace (Calila é Dymna,
proL: Bibl. de Rivad. LI, p. IP). - E si tomaren cabrio, o
madera de casa, o madera de cubas, o de arcas, o de trillos,
0 d'escanos, o de carros o de carretas sanas, o quebradas,
0 otra maderade casa... (Fuero Viejo de GastiUa, I, 8,
4: p. 43, Madrid, 1771). - Le parole di Svetonio (Tib. 68):
'articulis ita firmis, ut recens et integrum malum digito te-
rebraret', son cosi tradotte nella Crònica General (I, 108:
fol. 74 v°, Zamora, 1541): Los artejos de las manos muy fir-
mes,asyquetomava vna grand mangana sana e verde e pas-
sauala de parte a parte. - En aquel ano fue destroyda en
iierra de Ponto la gibdad de Neogesarea, que non finca y mnguna
cosa sana sy non la yglesia solmente (Cronica General, I,
144: fol. 127 r°, Zamora, 1541). - Se romper lo que està sano,!
Sé al pan dar una mano, / Si de corner tengo gana (Juan de
TiMONEDA, en MoRATiN, Origones del teatro esp.: Bibl. de Ri-
vad. II, p. 289»=). — Queriendo alimpiar la cana del polvo, puso
la punta mas delgada della en iierra, y cargo tanto la mano,
2ue saltaron dos pedazos, que cada uno seria del tamano de
un dedo de la mano... Y acudiendo afuera un Mjico desta se-
nora, y viendo la cana entera, volvió cernendo a su madre,
diciendo, Senora, la cana està sana; la caTta està sana (Fr.
Luis DE Granada, Introducción del simbolo de la fé,
II cap. 27, § 14: II, p. 184, Salamanca, 1588. - Entonces
ereyó que el anillo se habia quebrado, y asi podia haberse ca-
ldo. Y tornandolo en la mano, vio que estaba entero y sano
(Id. ib. IV, 1, 5; IV, p. 18, stessa ediz.). — Dispón desde lioy
mas, amigo Sancho, de seis camisas mias que te mando, para
que hagas otras seis para ti, y si no son todas sanas, a lo
menos son todas limpias (^Cervantes, Quij. II, 69: fol. 264 v°.
400 Ascoli ,
Madrid, 1615). — Los arroyos que argentati / Las partes que
frecuentan, / Cristales mil que crian, / 0 sanos lor envian, j 0
rotos los aiimenian (de Villegas, Eróticas, I, 1, cani. 19;
I, p. 170, Madrid, 1797). — / Con cuànto gusto ven todos las
sutilezas de un jugador de manosi... queinar un panuelo con
llamaviva, y mostrarle sano... (Quevedo, Providencia de
Bios: Bibl. de Rivad. XLVIII, p. 196^-'0.
P. 322 n. — Dell'assai probabile esistenza di un avverbio d'antica
età: bone = bene, non s'è qui potuto toccare se non con brevissime
parole. Ed è un argomento che ne richiederebbe molte, come altri
vorrà forse mostrare in queste stesse pagine. Quando si tratti di fa-
velle in cui l'atona finale di -no -ne si dilegui anche fuor della pro-
clisi {un omo bon; el fa ben), allora avviene che bon nella funzione
di ben ci lasci spesso incerti se piuttosto di un continuatore di *bone
non vi si abbia Taggettivo bono ridotto modernamente (e per diverse
vie) ad apparenze avverbiali; come per esempio nel caso di un bon
esclamativo, che equivalga logicamente a un avverbiale bene!, ma al-
tro pur non sia se non buono! (buona cosa!). In una categoria con-
genere entrerà, con altri, anche il port. bom, di està botn = està bem.
Ma una molto ferma presunzione per èon = *bone s' ha all'incontro
nelle locuzioni dove bon resta immutato accanto al verbo , qual pur
sia il genere o il numero del soggetto, come avviene nel venez. 'pa-
rer bon 0 nel friul. pare bon., 'far buona figura'. Per l'Italia meridio-
nale, a cui eravamo condotti dal nostro discorso, méritan grande con-
siderazione i modi sul tipo di 'tres homines bono doctos de loco'
che il De Bartholomaeis raccoglieva qui sopra a pag. 327. Ivi è pro-
prio *bone, ed è insieme l'avverbio che volge a un'accezione ag-
gettivale. Dall'altra estremità dell'Italia, mi sovveniva il Giacomino
di un bon fag 'ben fatto' in ant. astigiano, cioè nell'Aliene: s'o steissi
attent... a savei quant a l'andrà via, sarà bon fag per pu sureza (ed.
mi!., p. 69); e speriamo che non rimanga troppo isolato. — Nel vec-
chio Forcellini s'avetà addirittura l'articolo bone, con l'avvertenza
che Gifanio, editore di Lucrezio, oltre l'autorità di vecchi codici, al-
legasse quella di Carisio grammatico (un cristiano della Campania);
Appendice alle pp. 303-326 401
ed è come dire che il Forcellini o i suoi collaboratori avessero fru-
gato indarno nei libri di quel grammatico; né io m'ebbi maggior
fortuna.
Pag. 322. — Modi da potersi rendere indifferentemente per 'va con
Dio!' oppure 'va al diavolo!'. Gfr. Lorenzino de' Medici nell",Arido-
sia', atto primo, scena terza: «vatti con Dio in malora, fa quel che
ti piace. »
III. VARIA.
P. 324 n. — Circa ora in accezion plurale, cfr. Meyer-Lùbke, It. gr.
p. 202. — P. 325. Già il Salvioni, Studj di fìlol. romanza, VII 205:
«... rom. cantdmio, la cui storia non si separa da quella di canta-
«vio, cantavate, e dev'essere questa: da cantàvivo s'avea per dissi-
« milazione cantdvio, e su questa forma andò modellandosi anche can-
« tdvimo, riducendosi a cantdmio ... ».
p. ;326. — L'etimologia qui proposta del venez. bigdlo, è parsa
molto limpida al Nigra '•, il quale si compiaceva di attutire il mio
scrupolo circa la scarsa presenza in età latina e la scarsa continua-
zione in età neolatina del gr. yocuXo-, con la considerazione seguente ,
suggeritagli da un caso molto analogo: «A significar la mulctra,
« abbiamo il piem. canav. §dvja, valdese §dvì/o, queirasch. ^dveo ' ca-
« tino di legno o terra cotta per raccogliere il latte e anche per altri
«usi di cucina'. Ora, qui dovremo pur riconoscere il lat. gabata
«[gabatae] ''g abita, la qual voce, comunque s'abbia a intendere
« la sua relazione col ydlpaTa del greco seriore, non ha per sé, dagli
« Autori, se non i due esempj di Marziale. »
P. 462 del XIII volume {scoglio ecc.). — Mi sia lecito profittare
di questo po' di spazio, per ricordare un altro esempio, in cui si deve
riconoscere l'esito lj da PL, e anzi senza l'ajuto di forme in cui PL
fosse in protonica, esempio che rimase stranamente negletto in tanti
» Sia in quest'occasione annotato, allato all' it. bic/oncio ecc., l'abruzzese
2njoncf 'tini stretti e alti che si caricano sull'animale, legandoli ai fianchi
del' basto' (De Bartholomaeis), curioso per la sorda iniziale.
402 Ascoli, Appendice alle pp. 303-326.
contrasti intorno a scoglio. Lo dobbiamo al Mussafia, beitr. 09, che
per l'istr. [e triest.] scajo, venez. scagio [^skago], 'ascella', proponeva
la base scap[u]la, ridotta al mascolino, com'è ^'orecchio a uri e ala
e altrettali. Poteva rimanere qualche dilficoltà circa la significazione,
poiché 1'' ascella' non é la 'scapola', e anzi n' é come l'antitesi. Ma
soccorre il venez. sottoscagio, pur citato dal Mussafia, dove non ve-
drei semplicemente una preposizione concresciuta, quasi a dire 'sotto
l'ascella', ma propriamente un composto con sotto^ per significare 'la
sotto-scapola', cioè l'ascella. Tramontato l'uso di scajo per 'scapola',
il 'sotto' parve poi superfluo.
G. I. A
Correzione. — Pag. 132, 1. 0-7. Si legga: o perchè s'abbia di qua
z (sordo) e di là i (sonoro).
LA LINGUA DELL'ALIONE.
DI
CLAUDIO GIACOMINO.
I. Cenno preliminare.
L'assunto di questo mio saggio è di studiare, sotto il rispetto ge-
netico , quella forma peculiare di dialetto pedemontano che Giovan
GrioRGio Alione adoperò nelle sue Farse carnovalesche. Videro que-
ste per la prima volta la luce-, con altri componimenti dell'Alione,
nell'edizione astigiana del 1521, e ricomparvero tal quali nella stampa
del 1560, che porta la data di Venezia. Gravi alterazioni subi poi il
loro contenuto nelle edizioni fattene in Asti del 1601 e in Torino del
1628. L'edizione milanese del Tosi (Daelli e comp. , 1865), condotta
sulla prima astigiana, si limita alle sole poesie in vernacolo, esclu-
dendo così la macaronea, e le composizioni francesi ^ Altera frequen-
temente la grafìa dell'edizione principe, e sciupa il senso di non po-
che frasi, staccando a sproposito gli elementi che le compongono ; tan-
toché, senza voler punto detrarre ai meriti riconosciuti del valoroso
uomo che l'ha procurata, si può affermar senz'altro che per lo studio
coscienzioso dell'Alione e del suo dialetto nativo è pur sempre d'uopo
rifarsi alla prima edizione astigiana.
A questa pertanto io m'atterrò nel mio lavoro-; il quale, dopo
alcune avvertenze intorno alle scrizioni (II), conterrà uno sbozzo fo-
nologico (III), uno sbozzo morfologico (IV), una serie di note lessicali
(V), e un capitoletto concernente le attinenze del dialetto dell'Aliene
con altri volgari circostanti (VI). Anticipando su quest'ultima parte,
sia detto sin d'ora che l'antico astigiano (col qual nome designere-
mo il volgare dell'Alione) risulta strettamente congiunto col gruppo
monferrino, a differenza della odierna parlata d'Asti, che è rimodel-
lata quasi per intiero sullo stampo del volgare torinese, secondo che
facilmente si può vedere dalle note versioni del Papanti.
* Che però furono pubblicate a parte.
* 1 numeri che accompagnano gli esempj, si riferiscono però all'edizione
milanese, l'edizione principe non avendo lo pagine numerate.
404 Giacomino,
L'Alione merita sicuramente pur l'attenzione dei cultori delle di-
scipline letterarie, come novatore geniale e imaginoso ch'egli è; e
anzi il brio del dialogo, la verità delle pitture, la novità delle scene,
che distinguono i suoi componimenti drammatici, non hanno forse
riscosso in sino ad ora tutte quelle lodi che realmente son loro do-
vute ^ Ma non minore è il suo pregio sotto il rispetto dialettologico,
poiché, mercè l'ardimento ch'egli ebbe di sollevare a dignità lette-
raria il vernacolo della sua terra, è a noi dischiusa una larga fonte
di parlar monferrino, più di quattro volte secolare. Nell'arguta parola
del nostro poeta si rispecchia cosi, per una parte, la vita di quei
tempi assai agitati per l'Astigiano e per tutta Italia, tra le calate dei
re di Francia, il rimescolarsi, nelle nostre terre, di Spagnuoli, Fran-
cesi e Svizzeri, lo sgomento per l'appressarsi dei Turchi, tra una folla
insomma di avvenimenti storici, che immette come una nota austera
nelle stesse follie carnascialesche di mariti corbellati, di preti amo-
rosi, di donne cupide, di vecchie ringalluzzite, e d'altri soggetti con-
generi; e dall'altra rivive una fase passabilmente antica di quel tipo
dialettale che vige tuttora, con maggiore o minore integrità, nell'ampio
territorio che movendo da Mondovi e dalle Laughe, e comprendendo
pur Acqui ed Alessandria (un tempo anche Asti), si stende fino ai
colli di Casalmonferrato.
Superfluo avvertire, che il presente lavoro sempre si riferisce, per
la fonologia, alla trattazione che è nel II voi. dell'Archivio glottolo-
gico, sotto il titolo Del posto che occupa il ligure ecc., come alla base
sulla quale si fondava ogni studio fonetico del piemontese e del li-
gure. Ritengo d'altronde non necessario il segnare in anticipazione
le abbreviature delle varie citazioni che si faranno nel corso della
ricerca; poiché, astraendo dalle opere dei maestri della nostra disci-
plina, come sarebbero quelle del Diez, del Flechia, dell'Ascoli, del
Mussafia, del Paris, e d'altri, non riuscirà diflìcile il riconoscere pur
le altre opere qui richiamate, come quelle che si citano con molta
frequenza nei lavori e negli elenchi del Mejer-Liibke, del Salvioni,
del Kòrting, e d'altri.
* Trattarono dell' Alione con intendimenti letterarj e storici, il Dele-
pierre (Macaronéana), il Cotronei (le Farse di G. G. Al.), il Tosi breveraento
nel preambolo all'ediz. mil., il Flògel, il Genthe, e parecchi altri.
L'ant. astigiano. — II. Scrizioni. 405
IL Scrizioni.
Per le vocali, son da chiarire le seguenti grafie dell'edizione prin-
cipe:
eu oeu oe equivalgono a ó; in qualche raro caso eu può essere
dittongo. — u vale di solito ù; ma sta per ù, in ciì 'con' e in po-
che altre voci. — Oli rappresenta Vu schietto; 0 può valere e per o
e per g. — y compare per il semplice i nei dittonghi ey oy ecc., in
monosillabi, in sillaba accentata ecc. ; di frequente però alterna nella
grafia con I, senza alcun motivo apparente. — Le vocali sormontate
dal tilde s'intendon seguite da nasale, se si trovano all'uscita; e al-
l'incontro nasalizzate, se precedono una nasale: china, bona Roma
tòma, ecc.
Circa le consonanti, noteremo quanto segue:
ce ci corrispondono a gè gì; ma, per eccezione, ce può anche va-
ler ^e. — qu ha il valore della corrispondente scrizione italiana. —
chla già ecc. valgono Ra ga ecc.; gè gi corrispondono a gè gi. —
Cha cho, e eh finale, equivalgono a ha ko -k '. — ghe ghl e gh finale,
equivalgono a ()e §i -f). — g all'uscita vale di solito g [clig 'detto',
fag 'fatto'); raramente sta per gh, cioè g. — ia ie io iu stanno, a
quanto sembra, per ga gè ecc. — cz corrisponde a i; z assume volta
a volta i valori di sorda {t) e di sonora [z)\ analogamente si dica
di s; mentre X, sia interno, sia all'uscita, non rappresenta se non la
sibilante sorda rafl:orzata, come quando a formola interna è scritta SS
{cassa). — ti seguito da altra vocale rappresenta la sibilante sorda,
p. ès. nella desinenza -ùon, ecc. — gi, seguito o non seguito da i,
vale 7; gn vale n.
Gli elementi in elisi son per lo più addossati, nel nostro testo, al
verbo o al nome, o cementati tra di loro. Noi li separeremo, quando
sarà opportuno, per mezzo di trattine; e non risparmiereremo gli ac-
centi, dove li richiegga la chiarezza, badando anche alla punteggia-
tura, che nel testo originale è difettosa e scarsa oltre modo.
^ Oppur -^.
406 Giacomino,
III. Fonologia.
Vocali toniche.
A. — 1. Solitamente si mantiene: pan 286, mare 'madre' 165, 193,
pra 'prato' 19, usa 'avezzo' 264, vritd 57, stai 'stato' 20, contro,
'contrada' 265, danza 59, zavàt 'ciabatte' 57, pasf 59, fag 'fatti'
187; ecc. — 2. Si riduce ad e nei seguenti casi: I. nell'-ARE degli
infiniti: andar ^ parler^ guardar, ster e sic, ecc.; — II. nella formola
AR-: érhor 253, erch 'arco' 71 294 (donde ercù 'arcuato' 253}, cher
'carro' 129, mascherpa 256; — III. per antica ragione analogica nel
solito gref: gref doeu 'grave duolo' 190, grev-agre grev-eyr 'aria
grave, fastidio' 313 76 (cfr. bon eyr 'buon aspetto' 125); e per
analogie seriori, in vea 'vada' foggiato su stea-^ nelle 3.^ pi. dei per-
fetti: portéron '2ol , andéron 127 ecc., dalle quali poi l'-er- si tra-
sportò ad altre persone del medesimo tempo, come pigléri ' presi '^
'ìnenérì 'condussi', ecc.; — IV. nell'AJ di attrazione: cìieyre 'chiare',
regre 'rare', hegre 'balie' 281, allato a ragra 50, bayra 269 ecc.,
derregr 'di rado' 265, cliegt 'caduto' 271; ìnegn 'mani' 27, segn
'sani' 188, iordegn 'tàngheri' 223, da iordan 74 296 (v. less.), cor-
tesegn 'cortigiani' 110, tramontegn 'ultramontani' ib. (ma con I'aj
intatto: mayn 102, cagn 'cani', chresiiagn) \ quegng 'quanti', tegiig
'tanti', eyg^ cioè *ajij, 'altri'. L'esemplare cilen 'cittadini' 222 da
^citegn (cfr. in altra struttura: sen seni 'santo', sen Po 2.59, seni
Alari 33, allato a segni 62, e al seint Vangeri addotto dal Renier nel
suo 'Gelindo', 9), ci olire la riduzione di ej in e. Il ditt. ej in luogo
di aj compare altresì in ége-me 'ajutami' 190, De t-eg 'Dio t'ajuti'
ib., da agér ecc., cioè in voci, nelle quali si spostò l'accento d'origine.
E serpeggia in sillabe atone: vegròre 'vajuolo' 361, egréu 'spiazzo,
suolo', megnére 'maniere' 256, tregtóra 'traditora' 259, pegld 'pa-
dellata, frittata' 63 257 ecc. — Col riflesso di -arjo, ovverosia coll'er
di fornér 228, schiopettèr 37, cavalèr 168 ecc. (cfr. Ascoli, Arch. II,
e il Capitolo della derivazion nominale), si schiera quello di -area :
gera 'ghiaja' 229, torin. gajra. — 3. Nelle formolo alv aln als
ALT ALD, Val si riduce ad a, come nel ligure; onde: saa(l)f 'salvi'
212, in rima con iraaf; ana, fr. aune, 303, v. Diez less. ; cace ' calze ',
cacz 'calzo' 5S (per eccezione: calce 285), aire 'altre' 74, ma di
L'ant. astigiano. — HI. Fonol. ; voc. ton. 407
frequente pure altr "281, altre, ecc., Montad 'Montalto o Montaldo 60,
cad 'caldo' 156 301, cada 229, fade 'falde' 207. Per contro, a for-
inola atona s'ode ancora l'w, svoltosi primamente dal l: caucér 'cal-
zari 21 271, caucid 'calzato' 153, sauciza 99 (e, insieme coli' irre-
golare salcicza 64, anche la bella forma saulciza 291), haucér 'al-
zare' 239, pauirón 'paltoniere' 161 189 '360^ paidrogna 28, scaudér
'scaldare' 158, caudéra 318. Pare pertanto che in sillaba tonica la
vocal di mag'giore sonorità si dilati a spese della vocale oscura;
cfr. nella Morfologia: ha-tu sa-tu. da '*hai-tu ecc. — Oltre al caso
ben noto di eoa evva 'acqua' 107 146, per il quale v. Ascoli, Arch. I
211 360 347 ecc., VII 516 a, Vili 320, si toccherà nella Morfologia
di altre modificazioni secondarie dell' «, dovute a dittonghi di varia
origine, come nelle 3.® pers. sing. dei perf. : andè 110, voi/é 'vuotò'
17 ecc., nelle 2.® plur. dell' imper.: lasse ecc.
E breve. — 4. Si continua per e: her 'jeri' 152 156 220, 221 (er),
260, leva 90, ven 222, ten 65, ben 58, trem 68, dex 'dieci' 278, pe
'piede' 16 18 83 92 ecc.; in posiz. deb. : derrer ' di dietro' 70; in posiz.
neolat. : vegl 'vecchio' 18; in posizione forte: belle 62, terra 'terra'
63, invern 57, taverne 58, averta ih., coerg 'coperchio' 249, aspegia
'aspetta' 67 ecc. Pertanto mancherebbe il riflesso ie, e solo reste-
rebbe d'inferirne la riduzione h\ yvry 82, che ritorna a p. 374 nella
singolare grafia di yùri^ e risponde manifestamente al fr. ivre.^ ora
portato, insieme col prov. mod. iéuvre, a ebriu, cfr. Gròber, AIwL. Il
276, e il Meyer-Liibke. Il tipo solitario: bin 'bene' 312 (torin. bin),
rappresenta, come vedremo, una distinzione dialettale, voluta dal-
l'Alione medesimo.
0 breve. — 5. Si riflette per 6 e per o. Fuor di posizione ab-
biamo ó, in coeur 52, doeu 'duolo' 190, faseu 179, aguegreu 245, mo-
cheyreu 'pezzuola' 361, oeuf 67 69 226 275 ecc., noeuf 'nuovo' 85
275 321 ecc., proeuf prope 102 254, moeuve 'muovere' 206, cheuse
'cuocere' 178, feu 'fuoco' 63 84 147 189 ecc., leu loeu 'luogo' 68
94 104 213 ecc., voeu 'vuoto' 83 283, breu 'brodo' 64 360; ed o
all'incontro, in fora for fo 'fuori' 101, 76, 97 170 237 ecc., scora
'scuola' 275, parpagliora (monetuzza) 241, bestiola 62, nova 99 104
163, hon bona a più riprese, om 'uomo', oly 'olio' 145 230 (non da
oleu, ma dalla base ridotta oli), pò 'puote' 16 63 84 98 2oi, poon
'possono' 20 32 62 ecc. — In posizione neolatina s'incontra il ri-
Archivio glottol. ital., XV. 27
408 Giacomino,
flesso ó: feuglia 156, trefoeugl 20, deuglia 'doglia' 273, oeugl 'occhi',
feiiza 'foggia' 108", tremeuza trimoggia ib, ; ma in posizione forte
unicamente o: fnol 'molle' 233, fol 'folle' 303, vols 'volle' 255, sogn
'sonno' 151, pos 'posso' 68 257 238, poss-i 'posso io' 103, og {og)
'otto', cog 'cotto', 7iog 'notte', 7naiota 'ragazza' 263; ecc. — Tro-
veremo poi, che ó ed o alternino nelle medesime voci: queste alter-
nazioni però, come altre congeneri che più tardi incontreremo, non
dipendono già da alcuna particolare incoerenza fonetica dell' a. asti-
giano, ma bensì da ciò, che l'autore varia od altera a bello studio
la parlata che mette in bocca a certi suoi personaggi, sia per farne
sentire la patria diversa, sia per distinguerne l'età, il sesso, la con-
dizione sociale, la cultura,* la professione ecc. Due vecchie ci fanno
sentire , per ben tre volte , zo ' giuoco ' 232 e bis 235, e sarà come
un arcaismo, dappertutto altrove avendosi zeu 169 321 ecc. L'orto-
lano Nicora dirà bo per 'bue' 266; ma nel prologo del Mila-
neyso ecc. leggiamo heu da lag 'buoi da latte' 290. Il facoltoso
Spranga dice beugl per 'bolle' 156; dirà invece bogl 318 la ser-
vente Minella^ il linguaggio della quale devia notevolmente dalla
parlata astigiana, come si scorge dalle forme divergenti che addu-
ciamo qui in nota'. Un prete bastonato dice: deul 'duole' 94; doglia
'dolga' 293 è voce del buffone che recita il prologo (cfr. il sost.
deuglia 'doglia' 273). Forme consuete di 'volere' sono voi volon
vogl 11 lo 125; ma voeugl 'io voglio' compare in rima con oeugl
'occhi' 31, e, senza motivo apparente, a p. 203. Allato a uncòe 308
(uhkò')^ solita forma dell'avverbio 'oggi', occorre a p. 307 la va-
riante uncó, forse dovuta a errore tipografico. Notevole che il dit-
tongo manchi alle forme femin. nova bestiola ecc., allato a noeuf faseu;
ma però si confronti il sost. plur. preuve 'prove' 205 colla voce ver-
bale pròvon 361.
E lungo el breve. 6. Fuor di posizione si riflettono per ei: can-
dèyre 54 231 ecc., téyra 'tela' 153, despéyra 'dispera' 254, seyra
^ Le divergenze accennano al torinese (rustico), e sono le seguenti: /i«i
'ho' 319, dirai 'dirò' 317, voel 'vuole' 312; iura, cioè giura, astig. zura,
318; giovon'ÒW, astig. zovon; già, astig. za 315 319; fait 314, staiti 315;
homon 317, plur. oyman 316, vardia 317, bin 'bene', dna 'cena' 312, mi-
stra 317; chesla 312, chel 317; gnant ib., astig, nent nenia; can 'quanto'
317 318, tuyt 'tutti' 310; pa, fr. pas, 312 324; vayre, astig. vuar-i 313,
L'ant. astigiano. — III. Fonol. ; voc. ton, 409
238, -pei) 'pelo' 246, 'peri', per 'pere' 79, veyì' e vey 'vero', fre-
quentissimi, rey 're' 109, péyver héyver ib., -eyva = -éha.i; in posiz.
deb. neyra 'nera' 153, ney 235 (cfr. il francese voire a p. 60). Di-
nanzi a nasale e in posizione forte abbiamo e: sen 'seno' 135, mena
'mena' 135, clima 'catena' ib., cerg 'cerchj' 106, lengue 76, pes 'pe-
sci' 292, spes 'spesso' 101, cressa 'cresca' 190, fresche 108, lettra
72, e in posiz. neol. : siireza 'sicurezza' 69, tegna 'tigna' 269, grame-
gna 101. — Deviano pur qui il participio mis 'messo' 30, cfr. lomb.
miss, e il pronome ist, ista. — Di ilj si ha doppio riflesso : aureglie,
cernegl 223, consegl 367; semiglia 'somiglia' 180, caviglia 233. —
Nella formola CE , siamo all' i secondo la tendenza francese ; cliiri
'chierico' 258 294, eira 'cera' 130 214, piasi 'piacere' (sost.) 266
283, tasi 'tacere' (verbo) 201, dna 312 (ma cena 167), asi 'aceto'
266; e cosi per CI: elùsi 'ceci' 224. — Inpm 'pieno' 169, pina 271,
occorre una riduzione che non è punto specifica dell' a. astigiano.
Piuttosto é da notare il contrasto che s'avverte tra {e 'fede', voce
in apparenza semidotta, e il conguagliato fya id. 206. — Per l'oscil-
lazione di -eyva ed -ea nel condizionale, v. la Morfologia.
0 lungo e U breve. — 7. Si riflettono per ù (scritto: ou o, di
rado u): lour 'loro' 193, gora 'gola' 172, hoi^a 259, treyiòra ib., lio-
nòyi,r 281, autròu 'altrove' 139, sason 'stagione' 283, cason 289, ie-
loux 296, privorouv 'pericoloso' 19 219 279, spoux 366 267, sposa
264, toux ' toso ' 59, tousa 267, douca ' duca ' 63 (però duz 244), croux
'croce' 59 178, louf 'lupo' 99, sorg 'solco' 266, cfo?-?a285, ong 'unti'
54, pong 'punto' 232, óncia 'oncia' 291, long 16, lonz 'lungi' 22-3,
foncz 'fungo' (sing. che pur qui sente il plur., come porcz 'porco') 73,
sot 'sotto 223, 7nond 259, profond ib., pocz poz 'pozzo' 225 150 (posiz.
neol,), vorp e volp 'volpi' 107 180, ecc. — Degno di nota il riflesso
di ultra, che è autra autr 'avanti' 69 80 109 152 ecc. Vorremmo
all'incontro: '^gtra '^gir (cfr. nm. 3, e ancora vózelo 'volgilo' 245);
ma, poiché tal particola si dovette trovar di spesso in elisi, sarà le-
cito pensare che il dittongo sia nelle origini un'espansione di g atono,
analoga a quella che si nota nel monferrino; cfr. auddr 'odore', aw-
nór 'onore', aucas'ión ecc., presso il Renier, Gel. 131, e nell'Alione
stesso il frequente austind 'ostinato'.
1 lungo. — 8. Dà ^: manty' 'mantile' 81, harry' 'barile' 70, lam-
bory' 'umbilico' 27:3, tardy' 'tardivo' 269, matin 63, cimna 51, toj)-
410 Giacomino,
pina 'vaso' 60 (per il suff.), fi/ 'fico' 60 256, amy' 'amico' 257, amia
195, anùì/' 'antico' 80 177, dig 'dico' 193; qui; in-si 'cosi'; orcly' '■gv-
dito' 305, vesti 'vestito' 153, ma>-y 'marito' 268, adormiti lìevt 'addor-
mentai' 103; /igl 23 274 284, /igle 60 61 ecc. Rari esempj di ^^, per
effetto di contigua labiale, sono sumia 'scimmia' 383, come nel torin.,
anzùma anciuma ''in cima' 249 129; truppa, che rima con puppa 145,
allato a trippa. Di i breve in ù può parere esempio remusg , nella
frase a remusg 'a catafascio' 259; ma forse vi s'incrocia mug 'muc-
chio', cfr. niuget 229.
U lungo. — 9. Dà u. Citeremo: gnnna 'nessuna' 17, pu 'più',
frequente, lus 'riluce' 241, pux 'giudice' 163, vellù 'velluto' 191,
fru 'feruto' 322, bevu 176, vegnù 188, scu 'scudo' 118 191, cric 'crudo'
61, nua 'nuda' 265, su 'suso' 152 190, fus 'fusse' 184; us 'uscio'
(l'o class., riflesso per m, come dappertutto); sug 'asciutto' 289, con-
strug 'costrutto' 161; struz 'logoro' 244, participio sincopato di '^strù-
zèr. Manca all'Alione Vi tonico da ii, che è caratteristico del monfer-
rino; non essendone validi esempj: hrigne 'prune' 257, comune ad al-
tri dialetti pedemontani, e pi 'più' 120. Cfr. il nm. 15.
AU. — 10. Dà o: tor 'tori' 295, sorér exaurare 'sollevare' 40,
Po 'Paolo' 219; cMos 'chiuso', propriamente *clausu, deschiossa
266, e insieme chióder 37, chiode 233; oda 221 223, chiò 'chiodo'
*(clau-[d]-o), 237, eoa 'coda' 110 226 360, gog e goz 'gioja' 281 270,
povra 109. — W au protonico in Laiirencz 100, e lauda 52, conta
poco; ma notevole goldré 'godrete' 223, il solo esempio di *aul da au-
C'è bene, pure in protonica: oidi 'udite' 303, ma dato come voce mi-
lanese. — AU secondario tonico: oche 109 204; in protonica: ausel
auselle, 249 61. — Dall' -aù'- ottenuto per dileguo dell'esplosiva, si
passa ad evf in meura 'matura' 29, torin. mUra, afr. meure; cfr. in
protonica; eutóri euteury 37 58 = *aMZfo^^o, e aj in ej al nm. 1.
Vocali atone.
Protoniclie. — 11. L'etlissi di protonica, particolarmente di e, es-
sendo più rara nell'a. astigiano che non nell'odierno monferrino e nel
torinese, ne viene che vi difetti l'occasione dell' a prostetico, pro-
mossa dalla riduzione della formola iniz. re-; e perciò pare eccezio-
nale l'unico arbeglia 258, se, come vuole il contesto, riviene a '^re-
beljé nel senso di 'schermirsi, ricalcitrare'. La ragion del metro vale
L'ant. astigiano. — HI. Fonol.; voc. at. 411
per lo più a dimostrare che Ve s'è realmente mantenuto incolume;
come ad es. nel verso seguente: de rebulerlo pr-un tnoyzon 'di ribut-
tarlo come sciocco^ 16, dove rebuterlo è quadrisillabo. Il torinese
direbbe arbute'lù, il monferr. arbitelà. Parimenti denèr (torin. dne)
è bisillabo nel verso; che gli-acconzé pr-y soy denèr 'che gli aggiu-
stò per i suoi denari'. Di rimpatto, il metro (che è di solito il no-
venario, tronco 0 piano) ci mostra alle volte che vada in realtà fo-
gnata l'atona che la scrittura conserva. Cosi: 'tn-an a r[e]tornerse
ay nosg citen 113; ne van miatug pfejr ofrir candeire 17; e di po-
stonica: che vogl anderm[e]ne adés adés 186; del zov[e]ne chi han
necessità 254. — Ma ritornando all'è mantenuto in protonica iniziale,
si osservino ancora: ferrougl 'chiavistello' 223, torin. frùj; derìder
47; delied 17, torin. dlicd; venirne 'venitemi' 19, monferr. cmnime,
torin. vnime- lenir torin. fm; penacèr 'spazzare*, torin. p'nassé; ze-
nougl 223, monferr. znòcc, torin. g''nùj\ messer 'messère' 195, monf.
amsé, torin. mse\ redricér 185, 'riordinare', torin. ardrissé; — mene-
stra 222, torin. mnestra'^ senestra 101, torin. snistra; semiglia 65,
torin. smia; lessia 'ranno' 265, torin. l'sia;'vesine 265, torin. vzine;
besógna 225, torin bzoTia'^ mestér 40, torin. msté\ ecc. — 12. L'è in
protonica iniziale si dilegua però di frequente, dinanzi a r- : vrità 57
315, fnia 'ferita' 361, cry 'cercare, *quaerire' 137, pra 'peliate'
148, privo 'pericolo' 363 ecc., spranza 23 ecc.; e pii!i frequentemente
ancora in protonica mediana: amprid 'imperiale' (moneta) 197 290,
desprà 319, povréta 257, antrech 'intelletto' 175, appargld 'apparec-
chiato 51 261, cfr. desparegl 49 ^ ; onde il fenomeno costante nei futuri e
condizionali : guarr-à * guarirà' 89, tornr-ema ' torneremo 215. pansr-ay
'penserai' 192, crezr-eu 'crederò' 27, vegr-ema 'vedremo' 41, morr-
éyvon 'morrebbero' 26, ancalr-ea 'oserei' 26, venr-eyva 'verrebbe' ; ecc.^
— 13. Dinanzi a n-, e riesce ad a. Degli esempj copiosissimi, ad-
* Qui passino anche gli esempj in cui la figura incolume avrebbe di certo
avuto Vi: ansprità 'spiritato* (nel verso omesso dal Tosi: porreylo fors
esse ansprità? 84); santa 'sanità' 48 231.
') Dalle forme ancalrèa venréyva ecc. (cfr. còlra 'collera' 325, càmra
'camera' 303), risulta che l'a. astigiano è alieno da quell'inserzione d'e-
splosive, che in altri linguaggi (francese, catalano ecc.) è promossa dalle
combinazioni l + r n + r tn + r. Cfr. il prov. genre 'genero', ali. al frac.
gendre.
Archirio glottol. ital., XV. 28
412 Giacomino,
duciamo: pansdnt ' pensando' 50 ali. a péns-tu 149; mancìond 53, de-
smantid 'dimenticato' 49, sanlimènt (per errore sentiment nell'ediz.
mil.), tantér 'tentare' 284, spandréu 'spenderò' 271, anfióur 'gon-
fiezza' 38, ansémAO, zanzive 'gengive' 244, languacéra 'linguacciuta'
40, [lèngua 42), anteys 'inteso' 39, anc?, an^er proclit. 'intus é inter',
ampòrta 44, ampisson 'empiono e scompisciano', amhdton 'imbattono'
60, amprandicz (esempio duplice) 247 ecc. In pochi esempj, pur di-
nanzi a r; sarén 'sereno' 225, sarrèr 'chiudere' 16, marcila 'mar-
cato' 235, arhette 'erbette' 159. — 14. 0. in più casi par ridotto ad
e, ma veramente son casi non specifici od illusorj. Cosi: r/oncZ (*reond)
293 307, lomb. redgnd^ dove è tondo come rifoderato del pref. re
(Ascoli). C'è poi "summonere, che dà un se iniziale all' a. astig. :
semosa 'invitata' 220, come all' a. génov. semoxi o al fr. sémondre.
In prefumer 'profumare' 17, previsi prevista 49 361 'provvisto', pre-
post 'proposito' 249 254, c'è come uno scambio di prefisso, agevo-
lato dalla tenuità della protonica (*pr'fum ecc,). In bechón bechònet
'boccone, bocconcino' 88 78 (cfr. Gelindo: p'coh), hechin 'bocchino'
282 vi sarà incrocio con 'becco'. Per relòry 'orologio' 234 254, cfr.
il genov. relòjù, spagn. reloj, prov. relotge. Degni appena di nota:
terriboul 'turibolo' 94, e sterlóch 'astrologhi' 256, voce indubbiamente
burlésca. E genovese e dato per tale, seti/' 'sottile': taglia se^j/'' ta-
glia sottile' 147. — 15*. Piuttosto è degno di considerazione: uncóeu
'oggi'; nella quale forma, I'm (m) iniziale, sta di fronte aWi del lom-
bardo inkó', moden. inkó^ che è alla sua volta riduzione dell' a di
ano-. L'a. astig. uncoeu [unkò) sarà rifoggiato sopra undoman 359.
La correlazione ideologica di 'oggi' e 'domani' è più che sufficiente
a spiegare il livellamento fonetico; e circa il da i, cfr. il num. 8,
Postoniche. — 15''. Delle finali, si mantengono: V a\ Ve dei plu-
rali feminili, rispettivamente i nelle varianti dialettali fìgly^ michi ' pa-
gnotte' 62. S'aggiunge V-i internato dei pi. masc. , v. il nm. 1 e
la Morfologia. — Alla perdita delle vocali finali, combinata col di-
leguo delle consonanti, di cui in appresso, si debbono coincidenze ab-
bastanza curiose; come: dg 'deve' 169, dg 'dovete' 179; rg 'rido'
101, rg 'ridere' 161, rg 'ridete' 223; e via dicendo. — 16. Per
quant' è dei proparossitoni, la prima postonica è sincopata nelle
voci seguenti: póvre 326, óeuvra 46, cólra 'collera' 42 525, cdmra
314 320, fómne 271 [fomena 312), ìgmósna 'elemosina' 382, spórle
L'ant. astigiano. — III. Fonol.; voc. at 413
'sportale', voce forense, 214. S'aggiungoao alcuni infiniti, che l'Aliene
mette in bocca ai Monferrini di Casale, d'Alba ecc.: vivry scr'wry 131,
spéndry inténdry 62, hèyvri ib.; e insieme reméttre 43, che per la
vocal d' uscita è di tipo astigiano. Nei nessi di verbi con pronomi
enclitici: vudì'-le vuàrd-te 79 279 (voce assoluta: vuarda), péns-tu
{*pensi-tu) 53, guardém-se 'guardiamoci' 73 (assol. guardéma); ecc.
Solitamente, però, la prima postonica resiste; onde la normale fi-
gura degli infiniti di tipo sdrucciolo: òéyve e béyver 143 12, attènde
185 ecc. (cfr. rème ' redimere riscattare '; reime ap, Flechia Vili 383),
e le riduzioni delle uscite sdrucciole ^olo ^ore -somo -covo: tóuow 'ta-
volo' 53, dydo didvou 'diavolo' 41 81 369 ecc., privo 'pericolo', ter-
riboul 'turibolo' Q4i,nlvol 'nuvolo' 80, mirncou 84, tabernàcol 284,
capiton {'.appiccon) 'capitolo' 161, hardtton (: schiàton) 'barattolo' 147.
Il n degli ultimi due esemplari può rappresentare del resto come una
incerta riproduzione della consonante attenuata in tali uscite; ma
pur si confrontino: Càrlon {ipdrlon) 307, e Pèron {:gl-èron) 215,
nomi proprj di base letteraria, rifusi sulla falsa analogia di dson zóvon
{v. qui appresso). Proseguendo negli esempj: nèspo ' nespole' 257 ', ap-
pósto 'apostolo' 209, èrbor 'albero' 25.3, mdrto 'martire' 174, cfr. mar-
tùry 'martore', 284 e marturià 213, Jacou ' Giacomo' 54 255 (cfr. Jaco-
miìia 99; e il torin. Giaciclin)'^ vescho 'vescovo' 130, torin. véscù, e
vèschon 292 {:pèscon). Ancora nel riflesso del sufi", -bile (it. i-vole):
terribou ùnpossibou 280, visiboul ' visibilio ' 94, amorèyvo '221^ onoreivon
rasoneivon. — E siamo finalmente alle uscite uso ^ine ^ano, che si
riducono, passando per -en, ad on a (v. Ascoli, Arch. II 159 396,
M.-L. It. gr. 158). Esempj: ason 31 109 156 380 ecc. (la vocale di
trapasso appare in asen-dcz 204, asen-ón 36), zovon 249 751, cfr. il
* Il torinese ci offre due esemplari specifici, da ricondursi all'analogia
dei nomi sdruccioli in -olo; e sono: grinnu 'pallina' (di zucchero ecc.),
ital. grùmolo, v. Koerting, s. 'grum(m)us', e muzu 'muso', per il quale po-
stuliamo un *tnusolo (parallelo alla base *mu sello del fr. ìnuseau), rin-
fiancato da picu (propr. spìcciolo , cioè 'picciuolo, asticella'), dall'a. astig.
fìvol 256, che è forse * fi colo 'bargiglio di gallina', dimin. fivorét 129, e dai
tipi italiani truogolo fignolo, ecc. Circa il trapasso ideologico àa, picciuòlo
a picu, cfr. nell'Aliene a/ferrei el pncòl (:coìn dis col) 297. Accrescimento
per -oLO ci darà anche l'a. astig. relicqiiore 294, forma popolare di 're-
liquie'.
414 Giacomino, . -
femminile plur, zòvene 254, pmntó^on/ piantaggine' i56, G^rt^son' Gas-
sino' ni. 50, òrdoìi 'ordine' 16 184 205, imàgìon 'imagine' 212, àr-
gon 'organo' 129, Vegievo 'Vigevano' 224; e, per induzione analo-
gica, pur Aómon 317 (col plur, oymon 316; essendo la lezione oyman
di certo imputabile a un errore di stampa); dovè stuona fenuz 'ter-
mine' 173 271, voce di certo non popolare, cfr. il torin. tennù 'ter-
mine dei campi'. Dall'esame di codeste forme, risulta più chiaramente
che mai: l** che la nasale non fu già assorbita nell' alterarsi della
postonica; 2° che il termine medio dell'alterazione fu quell'e che per-
siste ad es. nei liguri aie, ca'i'ze, anchizze, ecc. Quindi, nell'o del-
l'Alione e nell'^ corrispettivo dei torin. gùvtc ru'zù calù'zù fràssù
péniù ecc., riconosceremo una coloritura particolare dell' atona indi-
stinta (Ascoli), da ascriversi con grande probabilità all'indole della
nasale, che all^ uscita si ridusse in piemontese a nasal gutturale. Il
carattere di siffatta nasale, propria del torinese e del monferrino,
sarà attestato anclie per l'Alione da un caso congenere, cioè dalle
prime persone plurali dei congiuntivi fdcion 'facciamo' 76, vàgon
'andiamo' 144, volésson 'volessimo' 29, e altrettali, nelle quali il w,
come residuo del m anteriore, rappresenterà una semplice vocale
nasalizzata.
Consonanti continue.
J. — 17. Ha doppio esito: z, che è schiettamente vernacolare, e
g (cioè ?, e di rado gì, nella grafìa dell' Alione •), che occorre pres-
soché esclusivamente in voci di carattere letterario. Si osservino:
zovon 'giovane' 249 255 ecc., zeu 169 321, zué 'giocare' 209 310,
zuéron 'giuocarono' 222, za 58 227 ecc., zun 'digiuno' 79, zuré 'giu-
rare' 192 196, zohia 'giovedì' 380, Zan Zian Zohan 325 257 86 ecc.;
maz 'maggio' 270, pecz 'peggio' 227 228 ecc. (dovè cz vai proba-
bilmente zz 2) conzunt 212, voce semiletteraria. Tutti codesti esempj,
l'ultimo eccettuato, hanno impronta popolare e con ciò attestano la
congruenza del riflesso astigiano col monferrino e il ligure. Saranno
all' incontro voci culturali: iuz 163, iudez 292, (usi 231, iudiché 205, ior-
dan 296, ieloux ' geloso ' 120 ; e d'influsso francése : ioyosa 380, gioda 80
* ia ie ecc. equivalgono a ga gè pur nelle Rime Genovesi, Arch. II.
^ Per la rima con despeg, troviamo, a p. 170: ^e^ 'peggio'; ed è come
dire la pronunzia torinese.
L'ant. astigiano. — III. Fono!.; cons. cont. 415
'gioja', ianty' '3Ì 180, iantillìom 58 153 296. In bocca a Minetta, già ri-
conoscemmo legittimo iura328, come nel torinese. Finalmente una filza
di nomi proprj, e vuol dire di forme che facilmente passano da paese'
a paese: Jan {Gian nell'ediz. astig. del 1601), Jacou 28 84 ecc., Ja-
cotin 205, Jacomina 90, Jotla 315, Juli 100, Jason 207. — 18. RJi
p<'.i/r 'pari' 265, chini/r 117, rayre 281 (Arch. I 275, IX 255); ecc. ;
cfr. nm. 1. — 19. U, si riflette per 7, che nel moderno è J: figl 97,
semiglia 180, piglia ib., asutiglia 184, faldiglia 104, ventragle HI], ecc.^.
— 20- NJ: tegna 'tigna' 269, gramegna 101, mgna 137, brigne 'prune'
217. Curioso è Ictnie 'pannilani' 271. Può parere non altro che il
fidane, laiiges; ma '-cm- accennando alla nota alterazione di n tra vo-
cali, saremmo piuttosto indotti a leggervi l' i per semplice vocale o
tutt'al più per ?, non per g'^ e avremo cosi la medesima ragione di
strània 295 'strania' extranea, >nònm 103 209 'monaca' *móni[c]a.
-^ 2L OJ, viene a z: zu 'giù' 17 ecc., mez 'mezzo' 229, we-^ft 183,
mózèna 224; pervez 'provvede' 05, sezi 'sedete' 99, sezent 'sedendo'
49 (*viDjo *SEDjo) ; ai quali due esempj s'aggiungono pur qui gli ana-
logici'^credjo *CAi)Jo: crez 'crede' 269, crezer 277, caz 'cade' 278,
cazer GQ ecc. — 22. TJ' riesce a t nell'uscita, e interno a e o i: so-
laez 297, pocz *pozzo' 225, mocz 'mutilo mozzo' 150; ìììcz 'ammac-
cato, livido, mézzo' 79 (cfr. anicier 'ammaccare, sciupare' 227), dove
si potrebbe ricorrere senz'altro a una base aggettivale mltju, come
per il sinonimo torin. niss o anche per* il friul. ìììzz 'ammaccatura'
(Pirona) cfr. bologn. nizà 'ammaccato' (Coronedi), mentre per l'ital.
mezzo si deve all'incontrò ricorrere a mezzdre, cioè alla riduzione
dell' ^ nell'atoria; pitìic^^ posto '209, piàcia 'piazza' 47; sacier 'sa-
ziare' 227, grada 219; carece 'carézze' 247, e così altri per -itia;
servisi 305, despresi 227. — TJ secondario all'uscita dei plurali masc,
àà g: isg = '^istj^deng =.'^dentj , qiieyng 'quanti' 234; cfr. tuttavia'
teynt 'tanti' 102'; senza dir di greynd (dj) 'grandi' 196, in bocca a'
un procuratore, ali. al volgare gregng. — Non punto specifiche sono
leriduzioni di ctj stj ptj, in frezza 'fretta', *f rictja, us 'uscio' 37,
bissa 'biscia' 268; cacèr 'cacciare' 37, civ. percacz 226. — 23. CJ:
bracz 'brabcia',' propriam. 'bracci'.; facz fa ci e- 260; c/iwc;r 'chioccia'
■* In oly 145 230, annfTrt/'273 -ecc.-si riflette" solo li e ri, non lj e rj,
cfr. Ardi. IX 382 n. '
4Ì6 Giacomino,
226, che va specialmente confrontato con fecz 'fece feccia' 248 290-
V. all'incontro vez ecc. s. ce. Ancora: jpelicz masc. 'pelliccia pellic-
cione' 260 323, e di certo pur pecz piceo, 'cerotto, pece' 237; e
finalmente i derivati per -a ce o: homaycz 'omacci' 280, matòndcz
'bambinone' 276, matdce accrescit. di mala 'ragazza' 283, brayace
78 ecc. lcj: cace 'calze' 38 101 222 ecc. — 23. PJ, BJ: sapia cong.
295, in cui la esplosiva si mantenne per l'antica geminazione, cosi
come in delia 25, dibion 'debbano' 51, avrabid 272, ìiebiòeu 'neb-
biolo'. Con esito palatino: pegioyn 61, 'piccioni'. E savia \<èO, come
nell'italiano. — 24. VJ: zobia jovia (dies) 380; feuza 119, feuze 219,
foza 295 'foggia', cioè fovja. — 25. SJ: bdselo 'bacialo' 277, ba-
srèa 'bacerei' 69, asi 'arnesi, suppellettili' 106, 186 225 231 ecc.,
V. less., cason 'cagione' 112;- masnd 37 274 ecc. *m ansio nata;
messòri me s sione, fr. moisson 289.
L. ~ 26. Oltre che nelle formolo toniche ALT ALO ecc., per le
quali V. il nm. 3, tace all'uscita in animd 'animale' 272, ospid 'ospe-
dale' 42, schossd 'grembiale 280, dyavo, cumenei/vo 'convenevole'
273 ecc.; ma vi si mantiene, per influenza letteraria, in cui allato
a cu, schossdl 323, cumeneyvol 253 ecc. '. — Tra vocali, nella par-
lata schiettamente vernacola, passa in r, come nel monferrino nel
genovese, e in parte nel lombardo; ma all'incontro apparisce inco-
lume nella parlata più civile. Cosi avremo: gora 'gola' 47; gara-
verna 'brina, nebbia', torin. galaverna (Schuchardt, Rom. IV 254);
teyra 'tela' 253, teyre 305, candeyra 314 ecc., scora 'scuola' 215
274, segra ' sgocciola, 248, parpagliòra 241 ; raviòra 203, Nicora 275;
e pure alla uscita, in zeer 'gelo' 108; oltre che per ll in garine
270 ecc., e nel sincopato antrech 'intelletto' 175. Invéce nei Prolo-
ghi: scola Nicola; e nelle farse, come voci più urbane: parpagliole
57, raviole 224 disio 'dice egli' 45 in bocca all'Omo, allato a beycd-ro
' [hai tu ancora] vedùto-lo?', nella farsa semirustica De Nicora et de
Sibrina. — Nel pronome in elisi : lo la, e nell'articolo, passa costan-
temente in r, se gli precedono i s m ì, e sporadicamente se sussegue
a. e d en: fat-ro 'fattelo', 284, veij-tra 'veditela' veyt-ro 'veditelo'
265, las-ra 'lasciala' s-ra pò 'se può' 201, m-r-d tu 'me l'hai tu,
* Circa il n di baralto-n capito-n ecc. v. il nm. 16. Di mont 'molto', v.
il less.
L'ant. astigiano III. - Fonol.; cons. cont. 417
173, c.o-gl-r-a.es 'che ei glie l'avesse' 167, n-r-ancalds 'non l'osassi'
195 n-ra ,ortré,lo 'non la porterebbe' 169, c-ra facra che la e la)
taccia' 257, e-l-a fa, 'che l'ha fatto' 213;- s-ra c^ta se la c.tt
213, C-la mità 'che la metà' 257, c-la dota 'che la dote 261, d-la
'de la' 255, d-ra 195 275 ecc. - Si vocalizza {ul, u) nella forma ./
dell'articolo e del pronome, ove sia susseguito da esplosiva dentale
oppure palatina, e da ., n, . e l Epperò s' hanno le due figure ^
e 0, al e a-u, del e d-o, con scissione analoga alla francese eccetto-
chè a questo riguardo 1' a. astigiano mostra maggiore sensibihta che
non il francese, il quale non distingue se non fra i casi d. vocale e
quelli di consonante in genere. Il trapasso di el ad o (vale a dire ..),
opperò di del, per il tramite di -deu, a do, di al ad au, e del resto
pienamente analogo alla digradazione deliba, fr. don deu donde il mo-
derno du, ecc. '. Esempj: o tagliàu 'il piatto' 77, o .|.n..' il didietro
69 od, ^il dito' 256, 0 sen, 'il senno' 254, o sol 'il sole 2o6, o sca-
,:.in 'il cappuccio' 73, o salvdn 'il folletto' 258 o nas il naso 2o3
o riz 'il riso' 291, o Uam 'il letame', do temp 'del tempo 84 do
dèhit 'del debito' 361, do cervelà 291, do nas 284, do nostr 2m da-o
seynt 'dal santo' 62, dau lavoù 57, au toppin 'alla pignatta , ao dyavo
258, au stagnin 'alla pentola' 59, au soul 'al sole' 147 ecc ; - o
te refrena 'ei t'infreni' 161, com a sta 277, o sarea ' ei sarebbe LIO,
o n-è za 'ei non è già' 270, o glU Avicena 279; ecc. - All'incon-
tro" el cazùl 58, el cui 255, el pey 'il pelo' 254' el prefond 2d9, .
ho 266, .^ hacharé 41, eZ m.^.a^^^ 41, el fià 38 (e per eccezione: el
sol 75), cfeZ corp 41, cfeZ pr..e 258, del meys 215, a^ mone? 216, al
feu 63 ecc.; - el crezrà 'crederà' 275, el pias 263, eZ pormi po-
trebbe 79, el morrà 'morirà' 38, el ven 250 251 ecc.
L Complicato. - 27. CL (TL) a formola iniziale riesce a K, e
a formola interna tra vocali a l Così chioche plur., fr. cloche 129;
c^nodi 'chiudiate' 223, cMaf^, chiayra 241 (cfr. sch.iayr 'distingue,
serve' 271, ali. a sgeyr 102), cMn 'chierico' 294; - veglia 'vecchia
109 oeugl 'occhi' passim, aure^Ze 'orecchi' cat;i^to 233, r.^ro^.5'Z' chia-
vistello' 223, apparglid 'apparecchiato' 261. Preceduto da cons.:
» Vù dell'articolo, nell'odierno genovese riviene all'incontro all'anteriore
ru^lo NeirAlione stesso abbiamo il motto genovese: ... chiù regulao homo
d-ro mondo 147. Circa l'o, pronome nel romagnolo, cfr. Mussafia 1. e. 63.
■ - Giacomino,
masg ^maschio' 271, remusgia 'rimischia' 279, coerg 'coperchio' 249.
7, ^^;^*"' ^f ^'§^.^"°^<^°"^' 257, gera 'ghiaja' ^22.% giandomse 'ghian-
dole 27, e l'assai notevole giosa 'glossa chiosa' 175 — 29 PL'
Vièycl 'piato placito' 178, 'pieydèr 170; j^iad 183 (con grafia' anti-
quata: ^lasir 21), ^3^-,,«a 'piazza' 47, pmn^ré^ 'pianterò' 149, 'piole
^zampe,mani' 138, |,.Vma 249, p^b^ni 316. Ancora: pe.pzpiù, cfr.pMr
IJ e pM^or 'parecchi'; pma 'piena' 271, comp^ 'compiuto' 279;- sem-
ina 266, 5em)3?e^a 171 ; accoi/a 'accoppiate' 265. — 30. FL: fyd'fi^W
30, fiach 233, fiori fiorito 19 (^rm 'fiorino' 166, 262), anfiour, 'enfia-
gione'^38, scónfi 'gonfio' 41, /7/t.m 'fiume' 296; però, come in ital.:
trota 246. — 31. ^l: Masièma 'bestemmia' (lig. gastéma) 826, bianc
53, è^b«c^« 186; interno, trebia 108, v. less., nebióeu 156, y. less.
R. — 32. Iniziale e interno, si mantiene; venuto all'uscita, è espo-
sto ^a cadere. Negli infiniti prevalgono le forme col -r: fer 83 e fé
57 'fare', ster 57 e sie 83, agér 'aiutare' 38, soffìér ib., parler 85,
respónder 30, cognésser, végghe 'vedere' 84, monV 211 e mori 205
mem' 198, ecc. Nel nome: tregtóu 248 e tregtóur 188, Zayói. 359 e'
lavor 57, z,ey e vegr 'vero' 125 281, pégve 143 e péj/m- 17, ;peyroré
'pajolajo' 101 e pegrolér 62. Le forme apocopate sono più genuina-
mente popolari. Per il tipo pricdic ' pvedicatove\ estimdu 'stima-
tore, ecc., V. la Morfologia. Del resto, la relativa tenacità del r nel-
l'a. astigiano non persuade il supposto che esso già vi fosse trillato de-
bolmente {r alveolare, 'nicht gerollt' del Sievers, Grundz. d. Lautph.^
109), come è quello che ora s' ode in quelle regioni.
F. — 33. Nulla di ben notevole, ma a ogni modo registriamo scar-
tapacz 290 e Prol. dell'aut., di contro all'italiano 'scartafacci', e tra-
vondré 'inghiottirete' 37, che, insieme col s^n. iravoso, è ricondotto
dal Flechia a trasfundere.
V. — 34. Intatto se iniziale e interno tra vocali: ven végghe óeuve
nova ecc. Si dilegua per eccezione nel pronome di 2* plurale; e il
dileguo è costante nella proclisi, laddove nell'enclisi s'alternan vo ed
o; onde: cli-o possi viàrne la sentenzia 'che voi possiate ecc.' 117,
ch-o ave ben el pis aj/r 'voi avete ben fretta' 240; sio 'siete voi' 150
263, sivu id. 194; dove si può ricordare il v secondario caduto nelle
forme verbali: ségve-tu '^savéyve-iu 'sapevi tu". Venuto all'uscita,
') Sia anche avvertita la notevole riduzione di nv a m (cfr. Ascoli, Arch.
Vili: Italia dialettale), in cumenèyoo 'convenevole' 278.
L'ant. astigiano. - IH. Fonol. ; cons. cont. 419
passa in sorda, come nel lombardo e nel francese: chiaf 37, tvaaf^
'trave' 212, soaaf 302, noeuf %o ecc., oeuf Ql 275, moeuf muove
67. - 35. W: vuàri 268 272 ecc., cfr. il letterario guari 272; vuard-te
'guardati' 78 279; vuardón torin. verddk, termine dei calzolai 244;
wa^j^ 'guadagno' 133. / ^ . u tt ^oP;^
S. — 36. Susseguito da z, diventa /a modo ligure (cfr. Arch. ii i.O),
per mera affettazione, in scilenMum, voce profferita da un giudice, 48.
M _ 37. Sempre ben fermo, tranne che all'uscita delle prime plu-
rali,' di base proparossitona, nelle quali si riduce a strascico nasale.
Sono le prime plurali dei congiuntivi: mòstron 231 'che mostriamo',
rrt^o^2 'andiamo' 144; anddsson 'andassimo' 29; e quelle dei perfetti:
s-anvrìéron 'ci ubbriacammo' 146, e la zuèron 'noi la rappresen-
tammo' 222 (ma, forse per errore tipografico, ne zuèmm 'non rap-
presentammo' 223), da ^uér 'giocare, rappresentare' 249. Altra grafìa
incerta: com per 'con' {cu), in com o dy 'col dito' 103. - MN: più
che non l'esito alla spagnuola n in dagn 133, scagn 17, comune ad
altre volgari d'Italia, merita un cenno quell'epentesi di p che pur
si nota n"él prov. dampnàr e nel damimai delle Fred, gallo it. xvii
43 e qui si esemplifica in calumpnia 183, conc^ampm 184. - MP. A
questo nesso mi conduce amoret 'ampollini' masc. 146, che va ma-
nifestamente coi torin. àmida amùlin, 'boccia, boccetta'. Nessuno,
che io sappia, ha studiato questa curiosa corrispondenza di ampulla,
o me-lio d'un *ampula che stesse ad ampulla come betula a
b e tuli a. Ma come ammettere -m- = -mp-? Dovrebbe entrarci una con-
taminazione con altro vocabolo, che si toccasse comunque col nostro.
N. — 38. Nulla di notevole in quanto è iniziai. Nel § II già s'avver-
tiva che tra vocali si sdoppia in nn, ovverosia si gutturalizza nella
prima parte dell'articolazione; cfr. pure lo scritto postumo delFlechia,
Arch XIV 118. L' Aliene rendè codesta modificazione colla grafìa n:
perdoni 93, mena 99, eìiena 'catena' 124, Iona 153, gona 175, ro-
fìàna tana 361. Per una facile assimilazione progressiva, da nn si riusci-
rebbe al ù ligure e torinese ■; cfr. Salvioni, Fonet. dial. mil., e Renier,
> Anche m tra vocali presenta codesto fenomeno di scissione, secondo
che attestano le scrizioni Roma 65, ossia -Rohma, gròmèt 'cestone'
V less. ecc; senza parlare dei casi in cui c'era una doppia ongmana
(sòma 'somma' 380), o imputabile alla composizione {còma 'comare «re-
còmand 'raccomando' 303).
420 n-
uiacomino,
gel. 135. Quanto a fry 'finirà' 123, sarà cauto che per ora vi si
presuma un errore di stampa, piuttosto che lasciarsi sedurre dal-
l'ipotesi d'una alterazione congenere a quella che la Spagna ci offre
nel nesso m'n [hembra hombre arambre ecc.), e non è del tutto estra-
nea alla regione monferrina; cfr. fùmra in quel di Paroldo (Ceva) al-
lato al torin. fumna, astlg. gomena 271 .312. - Al nm. 16 vedemmo
che il n all'uscita si gutturalizza e anche finisce per tacere- e ora
aggiungiamo: be bee 'bene' in frasi di questa fatta: renegh a \e 'non
voghe aver più bene', 28 159, bee, al-e insi 'bene, gli è cosi' 59.
Esplosive.
CA CO CU. - 39. Il e all'iniziale si mantiene; le apparènti ecce.
zioni: chiaglia 'calga' 61, chiambra 120, son francesismi. Interno tra
vocali tende a dileguarsi; cosi in protonica; pnema, 'preghiamo' 249
prie 225; 7iyér 'annegare' 285, siónd 'secondo' 265 ecc. ciógna 'ci-
cogna' 240; sura 'sicura' 67, assur 'assicuro' 265, arriorcléve 'ri-
cordatevi' 175, anterfrià 'logoro' 243, una fryd 241, accorid 'cori-
cato' 294, mastid 'masticato' 159, desmantiè 'dimenticare' 130 zuèr
'giocare' 249, alouer 'allogare, assettare' 231; in postonica: frìa
'frega' 244, mg a 'mica' ripetutamente, dga 'dica' 193 (cfr. diga:
biga 193), s-accóna 'si corichi' 17, butéa 'bottega' 135; brdye 'bra-
che' 17 l:30 216 {braydce 78) '. Dove si aggiungono gli esiti di -ico
-ICA, sia ne' proparossitoni, sia ne' parossitoni: carrij 48 198 elùvi
'chierico' 258 294, s'^.eW Quirico' 262, mania ^monica, donni' 103
mey 'medico' 52 228, ndye 'natiche' 17, ami 'amico' 172 amialTo
anty 'antico' 147 177, fy 'fico' 204. In alcuni esemplari,' quasi per
influsso culturale, abbiamo la semplice riduzione di sorda in sonora:
zugar 169, non astigiano pur nella terminazione; bugd 'bucato' 113-
anfregd 113 e anferghér 'accoccare', allato a frid- paghér 'egli pagò''
225, caghé 50 ecc.; diga, con gli analogici vdga, ddgon ('vada. diamJ
e diano'); fatiga 259 (s'aspetterebbe: fadia); ecc. - La gutturale è
incolume, se preceduta da consonante: earedgn 42, ealvaeò 'cavalcò'
368, aneha {eh = k) 293, pésehon 'pescano' 292, bechòyn 'bocconi'
296, stravaché 'rovesciò' (vacca) 293.
^ ' ey^zot 64 sembra un diminutivo di voce rispondente al piem. ayassa
gazza, Arch. II J28, e designa forse i 'rigogoli'; la gutturale dileguata
sarebbe pero qui stata la sonora.
L'ant. astigiano. — III. Fonol. ; cons. espi. 421
QV.— 40: guarc/i 'qualche', quant {can 317 318 in bocca a Mi-
netta], squasi 84, quara 'quale' 262. Coi quali va il molto singo-
lare que\ vivo tuttora nel monferrino, nella funzione di pron. n. in-
terrogativo; que dono 149, per que 173 291, de que 320, e que 31(5,
cfr. Renier gel 148. Voci dotte: requér 'richieggo in via giudizia-
ria' 161, aquitd 'equità' 175 e simili. Secondario: qui, allato al to-
rin ?/, lomb. hi Del resto abondano le riduzioni solite: che chi ecc.;
e anzi' occorre nel tipo secondario, come nel piemontese, cast cQl
'questo quello'. Che se poi fosse lecito qui richiamare altri htj, se-
condari, ricorderemmo: cointé 277, od. monf. quinte cognitare (Fle-
chia), squéUe 'scodelle' 185, qudgia 'quatta' 104, cfr. Ascoli Arch. II
402. - Di em da a qua già era toccato al nm. 3; e la doppia m
evva 146 è forse particolare testimonianza di un anteriore ''egua; cfr.
in protonica: aguegréu 245 360, come nel frnc. : aiguière ecc. allato
ad eau. — CT. 41 . La risoluzione, anziché jt, come nel torinese e nel
ligure "(cfr. in bocca a MÌ7ietta; fait 314, staita 314, e al 'lanter-
nero ': coita 239), ne è, alla lombarda, la esplosiva palatina, che pero,
tranne rarissime eccezioni (an^rec/i 'intelletto' 175, gionchia 'giunta'
291) si fa costantemente sonora: dig 'detto' 162 190 ecc., fag 'fatto',
[dagia 'data' 167], Z.^ 'letto' 283, cog 'cotto' 209 187, og 'otto' 255,
nog 'notte' 149 266, lag 'latte' 220 270, sug 'asciutto' 109 286,
anstrùg 'istrutto' 163, constrùg 'costrutto', streg 'stretto' 147, cfe-
spég 'dispetto' 187, aspégia 'aspetta' 151 ecc., fagiùra 'fattura
159, desfagiuré 102; - pong 'punto' 322, ong 'unto' 286; ma fran-
cesemente: segni (e sent seri in varie combinaz. sintattiche) 62, dove
s'aspetterebbe H'mg. - Qui pure, anziché il riflesso di pt, si ha quello
di CT in scrigiùre 'scritture' 159, e con grafia pedantesca: sovra-
scripgia 'sovrascritta' 75. - 42. CS: tèxer {tesser) 57, lessia 265,
Icissc /ò .
GA GO GU. - 43. Incolume la guttur. iniziale: gavégte 'bacini' 279,
V Kort. s. gabata; galina garine 61 227 265, gdna 175, gora 'gola'
195; gog e goz 281 270 gaudiu, ^Wato ^ gioda 'allegria' 80, toyosa
380 regiog' 'rallegrare' 33, paralleli all'ital. gioja, dal (v. jote. In-
terno tra vocali, si dilegua: rua ruga 360, brea 220 ecc. (posto che
» lasca 'lascia andare' 33; cfr. Diez less., Korting 4722.
■^■^ " Giacomino,
'briga' rivenga a base colla gutt. soaorai); coi quali è lecito man-
dare anche m/rm 'sedia' 270, torin. cadrèga. Mancano all'Alione i
paralleli degli esempj pedemont. clic' a 'doga', frola 'fragola'. Uè 'le-
gare' ecc. In liga 'lega politica' 131 vediamo naturalmente una voce
dotta. — Preceduto da consonante si mantiene; larga '2^2, angdn'in-
ganno' 81, logng 'lunghi' 277. - Perduto l'elemento labiale di ^n in
^ctngm, cacasang (voce dotta) 292, allato a sagna sagnér 'salas-
sare' 100, cfr. Ascoli 1. e. e [Lett. glottol. (I) 17. — 44. GR. rie-
sce a Jr in magra 'magra' 269, agra egra's^gva,' 273 82 cfr Arch
ir 128. ' ■
CE CI. -- 45. Il e di queste formole riesce, nell'iniziale, a sibi-
lante sorda; se mediano e all'uscita, anche a sonora. La pala'tina non
SI mantiene se non in poche voci, d'indole letteraria: chiera 'viso
aspetto.' .232 253, cfr. Ascoli, IV 119, cMancJnér 192 265, ces 'dere-
tano' 179 298; chiardmia 'cennamella' 94, fv. chalumeau; però forse
per dissimilazione, anche in ckisi 'ceci' 224 112, torin. Jiizi, lomb.
^Izer. Esempj da riflesso consueto: cena' cena' 145 380 torin sma-
cerg 'cerchj' 108 torin. serli; eira 'cera' 214, torin. sirà; clri oeven
294, cùióù 'moccolo' 368; cincq 'cinque' 25 37 ecc., torin. swh; eia
qua' (ecce ha e), torin. ?«, lòmb. sa;ciogna 'cicogna' 240; plasir
frequente, tasi 'tacere, tacete' 201205, 'desént 'decente' 62'; doze
'dodici'.2'25,^fre^e -tredici' 277, ^i/m-e 'quindici' 270, torin. dù'd'z
terd^z écc.;'gias 'giace' 276; pas paz 277 229^ 'pace', vegs 'vece
volta' 246 (e vez 65), m^ 'giudice' 163,^ stralùz 'Iraluce' 232, perniz
'pernice' 80, diz 'dice' passim, cZea^ 'dieci' 279, desdex 'disconviene'
ib., croux 'croce' 296, noux noci mS; caucér 'calzari' 21, anztmia
'in cima;' 82; languacera 'linguacciuta' '40, hroacér 'sbrodoloni' 148.
— sce: Wfl55erp4s5er' nascere pascere' 278, crèsser 1^0 , pes 'pe-
sci' 292; assension, 374. .: •
GÈ 61. — 46. Salvo alcuni esemplari di tempra letteraria, riei quali
si mostra la palatina, quali sarebbero geni 273 ecc., iantilhomfreq.,
e il np. Glorcz, s' ha costante la sibil. sonora, come in zeer 'gelo'
108, zéner 'genero' 270, zanzive 244, j^enóugl 323; e similmenre in
léze 'leggere' 290, frizer ' friggere ': 63, fé.^. 'reggere' 18, rezlóur^
' V. Ascoli, Ztschi-, f. vgl. spi-., XVI, 125, Diez less. - NeirAIi'oneTpur
brega 145. -■;,... : '. : . ■ - \ *
L'ant. astigiano. - IH. Fonol.; cons. espi. 423
're-itori' 221, reziméM 'governo' 290; senza dir di ònzer 'ungere'
225!'an.^V/n« 'ingegnato' 101, a.cór.^e ' scorgere ' l\^, sporz 'spo,rge
22 ecc. vòzelo 'volgilo' 245, ed altri; cfr. l'esito di J. - In vma
'vi-ilia' 294, virid 'vegliata' 359, avremo l'antico assorbimento, come
in ^mai paese vrovana ecc. Di fonte straniera le molte formazione
in .a^. = .ATico, come viàge 71, darmàge 229, oltrdoe 47, meynage
il) GCC
X D- 47 Intatti a formola iniziale; a tbrmola mediana tra vo-
cali'in piena rotta, ove non li sorreggano la coerenza morfologica o
l'influsso letterario, Di qui, riduzioni singolari; onde ad es. le basi
latine rideo rides ridetis *ridere tutte confluiscono nell unico
n, 101 161 223 ecc.; dove il torinese distinguerebbe almeno rm e
He, E continuando: chèna 'catena' 98, frel 'fratello' 205, tó.^ 'le-
tame', 102 148, poér 'potare' 270; voyér 'votare' 63, torm .^.y? ;
ayd 'aitato' 224, sey 'sete' 70, naye 'natiche' 17, sea seta 2.0,
stra 'strada' 62, espia 'ospedale' 64, pela 'padella' 17, peyla ^pa-
dellata' 63, buégl 'budella' 70, strasué 'trasudare' 226, pare^s pa-
radiso' 275, trahy' 'traditi' 81, crenza 'credenza, credito 147, oj/r
15 'udire' (ma ócto 'ascolti', cioè 'oda' 223), me^.me 'medicine 10
,ney 'medico' 52 ecc., fy 'confido' 80, eòa 'coda' 226, nua 'nuda
61, grdvia 'gravida' 269, rosty'e 'arrostite' (nome) 80; ecc. Circa -a to
e datore, v. la Morfei. - -tr-,-dk-: mare 'madre', 165 193: P.w
'Pietro', laroyn 'ladroni' 291; porrm 'potria' 17 19, carrea sedia
270; feura 'pelliccia' 153, fard 162, fr. fourrée (fem.).
p B - 48 laterni tra vocali si riducono a t; e in certe forme ver-
bali si* dileguano: cavid 'capitale' 170 259 {caMd che si legge a
p 265, sarà forse un errore tipografico), cavéstre 'scapestrate 113
overt 76 (cfr. obrir-te 37, obrigle. 16), rdva 'rapa' HO, ravaz ra-
pace' 99, crave da crape 'capre' (o meglio da ca.r., cfr laver
da 'labro' 257), savoùr 'sapore' 88, maldvi 'male-habitu ^47 .na-
«a269, lavel labellu 206, ^.é^/m- 'bere'; seys 'sapesse- 103, to-
rin. m.é;-.a. Dileguo in c^una ' dobbiamo ', Miéma, diima; n-ey 'non
abbiate' (propr. 'non avere'.; e così in molte altre voci di habeo
e debeo; ma all'uscita: of hof per -o. 'ebbe'; cfr. louf 'lupo 99.
- L'esplosiva labiale restò, quanda riusciva geminata od era prece-
duta da consonante: sdpi 'sappiate' 195, /me.' ' abbiate ' 53, dibiade-
bia 25 293, puppa 146; vorp 113; cgrp 'colpi' 17 lambory 273
424 Giacomino,
322 ecc. Scese però a v dinanzi a r, come se fosse stata fra vocali:
savna 'saprebbe' 18, dovréa 2ì3\7jvri/ 'ebbro' 82, Idver veduto te-
sté ; e probabilmente anche scalafróyn 254 allato a scalabròn 272 374,
se f vi rappresenta quell'alterazione di v in nesso con r, che è negli
it. palafreno, frana 'voragine' (cfr. tuttavia il Kurt. s. fragmen.), e
forsanco nel piemont. frisa 'briciola', di fronte al bolognese hrisa ecc.
Accidenti generali.
Ci limiteremo a indicazioni più o meno specifiche. — 49. Assi-
milazione. Di vocali: lambarint 'labirinto' 52; sarvdn salvdn 'fol-
letto' 83 25S e 314, cfr. Flechia, Post. et. 10, n. 2; duduméni 188
plur., *' di-domeniche', cfr. undomdn 'indomani' nm. 15*; scuminid
'scomunicato' 92. Di sillaba a sillaba: berboglid amberboglié 'rime-
scolato, voi rimescolate, ingarbugliate' 239 278, di fronte all'ital.
garbuglio, cfr. nell'Aliene stesso, come nomi proprj : Sgarbiglia 161
e Garbug 1G6 (il caso inverso è nel volg. torinese, dove gorgonzòla
si dissimila in bérggnzóla). Per intenzione comica, pota in rima con
cola 261 (il Tosi corrègge malamente poca). — 50. Metatesi. Tra-
sposizione di r: gròmet'' cestone^ 82 86 ecc., v. less.; infrizd anfrizèr
'infilzate' ecc. 224 68, crob 'copri' 260, curb'irse 22o, anferghér in-
fricare 169, cfr. anfregd 113, crastér 'castrare' 225, crasldu 've-
terinarj' 223. Senza motivo apparente: spiantd spiantò 308 205,
torin. spantid; denomin. da '^spanto expansus. D'ordine burlesco:
potonfìcdl 127 ' pontificale'. Metatesi reciproche: dugichér 323 da *giu-
dichér; ambormind 31 103 204 per *an-morbina 'ammorbato', cfr. in
lingua più colta, ammorbérne 'ammorbarci' 228. In alcuni casi, la
rima ci attesterebbe certe metatesi che non compajono nella scrit-
tura; così in farse: grasse 215; conférma {*confréma): veghèma 213,
cfr. torin. ferm e frem 'fermo'. — 51. Prostesi. Di v dinanzi a ù,
in vuir-ne 'udirne' 117 (cfr. oy'r 'udire' 15 17), dovuta forse al com-
pendio sintattico: possi-vuirne. Di articolo concresciuto, in lamborì
'umbilico': and o lambori 273, torin. ambilri. Di a favorita dai nu-
merosi composti con ad, in marecomand 303, astrassin 'strascico'
268, s-apparturis, alla lettera 'si partorisce', per dire 'partorisce'
' Il nesso secondario vr suole poi scempiarsi nella parlata più umile:
sarei/- tu 'sapresti' 232; arcy-vi 'avreste' 234, aréy-vo 'avreste' 123, ecc.
L'ant. astigiano. — III. Fonol. ; cons. espi. 425
283, adv'ina 'indovina' 60. — 52. Epentesi. Di nasale: lamharint
'labirinto' 52, 'parangón 'paragóne' 120. Di r: hesestr 'malanno' 189,
'bisesto', cfr. bissest 279. Non diremo epentetico o togli-iato, ma piut-
tosto vorremo da gn^ il v di privoic 'pericolo 99 ecc., privoróux 'pe-
ricoloso' 79 (Rime gen. perigoròso 212), cfr. Prediche gallo it. vii 23:
seuol 'secolo' e poco più sotto: segle. — 53. Afe resi. Nel verbo
'avere': et/va 'aveva' ecc. (v. Mori".). Ancora: ì;/^: 'avviso', mèviz
'credo'; uzé 275 'avviate, avviatevi'. — Apocope burlesca in fìlóz
per filòsof 283.
Varia. — 54. Difficile ordinare in categorie ben distinte le cor-
ruzioni plebee o burlesche di molti vocaboli. Cosi: sterlòch 'astrolo-
ghi' 258, con assonanza a olouch 'allocco' 314; sovenitd 168 che pare
un compromesso tra solennità e sovranità'^ tremeléry che sarà un tri-
buléri (lomb.), contaminato di tremare (cfr. diavolèri ecc.); forti fic 174.
e pubblio 291, che pajono parodie di pronunzie francesi; canlaridés:
adés 227. Dell'accento peculiare di certe forme nominali e verbali
si tocca nei capitoli rispettivi della Morfologia. Di accento sintattico
a scopo di rima, sono csempj: fèr my ('fare io'): tèrmi 'ZÌI] o so my
('lo so io'): òmy .34. Tralasciamo naturalmente le storpiature delia-
tino e del francese, con le quali si rallegra il dialogo delle Farse.
IV. Morfologia.
1. Suffissi e prefissi.
55. Tralasciamo i molti deverbali sul fare di guadagno doglia
danza ecc., che l'a. astigiano ha comuni con altre favelle neolatine
{vuagn 133, deuglia 273, danza 59), e adduciamo soltanto alcuni esem-
plari più o meno specifici, come: sperforcz 'sforzo' S2,percdcz 'pro-
caccio, questua' 39 226, prich (masc.) 'predica' 185, resi nella frase
la lanza an rest 'la lancia in resta', redricz 'aggiustatura' 247, sco-
pdcz 'scapaccione' 51. — Sia qui ancora ricordato l'aggettivo (ov-
veramente antico participio) /ec/i 266, 'gustoso, ghiotto'. E passiamo
ai suffissi, rilevando soltanto i più notevoli.
56. -ia: punasia * fetore ' 205, chiaramia 'cennamella' 34, folia^ ecc. ;
e forse ffolia 146 (dato che questa voce non vada intesa per nome
426 G'acomino,.
proprio, leggendosi nell'ediz. principe: viver da golia). Per -lv atono
citiamo éntia 'innesto' 2'2S^ torìn. tnta, fr. ente \ restia 'filza' 'resta'
297, la qual voce, a parlar proprio, è ampliapaente della base resti-',
anvie 'voglie' 250, fr. envie (invidia); senza dire delle voci lette-
rarie concordia 41, miseria 30, ecc., o di cativérie 92.
57. -ARiu: (cfr. num. 2): correr 28, iisurèr, tavernér 383, hroacér
'sudicione, sbrodolone' 148, lanternér 222, peyrorér 'pajolajo' ib., hu-
rattér 225, archiér ' arciere ' 294, vaclièr e marghèr 295, ?nascherpér
291, pellicér 113; languacéra 'linguacciuta' 40, bertelléra 'ciarlona'
42, pettezéra 187; mortér 'mortajo' 226, caucér 'calzare' 21; ecc.
Di rado tace il -r: peyroré 103, caucé 24, hacharé 'baccelliere' 41,
messé^ allato a messér, passim. In tutta la serie è ben manifesta l'im-
pronta indigena.
58. -ATORE -ITORE. In protto astigiano, riuscivano ad -du e tour;
e quanto al primo esito, v. il § VI. Es.: braglidu 'gridatore' 290,
crasidu 'veterinario' 103 228, sgrafìgndu (burlesco) 'scrivano' 159,
estimdu 292; retagliàu 'pizzicagnolo' 290, torin. artajur'^ pellucdu
'spilluzzicatore', ecc.; reziòur 'reggitore' 221, tessióu 'tessitore' 304,
[treytòur treytóu 'traditore' 188 248. Col riflesso di questi due suflìssi,
confluiscono poi quelli di -atoriu -itoriu; onde l'a. ast. ambottdu
'imbottatojo, imbuto' 221 (torin. ambgssù'r)^ cenerdu 'cendrier' 17,
borniòur 'brunitojo' 234; e precedendo consonante, couvertóur 'co-
perta' 271 (cfr. torin. levadù'r 'levatojo', cagadù'r 'latrina', ecc.).
Per -TRicE, occorrono i soli esempj guardariz 271, revandaris 292,
cfr. Salvioni, Ardi. XIV 241.
59. -ATA (connesso coi participj), peyld 'padellata', masnd 208 274,
chirid 'chierica' 276, lechid 'ghiottornia' 228, spetacid 'menata, buona
dose* 258; potda 'pentolata' 186 285, dall'equivalente del fr. pot;
aglid 'agliata' 214.
60. -ENTu: mascarenta 'maciullata' 237, erborente 'erbacee' 20;
una curiosa coincidienza ci è qui ofi'erta da benent 242 248, Benentin
'Benedettino', malént 190, alterazioni dei legittimi continuatori di be-
nedetto maledetto (cfr. lig. beneitu; beneeita delle gallo-it. pred.
XVI 41 ; senza dire dei frnc. bénit BenoU; ecc.).
61. -ETTU -OTTu: wi'iftói ' bambinello ' 362, gallét 2Q3; mugét 'muc-
chietto' 229, cocét 'zucchetto' 65, lacét 'busto' 190, pezét 'pezzuola'
87 gròmet 'cestone' 87 (con accezione tutt'altro che diminutiva), bo-
L'ant. astigiano. — § IV. ISIorfol.; suffissi ecc. 427
cìiét 'imboccatura 57; fangét 'fanticello' 294; ciriòt 'moccolo' 368,
stramòt 'strambotto' 21, camelót 'stoffa grossolana' (frnc.) 220; ma-
tòta 'ragazza' 263; }-)isaròta 'sgocciolatura' 274.
62. -TIGNE -SIONE -ssioNE! cancìón 'canzone' 21 375; faetòn 21, frnc.
fagon; sasòn 20, frnc. saison (satione), mangiasòn (analogico) 2905
casòn (colla sibil. sonora) 112; ìnessòn 291, fr. moisson.
63. -ACEU, peggior. : vegliàcz 228, matlonacz 'ragazzaccio', vilanacz
269, cavaldcz 183, vinacz 152, homdycz 'omacci' 280; bestiace 228,
pollastrdce 112, hrayàce 78, laronàce 34. S'aggiunge: mostaz 'muso'
225; oltre siacz 'staccio' 226.
64. -igeo: còmaréz 'cicaleccio' 266, lechéz 'leccornia' 225, ver-
menécz 'sudiciume' 51; pi. laronici 'ladronecci' 35; maladicz 39,
amprandicz 247.
65. -ATicu {-age alla francese): viage 71, oltrage Al, ambassage 43,
ineynage 47, mariage 188, morsellage (erba) 275.
66. -iCLu: aureglie 219 (di var. dial.: auregi 129); cunigl 247; cer-
négl 223; cavigla 184 233; -uclu: zenougl 223, avogla *acucla 57,
cfr. ferròugl *ferruclo 'spranghetta' 223. Di batdgl 129 si può chie-
dere se vada con it. battaglio o non piuttosto con it. battacchio. Di
sbindagl 'tappo' 215, v. less.
67. -OLU si riflette per -eu (ò): eyréu *areólu 'suolo' 222, car-
reyréu 'carratello' 146, /"aséw 'fagiuolo' 48, linzòeu 189, jpeyréu 'pa-
juolo' 245, griséu 'lampadino', propr. 'crogiuolo' 230 262, agiieyréu
'acquajo' 360, moclieyréu 'pezzuola' 261. Deve il suo l a moderna ra-
gione diminutiva: Pedroeul 'Pietruccio' 241. Quanto a i-olu^ v. il
nm. 16.
68. -iNu: tugin da tug^ quasi 'fac-totum' 71, bechin 'bocchino' 282,
pollastrin 148, forcelin 'forchetta' ib., stagnin 'pentolino' 289; topin
189, ioppina 60, frnc. topin, 'pignattino'; fantina 'fanciulla' 260.
69. -one: moizòn 'scioccone', posit. ìnoicz , 276; maschòn 'stre-
gone' 374, cfr. torin. maska ' strega.^ ; pautrón 'cialtrone ribaldo' 189;
- mostazòn 375, chavòn 374, gambòn 373, mociglòn 'moccolo' 231,
stortigliòn 'ritorta' 51; auregliòn 'schiaffo' 374, massellòn 'ceffone'
51; stricòn 'scossone, strettone, sgarbo', torin. strihhdn (cfr. boi. stri-
kdr *strigicare, Arch. XIV 338).
70. -onea: pautrògna 'bruttura' 28, che si combina col soprasil-
vano piitrógn {pultreTia), Ascoli, Arch. VII 500. Risaliamo all'incontro
Archivio jflottol. ital., XV. 29
428 Giacomino,
ad -ORNEA. in ferzóryna 'vinello' 65, di cui v. il less,; cfr. pedem.
hampórTia st/mphònia, Ascoli, Ardi. XIV 347.
71. -amen: hestidm 102, lidm 'letame' ib., mar^ram ' marciume, su-
diciume' 133 193; ancisam 'insalata' 14G, che sarà il gen. iazisame,
travestito all'astigiana.
72. -osu: privoròux 'pericoloso' 279, schifìòux 'schifiltoso', fumóux
103, bravóux 'spavaldo' ib,, contaminónx (dotto) 213; ecc.
73. -is^a: previessa *presbi/tissa 'bacchettona' 185; -isca; fra-
tesche 'bigotte' 184 369, fantesche 184, moresche (ballo) 129.
74. -ARD : trufard 180, gagliart 245, bausdrd 67, hausarda 206, ra-
gliar da 42.
75. Derivazioni verbali. — In -are: amhorrè, ancanòné 57,
alosnèr 'intontire' 361, marandèr 'far merenda' 06, sorer 40; ecc.;
in -ire: stampir 54; ecc.; icarb : accoriér 'coricare' 17, festièr
' festeggiare ' 264 ; arreysiér ' risicare ' {arreysiant 232) ; — -idiare :
nettezér 226, pettezér 205, ranchezér ' zoppicare ' 380, ruftanezér ib. ;
aceare: asfangacer-se 'infangarsi' 176, penacér 'spazzare' 222;
ularb: tremourèr 'tremolare; ottare: vivotér 380; inare:
svessinér-se 89, da vessa 'vescia' 190; iscere: ampisson 'empiono'
60, scompisson (burlesco per '^compisson 263), 1' una e l'altra forma
in doppio senso, potendosi anche riferire ad ampissér ecc. 'scompi-
sciare', cfr. e mi gl-ampis 36; ahoris 'abborre' ib.
E passiamo ai prefissi:
76. AD-: acatrèyva 'comprerebbe' 231, cfr. il fr. acheter, ma torin.
katé'^ assorid'^as sondato 241, amòrta 'smorzi' 209; arrordèr ''''adre-
'cordare 222, accorià 'coricato' 17, astagnd 'stagnato' 246, arreco-
'mandém,a 249, ascurcér ' scorciare ' 186.
77. de-, de-ex-, DIS-: deliherér (dotto) 22, devisér 46, devdz 99 227
{quasi de-e-vaso 'riuscito'), despicd 'staccati' 360, desfondd 247,
despresidnt 29, discordasson (dotto) 32, desgeyrds 'dichiarasse' 192,
destopé 'sturate' 47; e col dis- illusorio (cfr. Asc. I 530): desmésti
'domestico' 221, desmestia 360.
78. EX-: struz 'strascicato, logoro' da struzèr, Flecliia, Arch. Ili
155.
79. IN-. Illusione analogica vedremo in ambiglidvon 105, frnc. ha-
hiller. Del resto: enspia 'guarda' 62, anspid 'guardato' 231, anfra-
schér 'rinfrescare' 233, angerminér 'generare' 279, ampia 'impie-
gato' 42.
L'ant astigiano. — S IV. Morfol.; suffissi ecc. 429
80. RE-: rebinà 'ripetuta' 222; regnachd 'schiacciata' 230, torio.
znakd; se revéston 'si travestiscono' 17; regrignd 'contratto, rugoso'
237, torin. argrìTid; remòngna 'brontola' 41 {^remolnj are 'remoli-
nare').
81. SUB-: secrold 'scosso, scrollato 245, cfr. il torin. sukruld id.;
semòsa, da summoneo 228.
82. EXTRA-, -TRAS-: strasué 'trasudare' 246, stramenti 'mentisci'
203, slremén-e 'strameno, picchio' 127; stras-óra 'ora avanzata, inop-
portuna', stras-órdon 'disordine' 295.
83. INTER-: anterdod 'dubbioso, che è tra due partiti' 29, anter-
frid (-fricatu) 'logoro' 231; anlerfiché, storpiatura di 'significare'
89 (similmente, per ischerzo : traculér per ' calcolare ' 283).
84. BIS-: besong 'bisunto' 148; bescavéz ' garbuglio ' 326, deverbale
éa. '^bis-cavez z are, cfr. l'ital. 'raccapezzare'; berzignér 'cavil-
lare' 238, a. genov. berzignar (M.-L. II 635), '"bis+ (in)gegnare;
bestùt nella frase a tut bestut 'a ogni costo' 258, cfr. il lomb. ; Anal-
mente bissest (voce dotta) 279, che ritorna, con traslato popolare, nel
plur. isg besesg [de francios) 'codesti malanni di francesi', e, con r
epentetica, in besestr 'diavolo* 188; dove è da confrontare, per il tra-
slato, il frnc. bissestre bissétre 'malanno', Kòrt. 1197 e 1217, e, per
l'epentesi del r, anche bsèstar 'bisesto, giorno intercalare', presso il
Mussafia, Romagn. 47.
2. Flessione del nome.
85. Genere. Mascolini che passano al feminile: bornia amour 264;
pau 'paura' 79 153, torin. jmr; la ciiglér 'il cucchiajo' 575; laventr
41, cfr. il sanfratellano la vaintr, Arch, IX 4:39; colla sai bianca, la
sa 'il sale' 146 249, bella sogn 'bel sonno' 230. Feminili che pas-
sano al mascolino: zovént 'gioventù', da un nominat. juvéntu (cfr.
il ni. Palo 'palude', o i friul. jé^e 'età', nigisse 'necessità', Ascoli II
437) : per me zovént (dove il Tosi scrive erroneamente sovent) 224,
per so zovént 359; ìnent, nella frase avég el ment 'fare attenzione',
50 235, cfr. eng. immaint, sic. menti^ M.-L,, II 426, e Renier gel. 143
n. 3; pécour propriamente 'pecori' nel senso di 'pecoroni' 318; y
narìz 'le narici' 90; senza dir d'altri che sarebbero 'sui generis',
come pelicz 'pelliccia' 260 323; sticz 'goccia' 247, torin. stissa, napol.
stizza.
430 Giacomino,
86. Numero. — Nel mascolino, Vi del plurale si mantiene al-
l'uscita , ove sussegua a vocale o si fonda colla consonante prece-
dente; onde: met/ 'miei' 25, soì/ 'suoi' 130 (in larunici ' ladronecci'
31, Vi coincide colla finale del tema, cfr. ib. 'ìnalefìci 'malefizio');
hegl 211, fradégl 29, zambégl 46, naturdgl 34, fogl 'folli' 290, cogl
'quelli'; iug 'tutti', nosg, vosg, ecc. (v. Fonologia, s. ./ compi.). È al-
l'incontro internato, per modo che s'interponga tra la tonica e la
nasale susseguente (cfr. per il ligure ecc., Arch. II 121): boyn 296,
crastòyn 'castroni' ib., scalafróyn 'scalabroni' 254, wzeZóvw 259, lar-
róyn 'ladroni' 291, càyn chrestiàyn 319, mayn e meyn 'mani' t^z.^~
sim ; putéyn 80, sing. pwian '259 314; cilén (cfr. num. 1, IV); guaynt
'guanti' 303, marchéynl 'mercanti' 173, scriveynt 'scrivani' ib. ; loyng
65 277. Inoltre: peccatdicz 187, homdicz 'omacci' 280, poyc 222, drayp
'drappi' 185. Con doppio effetto deWi: feyng 'fanti' 72, queyng =
quajntj , ecc. Esempio singolare è óymon, che sarà il plurale oìni,
283, portato ad óim (com'è nel torinese) e rifoderato del termina-
tivo -o)t. In tutti gli altri incontri, tacque Vi: ver 'verri' 221, 2)ì'<^
'prati' 19, ecc. — Il plur. feminile va normalmente in e: done,
figlie, anche 'le anche'. Quanto a ^gli ecc., v. il nm. 15*". Allato al-
l'analogico zovene 254, troveremo zòvon, come aggettivo, anche per
il plur. fem. : zovon done 255 (torin. done gùvù), sul modulo dei ma-
scolini indeclinati dson órdon ecc. — Plurali neutri ridotti a plurali
feminili: oeiive fresche 108; brace 'braccia' 185, al sing. bracz 101;
come 256.
87. Oasi. Figure nominativali: bar 'briccone' 32, ^{oi 'ghiottone',
/ra 209 ecc. (l'obliquo fratré darebbe fraine, cfr, pare, mare)\ allato
ad oyn 16 17 ecc., e' è anche omon 117 (ediz. princ), di cui si può
chiedere se sia l'obliquo h ornine, o non piuttosto un analogico di
zòvon dson ecc. Circa le due forme prèver e pròve 94 258 'prete',
non saprei sentenziare. L'accento, diverso da quello del prov. pre-
véire (Diez less.), ci richiama a una base non dissimile dal '^prevedr,
postulato dall'Ascoli I 244 , per alcune forme engadinesi. Di zovént
già s'è toccato al nm. 85.
88. Articolo. — Per l'articolo masc. sng. dinanzi a consonante, c'è
el ed o, secondochè era mostrato al nm. 26; e dinanzi a vocale s'ha
l: tom 18, l'èrbor 253 {r non compare). La forma ^^o che il M.-L.,
II 125, vorrebbe esclusiva dell'a. pedemontano, forse riferendosi alle
L'ant. astigiano. — § IV. Morfol.; Nome. 431
Prediche gallo-italiche ', ben ci spiegherà la figura apocopata l, senza
che però si debba ritener esclusiva, di fronte all'eZ astigiano e al to-
rinese 7 (7 pan^ 7 fui, ecc.). — Nel masc. plur., l'articolo è i di-
nanzi a consonante: y nosg 256, y maridge 263, ì/ doze segn 'le do-
dici costellazioni' 256, y pe 24, d-y néspo, d-y bech, ecc.; è gli (ìi)
dinanzi a vocale: glicwoglér 'gli agorai' 38, gl-eyg 'gli altri' 18,
de-gli-agn 'degli anni' 105, a-gli-avent 'agli avventi' (festa) 242, ecc.
Quasi superfluo notare che la seconda figura manca all'odierno to-
rinese, il quale per normale evoluzione fonetica vien da l ^j'-j Ori,
j prbii, j US, ecc. — Per l'articolo feminile al singolare, non e' è da
avvertire se non l'alternarsi di la e ì^a, v. nm, 26, e l'elisione dell'a
dinanzi a vocale: l'asta 69, l'umidità 101; ecc. — Al plurale femin.
dinanzi a consonante, occorre a volte l'etimologico le: le vostre 219,
le feuze 'le foggie' ib., le soe vache 254, le quinze goz 'le quindici
gioje'; 270; solitamente però abbiamo el, che materialmente coincide
col masc. singolare (nel monferrino odierno: er ir'r; cfr. il romagn.
el al)-^ cosi el mole 'le molle' 93, el vote 'le volte' 74, el fìgle 60,
el gent 265, el cure 103, el banche 105, del vache 102, del povre fìgle
254, al gent 291, al pompe 261, con el done 61, ecc. Le forme com-
poste del al, originariamente *dele '^ale, poterono sorgere facilmente
da sequenze sul fare di del(e)-done, con sincope parallela a quella
che notoriamente avvenne in delgado destare costura ecc., e aver
poscia favorita la ditfusione del semplice el dinanzi a consonante.
Seguendo vocale, siamo al solo l o r: l'altre vote 271, d-r-dtre 74; ecc.
89. Pronomi personali. — Prima singolare, tonica, mi per il
retto e l'obliquo: iny v-el confort 've lo raccomando', e son my 'sono
io' 144, 77iy si ve faréu 'io si vi farò' 22, ho my 'ho io' 256, anca
a my 253, ecc.; — proclitica, e per il caso retto (cfr. il torin. i, l'a.
lomb. e, il veneto e, Ascoli Arch. Ili): e vogl 'i' voglio' 153, e me
son fora 'i' mi sono impellicciato', e son mez lourd 'io sono mezzo
intontito' 152, e ve guardrò 'vi guarderò' 23; me m per l'obliquo:
te me descdrri 'tu mi scarichi' 29, me contradirdn 31, me dez 'mi
conviene' 31, te me dy'oi 'mi dicevi' 258, me gratré la vriz 'mi
* Esempj di lo nelle Prediche, le quali d'altronde non è punto accertato
che appartengano a uno schietto filone pedemontano: desot lo pe 'sotto il
piede' IX 6, lo dreiturers iiides xi 39, lo diauol xi 74, ecc.
432 Giacomino,
gratterete' ecc. 35, m-r-a cala 'me l'ha accoccata' 257, y ìn han
sarà de fora 276, ecc.; — enclitica, al retto: dib-i 'dois-je' 98 270,
poss-i 103, sogn-i 'son io' 82 100, sarò-y 35, antandró-y 21, n-éu-y
172; all'obliquo: tralér-me 256, dér-7ne 'darmi' 264, veni-mo 19,fé-me
'fatemi' 22^ adù-me 'recami, dammi' 66, — Prima plurale, tonica,
ìioy {nùi) per il retto e l'obliquo: noy se arrecomaìidema 249, noy
se mettrèma 275, con noy 27 32, ecc.; — proclitica, e per il caso
retto (torin. ?), come al singolare, e non frequente : e ema antèys 30,
e ema noy {jìreys an gra) 94; no negli obliqui, assai raro, Que: za
ch-i no lodon 'poiché ci lodano' 267, ch-o no metlria tug soi e su 27,
i ne mandràn 292, ch-i no làsson 111, n-han leva la voga, 'ci hanno
tolto ecc.' 109; — enclitica, al retto come per la 1.* del. singolare:
sèm-y? 'siamo noi'? 37 267 (senza l'enclit. sema 30 81 ecc.), dy'ni-y?
'dobbiam noi?' 81, darém-y? 235; ne all'obliquo, come in proclisi:
ammorhér-ne 'ammorbarci' 228, te basta l'anini de seroir-ne? 233.
Seconda singolare, tonica: ven autr ti 'avanzati tu' 263, ma e tiì
153, 7na ti... queynch peccatdycz devréy-tu avéy ecc. 187, per ti 33.
188; ti e spos, e chiella è sposa {ti contrapposto a chiella 264; cfr.
t'e testa mia 'sei una zucca vuota' 265); — proclitica, te t {iovin. it.)x'.
te n-liai mia pau?, s-te pioy 'se tu puoi' 190, t-e un vyot 'tu sei becco'
58, t-hai bel giangiér 'tu hai bel cianciare' 189, te lassi andèrì ti
lascio io andare? .58, t-assùr 't'assicuro', t-è vegnù tanter 'è venuto
a tentarti', t-el metta 'te lo metta' 214, t-ra faréu der 261 ; in espres-
sione riflessiva, te te n-accorzrdi 'tu te n'accorgerai' 205; — enclitica
al retto: hd-tuì 'hai tu?' 275, sd-tu? 'sai tu?' 145 267, vòy-taì 83,
pò-tu pós-tu? 'puoi tu? 129 151, t-ancalrd-tu? 'oserai tu?' 192, ond.
é-tu? 'dove sei?' 93, che di-tu? 'che di' tu?' 144, fus-tu 'fossi tu'
191; obliquo: spdge-te 'spacciati' 145, arròrd-te 'ricordati' 146, va-te>
'vatti' 159, son vegnù-te regraciér 157, te vogV'^dir-te 'ti voglio dirti'
167; ecc. — Seconda plurale, tonica, voy {v{ii): e voy saréy stag ^ e voi
sarete stato' 110, senza voy 264, da voy, de voy 19, ecc. Un lom-.
bardismo per la rima sarà vu [vu) 253 ter, cfr. Salvioni Arch. XIV
248; — proclitica, 0 caso retto (riduzione di vo, congenere a quelhx
del piccardo oz: h-oz-et 'que vous étes' M.-L. II 99): o pari squasi
un poc oglid 'voi parete quasi un po' pesta' 99, o lo traete 'voi .lo
trattate' 104, ch-o possi v air ne la sententia 'che possiate udirne il
tenore' 117, a la fé ch^o ave ben el pis ayr 'affò che avete molta
L'ant. astigiano. — § IV. ]Morfol. ; Pronome. 433
impazienza' 240; ve v nei casi obliqui: ve lasreà 25, ne ve toca 23,
ve pdr-lo? 'vi par egli' 27, ne ve de a la stiza 'non datevi alla stizza'
99, v'acades 23; — enclitica, ancora -o e -vo al retto (torin. ve):
véghi-o 'vedete voi' 33 45, di-vo? 'dite voi?' 262, sl-o sy'-voì 'siete
voi? 241 263 275, ne usè-vo? 'non usate? 100, mangias-vo 'mangia-
ste voi' 179, e una volta (in bocca a un casalese) savrés-voi? 'sa-
preste voi? 62; ve all'obliquo: retiré-ve 28, despagé-ve 'spacciatevi'
40, tasi-ve 219 '.
Terza singolare, tonica, chiel ch'ella (monferr. chU e cJiiel gel. 146,
torin. al fem. chila), per il retto e l'obliquo: chiel santend 'egli s'in-
tende' 64, chiel che var-lo? 'egli che vale?' 105, chiel e o so soldcz
'egli e il suo contento' 261, e iny pigi chiel 'e io prendo lui' 263,
ond è-la chiella? 'dov' è ella?' 262, pe)- chiella 'per lei' 270; un pajo
di volte, e in rima 254 259, s' incontra lu, sempre vivo nel casalese,
e notoriamente lombardo; — proclitica, al retto e l'obl., masc. e im-
personale, el 0 (v. Articolo), lo (dopo vocale e davanti a nessi di
conson.) e l, al feminile la. ra l, e al solo retto, ma d'ogni genere,
al a; onde: el fus malavi 50, el feys meste 'facesse d'uopo' 50, n-el
féysson brusér 358; o lo traete 'voi lo trattate' 104; coni l'accadèt
'come accadde' 255, ciò c-l avea 'ciò che egli aveva' 359, o-l pò
savèy 'egli lo può sapere' 361; o gl-é chi diz 'egli c'è chi dice' 296,
o santiti 'lo sentii' 203; al-é col gioitegli è quel ghiottone' 257, al-é
ben ciò 'egli è ben questo' 62, al-é pu che Millan 63, al-é ben vey
'egli è ben vero' 261, al-an-va pu de sept 'ei ne va più di sette'
59, al-é pos veglia 'ella è poi vecchia' 254, a ne sa 'ella non sa'
257, a ne gl-é usa 'ella non c'è avvezza' 263, ecc. {al si direbbe
migrato nell'astigiano dal torinese, a cui mancano i pron. el ed o);
* Abbiamo trovato paralleli: no e vo (o), q ne q ve. Sta a vedere, se ne
e ve siano da ricondurre a forme avverbiali, come gritaliani ne e vi, o non
rappresentino vere riduzioni dei temi pronominali. Se confrontiamo col
si-vo dell'a. astig. il torin. se-ve 'siete voi', ve ci sembrerà chiaramente
tralignato da vo, e si potrà credere che anche ne sia no attenuato, dove
rammentiamo i torin. sarum-ne 'saremo noi', saré-ve 'sarete voi', e l'a.
astì^. sarey'me-ni 'saremmo noi' 307. S'aggiunge che al pedemontano sembra
mancare la base avverbiale ibi; poiché Vi del torin. a-j-e' e del monf. p-j-é
riviene a illT-c, secondochè attesta l'a. astig o-gl-é 260, in opposizione
a quanto afferma il Renier, gel. 147.
434 Giacomino,
la sarà andd 186, te men'fréyua' ella meriterebbe' 361,c-te ste* ch'ella
sia', era facia 'ch'ella faccia' 287, la trovò '[egli] la trovò' 361, che
bella cura l'ha 186; — enclitica, lo (ró) e la {ra) per nomin. e accus. :
dond é-lo? 'dov' è egli', 259, ve 'pdr-lo? 'vi par egli?' 253, che var-lo?
'che cosa vale egli?' 104, véy-t-ro 'veditelo' 262, é-la apparglid? 'è
ella pronta?' 261, teni-la 'tenetela' 258, Ids-ra 'lasciala' 187; gle gV
(Zj, omofono dell'avverbio, per il dativo, proclitico e enclitico: gle
stravaché el hast 'le rovesciò il basto' 293, o gl-é conces 'ei le è con-
cesso' ib., c-o-gl daga dreni (torin. k-a-j ddga ecc.) 'eh' egli le dia ecc.'
259, e gle dis 'e gli disse' 79, arordéve de dir-gle 'ricordatevi di dir-
gli' 201, nionstrdnt-gle 'mostrandogli' 399, an proìnettint-gle 'promet-
tendogli'. [L'avverbio .^i presenta nelle due forme gle gì e ^: o-gle
n-é 'ei ce n' è' 189, coi/ chi gle son 'quelli che vi sono' 219, gl-ha
aguagnd 'ci ha guadagnato', qualch aragnd i sard, 'qualche ragna-
tela ci sarà' (torin. a-J-sarà), o n-y sarea remedié 'ei non vi sa-
prebbe rimediare' 51, ecc.]. — Terza plurale, tonica, lour lor^ poco
frequente: han lor testa de hroncz 254, lor han o relóry (l'orinolo ')
ib., san ben ancóur lour 291, eyèr-gle lour 'ajutarli loro' 23, ìneglióur
de lour 48; — proclitica, al retto, masc. i, fem. el l (cfr. l'articolo),
all'obliquo gle gì, le (acc. fem.); onde: ?/ san; 290, y ìi-éron 16, y han
bel criér 'essi hanno bel gridare' 291, ?/ dison; el dib.ion 'esse debbano'
51, el devréon 'esse dovrebbero' 256, el pòon 'esse possono', el fd~
lon 'esse fallano'; gl-ampisson 'le empiano' 60, coy chi gle van per
l'ongie 'quelli che capitano ad esse per le unghie' 225, che gì pi-est
pur 'che presto pur ad essi 225, chi le refrena 'il quale le infrena'
295; — ■ enclitica, forma esclusiva gle (monferr. -ji, torin. je): quaìite
n-dn-gle mai anfrizd 'quante non n'hanno essi mai infilzate' 360,
n-dn-gle ong y zippòyn 'non hanno essi unti i giubboni' 291, rosiìr-
gle 'arrostirli' 63, amacér-gle 'ucciderli' 215, coni sdn-gle may fer
la grimaza 'come non sanno esse far le smorfiose' 225, dbi-gle com-
passion ' compatitele ' 255, guarde-gle ay pe, ' guardate abbasso ad
esse' ib.
Riflessivo. Tonico, si {sy), cfr. niy ty^ e colle preposizioni fa le
* Il pronom. riverrà alla base illl (circa la vocale d'uscita, v. Arch. IX
75); seppure l'avverbio non prese il posto del pronome, come sappiamo
del §e lorab., del hi sardo, del ci ital., M.-L. II 104.
L'ant. astigiano. — § IV. Morfol.; Pronome. 435
veci del pron. personale di terza; es. : da si mei/sm 'da se stesso'
104, da per sy 'di per se' 67 278; lasréu fé a sy 'lascierò fare a
lui' 161, se n-an savèysson tant com si 'se non ne sapessimo tanto
quanto lui' 278, a ster con sy 'a star con lui' 67, noy con si 'noi
con essi 113, a costionér con sy 'a litigare con lui''. Atono se s:
tut se guida 227, o ne s-accorz 'egli non s'accorge' 227, s-accoria zu
'si corichi giù' 17, o s-é lassa 'egli s'è lasciato' 165; iochér-se 256,
curhir-se 'coprirsi' 225, per affettazione tenir-si 224. L'apparente sy
protonico della frase o sy fard schioplé-y el naye 17, si risolve in s-y
'se le', dicendosi, con ridondanza tipica di pronomi; 'ei se le farà
batter-le le natiche'.
90. Pronomi possessivi. Sing.:>ma; to toa-, so soa- nostr vostr;
vostra ecc. {so anche per 'loro'); plur. : mey (dirado ine: ìney hoyn
fradegl 29, 7ney santiment 25, i me fradegl 18, i me cyncq saniiment
23, mey begl oeugl e me car fìgl 23), m,ie; toy toe; soy ecc. (anche
seu 147 172 ecc.); nosg vosg- nostre vostre. Nell'odierno torinese, la
distinzione del numero grammaticale non si mantenne se non nel fe-
rainile.
91. Pronomi dimostrativi. — Caratteristici dell'a. astigiano e
del monferrino: ist ista, isg z.9^e = iste ecc., col valore di 'questo',
allato ad is issa= ipse ecc., col valore di 'codesto'; cfr. la recentis-
sima trattazione dell'Ascoli in Arch. XV 303 segg. Per is issa, ai
passi citati in quel lavoro (76 98 316 242) aggiungiamo : chi é is chi
tamhussa ? ' chi è costui che picchia ? ' 72, al-é-is pautron ' egli è co-
desto cialtrone' 161, is d-ra feura negra 'costui dalla pelliccia nera'
153, is chi parla 282, is pechiacz 'codesto pettaccio' .360, che anzegn
è is? 'che arnese è codesto'? 236, is fraton 'codesto fratacchione'
321, chi è is chi m'appella? 'chi è costui ecc.? 275, fé tasi issa ber-
lenga 'fate tacere codesta linguacciuta' 205, che gl-ày-tu may achatd
do to ch-issa benenta cotta? 'che codesta benedetta gonna' 324. Per
il contrasto tra issa 'codesta' e ista 'questa': fa an eia issa roca
te, piglia ista haspa (nell'ediz. mil., per errore: issa aspa) 98. Ora
per ist ecc.: ist 89 264 (ter), isg 26 61 105 293 298 299 305 ecc.;
ista 26 89 108 189 ecc.; ma ch-iste fonine 'solo che queste donne'
* Gfr. Salvioni, Arch. XIV 249 n. 1; e, per altro turbamento di funzione,
Ascoli, ib. Vn 456.
436 Giacomino, ^
271. — Raro cost costa ecc. (cioè il comune tipo pedemontano): per
cost 'per ciò' 186, con costa anvia 'con questa voglia' 34, costa vota
'questa volta' 40. La variante dialettale chesta 312 {M inetta) sta
a costa (o da -uè) come chel 317 sta al solito col. — Il dimostrativo
di lontananza è, come nel resto del Piemonte: col (una volta, per ec-
cezione, il già citato chel, sèmpre di Mine ti a) 68 69 76 174 257
297 ecc.; pi. coy 15 17 381, cogl 255 383 ecc.; colla 185 205, colle
61 255 309 382. Assume col anche il valore di neutro: deinità a col
'destinato a ciò' 50, s'ampagion de col chi n-y toca 'impacciano di
ciò che non li riguarda' 76'. Una volta, 271, ha questa funzione an-
che lo: senza lo c-la devantrd 'senza quello che essa diventerà'; nella
qual forma si può forse scorgere, con diverso accento, quella compo-
sizione con hoc (ill-hóc) di cui tratta l'Ascoli, Arch. XIIE 2942. pj^j
corrente, come neutro, è ciò (torin. snn) = ecce-ììoc: per ciò 41,
olirà de ciò 89, ciò ch-é qui 'quale che è qui' 231, a ciò che 265 ecc.
Parallelo a ciò abbiamo co in per co che 'per questo che' 107, cfr.
il sanfratellano percò nel senso di 'perchè' Arch. IX 439; il quale
-co starà a ciò, come il prov. aquo sta a aisso so.
92. Un substrato dimostrativo riconosceremo ancora di certo
neW ol che funge da particola affermativa. Nessuno vorrà staccarlo
dai frane, oil oul aol oal, v. Gaston Paris, Rom. XXIII, e cfr. nelle
Pred.: oel ben 'si bene' i 73, oe 'si' x 22. Riserviamo al § VI la di-
* Sta il fatto, che col colla sono ridotti da '^ciiel ^cucila. Ora, di fronte
a queste forme, come s'intenderanno le altre forme piemontesi, già citate:
chiel chielìaì Sarà difficile pensare alla composizione con atque, voluta
dal M.-L., II 506, per aquel ecc., stante la poca probabilità che Ve di -que
si conservasse nell'iato. Dovremo noi dunq\ie imaginare che atqul si so-
stituisse ad atque, o non piuttosto ammettere un'antica confusione tra
eccu ed ecce, la cui risultante fosse *'ekke-, donde *'kki-eUuì I provenz.
aicel disso accennano, pare, ad *aci-el *aci-o, cfr. nell'a. ast. ciò. — Sia an-
cora-ricordata la forma torinese hila, che ci richiama al^^ tipico del mon-
ferr. ist is ecc.
^ I torinesi loii soii ('quello', 'questo'), pare all'incontro che ci ricon-
ducano ad *ill-hùnc ed ecce-hiinc, incrociati con *illhóc ecc. La
combinazione dei due temi pronominali, che avremmo in *illlioc ecc., fu
ammessa, oltreché dal Diez, anche dallo Schuchardt, per la figura lui.
Fuor d'accento, la vocale è oscurata nei torin. lu-lì su-sì 'quello li, que-
sto qui'.
L'ant. astigiano. — § IV. Morfol. ; Pronome. 437
scussione delle attinente di questa forma; ed ecco intanto gli esempj:
ol 92 121 245 273; ol ol 33 201 303 304; ol ben 27 35 78 167 19(3
274 277 291 324, ol daveijre 'si davvero' 86; ol, ma 47 126 127.
93. Pronomi relativi e interrogativi. Unica forma per il
relativo personale è chi^ nella quale pure si compendia, come nel-
l'ital, il nesso sintattico 'quello che' ecc. Es.: tosi va chi De tràmet
87 275 'tosto se ne va colui che Dio spedisce' (all'altro mondo), chi
trufa autrù 'colui il quale ecc.' 254, ehi vols aveyrla 'il quale volle
averla' 255, chi se faìi schergne 'i quali si fanno belFe', del povre figle
chi n-an mya 'delle povere ragazze le quali non hanno' 254, de chi
e me fy 'del quale mi fido' 26. Ed è naturalmente pure interroga-
tivo di persona: chi met i i-osg pe and-y caucérì 'chi vi mette i piedi
nelle scarpe?' 21; inoltre 153 169 320 ecc. Per le cose, vale chi al
retto come relativo, e che come accusativo e interrogativo: le pompe /
che porton el done 64, ista è una magna astrologia / che te me alle-
ghi 26, col chi me toca 'quello che mi tocca' 20, che è ciò chi ma-
sharluca? 'che è questo che m'abbaglia?' 98, ecc.
94. Allato al che essenzialmente atono, di cui nel precedente nu-
mero, l'a. astigiano possiede una bella forma di pron. n. interrogativo,
essenzialmente tonica, ancora mantenuta in odierne parlate monferrine
(cfr. Renier gel. 148), cioè que^ in cui è limpida la base quid, come
nel fr. quoi (a. fr. quei, dove pure avrà sonato I'm della base latina).
La pronunzia moderna toglie ogni dubbio circa il modo di leggere
la scrizione dell'Alione. Es. : e de quei 19, e quei 316, savy' que, bri-
gadaì 'sapete che (v'ho a dire)?' 31, e veugl savey de que e de quant.
18, si han de que an tnan 's'ils ont de quoi' 139, un gran que 188;
e te-I vogl dy i per que te in-hay dog 'tei voglio dire perchè m'hai
dato' 173, a ca dy groes per que ognun papa 'quattrini a casa, per-
chè ognuno pappi' 291, de que con cui, per modo che' 320. Si man-
tiene dunque in questa forma tonica l'ant. ku, come in quant qual,
0 come il Am secondario in qui^ lomb. ki^ quiló = 'kkitilloc. Il solo k
ritornerà all'incontro in coglélo coglé 'che c'è' 307 229, da divi-
dersi cosi: c-o-gl-e-lo 'che ei c'è egli?', cfr. il torin. cosa c-a j-é
' cosa che ei e' è ', e il frnc. qiCest ce quii y a, dove a, e rispett. il,
corrispondono all'o astigiano.
95. L'inde in proclisi riesce ad an n: rn-an pagréu 'me ne ripa-
gherò' 150, ne s~an pò spassar 'non se ne può passare' 253, n-an
438 Giacomino,
■porréon iru 'non ne potrebbero più' 254, queyng gle ìi-e-lo da marier
'quanti non ce n' è egli da maritare' 254; ecc.
96. Perifrastici, avverbiali e varj. we-s-c/i ' non so quale '
84 224, ne-s-che 'non so quali' (fem. pi.) 224, ne-s-qudr 81 88, ne-
s-quante 110, ne-ss-ónda 'non so dove', cfr. an ne seu ond 'non so
dove' 302. Per formazioni analoghe nel ladino, v. Ascoli, Ardi. I 48,
nel dialetto di Valchiusella, Nigra , ib. XIV 379, inoltre il rumeno
nescarea niscare. — Col valore del fr. on, occorre una volta om: quant
e pensas ch-om me deys lez 'che mi si dettasse legge' 266, cfr. Fa.
genov. in Arch. X 166. — Appena meritano un cenno: qualch 260, quarch
268 295, pi. queych 265, queycliun 111; altr {atra)^ pi. eyg, autrù
254 ; tug ' tutti ' ; minca =omniunquam, in mirica di ' sempre ' 230
279 292. Un altro composto con 'di' è forse ta-dy' che pare signifi-
chi 'sempre', e nella prima parte ricorda il primo membro del ta-
vola 'talvolta' 54. Ancora: pwsó/* 262, piusòr 127; pai^egl 'parecchi'
290 (anche 'uguali' 213); asse 292; ogni 280, ognun 225; e, forse at-
tratto da chascùn 289 e da queychùn 111: l'-un-chùn {de noy doy)
'alteruter' 175; negativi: gnun gnùa 173, nent 'niente' 174 267 292
(che funge pur da particola negativa). Seguito da che, ma ha il valore
di 'che solo' 'soltanto' (cfr. torin. niac): se n-eys inia pos ma ch-una
branca / de carn 'se poi non avessi più d'una spanna di carne'; che
crez ma ch-y quatrin servisson 'che credo soltanto i quattrini bastas-
sero, 220, pur, ma che gli onza ben el mostdz ' pure solo che io gli
unga bene il muso' 225; e ib., come in Lombardia: doo-ma che n~eys
ist mal de rea 'solo che non avessi questo mal di reni'. — 11 pro-
nome d' identità é meysm 42, meysma 212, meysmament 254.
97. Numerali: un una 278 279 ecc.; masc. doy 146, fem. doe
363 [deux 174 è un francesismo) ; masc. trey 146, fem. tre 271 ; quatr
290; cincq 16 ecc.; sex 271; sept 257; og 255; new/" 279; dex 147;
doze 256, treze 211 , quinze 270, tre forme che poco divergono dal
tipo ligure e provenzale, ma hanno accanto a sé: dodes 128, quatór-
des 131, quindes 147, che sono di stampo torinese; vini 105; tranta
130 278; ceni 161. Ordinali: p?'w«iér 18 285, premerà 261; tercz 147;
sexén (come nell'a. lomb., nell'a. ligure e nel provenzale); derré 'ul-
timo', prov. derrér-s (*de re trarlo Kórt.).
L'aiit. astigiano. — § IV. Morfol.; Verbo.
439
3. Flessione del verbo.
98. Conjugazioni. Mancano, pressoché intieramente, esem^.j spe-
cifici di passaggio da una conjugazione all'altra; uno è mettir 194, al-
lato a reméttre 43; e ricorderemo anche sentir 'districare' escutere,
sebbene coincida con lo spagn. sacudir succutere. Del resto: sup-
plì compi pari fati cusi 226, come nell'italiano; tollir 117, toUit 103,
come nell'a. fr. tollir, nell'a. sp. tullir; cry 'cercare' quaerere,
a. gen. querir, fr. querir (ma arcaico pur querre^ che appunto oc-
corre neir Aliene, 348); végglier vègghe 234 *vidére, con tutto il
Piemonte e col Veneto; càzer cadere, che all'incontro è fedele alla
base latina, come il ligure ca'ze e il majorcano caur-er, M.-L. II 157.
Singolari sono arreysy' 'risicare' 228 (v. léss. ; e cfr. arreysiàni 'au-
dace' 223), e il dénom. lumany' 'farsi umani, mitigarsi' 65. Rispetto
ai due tipi d'infinito; léze 290 e béyvry 63, v. il num. 16 e cfr. nel
valdese rùmpre hèure, allato a òse reime, M.-L. II 157. Per gl'incoa-
tivi [anzorgnissi 'tu assordi' 2S3, pmy's 'prude' 22, ecc., non ci sco-
stiamo dalle corrispondenti forme pedemontane e lombarde.
99. Il movimento vocalico per la ragion dell'accento è meno esteso
che non altrove, perchè manca il dittongo dell' e, e vi è oscillante
quello dell' d. Sien notati: mòeura 39 ali. a morir 211; vèugl 31 {vogl
23) ali. a vorréy-tu 33 vorréy-vi 301 vorrdvì 276; tróeiwa 39 ali. a
trovànt. D'altra maniera: crob 'copre' 260 ali. a curhir-se 'coprirsi'
225; e un'alternazione ci sarà stata anche nel caso di dormi 307 (con
o) ali. dormint dormi (con o), cfr. i provenz. Iróba e trobar M.-L. II
231, benché la scrizione imperfetta la nasconda. E finalmente, per la
ragione del num. 13: pens 172, pèns-tu 'pensi tu' 33 173 ali. a. pan-
sàvy 74; sent 26 ali. a santint 375; anténd-i 'intendo io' 208 ali. a
antandró-y 'intenderò io' 21.
100. Presente indicativo. L'o di prima, salvochè in alcuni dei
5 verbi singoli', é normalmente caduto, come nel monferrino (circa il
contrasto col torinese, v. il § VI): cotifés 22, mmig 20, renegh 38,
vogn 26, digh 197, ecc. — Nella II sing., l'uscita è i, tacendovi il s
dappertutto ', dove il torinese pur ne conserva qualche reliquia (§ VI)-
» pòs-tu 151 (allato a po-tu di cui vedi la nota seguente) ripeterà il -s
dal pos di 1* pers.
440 Giacomino,
quindi: hai 158, say 270, vay 161, hdy-tu 344, sdy-tu 167, vóy-tu S3
154'; tórni 72, scusi 316, antèndi 246, dormi 307, ecc. — III siug. ;
m/'«'« 'carica' 50, schiayra 'vede' ib., lasca 'emette' 33; ten 291,
sporz 22, guaris 103; oltre cZy 'deve' 168, è est. — I plur. : -éma
per le conjug. in are ed ere, -ima per quella in -ire (v. § VI):
lasséma 138, andéma 139, volèma 51, éma '^avéma 'abbiamo' 54
[per eccezione dorméma 308, cfr. dorm'won 297, dormint gerund.];
tenima tenim-se da te««V 109; e per livellamento analogico, dy-ma
'dobbiamo' 253. — II plur.: per la conj. in are, l'uscita suona -é;
per -ere: -é -éy ~i; per -ere: -i atono, e vuol dire conguaglio colla
Il sing., come è nel torin. per tutte le conjugazioni; per -ire: -i.
Onde: lasse 69, amherhoglé 'ingarbugliate' 278, savé e savy' 260 (i =
ei da e), havé 236 e havy' 37, cogli analogici sy 'siete' 162, dy 'do-
vete' 214; s-o me deféndi^se mi difendete' 200, vèghi-o 33 ~; dormi
dormi-vou 314. — III plur., -on (torin. -ti) per tutte le conjugazioni,
ove ne togliamo le 'forme singole' uan 6;ton ecc. Q.\x\nà\'. réston, mdn-
gion, poon 'possano' 20, rólon 107, dison 109, vénon 195, ténon 146,
fornìssoìi 108 ecc. Circa le attinenze di queste forme col ligure,
V. § VI.
. 101. Presente congiuntivo. Il riflesso di -am -at s'è esteso
per la I e III sing. a tutte le conjugazioni; la II sing. che coincide
colla stessa persona del plur., esce in -i\ e per la III sing. s'ha an-
cora un filone arcaico della conjug. in -are, nel quale manca ogni
vocal d'uscita, o in altri termini si risale ad -et, rappresentato pur
dal valmaggese canti cantet, dal bergam. eànte cantem e an-
te t, ecc. — Ora agli esèmpj. Di I e III sing.: vedda 232 262, vea
'ch'io vada' 230, diga 193, córra 31, ónza 225, léza 75, asbissa 'esi-
bisca' 175, tégna 202, végna 261, che mangia ' eh' io mangi' 37, mey-
sina 'medichi' 38, ognù s'adóvra 's'adoperi' 37; all'incontro di terza
in locuzioni tradizionali: ve schiat 'vi schiatti, faccia schiattare ' 219,
* Nella combinazione col pron. enei, il dittongo può ridursi: hà-tii, sd-tu,
pó-tu 129 210 (v. la nota preced.). Pei- la qual riduzione nella sili, tonica,
-si posson confrontare: bécha 'guarda' 201 ali. a beychér bcyché 86 273;
schiàr-tu 251 ali. schcyrìr 324; cad 156 ali. a catidéra; atre 'altri 74, ali.
a autróu 'altrove' 139.
Il metro attesta il parossitono: l'hom vcyhio el fa mestér che sy'a.
L'ant. astigiano. — § IV, Morfei.; Verbo, 441
faffèr 't'afferri' 269, re sec 'vi secchi' 205, Dé^ m-el perdòn 'Dio me
lo i)erdoni' 254, De ve saalf 'Dio mi salvi' 212, cìriascun se guarà
'si guardi' 180, Domnidé fjuard la casa 258'. Di II sing. e plur. :
me' ni 265, tòmi T2, mandi ib,, haWs^Wx tu' 192, vogli 41, vaghi 265.
CQiténdi 266; pensi 'pensiate' 36, dèg 'diate' 161 hdbl 'abbiate' 36
206, sdpi 25 195, vivi 325, faci 'facciate' 28, chiodi 'chiudiate' 223,
anténdi 'intendiate' 200 240, odi 'udiate' 161, ecc. Di I e III plur.:
pdgon 314, tàson 325, vàgon 275, dàgon 258, fdcion 220 265 282,
dormon 314, ecc.; perdùnon 215, piglon 249, tasón 54, fdcion ib.,
mèlLon 220. Il regresso dell'accento, da cui nella I plur. va ripetuta
l'uscita -on e quindi la coincidenza colla III pi, sarà da attribuire
all'attrazione di tutte le altre voci di questo modo {canta canti canta \
canti cdnton); e non parrà di ricorrere, per questo livellamento, come
vuole il M.-L. II 185, all'imperfetto dell'indicativo, col quale il cong.
pres. non ha alcun rapporto ideologico. Andrà piuttosto considerato
l'analogo livellamento nell'imperf. cong., dove anche l'italiano ha fa-
cessimo (fecissé mus), faceste (fec issétis).
102. Imperativo. — Il s'mg.: piglia SQ, ascóuta 261, guarda 211,
pày-te per *pdga-te ""-paghe-te 248, èye-me per '-^éyam-e 'ajutami' 190,
vòze-lo 'volgilo' 245, ven 151, met 145. La II pi. coincide colla stessa
voce dell'indicativo: guardò (*-«e) 277, comancé 18, use 101, tome 43,
cointé 'contate' 277, retiré-ve 28, sez-i 'sedete' 99, tasi 291, reniani
137, corry' 81, metti 76, dormi/ 258, veni 22, teni 38 277; e nei verbi
singoli: fé, ste, dy 'dite', ecc. Resta incerto se sia da leggere prendi
(come nell'indie), o prendi, nel verso: pirendi, monsùr, fé cogliaciòn
'prendete, signore, fate colazione' 137. Per la prima del plurale, serve
l'indicativo, il quale farà capo alla sua volta al cong. lat. in -are;
ed è la figura che esce in -erna. — L'inibitivo è reso coli' infinito:
ne te fiyé 'non fidarti' 233, ne me stoffér 'non m'annojate'; non par-
ler l ma prènde isg guaynt et secrolér /et — penacér via ' non par-
late, ma prendete — scuotete — sbrattate' 303; dal qual ultimo esem-
pio si vede, come, precedendo un inibitivo, posson seguire, per con-
tinuazione di costrutto, degli infiniti in luogo di semplici imperativi.
* arri, nella frase: chiascun arri con y seti 'ognuno se ne stia co'suoi'
17, posto che non si risenta d'influsso letterario, sarebbe un bell'arcaismo,
anteriore alla fase di affer rjuard ecc. Letterario sarà senz' altro addrici
'indirizzi' (III) 68.
442 Giacomino,
103. Participj in funzione d'aggettivi: marchdnt (pi. mardièynt
173), rtn-eysmnf ' arrischiato, audace' 110 233, contènta pandént 130,
scrivént 'scrivano' 35 173, lus'ml 'lucenti' 130. — I gerundj con-
fluirono coi participj, stante il passaggio della finale sonora in sorda,
cfr. Arch. VII 483; onde: sfangacidnt 380, ranchezdnt 'zoppicando' ib.,
vivotdnt 293, disént 359, crezént 'credendo' 297, santini 375, dormint
297, nessint 'uscendo' 361, ecc.
104. Imperfetto indicativo. L'accento è sempre sulla penul-
tima. Es.: I sing. ynanddva 325, féyva 'faceva' 360, mettiva 323; II
sing. éi/vi 'avevi' 361, sèyve-tu 'sapevi tu' ib., dive-tu 'dovevi tu'
323, dy'vi 'dicevi' 251; III sing. anddva 132, pansdva 358, agrezdva
'eccitava, aizzava' 206, manchdva 128, cercdva 51, féì/va 'faceva'
360, éyva 'aveva' 207, déyva 'dava' 106, dasèyva id. 375, valiva 112
360; I pi. 'prestdvon 237, s'amhigldvon 'ci acconciavamo' 105; II pi.
parlavi 824, fdvy 'facevate' 41 123 226, vozévi 'volgevate' 323; III
pi. rebutàvon 53, dansàoon 127, tréyvon 'traevano' 130, dèyvon e dèon
'davano' 130, faséon 'facevano' 359, dormivon 297, lusivon 'luce-
vano', venion 'venivano' 374.
105. Imperfetto congiuntivo. L'accento anche qui livellato
secondo le persone del singolare e della III pi.'. Es. : I sing. dispen-
sds 225, mandds 73, podés ib., devés 266, adimpis 20, suffris 221, fa-
lis 315; II sng. acagdssi 193, anddssi2QS, éyssi 34 280, fùssi 147; III
sng. erì'ds 56, andds 27, se greusas 'si lagnasse' 213, acadés 225,
savès e sèys 57 229 103, éys 'avesse' 17, piasis 'piacesse' 68, metis
276, vents 79 228; I pi. camhidsson 106, volésson 29, dovèsson 27,
éysson 211; II pi. v-assettassi ^ sedeste^ 223, mangids-vo 179, narrdssi
20, volessi 42, éyssi 105, féyssi 43, stéyssi 69; III pi. umilidsson ac-
corddsson 16, fèysson 358, avésson 213, fusson 10, ecc. U-ei di *-é'ssem
non s'è esteso, come nel torinese, anche alle altre conjugazioni; ma per-
sistettero le vocali tematiche a ed i dei verbi in -are e -ire. Le
coppie éysson e avésson séys e savès spettano a due diversi strati,
più e meno popolari.
106. Perfetto. Gli esemplari di questo tempo, notevoli anche per
* Nelle forme dialettali lombarde calabresi ecc., che ci danno il tipo
amàssimo amassimo amàssono, coU'enclitica della 2.*' pi. si ottiene anche
risometria sillabica.
7 / H. L'ant. astigiano. — § IV. Morfol. • Verbo. 443
la loro frequbnza {né tocca il'^I.-L., it. ^r. 180, rem. gr. II 308 218),
si spartiscono in avanzi di forme l'orti latine, e in formazioni seriori
e deboli. Alle forme forti appartengono: /?^ 'feci' 50 53 110 254 363
(cfr. il francese e il provenzale), fisoìi 'fecero' 129 183, fofou fu 16
184 254 363, hof of 'ebbe' 29 350 359 382 (cfr. M.-L. II .325, Bartsch
Ghrest. ; e spagn. huho)^ sop 'seppe' .360, pog 'potè' 1.39 (prov. saup
e poc), de 'diede' 16 374; dis 'disse' 233 297 (il presente 'dice' è
scritto per lo più diz 258 ecc.), vóssi 'volli' 359, vols 'volle' 25.5,
l'ólson e vósson '.vollero' 10 131. È all'incontro debole di sua natura
il tipo analogico, dipendente dall'estendersi dell'er di III plurale, p. es-
di andèron (cfr. M.-L. II, § 270); e così: I sing. squarreri 'scivolai'
106, m'ammaleri 'm'ammalai' 103, paghéri 156, menéri 271, trovéry
359, chinery 'chinai' 196, piglére 274 i, furi 'fui' 103 260; II sng. :
pigléry 'pigliasti' 208, aferértu, 'afferrasti tu' 209, tochèr-tu 'tocca-
sti tu' 280; III sng. parler 188, se cacèr-lo? 'si cacciò esso?' 100;
I pi. s-ciHvrieron 'c'inebbriammo ' 146, e zuéron, zuèrmn 'rappresen-
tammo' {iv. Jouer) 222 223; II pi. levèri 'levaste' 196; III pi. por-
tèron 257, piuméron 'spennarono' 184, informéron 202, tractéron ib.
andèron 'andarono' 127, andér-gle 130, cfr. le forme forti déron 'die-
dero' 208, furon 'furono' 16^. Di stampo debole è altresì una filza di
forme in é, nella III sing.: voyé 'vuotò' 16, reste 35 359, trovò 79,
andò 110, menò 112, adiate 'comprò' \2Q^ presanté ih., cigno 'cènno'
359, desmantiò 130, angané 150, denunciò 559, descarrié 255, strava-
ché 'rovesciò' 293, portò 212, se zuò 'si rappresentò' 254, stranito
'sternutò' bidè 'gettò' 296, chiapé 'prese' 297, arrivò ib., revertié
'rivoltò' ib., ecc. Pajono queste forme riduzioni di forme in -er, ap-
partenendo esse tutte, come quelle che vedemmo in -r, alla coniugaz.
in -are, e poco arridendoci l'ipotesi che possono continuare nn-dii^
da contrapporre a quell'-àvt -aut, cui si riconducono le forme ve-
neziane in -ci Arch. Ili, le italiane e spagnuole in ó, ecc. Ancora da
A
* Qui Ve d'uscita forse dipende da confusione coli' enclitica -i -e (s<re-
jwen-e 'picchio' 117).
* Diffusione analoga OC er ir s'avverte nel provenzale, nel l'riburghese,
nel valdese, nel friulano, e, per le sole persone del plurale, anche nel ru-
meno. Nel prov. la diffusione dell' er avrà trovata una spinta nell'antica con-
servazione del piuccheperf. indie. ; cfr. le forme nostre meridionali accet-
terà vidéra ecc.
Archivio glottol. ital., XV. 30
444 Giacomino,
spinte analogiche vanno ripetute, nella I sing.: santiti 'sentii' 203,
m-adormiti 'm'addormentai'; nella III sing.: accadét 'accadde' 255,
battèt 361, bevét 297, fuzit 363, tollit 103, oy't 'udì' 204, venit 79,
nessit 'usci' 101 (l'ediz. mil. porta erroneamente nessir); e nella III
pi.; bevéton 178, veniton 128, Siamo qui al tipo degl'ital. temetti, ecc.,
dei soprasilvani vangit antschavet, Ascoli Arch. VII 472, all' a. lom-
bardo morite^ viti 'vidi' ecc. Ed anche nell'a. astig. s'incontra viti,
101, coir incrociato visti (I) 104 128 359, allato a vist (III) 129 (par-
ticip. vist ih.); cfr. il romagn. vest e M.-L. II 346. .
110. Futuro. I sing.: mandr-éu 268, trovr-éu 20, mostrer-éu 19,
sur-éu giocherò 2^, porr-éu 1'^^ par-éu 'sembrerò' 35, bevr-éu 285,
crezr-éu 'crederò', dir-éu 19, obrir-éu ' aprirò ' 44 ; an(ir-ó 98, pa^r^'-ó
232, sar-ó 187, cfr. sar-éu 193; saró-y 35, antandró-y 21; li sng.
chianchr-ày 265, 'parr-ày 34, savr-ày 98, fornir-ày ib., morr-dy 34 ecc.;
Ili sng. tocr-d 49, star-d 16, avr-à 35, venr-d 113, pruir-d 'pruderà'
35, guarr-d 'guarirà' 89; l pi.; alevr-èma 281, tornr-éma 215, rasonr-
èma 30, vegr-éma 'vedremo' 41, ecc.; II pi.: gratr-é 35, sezr-é 'se-
derete' 99, crezr-é 'crederete' ib., e, col normale riflesso astig. dell'e:
far-éy far-y' 200 194, veggr-éy 'vedrete' 34; III; pi.: biastemr-dn 31,
vorr-dn 113, porr-dn 112, dirdn-gle 'diranno essi' ecc. Come si vede,
cade di continuo l'è dell' -er infinitivale, ove non sia preceduto da
nessi di consonanti; in qualche caso, Vi di -ir.
111. Condizionale. Ad habéba- corrisponde in questo modo
-eiva ed ea; cfr. la stessa alternazione nell'a. lig. , Arch. XV 26,
nm. 64. Avremo cosi, alla I sing.: vorr-èyva 26, e coll'enclit. vorr-
éyv-i 301, far-éyv-i 225, aucalr-éa 'oseroj' 26, lasr-éa 25, degnr-éa 27,
avr-éa 20 ; alla II sng. : ar-éyvi (per avr-éyvi) ; inoltre la figura del tipo
incerto vorréy-tu, potendosi essa, per via à^\xn*vorréyv-tu, ricolle-
gare con vorrèyvi; ma più probabilmente sarà da vorréa, come vor-
réy 284, te devréy 208; cfr. i torin. it venie, it devrie\ alla III sing.:
bastr-éyva 211, venr-éyva 79, durr-éa 'durerebbe' 243, dovr-èa 213,
savréa 17, pon-éa 'potrebbe' ib., saré (per saréa) 100; alla I pi.: sa-
rèon 'saremmo' 31, avréon ecc. •; alla II pi., pari alla II sing.: sta-
* sarey'me-ni 'saremmo noi', con wt = 'ne' enclit., 307, presenta in sa-
reyme- una forma affine al sareimu sarijmu dell'alto monferrato, in vece di
uno schietto astigiano *sarejvon.
L'ant. astigiano. — § IV. Morfol. ; Verbo. 44.5
rky 105, farèy 200; alla III pi.: mangr-éon 'mangerebbero' 224,
morr-éyvon 'morrebbero', servir-éon 'servirebbero', come nella I pi.
— In qualche esemplare, la perifrasi si fa coli' infinito e il perfetto :
vorr-dvy vorr-dv 'vorreste' 87 98 267; cfr. Vave avi dell'a. lomb. e
a. venez. — Del resto l'oscillazione tra le forme in -eyva e quelle in
-ea, nelle quali ultime l'ausiliare può, per sinizesi, contare come mo-
nosillabo, è giustificata, in parte, dalle esigenze del metro.
Verbi singoli.
112. Habere e sapere. — Presente indicativo di 'habere'; la
I sing. e più frequente: eu (ò), 58 77 85 87 93 104 ecc., eu-y 79
172 ecc. ', cfr. i futuri amazr-éu 316, trovr-éu 20 ecc.; ma pur s'in-
contra ho 67 1:39 149 208 284; similmente nei futuri; carrier-ó 150,
dir-ò 223, antandr-ò-y 21, ecc.; II sing.: hai 82 90 93, 153, ecc.,
hd-tu 190 242; III sing.: ha 83 100, ecc., hd-lo 64 67, ecc.; I pi.:
éma 17 94 179 224 314, ecc.; II pi.: havéy 1:37, havy' 79 84 319.
havé 136 233; III pi, han 58 61 93 102, ecc. — Di 'sapere' la I sing.
seu 79 80 104 149 154 187 196, ecc., séu-y 123 196; so 123 124, san
(come von, ecc., cfr. Arch. I 449 n.) ; II pi.: say 270, sd-iu 146 152, ecc. ;
III sing. sa 57 140 158; pi. (manca); II pi.: savy' 229 235, savé 124,
se 121; III pi.: san 107 119 299, san-gle 'sanno essi' 59 2. _ p^g.
* Per errore tipografico ou 325.
' Vedemmo la prima sing. di 'avere' e 'sapere' oscillar tra le forme
eu seu, ho so. All'ipotesi del M.-L., it. gr. 279, che o sia alterazione idio-
matica piemontese dell'ital. ho, preso a prestito dal monferrino, s'oppone
non solo la poca probabilità d'un accatto di tal genere, ma pur la ragione
dei suoni ; poiché nelle voci letterarie italiane e francesi passate nel pie-
montese l'p' si mantiene, o al più tende a oscurarsi in p; cfr. i piem.
faro (it. falò) pappi pómpa rondo ecc. Piuttosto ricondurremo, come è ov-
vio, la forma dell'a. astig. ho so ai tipi *habo *sapo, attestati, tra al-
tro, dai logudoresi hapo sapo, imaginando l'evoluzione fonetica *avu *au o,
poiché *av non avrebbe potuto darci se non af, siccome *aMU = habui ci
diede of. All'a. astig. sarebbe estraneo quel tipo, donde provenne il torin.
ai, colle note forme francesi, spagnuole ecc., e che mancherebbero pure
all'a. genovese, cfr. Parodi, Arch. XV 23, n. Ora é un fatto già da noi av-
vertito (v. nura. 5) che in alcune voci verbali d'uso frequente il riflesso
dell' ó oscilla tra o ed o ; onde s'ottengono le figure vogl e veugl, troef 100,
troeuva 39 e trova 111, deul 'duole' 94 e doglia 'dolga' 293; parimente,
benché nel verbo 'potere' 1' a. astigiano si sia ridotto all'o, forse per la
446 Giacomino ,
sente congiuntivo; I sing.: dbia 73 80; II sing. (ibi 192; III sing. : dhia
53 87 108 296, ecc.; II pi.: dbi 42 89 100 184, ecc.; Ili dbion 50
51 220, ecc.; Ili sing.: sapia W 85; II pi.: sapi 25 195; III pi.: sd-
pion 227 292. Vale il congiuntivo anche per l'imperativo; é la II pi.
ei/ 81 s'identifica coli' indie, avéi/. — Imperfetto indicativo; II sing.
éì/vi 365; III ét/va 85 207, éyve-lo 'aveva egli' 106; III pi.: èyvon
112, avéon 367;- II sing. séyve-iu 'sapevi tu' 361; III séyva 255,
séyve-la 'sapeva ella' 220, savèa 204 295. — Imperfetto congiuntivo.
I sing. etjs 46 70 225 293, avés 154; II èyssi 34; III eys 17 86 215, ecc.;
I pi. éysson 211; II èyssi 105; III éysson 63, avèsson 213; II sing.
séyssi 192; III seys 103 242, savés 229; II pi. seys 223; III savésson
112. — Condizionale; I sing. avrèa 292, area 285; II aréyvi (*«w_
eyvi) 266; III avrèy-gle 'avrebbe loro' 80, avrèa 271, area 306; II
pi. arèyvi 234;- I sing, savrèa 360; II sarèy-tu (per *savrèy-tu) 232;
III savrèa 17, sarèa 291. — Futuro; avrèu 21 270, avrò 308; I avray
64 235; II pi. avrè 33 233; III rtvr«n 24;- I sing. savrèu 69 241 322,
savrèu-y 259; II savrd-tu 259; III srtym 103; III pi. savrdn. Quanto
ai perfetti hof e sop, v. nm. 109.
113. Esse. — Presente indicativo I sing. son 39 84 92, ecc., sogn-i
'sono io' 82 100 104 279, ecc.; II ey 322, e ee 58 92 234 248 265
282, ecc., è-iu 'sei tu' 84 151 157 188 322, ecc.; Ili é 18 26 32, ecc.,
è-lo 296, è-la 188; I pi. sèma 15 81 188 270 281, ecc., sem-i 'siamo
noi' 37; II, nell'analogia dell'altro ausiliare: sy 97 123 124 137, ecc.,
sy'-vo 'siete voi' 241 322, sì-o 263, III pi. son 16 59 60J, ecc., son-
gle 'sono io' 240; e variante dialettale (d'Alba) in 129 , cfr. il lomb.
e il toscano énno. — Congiuntivo; II sing, sey 266 (forte da *5m, cfr.
la stessa pers. del pi.); Ili sia 15 58 185, ecc.; II pi. syi Al 153 368,
prevalenza delle voci in cui 1' o era in posizione {poss ecc.), non è impro-
babile che un tempo ivi pure s'ondeggiasse tra pò 16, e *po (vivo nel
monferrino e nel torin. poi), ecc. Quindi, chi rifletta all'intima connessione
ideologica di 'volere' e 'potere' con 'sapere' e 'avere', sarà tratto ad
argomentare che ho so siano diventati o so per attrazione di quelle altre
voci verbali, in cui ò era, od è, normale continuatore di o' latino. Circa
ad una fase oj anteriore ad o, di cui il Renier in una breve nota del
gel. 188, avvertiamo che l' i enclit. s'aggiunge anche ad eu seu, cfr. 6()
79 123 190 313 317 ecc., come nell'a. lig. e nei dialetti delle Langhe, ac-
canto a so, io, plurali di so, to ('suo tuo') troveremo so) tój ; la qual cosa
pare escludere ogni influsso fonetico dell'i sulla vocale o.
L'ant. astigiano. — § IV. Morfol. ; Verbo. 447
sey 82 368; III sy'on 51/61, ecc. — Imperfetto indie. I sing. èra
257; II èri 214 gl-eri 'c'èri' 208; III èra 85 150 310 315 319; I pi.
èron 105 20(3 323; II èri 322; III eron 322 326. — Imperfetto con-
giiint. I sing. fas 59, ^ùss-i 198; II fàs-tu 259; IH fas 16 93 129 189;
I pi! fàsson 303; II fùssi 185, fòssivo 'foste voi' 302; 111 fùsson 16.
— Condizionale; I sing. saréa 79 325; II sar-èyvi 92, sarèy-tu 'sa-
resti tu' 59; III sarèa 87 270, sarèy-lo ' sarebb'egli' 238; I pi. sa-
rèon 31 sarèyrae-ni^ vedi addietro il nm. 111. — Futuro; I sing. sa-
rèii 29, sarò 187, saró-y 35; II sarai 33 179; III sarà 63 69 82
183 ecc.; I pi. sarèma 290; II saré 197. — Alle forme di perfetto:
furi 268, fo e fa, furon, ecc., nm. 109, aggiungiamo: fos-tii 'fosti',
col pronome enclit. di li, 82.
114. Stare. — Presente indie; II sing. stay 282; III sta 68 86
215 I pi. stéma 276; II ste 20 89 (e come imperativo 75 99, ecc.);
ni stan 147 152 234. — Presente congiunt.; Ili sing. stéa 48 117
255, stdga 01. — Imperfetto indie; II sing. stèyve-tu 'stavi tu' 92.
— Imperf. cong. Ili sing. steys 230; I pi. stéysson 68; II stéyssi 69;
III stéysson 80 111. — Condizionale; II sing. staréy 272, plur. id 105.
— Futuro; III pi. stare 223.
115. Vadere, ecc. — Pres. indie; I sing. vad 75, vagh 80 155,
von 149, vogn 69 261 311; II vay 33 161 vd-tu 75 (imperat. va 157
159 ecc.); Ili va 59 71 293, và-lo 241, vd-la 161; 1 pi., in funzione
d' imperat. andè-ma 80 249: Il (imperat.) andè 148 207 298; lllvan
107 147 :303, ecc. — Pres. cong.; II sing. vddi 71 72; III vdda 91
293, véa 30 106; I pi. vdgon 109; III mc?on 54, vdgon dO, vèon 'SSl.
— Imperfetto cong.; I pi. anddsson 29. — Futuro; I pi. andréma 139.
116. Fa ce re. — Presente indie; I sing. facz 70 99 100 260
265, ece; II fay 280, fa-ta 70; per l' imperat. fa e; fa 83 198; III
fa 85, ecc., fd-lo 104; I pi. féma 106; II fé 26 104 (imperat. 80 87,
fe-ve 'fatevi' 264); III fan 80 109 247 242, fdyi-gle 60. — Pres.
congiunt.; I sing. fdcia 20 (II fdci)\ III fdcia 100; I pi. fdcion 98
254; II fdci 28 68, — Imperf. indie; I sing. féyva 350; Ili feyva 305;
II pi. fdvy 123 226. — Congiuntivo; I sing. feys 59; Il féys-tu 246;
III feys 50 104 221 265 324. ecc.; II pi. fèyssi 43 68 892 303; III
féysson 298 358. — Condizionale; I sing. faréyv-i 'farei io' 225; III
farèa 86. — Futuro; I sing. faréu 266; II pi. faréy 200, faivj' 194,
fare 21.
448 Giacomino, L'ant. astigiano. — § IV Morfei. Verbo.
117. Dare. — Presente indie. I sing. dag 59, (II, dell' imperat.; da
237, dd-gle 97, dà-gl-ra 'dagliela' 71); I pi. dòma 215; II, in fun-
zione d' imperat. de 99, dé-gle 'dategli' 36, dé-ne 'datene' 292; III
dan 64 168 254, ecc., ddn-gle 64. — Congiuntivo ; I sing. daga 159
210; II pi. ddgon 258. — Imperfetto; III sing, déyva 106, daséyva
375; III pi. dèyvon 290, dèon 363. — Congiunt..; I sing. deys 92; III
deys 79 266 274. — Condizionale; I sing. daréa 112. — Futuro; I
pi. darèma XVI; IH daràn 184.
118. Dicere e debere. — Registriamo solo alcune forme spe-
cifiche. Pres. indie; I sing. digh 26 32 81 108, ecc.; II di-tu? 'dici
tu?'; II pi. dy 113 di-vo 262, di-me 'ditemi' 21; III dison 212, dis-
gle 'dicon essi' 215; — Congiunt.; I sing. dya é diga 193; I pi.
diéma 78. — Imperf. ; I sing. dy'va 214. — Indie, pres.; I sing. deh-i
dib-i 232 30 98; III dy 88 189 213 249, dij'-lo 107; I pi. dima 232,
dini-i 'dobbiamo noi' 246. — Congiunt.; II sing. dibi 210; III pi. d'i-
bion 51. — Imperf. II sing. dive-tu 323. — Condiz.; II sing. te de-
vrèy 208; III decréa 215, devrèy-la 210, dovria.
119. Infiniti: avéyr 17 32 117, avèy 154 210 ecc.; savéy 18 33 154
(occorre pur nell'uso del fr. 'à sa,YOÌr^ : retorné dy una parola / al pa-
tron, savéy s-la bestiola / porréa béyvri, ecc. Q2; devéy 'dovere' come
sostant. 235; èsser 29 188, èsse 64 84, e come variante dialettale^ca-
salese: syr (cioè 'sedere' per ' essere - da *5eéyr "^«eyV, cfr. lo spagn.
ser):, sler 30 67, ste 15 57; andèr 50, andèr-me-ne 186; fer '21 57 63,
fer-gle 16 fé 31 57 101, fer fé 'far fare' 270; der 82 93 102, de 71
77 ecc.; dir 41 62 67, dy 62 69 ecc.
120. Tra le forme participiali ricordiamo: liahyù (cfr. hgu al
S. Bernardino, Ascoli, Ardi, I 271), nella frase /b^« tenip liabyii, dove
probabilmente 'avuto' vale 'stato' ('fu stato tempo', per significare
'una volta').
[Continua.]
LE BASI ALNUS, ALNEUS,
NE' DIALETTI ITALIANI E LADINI.
DI
C. SALYIONI.
1. La base aliius si trova popolarmente riflessa, oltre
che nel frane, aune e nel rum. arin (Kurting, 2* ediz., 526),
nel friul. aal, Ascoli I 487, nel sard. dliriu, nel piem. dona,
vere, auna (v. Gius. Camisola, Flora astese; Asti 1854; p. 345),
nel verzasch., mesolc. dina (IX 210), valcanobb. dàw/ia, Zst. f.
r. phil. XXII 471, forme, le ultime, dove anche c'è conservato
il genere della voce latina (cfr. piem., lomb. póbja pioppo) ^ Il
mascolino ricorre in Lombardia pure nella forma di dldan (Valle
di Elenio), àwdan (Leventina), che l'Ascoli ^ riconduce con molta
ragione ^ a un anteriore *aldmc *aldn '^.
La base alneus -a ha una genuina continuazione, di qua
dall'Alpi, nel bregagl. agn (Ascoli I 276, Rodolfi, Zst. f. rom.
' Anche del frane, aune si hanno esempj, come di un feminile, ma in
età meno recente; v. il Dict. gén. Gli esempj di alno, fem., nel Voc. it.
sono evidentemente fattura di letterati.
- I 261. È da qui che il Korting ha tolto la forma, attribuendola però
alla Bassa Engadina.
^ Una analoga, per quanto non pienamente uguale, risoluzione di In si
ha nel lomb. ^aM, sp. jalde dall'a. frane, jalne.
* Il Flechia, Nomi loc, deriv. di nome di piante, 8, si fonda su àiidan
per ispiegare Làdano e O'deno^ nome locale della Valmaggia il primo, del
territorio bresciano il secondo. Non so che dire di questo ; ma circa al
nome valraaggino, che ha 1' ó aperto, debbo osservare che a questo dialetto
mancherebbe ogni altro esempio di aie da di-. U o ci impedisce poi d'al-
tra parte di riconoscere nella nostra forma la intrusione di queir g'no di
cui si tocca più in là. — Un lùdan attribuisce il Biondelli, Saggio 268, al
parmigiano. Sennonché i vocabolaristi di questo dialetto hanno lodàn, e
non esiteremo quindi a riconoscere come errata la forma del Biondelli.
Di questo lodàn, v. più avanti. — Sicuri derivati che qui spettano sono poi
il friul. Aonedis, Flechia, o. e, e i lad. centr. Alneit, Anneyd -da, ecc.,
Schneller, nell'opera che tantosto s'allega, 66.
450 Salvioni ,
phil. Vili 166) ; di là, negli aign agna, oig», ogna, aogn del-
l'Engadina e di Sopraselva (Ascoli I 13, Pallioppi s. 'agna',
Pali, Le parler de Sent, 89) ^ Vi si riducono anche parecchi
nomi locali engadinesi (v. Parmentier, Vocab. rhétoroman des
principaux termes de chorographie; Parigi 1896; p. 39) e lom-
bardi [Agno, Sagno, Soragno, Bollett. st. d. Svizz. it. XXII 99),
e i derivati Agnuzzo (Lugano), Agnedo -da ^, Flechia, o. e,
basso-eng. Dandida, Pult, o. e, 86, 89, lad. centr. Agneid,
Schneller, Beitràge zur ortsnamenkunde Tirols, III, 66.
2. Allato a questi limpidi riflessi delle due basi, per l'Alta
Italia ne corrono altri nei quali Vài- è rappresentato da ó o
da un suo succedaneo, un ó, di cui non saprei asserire se in
questo 0 quell'ambiente si possa giustificare, ma che certo non
potrebb'essere, in tutti i torri torj dove lo troviamo, un legittimo
continuatore di di-: veron., vie. pno^, giudic. thiu, gen. óna,
trent., mani ogn, bresc, valcam. dna ^.
^ V. anche il derivato sopras. iùù alnaja (Ascoli I 549; Bollett. st. d.
Svizz. it. XXI 85; e lo stesso suffisso nel raonf. arnii bosco di ontani, e
nel berg. Onore, ni.). — Non ho poi i dati sufficienti per escludere sen-
z'altro che taluna tra le forme engadine non sia da mandare colYón alto-
italiano che più in là si studia. Il Pult accoglie, per Sent, la forma Oria,
con un ò che non figura nella spiegazione dei segni; e non so quindi se
la forma si possa mettere sullo stesso piede di hon bagno.
^ Un Agneda c'è anche ai piedi del Generoso, nel distretto di Lugano.
* Manca la forma vicentina ai vocabb. di questo dialetto; ma essa m'è
guarentita dal mio caro collega e amico, il vicentino prof. V. Belilo.
* Il Camisola, o. e, 363, ha un piem. ounia di cui tace la più precisa
origine. Provarrà forse d Ile regioni pedemontane che pendono verso la
Liguria. Da questa, e più propriamente dalla valle del Polcevera, il Pen-
yÀg (Flora popolare ligure. Primo contributo allo studio dei nomi volgari
•delle piante in Liguria; Genova 1897. Estr. dagli Atti d. Società lig. di
Scienze Nat. e Geogr., ann. Vili, fase, iii-iv) allega, insieme a jonne, un
iimnia (pp. 51, 100). — Anche qui rimane assodato l'p'; e quanto al ni della
forma piem., esso ben potrebbe essere non altro che un n male inteso o
realmente pronunciato come nj o nj, ma anche si può pensare ad *alnica.
Se poi umilia continui *ùna o un ipotetico *ii>nia (v. Meyer-Lùbke, It.
gramra. § 255), da porsi in relazione colle altre forme contenenti m e di cui
si parla più avanti, non saprei dire. — I nnll. che dipendono dalle basi
studiate in questo numero, si leggono presso il Flechia, o. e, e vi si può
aggiungere O^na frazione di Intragna (Locamo) e di Oltressenda Bassa
Le basi alnus, alneus, ne' dialetti italiani e ladini. 451
3. Dalle basi di cui si discorre al num. I, si hanno, sempre
col valore del primitivo :
A. Tic. al- arnisa (v. Boll. st. d. Svizz. it. XIX 143, s.
^alnizia'), ossol. aunis (Pioda), valses. aunlccia, lad. centr. ao-
nice (Alton) ^, colle quali forme si connetton foneticamente {mn
da iDy%\ V. Bollett. citato) il lugan. (Malcantone) amnìsc, gli
ossol. amnica (Villette) -isola (Vallantrona) ; vaiteli, anis (mon-
tagn. nis, borm. anìc)', - mil. olnisa -niz -niza.
Derivato ulteriormente dalla base 'alniccio' o meglio da
"^'alnicceto', è il fermano e ascol. ancetà -tana -.
B. Bellun. aìviér ^, friul. au- e olndr *.
{Giasone), oltre che Ognias ap. Schneller, Beitràge zur ortsnaraenk. Tirols.
Ili, 6(3. Ma circa V Ono di Valcamonica, la pronuncia dialettale, eh" è Do, im-
pedisce di connetterlo conino, che avrebbe dato Bgn. E cosi è errato nella
base il ragionamento con cui lo Schneller, Die rom. volksm., I 282-84, vor-
rebbe qui raddurre il nome della valle di Non. — Per i derivati, cfr, Ognato
a Brandico (Brescia), Oneda a Sesto Calende (Gallarate), Unéi in Val Gar-
dena, Schneller, 1. e, Onecchia -cchioni, nella Toscana, a tacere delle forme
come Ne'cchiori ecc., dove è incerto se sia caduto o- ari- on- oppùr al-;
V. Pieri, Toponomastica delle Valli del Serchio e della Lima, 77-8. Ma il
lomb. Lanate è Logonale nelle vecchie carte.
' Quand'io (Zst. f. rom. phil. XXIII 527) riconnettevo a queste forme il
calabr. auzinu, non sapevo, quello che ho in seguito appreso dall'Aecat-
tatis (Vocab. calabr.; nella parte italiano-dialettale s. 'ontano'; ma nella
parte dialettale : aicinu), che si trattasse di àuzinii. INIa anche adesso,
non mi pare di poter scindere l'una dall'altra le due basi. Lo sdrucciolo
si spiegherà o da un'accentuazione di quartultima, o dallo scambio di -ino
con -ino (Meyer-Lùbke, Rom. gramm. § 454) o dall'influsso del sinonimo
ilcinu. Il qual ticinu, alla sua volta, si staccherà difficilmente da alnus:
sarà, cioè, *[alj- o *[anjcitinu, *alniccétino, da paragonarsi, ne' suoi ele-
menti tematici, col march, ancetà. Se un ostacolo paresse venire, il che
io non credo (cfr. pasticcili pasticcio), dal e, si potrebbe anche pensare a
* alnicétu (cfr. più avanti dlnia= * alnica), *an- o alc'itu, *citinu, poi, con
metatesi reciproca, ticinu,
* Ho le forme marchigiane, che qui e altrove accade di allegare, da Spa-
doni, Xiloteca picena (Macerata 1826), Voi. I, p. 64, e da Paolucci. Flora
marchigiana (Pesaro 1890), p. 131.
^ Ett. de Toni, Sui nomi vernacoli di piante nel Bellunese, S. 1^ e 2*.
Estr. dagli Atti del R. Istituto Veneto, 1897-8 e 1898-9.
* V. I 487. Tocca qui l'Ascoli di olnar, aunar, non escludendo che si
tratti di aiiìì- ohi- da aln-, Cfr. del resto anche Aonedis, p. 449, n. 4.
452 Salvioni,
C. Nap. autdno, piazzarm. auidngJi [sic. autdnu larice],
pesar, antèn (K^Coiiti, Vocabolario metaurense ; Cagli 1898-),
march, lentàno ; a. venez. olclano ^ ; sarzan. agnetàn , bella
forma ^, che, colle altre in -etano che già si sono allegate e
ancora s'allegheranno, conferma V * a In et anu co&i ieììcemente
intuito dal Diez, a proposito del tose, ontano.
D. [Valm. àlnia pioppo, 'àlnica'; v. IX 209.]
4. Dalle basi di cui al num. 2 :
A. Ossol. (Varzi), com. ^, mil. onlsa *, mil. onizza, novar.
ounlssa (Camisola), [a. berg. uniz ornus, Lorck Altberg. sprach-
denk., 137, 209], berg. onlss, ùnizz, ònéss, enéss, niss , mil.
onizz -is, crem. onéz, cremon. ounizz, pav. on/p, piac. onizy e,
con forma diminutiva e aferetica, nizzól^, pav. e lodig. lu-
e imigi] cremon. ougnizz, mantov. ogniss -izz.
B. Trev., venez. onè}\ vie, pad. onàro.
C. Tose, ontano, parm. loclàn. La forma toscana si rag-
gaaglierà a un anteriore "^onetdno^; e cosi pure si spiega, nel
miglior modo, la parmigiana; che sarà *onocldno, col secondo o
assimilato al primo, con o- successivamente caduto, e con n-n
dissimilati per l-n.
' V. Rossi, Lettere di Andrea Caluio, GIoss. — 0 non fosse da leggere
òldano e da giudicarsi come Vdldan di cui al num. 1 ?
^ Datami dal sarzanese signor dott. Carlo nob. Bernucci, segretario ge-
nerale della Università di Pavia.
^ Il Monti, s. 'oniscia', ha quest'esempio del 1499 : j^ic^ntis salicum, po-
hinrum et oniziarum.
■* E oniscèe -scéra alnaja; com. oniscèta alno nero.
* Uoniccio che registra il Voc. con un esempio di Leonardo è, secondo che
il Pieri, 1. e, già aveva sospettato, un non dubbio lombardismo. Ma che
la base valesse un di anche per la Toscana, lo prova il ni. Lunceta addotto
e dichiarato dallo stesso Pieri. Se poi si paragona questo Lunceta col
ni. friul. Oncedis, Flechia, l. e, col marchig. ancetà, col calabr. àuzimi, ri-
sulterà che la derivazione per -Tciu s'estendeva su tutta l'Italia.
* Si può anche pensare a lo *antano (cfr. il ni. Antatio, se qui spetta, apud
Pieri, 0. e, 78), lo 'ntàno, l' ontano (cfr. ombuto imbuto, ecc., e v. Il Pianto
delle Marie in antico volgare marchigiano, da me pubblicato, num. 9 delle
Annotazioni). Ma l'aversi nella Toscana stessa Lunceta ecc. (v. Pieri, 1. e;
ma VOneta quivi ricordato va diversamente giudicato, avendosi per esso
la forma medievale Aunita\ spetta al num. 3), ci fa decidere per l'o- eti-
mologico.
Le basi alnus, alneus, ne' dialetti italiani e ladini, 453
5. Accanto alle basi fin qui studiate, le quali, in ultima
analisi e tenuto conto di quanto qui sotto si espone, ritornano
a ALN-, abbiamo una serie di nomi nei quali la base par essere
ALM- senz'altro, o alm- con intromessa una vocale tra l e m :
1. Valm. (Cavergno) dima.
2. Friul. dmbli alno bianco. Starà questo per "^cllemo, onde
poi, con metatesi reciproca *dmelo, quindi *àmlo.
3. Macerat. olmeld.
4. March, ameddno, boi. amddn ^. La voce marchigiana,
lo Spadoni non ci dice donde l'abbia. Possiam quindi supporre
che provenga dalla regione metaurense , quella regione cioè
delle Marche che geograficamente, e in parte anche dialettal-
mente, continua le Romagne. Anche potrebb'essere voce da qui
accattata. Dico questo, perchè nell'ambiente emiliano amdàn
altro non sarebbe che un ^almetàno ^almeddn *almddn, che
starebbe al macerat. olmetd come il pesar, antèn 'antàno', sta
al tose, ontano.
5. Come si spiegherà ora questo alm-? Lo sp. ha diamo
pioppo, il port.: àlama, -emo^, pioppo e alno. Il Diez, less. 416,
ragionando di queste voci vorrebbe derivarle senz'altro da alnus,
e Im vi sostituirebbe il men solito In. Ma è questa una dichia-
razione che oggi più non sapremmo menar buona, tantopiù che
codesto Im occorre in altri territori neolatini. Ond'io preferisco
attenermi alla spiegazione, proposta dagli etimologisti spagnuoli e
dal Diez respinta, secondo cui nel nesso -hn- s'incontrano 'alno'
e 'olmo'. Dal Diez stesso risulta che i due alberi possono confon-
dersi, e la confusione ho potuto riconoscere qualche volta anch'io.
Questa intrusione di 'o'imo' è quella che a parer mio deve
spiegarci To' delle forme considerate nel num. 2^ Poiché, da
^ La voce amedano l'accoglie anche il Voc. con un esempio del Crescenzi.
Sarà, come lioertizio (Romania XXIX 556 n) e tant'altre voci di quella
scrittura, un'importazione cisalpina,
^ Galiz. almo.
^ Se si bada alla glossa dell'ani, vocab. berg. : tmiz : ornus, si può pen-
sare che anche l' ó- di questa pianta (it. Cjrno) abbia forse esercitato una
qualche influenza. Tanto più, che anche il sic. agùrnu -ùrru, cioè 'avorno'
è venuto a dire, secondo il Pasqualino, 'alno'; e che da avorno si poteva
facilmente venire a *arjrno *fJrno.
454 Salvioni,
ima parte, il tipo óno -no, coi derivati suoi, oltrepassa i limiti
territoriali del fenomeno per cui da al- si viene a o, e dall'altra
r 0 che nasce da di- è o e non p ; ma un *óno *óno o manca
interamente, o, se in qualche punto occorresse, vi si tratterà di
un caso speciale in cui veramente si abbia *o'^^o = duno = alnu.
Con questo criterio non avremmo dunque ragione del si dif-
fuso p, il quale sarà appunto dovuto alla immissione di 'o'imo',
di quella stessa pianta cioè che è riuscito a introdurre in alnu
anche il suo m ^.
6. A Muggia l'alno si chiama aulenar, XII 339. Rinuncio
a vedervi senz'altro un *auhiar', ma penso piuttosto a una in-
fluenza di aulàna avellana (XII 338). Il nocciuolo selvatico e
l'alno possono venire e vengono da molti in realtà confusi l'uno
coU'altro.
Tra le forme marchigiane dello Spadoni ve alano. Sarà quasi
un *alnd)m, nel quale confluiscono alno e qualcuna delle molte
forme marchigiane in -duo, e dove i due n-n sono poi stati dis-
similati col sacrificio d'uno di essi.
7. Circa ai significati, le voci da noi studiate s' adoperano
sempre per l'alno, nelle sue parecchie varietà. Solo l'a. berg.
icniz sta per 'orno', il valm. dinia dice 'pioppo', e il sic. au-
iànu s'adopera per 'larice'. Che anche nella Sicilia però, questa
forma abbia un giorno significato 'alno', ce lo dice il dialetto
lombardo di Piazza Armerina, che la voce autdngh non potrebbe
non aver preso a prestito dal siciliano, ma che le mantiene il signi-
ficato di 'alno' che certo le spettava quando il siciliano la prestò.
8. Di altre basi che siano venute a designare il nostro al-
bero, non conosco che il celt. *verna (Thurneysen, Keltorom.,
115, Kg. 3693, Flechia, 1. e), estendentesi, allato ai riflessi di
ALNUS ^, per il Piemonte e la Liguria ^. — Ma al significato di
* Imitile soggiungere, che 'olmo' potrebbe ritrovarsi anche in olnisa, ol-
nàr, che io però ho preferito spiegare colle sole norme fonetiche.
^ Notevole per la convivenza in uno stesso luogo della base celtica e
della latina, che il Glossario monferrino del Ferrare registri verna ontano,
ma armi bosco di ontani.
' vérnja ontano, m"è guarentito pel suo paese, nelle vicinanze d'Ancona,
dal signor ispettore scolastico Giuseppe Bianchi, ora a Pisa. E esempio
Le basi alnus, alneus, ne' dialetti italiani e ladini. 455
'alno' è invece venuto il nome di qualche altro albero; cosi
r'avornio' nel siciliano, e (forse solo parzialmente) 1'* avellana'
nel muggese, e la 'lentana' nel march, lentànu. A tacere dell'in-
fluenza che abbiamo dovuto riconoscere a 'olmo' e forse a 'o'rno'.
9. Conclusione. Nella Ladinia, e in quasi tutta Italia, il
nome per 1' 'ontano' riflette, dove più dove meno genuinamente,
quando come mascolino quando come feminile, qua come pri-
mitivo, là come derivato, le basi latine alnus, alneus -a ^ 11
primitivo^ occorre ne' Grigioni, nel Friuli, nella Sardegna, in
qualche parte delle alte Alpi lombarde , del Piemonte ^, della
Liguria, nel territorio bresciano-trentino-veronese-vicentino-man-
tovano. Di un derivato in -Iciu son tracce anche nell'Italia cen-
trale e nella Calabria; ma la sua vera patria è la Lombardia
da dove s'estende alle contermini parlate emiliane (Pavia, Man-
tova, Piacenza), alla Ladinia centrale e alla piemontese Valse-
sia. I dialetti A^eneti e il friulano, che sogliono derivare per
-a'riu i nomi di alberi, hanno anche qui onèr^ ecc. A mezzo-
giorno d'una linea che va dalla Spezia a Parma, e da qui a
Bologna, compare dappertutto, eccezion fatta della Calabria, un
derivato in *-etànu *, i cui elementi protonici si son venuti quasi
notevole, per quanto la vicina Sinigaglia basti a spiegarlo. Ma allora, po-
tremo attribuire a *verna qualche altro nome locale, oltre a quelli del
Piemonte; v. Flechia, o. e, 23, e Di alcune forme ecc., 93, dove il lomb.
Yernate pur si deriverebbe da verna, che manca all'odierna Lombardia.
* Veramente : *aneus -a (cfr. bagno balneum). Le forme come '''^no, ben si
intende che non rappresentano un *anus, ma si spiegano altrimenti. Non
improbabile tuttavia che in qualche posto un *^lno si possa essere modifi-
cato sotto l'influenza di gno.
^ È dotto l'it. (Uno, e così crederei di ogni analoga forma che s'incontri
ne' territori di -etàno', per es. il reat. àrnu.
' Non è sempre facile scernere ne' vocabplarj che si chiaman 'piemon-
tesi' quello che veramente spetta alla xoiyrj dagli elementi che vi si sono
introdotti dalle parlate o dagli strati a questa ribelli. Crederei tuttavia di
poter affermare che la voce della xoii^^ è verna, e che dona spetti a delle
varietà, come per es. alla vercellese. Del resto, nella region pedemontana
è legittimo anche il sospetto ohe vi sia penetrato il frane, aune in una
antica fase del suo sviluppo.
* Certo dal collettivo ^alnetum, essendosi prima designato l'alno come
r ' albero -dell'alneto'.
456 Salvioni, Le basi alnus, alneus, ne'dial. italiani e ladini; ecc.
in ogni luogo variamente stremando. — L'elemento iniziale o-,
che ricorre in molta parte della Ladinia e dell' Italia, talvolta
è il giusto prodotto di ai^ tal altra, si deve all'essersi intruso
in *àlno' T'olmo' e T'o'rno'. L'^olmo' immette il suo m pure
in certe forme del Friuli, delle Alpi lombarde, dell'Emilia e
delle Marche.
asp. yengo, etigar, enguedad.
Il molto istruttivo articolo che la signora Carolina Michaelis de Vascon-
cellos ha testé consacrato a queste voci (Miscellanea Ascoli, 523 sgg.), con-
vince ognuno che la loro dichiarazione etimologica debba muovere da in-
genuus ecc. Ma è forse un po' artificioso il modo, per cui l'egregia autrice
suppone che dalla latina si venga alla voce volgare. A me parrebbe ovvio
di partire da *gènuu3 (cfr. l'it /an^e = infantem ecc.), tenendo presente,
da una parte, l'evoluzione di yerno genero, yema gemma (e, se si vuole,
per la vocale delle forme ; rizotoniche, pur di enero gennajo), dall'altra
quella di menguar = *va\vi\ia.T(ì (Kòrting*, num. 6187). Che -guo diventasse
-^0, mi pare cosa ben liscia, anche per l'influenza attrattiva che dovevano
esercitare i nomi in -engo; e i livellamenti tra forme rizotoniche e arizo-
toniche spieghino il resto.
Quanto alla forma portoghese engeo, chiedo a chi ne sa più di me, se
non sia da leggere engéo, cioè *ingéno, e considerarla voce dotta, solo
parzialmente assimilata.
asp. brecuelo culla (v. Sanchez, Glossario).
La Sardegna ha vìculo, la Corsica béhulo, la Toscana ghiécolo die-, nel
significato stesso, e son tutte forme che ci riconducono a vehì^culum
(XIV 407, XV 215-6, Misceli. Ascoli, 93). Ora, a questa stessa base, attra-
verso *béklo *blého (cfr. l'asp. blago = *baglo baculu), e coll'aggiunta del
suffisso -uelo, riverrà pur la nòstra voce spagnuola. Per il b-, si pensi a
*behiculum (v. Parodi, Rom. XXVIl, 227 sgg.), o all'intolleranza del
nesso *vr- (*orecuelo), per il quale si passasse, dopo che l-l s'era dissimi-
lato in r-l. — Quanto al k, esso torna nella voce sarda , né sarà irrego-
lare, trattandosi per avventura di *vejkulu, come si tratta di *réjcere nel
lorab. rei recere (Kòrting^ 7916).
C. Salvioni.
LA YOCAL TONICA ALTERATA
DAL CONTATTO
D'UNA CONSONANTE LABIALE.
DI
SILVIO PIERI.
Sommario.
§ I. Esordio. — § II. Esemplari in cui la vocal tonica è preceduta o seguita: A. da p; B.
da 6; C. da f; D. da v; E. da nu — § III. Esemplari che pajono peculiari all'italiano
e con alterazione forse d' età non antica. — § IV. Ipotesi che la vocal tonica possa
venire alterata da una cons. labiale, malgrado la liquida frapposta. — § "V. Con-
clusione.
I.
L' efficacia d'una cons. labiale sulla vocale tonica fu, in certi
casi, riconosciuta o supposta da un pezzo. Cosi per essa l'Ascoli,
a tacer d'altro, spiegava il passaggio d'I" ad o in fo?nUa fe-
mina (Giudicarle), piem. e \omh. fomna; e illustrava elegante-
mente il friul. postóime postema ( Ardi. I 313, 488). E il For-
ster s'occupò dell'azione, che nel francese esercitassero sulla to-
nica un i; ed un m (oltre che un r) seguenti ; ma senza giungere
ad alcun risultato probabile ^ Meglio, per lo stesso francese, il
Paris trattò d'un influsso, che gli pajono aver sulla tonica pre-
cedente, il wr, il />•, e forse il v ^. Mio proposito è ora mostrare,
o dimostrare, in generale, che una cons. labiale (p b f v m), la
quale preceda o segua la vocal tonica, ha facoltà d'abbre-
* Forster, Schiksale des lat. ò im Franzòsisch; Rom. Studien del Bòhmer,
in 174-90. Cfr. in ispecie a pg. 185-6 e 188.
^ Paris; o ferme; i2om. X 36-62. Cfr. in ispecie a pg. 48-50 e 53; e del
Forster in nota a pg. 44 e 49. Anche v. M.-Lùbke, rg. I 132; il quale nel
passaggio d'M in o davanti a labiale ravvisa un fenomeno di dissimilazione,
ed avverte che esso è normale per il rumeno.
458 Pieri,
viaria o di tramutarla, se breve, in quella prossima di suono più
chiaro (i in e, u in o); onde avremo, tralasciata per ora Va:
è i {e) in e (e), z in ì (e),
ó ù (p) in ò (o), ù in u (p).
Come sì vede, il mio assunto è, in buona parte, nuovo del tutto
(e cosi non fosse per parer troppo audace!); perchè, almeno a
quanto io ne so, nessuno riconobbe fin qui l'azione d'una labial
precedente sulla tonica, se non parzialmente e in siugoli terri-
torj (per esempio: Meyer-Liibke, Rom. gr, I 113); e anzi taluno
la negò espressamente (per un esempio: v. Gròber, Vulg. Sub-
strato s. moria).
Pur senza pigliar le mosse dai famosi speca e velia, citati
da Varrone come dell'uso contadinesco, dove la vocale probabil-
mente era lunga, perchè risultava da contrazione d'un origina-
rio dittongo ei (cfr. Lindsay, The lat. language ii 14 e 17); per
parecchi vocaboli l'alterazione appar molto antica, come quella
che si riscontra in tutti gli idiomi romanzi, e non di rado è at-
testata anche dal latino letterario *.
Questa prima serie d'esempj, a cui spero di farne tra poco
seguire un' altra, m' era fornita in molta parte da uno spoglio
diligente dei 'Vulgàrlat. Substrato' di G. Grober (Wolfflin's Ar-
chiv, I-VII) e dello studio sul Vocalismo italiano di Fr. D'Ovidio
(Grundr. 1500-26). Un certo numero d'esempj, massime de' no-
stri dialetti, ho desunto anche da questo Archivio, il quale darà
per la nuova serie un assai più largo contributo; e altri, per lo
più toscani, ho potuto aggiunger del mio. Nutro fiducia che la
^ Per esempio, in vendico ali. a vindico (cfi'. il laccìì. vendico), e in
mentha ali. a mintha /j,iyQrj (cfr.il srd. mento, XIV 132), v. Georges. Un
esempio ben antico di questa alterazione ci è offerto, se non erro, da men-
tii la. L'è suo fu considerato come lungo per rispetto all'etimo che alla
voce si assegna (= *mej e nt ula, da mejo, v. Georges). Ma mentre danna
parte l'ant. tose, minchia (onde il ben vivo minchione) ed il srd. minca esi-
gono una base con i, a questa da un' altra parte s' adatta anche il sicil.
minchia ('sic. i=e od T), ecc. Potremo dunque avere, già nel lat. classico,
mentìila = mintìila coli' evoluzione indicata al § II per parecchi esem-
plari simili ; e negli esiti italiani si rispecchierebbe la forma più antica.
La vocal tonica alterata dal contatto d'una consonante labiale. 459
norma da me presunta sia per ottenere piena conferma dagli
altri fatti, che ci sarà poi dato raccogliere. Del resto, anche quelli
che qui seguono, sebbene in gran parte noti, penso che, disposti
ora con ordine ed esaminati — uno per uno e in complesso —
da questo nuovo punto d'osservazione, abbiano a produrre un ef-
fetto nuovo.
II.
A.
it. peggio, fcnc. pire pis, ecc. Da pèjor -us= pèjor -us; cfr. Gròber s. v. P®
Il lucch. peggio (sul quale si modellava poi meglio), v. XII 111, esige per
avventura e conferma il classico pèjor -us.
pori. pega gazza. Da ^pica = pTca. Secondo il Gròber s. piccus (seguito dal P ^
M.-Lùbke, rg. 1 65, e dal Kortiag, 6119), Ve sarebbe dovuto ad influsso di
pega pece, stante il colore del dorso gazzino.
tose, (sen.) papejo papéo, vnz. e pad. pavéro, lad. pavaigl ecc. (v, Asc. I 177 n)> P ^
lucignolo; (vnc. papier, mì\. palpée, carta. Da *papyriu = papyriu (cfr.
qui s. c'òpja, e per le due ultime forme: frnc. métier, mil. mestèe, me-
stiere) '. E cfr. Gròber s. papTIus, il quale a torto mostra credere, a tacer
d'altro, che in pavaigl ecc. si continui un I (e così pure il Kòrt. 5877).
L'equivalente spgn. pàbilo potrà forse esser dichiarato da *papyrus;
mentre il \)ort papel deve esser papi'lu (cfr. Cornu, grundr. I 723).
* Nel 'Dict. general' si deduce papier da un ant.*papir= papyrus. Ma
i paragrafi della 'teorica', a' quali si rinvia, non danno un sufficiente con-
forto a codesta ipotesi. - Anche il tose. papio (Montepulciano) ben potrà
esser *papyriu (cfr.il tosc.maceja -éa -ia, ecc.).
■ it. pe'ntola. Da ^pinctula = plnctìila, se questo etimo, come io credo, è p~
giusto; v, D'Ovidio, grundr. I 508 (cfr. M.-Lùbke, ig. 47) *.
* Essi danno bensì pentola, (e. avremmo allora un grado ulteriore di 'af-
fezione'); ma a me non risulta che questa voce si profferisca con e in
alcuna parte della Toscana (cfr. Fanfani, Gradi, Petrocchi, ecc.).
tose, (sen.) 2J?S'> pisello, frnc. j30is, ecc. Da *prsura = pTsum {nlaov); cfr. pi
Gròber s. v. Ma non par sicuro V T.
lad.(grig.) spiert spirito, anima; v. Asc. I 20 n. Da *3p er'to = s pi'r to = pi
spTritus, con doppio grado di alterazione (cfr. qui s. espieule).
lad. (engad.) pJeeiZa pi'ey^a, V. Asc. I 206 n. Da *p ècula - p i cula (cfr. ivi pi
spieuel spievel specchio).
fnu\.(m\igg.) piel pelo, v. Asc. I 491. Da *p elu = pilu. p i^
frnc.(piccardo) espieule.Da spèouìa = spie. = spie.*; cfr. Gròber s.spm'la, pi
Archivio fflottol. ital. XV. 31
460 Pieri,
al quale il termine in questione appariva non conciliabile direttamente
con spTcula.
' Circa il doppio grado di alterazione della vocal tonica, cfr. qui spiert^
groppa s. groppo, nozze, nieble, fetrm^ stiévola s. esteva, mieugla, ecc.
pi a.(f ne. espiet, it. spiede -o, spgn. espiedo ; cfr. Kòrting. 7673 e '88. Da *spet =
spit (germ.), punta.
piever, v. ip.
pi lad. (sopraselv.) pieung strutto (sost.); v. Salvioni, Nuove postille s. v. Da
*pènguis = pingui s.
piì na.^. pgl§c§; cerign. pocfec^,Zingarelli XV 88; carapob. ^pcf, D'Ov.IV 155; ecc.
Da *pulice = pulice; cfr. Gròber s. v. E cfr. M.-Liibke, ig. 37, il quale è
ricorso alla metafonesi.
pipvego, V. ub.
pomice, V. ùra.
pu afrnc. pm's puis, une. puits. Da *p6teu - pìiteu, con esito affatto normale.
Il M.-Lùbke, rg. I 139, dà questo esempio come tuttavia inesplicato. Nel
' Dict. general', 123 e s. v., si parte da pùteu, cercando di giustificare la
vocal lunga con influsso di *puttu = pùtidu (ma cfr. ivi 122).
poppa, v. ìip.
ep ìt siepe. Piuttosto che a saepes, da riportare a ^sépes^sèpes, al cui
i accenna tutto il resto della romanità; cfr. Gròber s. v. (e qui s. fieno).
7p spgn. tràpano, V. Die/, s. v. Da *trypanum=trypanum (tQvnai'oy); cfr.
il b. lat. tre panum (e qui s. gesso) *.
* Secondo il D'Ovidio, grundr. I 524, la base avrebbe v', ma questo, se
vedo bene, è sempre lungo in tQvncéo) non meno che in TQvnavov ecc. Non
so poi da qual parte al Diez arrivasse un it. tràpano (passato anche al
Kòrt.8405; e al M.-Lùbke, ig. 16, che non bene manda codesta voce insieme
a libeccio gheppio ecc.); mentre non par che occorra in nessun Diziona-
rio, e non è oggi per nulla in uso.
ip friul. (mugg.) jjtewer pepe; v. Asc. I 491. Da *p epere = pipere. La spinta
ad alterare la vocal tonica era anche qui doppia.
ip lo mh. ceppa cheppia; v. Salvioni, Postille s, v. Da *clepea = clipea; cfr.
qui s. c'òpja.
ip {rnc. genièvre; lad. ziniéor, v. Asc. I 327; tose, (lucch.) ginepro, XII 111-2. Da
*junep'r u = j unip'ru. Secondo il M.-Lùbke, rg. I 119, le due prime for-
me ch'egli adduce son sempre da dichiarare. Il Paris, Rom. X 49-50 n, ci
sottrarrebbe l'esemplare francese, proponendo un lat. *junepiru, con
metatesi dovuta a un'etimologia volgare da piru. Il 'Dict. general', 118
e s. v., dà genièvre come un'alterazione recente ed inesplicata.
La vocal tonica alterata dal contatto d'una consonante labiale. 461
it. adesso, aspgn, adieso. Da *ad epsum=ad ipsum (sott. 'moinentum' o Ip
'punctum'). E cosi torniamo, dopo molte controversie ed ipotesi (cfr. Kòrt.
161, anche 'Nachtrag'; Nigra, XIV 269; ecc.), alla felice proposta del Diez,
essendo ora, credo, rimosso il maggiore ostacolo ad accettarla, come par
che risulti anche dall'omofono:
it. gesso, spgn.i/eso (= *jieso di f. a.). Da *gèpsum = gypsum (yvxpog; e ip
cfr., anche per la ragion generale: D'Ovidio, grundr. I 523-4; M.-Lùbke,
ig. 15-6).
frnc. antienne antifona. Da *an tephona = antiphona. Cfr.il Dict. gene- iph
ral 161, dove s'afferma, senza spiegare in qual modo, che l'alterazione è
dovuta a volgare etimologia.
boi. óppa coppia. Da *clopa = cop'la. Si contrappone infatti a dàppi iu- op
p\u, stappa stùppa, e va d'accordo con stìpp stloppus (e cir. roda fiplQcc.y .
Qui anche: arpin. kokkia, v. XIII 305; ecc. L'it. (fior.) coppia, di rimpetto
al lucch. pis. ecc. coppia, deve esser notato a parte, perchè si potrebbe
anche dichiarare da *copp'la (cfr. qui s. fiopa).
' Piuttosto rimane oscuro il p (come pur in fìppa, cui v.), perchè seguendo
alla vocal tonica doveva mutarsi in u e raddoppiarsi (cfr. skdvva scopa,
pdover pepe, ecc.). Forse la metatesi da cui risultava il -p^ è posteriore
all'età in cui per norma esso digradava.
boi. fìgpa pioppo. Da *flopa = plopu; cfr. Gròber s. v. (Meyer-Lùbke, ig. op
163, e qui s. c'opa). Di pioppo avremmo ragione anche da pluppu; v.
Suppl. Arch. V 225 n. Aggiungo, a ogni modo: a^vnc. pueple pioppo; v.
Paris, Rom. X 53.
it. cuojjre, afrnc. cuevre, eco Da *copri t = coprit (cooperit); cfr. Paris, op
Rom. X 52. Che qui avvenisse non l'elisione ma la contrazione, e da età
molto antica, ci è attestato da Lucrezio ('coperuisse', 'coperta', ecc.).
it. groppo, rail. grppp, ecc. (ali. a it. gruppo, m'il. griipp, ecc.). Da un gemi, ùp
*krùppo = kruppo, cfr. Kòrt. 4587. Con alterazione 'terziaria' ( cfr. qui
s. espieule): it. groppa.
afrnc. rectievre (cfr.il ìacch. ricovero, XII 113). Da *recop'rat= recìipe- un
rat; cfr. Paris, Rom. X 52, 60 n.
afrnc. cuevre coevre, frac, cuivre, rame; port. co&re. Da *copru, -eu = cìi- up
pru, -eu; cfr.PARis, Rom. X 49 n, 52; Grober s. v.; Meyer-Lùbke, rg. I
132; Dict. general s. v. ; Gornu, grundr. I 726.
lomb. (bellinz.) copja coppja cheppia. Da *clopea = clupea xXvnéa (cfr. Qp
Salvioni, Postille s. v.). -E ^cllpea = clypea nitidamente si continua,
oltre che nel wen.chiepa ecc., nelV it cheppia, are. chieppa (ambo da
*chieppia, per dissimil.), che al Diez appariva quale una grave deforma-
462 Pieri,
zione di clupea, e che da nessuno fu ben dichiarata fìnquì (cfr. Kort.
1961 ; M.-Liibke, ig. 42).
up it. nozze, frnc. ngces, ecc. Da *n(5ptiae = nuptiae; cfr. Paris, Rom. X
397-8; Grober s. v. ; ecc. Il ripeter l'o da infl. di novus, come il Paris
ha fatto con generale approvazione, a me parrebbe un vero sforzo per
rispetto air it. (centrale e merid.), dove codesto aggettivo non vedo che
desse alcuna voce per 'sposo' o 'novello marito'. Se poi nel lat. volgare
si profferì realmente niiptu e nùptiae, avremo anche in questo esem-
plare un doppio grado di 'affezione' (cfr. qui s. espieule).
ùp ì-dd. (gv'ig.) poppa poappa. Da *poppa = puppa; v. Asc. I 38 e 235. Anche
in questo esemplare la 'spinta labiale' era doppia.
B.
be ìt.bieta biètola. Da *beta = beta. Abbiamo così il vantaggio di non dover
ricorrere a *blèta da *betula (sicché biètola sarebbe un 'secondo' di-
minutivo), a cui orasi mostra incredulo anche il D'Ovidio (v. XIII 363);
né a blitum, da cui discorda per genero e per significato*; né ad un
*baeta, come ha postulato il Gròber.
* Si continua questo in biedone(^ amavanthns blitum'), che a causa del <^
credo voce esotica (cfr. per es.il friul. &Ze(ion, Asc. 1515 n; e XV 377). E
cfr. del resto: D'Ovidio, grundr. I 510; M.-Lùbke, ig. 164.
b 1 afrnc. aviere (ali. ad arvoire). Da *arbetri um = arbi trium; cfr. M.-Lùbl^e'
rg.I 119, Kòrt.695.
bièvre, v. ib.
bù fvnc. vioj'ne (fera.), viburno. Da *viborna => viburna (pi. di '-urnum'); cfr.
Paris, Rom. X 56, il quale dà questa voce come anormale, e Dict. gene-
ral (dove viorne è mal ragguagliato a viburna).
éb mod. prov. zewure, frnc. tur^. Da *ebriu = ebriu; cfr. Gròber s.v. *.
* Tralascio l'it. ebbro, perché si potrebbe coonestare anche in altro modo
(da *ebbriu, cfr. qui s. trebbia); e perché nome oggi non volgare, quan-
tunque non debba esser mai andato del tutto fuor d' uso e debba aver
sempre sonato così. Non 'comprendo poi il Korting, che afferma non es-
ser qui necessario il postulare la breve (cfr. M.-Lùbke, rg. I 150; Dict. ge-
neral s. ivre).
Tb ^ovi.escreve. Da *scribit = scrTbit. Secondo il M.-Lùbke, rg. 1 65, s'avrebbe
qui l'è da escrevir, cioè dalle forme rizàtone.
Tb friul. lere (ali. a lire), v. Asc. I 493. Da *Ubra = libra.
Ib it. trebbia. Da, *trrbla = trTbla; cfr. Gròber s. v. Il quale sospetta che il
nostro termine, discorde dai corrispondenti romanzi, si modellasse su al-
tri italiani in -ebbia. Piuttosto l'i potrebbe anche esser chiarito da *trib-
b'ia (cfr. qui s. c'opa, ecc.). E ciò vale anche per trebbia -at. Sarebbe del
La vocal tonica alterata dal contatto d'una consonante labiale. 463
resto un doppio stento il considerare il sost. come estratto dal verbo, e
ripeter Ve di questo dalle forme rinàtone. Il M.-Lùbke, ig. 36, dichiara
trebbia da t r ìb u 1 u m 4- 1 r i b u 1 a.
afrnc. nieble falco de' polli. Da *meblu = mi blu = mi blu per milbu (mll- ib
vus, mlluus), con doppio grado d'alterazione (cfr. qui s. espieule, e per
la dissimilazione: com. norbio morbo; M.-Lùbke, ig. 164), come doppia era
anche per questo esemplare la spinta ad abbreviar la vocale. Il Gro-
ber parte da un ipotetico neb'lus (e intende neb'lus), col quale è in-
conci liabile il nibbio e le altre forme italiane da lui citate. Parrà poi cu-
riosa la sua affermazione, che l'T s'adatti soltanto a nibbio (e non a sicil.
nic/ghiic, mìl. nibbi, hol. n(^bbiì.). Il Kòrting, 5296, immagina un ravvici-
namento, per volgare etimologia, a nebula! Essendo il suono iniziale,
che s'otteneva con la dissimilazione, proprio di tutti i riflessi neolatini»
potremmo bensì muover da un lat. volgare niblus.
frnc.bièvre castoro. Da beber = ^biber (lo stesso che fiber); cfr. Paris, ib
R.om. XIII 446, Dict. general s. v.' Un metatetico ^bifer s'adatterebbe del
pari a più d'una forma neolatina (cfr. l'aspgn. fte/re). Anche per questo
esemplare notiamo la doppia spinta labiale ad alterare la tonica '.
* Dovrei registrare altresì Vitbéoero, se fosse voce viva o profferita con
é, come pone il Gròber; ma è voce più che arcaica e profferita, nondi-
meno, con (■'.
a^rnc. ìnueble, {cnc.meuble; port.movel. Da *mobili s = mobilis ; cfr. Pa- ob
Ris, Rom. X 50, Gròber e Dict. general s. v., i quali tutti dichiarano Vite
con l'o di movere; Cornu, grundr. I 725. Anche qui era doppia la spinta
labiale.
lad. (grig.) niebel niebla; pori, nobre. Da *nobilis = nobilis; v. Asc. I 25 ob
e 28, e cfr. ivi 183; Cornu, grundr. I 725; Kòrt. 5625. In contrario, v. Grò-
ber s. V.
iafvnc. oiteKvre (ì). Da *oct6'bre = octobre; cfr. Paris, Rom.X 50n^52n] 513
wen.pj^vego, irìul. piovi. Da *plìibicu = plùbicu (publicu); v. Asc. IV {j^
341 n, Salv. Postille s. v. (e cfr. Suppl. Arch. V 225 n). Il Salvioni, quanto
al primo termine (anche titolo d'un'antica magistratura; v. Boerio s. v.),
ne ripeteva l'o da influsso di jygve (''plebe'); v. § V in fine.
it. sóoero (Sannazaro; e perciò dato giustamente dal Tramater come napol.), ^jj
port. sobro, ecc. Da *suber = sriber; cfr. M.-Liibke, rg. I 77, ig. 50.
it, gorbia 0 s' gorbia, scarpello a doccia per intagliare. Da *g6 bia = gù bi a; iib
cfr. Gròber s. v. - Il termine it. potrà, nella sua parte postonica, rispec-
chiar la variante gulbia, come affermava già il Diez. Ma potrà anche es-
ser da. gobbia= *g6bia, con la geminata distratta per r(cfr. XII 152-3, ecc.)-
Un it. gubbia, che molti adducono, non par che figuri in alcun lessico; e
464 Pieri,
il liicch..s' gubbia s'adatta a gubia (cfr.XlI 110), onde di certo il port.
goiva, icncgouge.
ub inil.^òp/) gobba (v. Salvioni, Fon. mil. 67), ìt. gobbo -a. Da *gobbus = gub-
bus Cgibbus'); cfr. Kòrt. 3668.
ub sri.colora, spgn. culebra, a.ù'nc. coulueore, f ma. -euore, ecc. Da *colo'bra =
colu'bra; v. Paris, Rom. X 49, 52 n; Gròber e Dict. general s. v.; M-
Lùbke, rg.I 132, ig.41\
* Il Baist, grundr. I 701, suppone per la forma spagnuola, con metat. di
vocali : cu lò'bra.
C.
fé ìt. fiera, ecc. Da *fèria = feria ('feriae'); cfr. Gròber s. v., il quale nega
recisamente l'influsso del suono iniziale. E v. qui s. viera.
fé it.fieno. Anziché da fae- foenum, sarà da *fenum = fenum, alla quale
ultima forma rispondono le altre lingue neolatine; cfr. Gròber s. v. (e qui
s. siepe).
fé lad. (grig.) fiasta, spgn. fiesta, ìt. festa, ecc. Da *f està = fèsta ; cfr. Gròber
s. V. (e per l'È, v. anche Lindsay, The lat. lang. iv 151).
fi ìt. fegato, irne, foie, ecc. Da ^ficatu = fica tu; cfr. M.-Lùbke, rg. 64. Dap-
prima egli imaginava che l'alterazione dell'i fosse subordinata alla ri-
trazione dell'accento; ma appresso, ig. 36, rinunziava a codesta ipotesi
attendendo una dichiarazione.
fiens, V. im.
fi dSvnc.fesle, frnc. féle, canna per soffiare. Da *f ist'la = fist'la; cfr. Gròber
e Dict. general s. v. *.
* La vocal lunga originaria è, a tacer d'altro, attestata secondo noi da
fischia, ch.e deve esser flst'lat. Giacché non potrà stare, che nell'ita-
liano E ed 1 davanti a schj si ripercuotano a un tempo per e ed i, come
afferma il Gròber s. fìsc'lare; e nemmeno che vi s'abbia i per metafonesi,
come insegna il M.-Lùbke (rg. I 99, ig. 46) ; di che intendo riparlare tra
breve. E cfr. qui s. ve.sco mesce.
fi spagn. Mende, it. fende. Da *f én di t = f in d i t.
fi lad. (sottoselv.) fearm^, v. Asc I 131; tose, (lucch.) fenno, XII 111-2; sicil.
fermu; ecc. Da ^fèrmu = firmu 2.
* Cfr. lad. (sopraselv.)^er, che appare in tschiens fier canone, livello (='cen-
sus fìrmus'), v. Asc. I 24. — ^ Se il latino ebbe realmente flrmus, come
par che ci attesti la grafìa di qualche iscrizione (cfr. Lindsay, The lat.
lang. II 145), Vìi. fermo e il frnc. /enji ecc. rappresenterebbero il primo
grado di 'affezione' (cfr. M.-Lùbke, rg. I 89), e le forme sopra addotte il
grado ulteriore (cfr. qui s. espieule).
fi s^gn. feltro, ^ort. feltro. Da *f éltr uni = f ì Itrum (germ.filt); cfr. Cornu,
grundr. I 722, Kòrt. 3255.
La vocal tonica alterata dal contatto d'una consonante labiale. 465
as^ign. fuerma e huenna (che s'inferiscono da aspgn. /ermoso, spgn. her- fó
woso, cfr. Diez s. v.). Da *fo r ma "=■ for m a. La spinta potè esser doppia,
cfr. § IV. ».
* Andrebbe qui anche il sicll. /orma (ali. a /arma), v. Schneegans 41, se
fosse bene indigeno, come del resto sembra che risulti dalle particolari
accezioni e locuzioni in cui occorre (v. Traina ed altri).
sp gn, fuesa huesa, ìt. fossa, ecc. Da *f63sa= fossa; cfr. Grober s. v. L'alte- fo
razione è assai antica; cfr. ^wffaa e tpoaaa, Marx s. v.
ant. ven. /bne fune; v. Salvioni, Postille s. pruna. Da *funis = fùnis. fu
lì. fosco, spgn. hosco, ecc. Da *fuscus = f uscus; cfr. Grober s. v., Georges fu
s. furvus. Dalla forma con u può dipendere cosi il svd. fusco, come l'it.
infruscare mescolare o confondere (le idee a qualcuno), quasi 'abbujare'
(infuscare); cfr.il lucch. infuscato, Fanf. u. t.
ìt.fo'laga; arpin./'wpZ^Aa, XIII 305; sic. forr/ia foggia, 11399; ecc. Da *fo- fìi
lica -Ice = fuHca -ice*.
' La voce italiana, a causa del suo ^g-, proverrà veramente dal litorale
tosco-ligure. Per l'ettlissi, che è nella voce sicula, cfr. il frnc. foiilque ecc.
spgn.joder. Da *fòtere = futuere; cfr. Storm, Rom. V 179, Grober s. v. fìi
it. fiocina, gen. fosina, friul. fgssine; cfr. Salvioni, Nuove postille s. v. Da *f6- fu
scina = f ù scin a; e v. la nota*.
* All'alterazione della tonica s'aggiunge qui per la risposta italiana il
fatto, che pur bisogna spiegare, dell'i (j) sorto dinanzi ad essa; poiché
non par possibile il separar fiocina dall'equival. fu sci n a, come fa il Gro-
ber, Appendice s. v. * Già il Diez accolse, pur non senza esitare, il giusto
etimo del Ménage; e in fiocina sospettò a ragione 'un'epentesi d'i = 1
come in fiaccola'' (cfr. Kòrt. 3537). Ora questo sarà appunto un altro ef-
fetto della cons. labiale: che dietro ad essa si svolga, anche malgrado la
'posizione', lo stesso j risultante da' nessi cl- pl- ecc. Gli esempj, che
a me pajano o certi o probabili, non abbondano; ma sono perciò, credo,
tanto più degni d'attenzione; e la lista potrà anche essere allungata.
Ecco intanto: ìt. bietta, sorta di cavicchio o di cuneo, (metaf.) bazza, da
vèctis, secondo la giusta dichiarazione dell' Ulrich (Zeitschr. XI 557),
senza bisogno per noi di ricorrere al dimin. ipotetico (vect'la, onde vle-
cta), perchè basta vectis (in quanto vale 'stanga' o 'chiavistello', ecc.),
passato alla prima declinazione**;- ìt. ghierla averla, da avi] vernula,
come mostro altrove, adducendo una nuova serie d' esempj che offrono
//M = V latino;- irnc.vierge {^vov. verge):;- it. fiàccola, la cui volgarità
mi par bene assicurata anche dal -ce"- (lo -le- e -re- dell' ant. it. fàlcola
e dell'abruzz. farchia si dovranno ripeter da distrazione della doppia; cfr.
borchia), da facìila;- ant. lucch. fieccia, v. XII HO, anzi che da faecea
piuttosto da fecea (a cui pure andrà riportato il Imok. feccia);- afrnc.
fierce fierge, la regina degli scacchi, dal pers. ferz condottiero, visir (v.
Diez s. V.);- lucch. (versil.) fetta fetta, qualunque sia l'etimo della voce
466 Pieri,
(cfr. M.-LùbkG, Zeitschr. XXIV 141);- ìt. fiosso, che già indicava la 'parte
inferiore del calcagno' (Fr. Sacch. ) e indica oggi la 'parte più stretta
della scarpa presso al calcagno', e che fu giustamente ricondotto al
ted. fusz piede (v. il Traniater s. v.).
* E curioso che egli avverta, come ostacolo all'equazione, il timbro dell'o
(aperto), oltre il e da se (di questa alterazione sporadica ritoccherò tra
poco altrove), senza dir nulla poi dell'i, che doveva opporre anche per lui
una seria difficoltà. — ** Avverte il Parodi, Rom. XXVII 216, che a co-
desto etimo contraddice risolutamente Ve (chiuso). Ma si potrà osservar
come un ie risulti eslege in tutti i modi, perchè il toscano allarga analogi-
camente ogni ic etimologico (c^v. pieno ecc.)- E d'altra parte in quasi tutto
il territorio lucchese (cfr. XII 111 n) e in quello aretino (v. mie 'Note', 8)
non si conosce che Vie, onde vien(e), pie{de), ecc.
fu spgn lineila. Da *follat = f ùlla t; cfr. Grober s.v. Il quale, in questo esem-
pio, attribuisce l'esito terziario a infl. del palatile II.
ùf \m\.tgff tgffa fiuto (ali. a <»//" tanfo); v.Salvioni, Fon.mil. 81. Da *tiiphus
= t ùph US (zvffog).
yf spgn. molto, port. ìnofo, muffa. Da *miif = mùf muffato (oland.); cfr. Diez s.
muffo. Per doppia spinta labiale.
Qf ìt. soffre, a.{rnc. sue fre. Da *soffrit = sùffert; cfr. Paris, Rom. X 52 n, 60.
- Il M.-Lùbke, rg. I 138, cercava spiegare il fatto per via delle forme ri-
zàtone (cfr. qui s. siembra); e poi, ig. 41, con ravvicinamento ad offre, come
aveva già proposto il D'Ovidio, grundr. I 518.
uf s^ign. snella. Da *sofflat = stifflat; cfr. Grober s.v. Egli ripete l'esito ter-
ziario da influenza del palatile II.
D.
ve ca.m'po}:). abbiele e s'biele ('velare'), IV 148; e cfr. l' alatrino, X 168 n, che
in questi esempj rispecchia egualmente un e. Da *vélas = ve las. Il
M.-Lùbke, rg. I 199, pensò ad influenza di gelare.
- spgn cerveza, fcnc. cervoise, ecc. Da *cervrsia = cervTsia; cfr. Grober e
Dict. general s.v. Ma non pare ben certo l'i originario.
Y^ frnc. Evreux, prov. Limòtges -òges. DaEburovices, Lemovices, = -vTces;
cfr. Grober s. Lemovices.
yY ìt.velrice, prov. ve;o ve^/e (M.-Lùbke, ig. 36). Da *v latice = viti e e. Il M.-L.
mette ora in dubbio la lunghezza originaria dell'i, che pare invece ben
certa (v. Lindsay, The lat. language iv 12), quantunque manchino esempj
da' poeti; mentre egli prima, rg. I 64, aveva pensato a contaminazione con
vetro.
- rum. viata. Da *vrta = vita. 11 dittongo occorre anche atono, in voci de-
rivate, sotto la forma ie (v. Gihac s. viu).
La vocal tonica alterata dal contatto d'una consonante labiale. 467
ant. it. «esco e veschio, ca.t. vesc, ecc. Da *vrscu -sc'lu = vTscu -sc'lu. Pa- vT
ralloli a questi occorrono i riflessi con z; cfr. Gròber s. v. *. E cfr, qui s.
fesle mesce.
* Tra i quali credo che, o prima o poi, sarà definitivamente ascritto pure
il frnc. gui (cfr. M.-Lùbke, rg. I 89); e offrirà esso un altro esempio di
gu = v latino (cfr. in nota s. fiocina) *.
* Nel 'Dict, generar si parte da *vvlscum, che sarebbe = viscum + aat.
wiz bianco.
ìt.viera, ghiera (= guiera, XII 157), friul. viarie. Da *ve ria = vi ria; v. Asc. vi
I 488 (cfr. Kort. 8751). E cfr. qui s. fiera *.
' Son per tal guisa eliminati i due più notevoli esempj di propaggina-
zione regressiva, o d'attrazione, di ^* postonico in iato (cfr. D'Ovidio,
grundr. I 510; M.-Lùbke, ig. 38), che potessero parer proprj del toscano
(fiera viera), dove è pur manifesta la propensione contraria (cfr. ar/«, &à-
lio, patita, ecc. ). Il secondo j cadde per dissimilazione {pera, da */?e-
ria, ecc.), venendo cosi a mancare il solito prodotto (per cui avremmo
*fteja, ecc.).
tose, (versil.) vietro. Da *ve trum = vi trum. vi
\\xcch.. ghiécolo culla, ch.\a.n. vie guelo erpice; v. XV 215-6. Da*veculu = vi- vi
culu ('vehiculura'). -Il M.-Lùbke, Zeitschr. XXIV 144, afferma che nel ditt.
si contìnua qui l'ei' della base. L'osservazione è molto ingegnosa di certo;
ma che in veiculum la vocal prò tonica in iato si mantenesse cosi a lungo
da attender codesta evoluzione, a me par tutt'altro che verosimile; e del
resto cfr. qui vietro ecc.
tose, (versil.) verde:, sardo (gali.) veldi,'K.\Y 132; lece, erde (pl.jerdi), IV vi
129; ecc. Da *vér'dis = vir'dis; cfr. M.-Lùbke, ig. 38.
sicil. Ver^rim ; lece. Er gene IV 129; córso verdine XIV 132; ecc. Cfr. M.-Lùbke, vi
ig. 38. Da *v ergi ne = virgine. Cfr. vierge in nota s. fiocina.
an t. lucch. fieuoZo tieulo, v. XII 109 (testo e nota; e tieulo anche 'passim' ev
negli Stat. del fondaco del 1590, come ho da Idelf. Nieri). Da tegulu.
E un esemplare importante, perchè offre la vocale abbreviata da un v
secondario (cfr. però l'alban. tiégule, grundr. I 808). E cfr. qui s. esteva.
inni, deve, strada declive, v. Asci 493; vaiteli, cfe/" (Bormio), ce/" (Ponte), Tv
clivo, V. Salvioni, Nuove postille s. v. Da *cHvu = cllvu.
spgn. esegua, it.ste'gola. Da *stiva -ùla = stTva -ùla. Con grado ulteriore Tv
di 'affezione* (cfr. qui s. espieule): lucch. stiéoola stiéola (Idelf. Nieri); cfr.
qui s. tievolo. E v. [xire M.-Lùbke, rg. 1 65, ig. 36.
it. (arce dial.) e spgn. nzcyc, prov. neew. Da *ne vis = nivis; cfr. Gròber Jv
s. V. *. - Si pensò a dichiarar niece da nievica (v. D'Ovidio, grundr. I 505;
e cfr. M.-Lùbke, rg. I 119, ig. 39); ma anche più strano che in nieve, se
468 Pieri ,
procedesse da ì", sarebbe il dittongo in nievica, cioè in una condizione,
dove spesso manca pure il dittongo normale (eie. tenero, Stefano, ecc.) \
* In Italia, accennano anche a *nèvis: friul. neo, Asc. I 493; arpin. neve,
XIII 302.
prievel, v. § IV.
iv lece, néroecu (= néyrecw), annerisco, IV 129. Da nigrico. Anche in que-
sto esemplare avremmo la vocale abbreviata da un v secondario; cfr. qui
s. tievolo. In altro modo il M.-Lùbke, ig. 38.
ov ìt. uovo, spgn. tieoo, Irne, oeuf, ecc. Da *ovum = o vum; cfr. Paris, Rora. X
53; M.-Liibke, rg. I 132, ig.41.
ìiv aù'nc.flueve. Da *flovius = fluvius; cfr. Paris, Rom. X 52 n, Gròber s. v.
(anche Append.).
ùv aivnc.jueone juene, itnc.jeune; pori, jooem '. Da *j6venis = jìivenis; cfr.
Paris, Rora. X 53, Dict. general s. v.; Cornu, grundr. I 726.
* Non vi metto insieme un it. *giovane, dato erroneamente dal Gradi, e
accolto disgraziatamente dal Gròber s. flovius (e dal M.-Lùbke, rg. I 132,
ig. 50).
ìiv \t. piovere, lad. {gvig.) piover, Asc. I 34; ìt pioggia, frnc.pluie;ecc. Da *p Io-
ere, *pl6j a = pluere, plìiv ia; cfr. Gròber s. v. (Suppl. Arch. V 180).
E.
me emil. (ferr.) mieda; pori.meda. Da *méta = mèta; cfr. Flechia II 56, M.-
Lùbke, ig. 39, che adduce l'esempio italiano come tuttavia inesplicato ^;
Cornu, grundr. I 720.
* Credo che oggi nessuno, in questo singoiar caso, vorrebbe ripetere il
dittongo dalla forma diminutiva con metatesi (*m le t a), come proponeva
pur dubitando il Flechia al luogo cit.
me spgn. mte^^a, una pianta. Da *Mèdica = Medica (sott. 'herba'); v. Diez e
Georges s. v.
me irne. Nantes. Da*Nammètes o *Name tes = Namnè tes; cfr. Gròber s.v.
L'abbreviazione della vocale sarebbe posteriore all'assimilazione, che non
si stenterà a riconoscere antica, essendo normale nel francese (cfr. femme
lame ecc.).
me \i. cammello, iene. cJtameaic, ecc. Da *caraellu = camellu;cfc. Gròber s. v.
- Il sicil. camicMu, che è camèllu {clv.stidda da stella), mostra, se
non erro, per le altre forme qui citate, non la sostituzione del suff. -èllu,
ma veramente una tardiva abbreviazione della vocal tonica (ma pur v.
Schneegans 31).
m T afrnc. ermoise, frnc. ai-moise, una pianta. Da *a r t e m i s i a = artemisia; cfr.
Gròber e Dict. general s.v. Però non pare ben certo IT.
La vocal tonica alterata dal contatto d'una consonante labiale. 469
rum. k^mease. Da 'cantisi a = caralsia; v. Miklosich, Lauti, der rum. dia- ni l
lecte s. I. - Alla base con I son da riportare : it. camicia, frnc. chemise, ecc.;
cfr. Gròber s. v. Al quale venne fatto di dar la forma rumena come còn-
sona alle altre forme romanze.
\ad. meif/l; vum.meiìi mei; pvov. meilh, mod. prov. me^/i ; ecc. Da *milium ^^ '
= mllium ('mille passus'); cfr. Grober, Append. La vocal lunga ci è
attestata con certezza soltanto dalla Penisola iberica (spgn.mijo, port.
milho); perciò potremo pensare che l'abbreviazione avvenisse in quel
meno antico latino, che si rispecchia nelle altre lingue romanze.
it'.mezzo molto maturo. In quanto proceda da *mrtio = mTtio (cfr. il ven. ^^
miz so, st. sign. ; Boerio). Ma si può anche partire da *mrttio (cfr. qui
s. fiopa, ecc.) come ha avvertito già il D'Ovidio, non ricordo ora dove. Il
M.-Lùbke, rg. I 65, pone anche questo fra gli esemplari inesplicati; e cfr.
ig. 36, dov'egli anche mostra dubitar dell'etimo mitis. - Qui anche: port*
meigo, spgn.mego, dolce, piacevole; forma tronca di participio, da *m T-
tig[atu] = miti g- (cfr. Diez s. v.).
spgn. al-meja nicchio. Da *mrt'lus = mlt'lus, mutato il genere; cfr. Grò- niT
ber s. v. (D'Ovidio, grundr. I 507).
ìt. mesce, me'scola m,eschia, mesta ; aù'nc. mesler, {vnc. meler. Da *mrscit, ^^
miscìilat, mixtat = mlscit, ecc. Mostrano la vocal lunga, secondo noi,
Vìt. mischia e misto. E cfr. qui s. fesle vesco.
lad. (engad. ) mieugla mieula mievla; v. Asc. I 203 n. Da *mGcula = ^mic- ^^ ^
= mTcula, con doppio grado di 'affezione' (cfr. qui s. espieule).
nieble, v. Ib.
frnc. demi. Da *d i m e d i u ra = di m id i u m ; cfr. M.-Lùbke, rg. 1119, Dict. gè- rii i
néral s. v.
spgn. comien;:^, lecce aìcW. cumen za (cfr. M.-Lùbke, ig. 38), ecc. Da *co- mìi
men'tiat = co mi n' tiat.
lucch. e pis. mettere, v. XII 1 1 1-2 e '43; sicil. mettivi (ali. a niìttiri) e mentiri, m i
v. Asc. II 146, Hùllen 23, il quale pensò a influenza del suono iniziale. Da
*mettere = mittere.
miieble, v. ob.
STpgn. muestra. Da *mòstrat = mostrat. mo
{viu\. cumón {Comóne, ni.); v. Asc. I 499. Da *commù'nis = commùni s. mù
frìul.móscid pastoso; v. Asc. I 500. Da *mùsci du = mùscidu ('miiscus'); mù
cfr. Gròber s. v. Qui fors' anche Vìt. moscio (ali. a moscio), vizzo, floscio
(cfr. però XV 217), il quale stante lo s non può ad ogni modo esser da
mùccidus, come pone il Gròber s. v.
470 Pieri,
moho^ V. ùf.
mòmia, v. um.
niù sicW.Muorica Modica (cfr. Hiillen 36). Da *Mòtica = Mìitica ('Mutyce').
Il Grober rimanda al Georges, il quale non dà questa voce; e si resta
poi meravigliati a sentir da lui, che la forma Movzovxa 'salvo che per
la vocal di penultima, è più vicina a Modica che la forma latina'.
mii ìt.moja (e salamoja; frinì, salmuerie, Asc. I 495), irne, muire. Da *raoria =
mùria; cfr. Grober s. v. *. Giusta il M.-Liibke, rg. I 136 (ciò che egli però
non ripete nell'altra sua opera), Yo di mgja sarebbe dovuto al suono se-
guente. E ìmcire nel 'Dict. general ' è dichiarato da *muria; e non si
cerca nemmeno di coonestare la presunta lunghezza dell' u con qualche
appoggio analogistico (cfr. qui s. puiz).
* Si deve trovare in qualche parte anche un ant.it. miioja (cfr. stuoja),
che ora non riesco a rintracciare.
mù frnc. e p ro v. mo<. Da *mottum = muttum; cfr. Paris, Rom. X 58-9 ^
' Tralascio V ìt. tnotto, che forse è un francesismo (cfr. Grober s. v.; M.-
Lùbke, rg. I 138, ig. 41), come farebbe credere anche la sua troppo breve
vita nel parlare schiettamente volgare.
mu friul. ììiuess. Da *mocceu = mucceu; cfr. GrSber s. v.
em spgn.siembra. Da *seminat = sèminat; cfr. M.-Lùbke, rg. I 119. Egli ri-
pete il dittongo dal fatto che nelle forme rizàtone i verbi con e radicale
lunga e quelli con breve hanno ugualmente e; perciò alcuni verbi con
vocale lunga si sarebbero, pur nelle forme rizotoniche, conformati ad altri
con breve {siembra come aderta, ecc.). Ma codesta analogia, od influenza,
non è essa troppo 'longe petita' e però un vero 'rimedio eroico'? E cfr.
qui s. nieve.
Tm port. Zes;nffl lumaca. Da *irraax = ITmax. Quanto al nesso -sm-, credo che
si debba pensare a un *lemasa (o simile), onde *lesama, lesma, (Lo Schu-
chardt appunto da limax + a; v. Grober, Appendice s. liraacius.)
Tm macerat, e reat. cémece, cerign. (Foggia) cem§ce, v. Salvioni, Rom. XXVIII
554, Zingarelli XV 86. Da*crmice = cimice (cfr. ivi 85 c'et-er^cece, ecc.).
Il Salvioni spiega qui l'anormalità della vocal tonica al modo stesso che
in lémite (vedi s. v.).
Tm march. Zemiìe e r/liémito, reat. lémete, nap. lémmeto, tevsim.jemmete; v. Sal-
viOxM, Rom. XXVIII 553-4. Da *irmite = limite. In gliemito ecc. avremo
un grado ulteriore di 'affezione'. Secondo il Salvioni, all'i che v'occorre
per giusta norma al plur. e che era sentito o presunto come l'effetto della
metafonesi, si sarebbe contrapposto nel sng. un e.
Tm lad. (grig.) prem, che occorre in empr- amprém', v. Asci 20 n. Da *prrmu
= prlmu. - Al luogo cit. è anche:
La vocal Ionica alterata dal contatto d'una consonante labiale. 471
lad. (grig.) em, che occorre in entadém. Da *imu =rmu', ìm
* Ometto gliemma (ali. a glimma) lima, che ivi pur s' adduce, perchè la
vocale in questo esempio si potè forse abbreviar col raddoppiamento della
labiale.
ÌL insieme e assieme (lecc.nziemi, sic. nzétìimula, IV 128; srd. (gali.) insembi, ii'ti
XIV 132; ecc.), aspgn. ensiemo, VMm.. aseamene. Da *insè'mul = insi'-
mul, ecc. Cosi non c'è bisogno, per render ragione della tonica nei ri-
flessi romanzi, di ricorrere al raro in se mei (v. Gròber s. v.), che altresì
quadra men bene pel significato (cfr. Hamp in 'Wòlfflin's Archiv', V 364-5),
ma che avrà, unitamente a semel, concorso in qualche caso a modificar
la desinenza di *sèmul. E v. Asc. II 406-7, 454 n.
aivnc.fienSy {rnc. fiente, raod. ^vov. fiendo, spgn. fiemo, aspgn. Menda, sterco, lui
Da *fèrau, *f èmita = fimu, *frmrta; cfr. Grober s. v. (e Dict. general
s. fiente). Il Gròber, Append. s. v., cercò di coonestar Vie con ravvicinam.
a faetere. Il M.-Lùbke, rg. I 119, afierma che è difficile il dichiarar que-
ste voci da f imus. La, spinta ad abbreviar la vocale anche qui era doppia.
srd. emmo sì, avv. d'affermazione. Da *emmo = immo; cfr. Gròber s. v. im
lece, e (ali. a ciitnu) sic. comu, calabr. cuomu, aspgn. cuemo. Da *como = om
corno (quo modo); cfr. Gròber s. v. Altri riflessi neolatini esigono o con-
sentono comò (it. corno -e; frnc. come -mme ; ecc). Il Baist (grundr. 1 697)
e il M.-Lùbke (rg. I 185) ripetono il ditt. della voce spagnuola dall' uo
originario. Ma benché la Penisola iberica, come tutti sanno, continui per
certi rispetti una fase del latino più antica, ciò non par verosimile in
. questo caso (cfr. lo spgn. e port. corno).
lad. (Val di Gardena) wieem nome, v. Asc. l 365-6; campob, nome (pi.; e non om
*nu}ne), IV 153; lece, nomu (e non *numu), ih. 131; siciLnomu nuomu,
Hullen 43; ecc. Da *n6men = nomen; cfr. De LoUis XII 16, Zing. XV 88.
tose, (versil.) rómica^, afrnc. ron^e (ali. a runge), rumina. Da *rùmieat ùm
-gat •= rùminat, mutato il suffisso; cfr. Paris, Rom. X 59, Gròber s. -i ga-
re, Dici, general s. v. '.
* Insieme con remico rumine, che non affermerei ricavato dal verbo. —
^ Ove a ragione si distingue, come il Paris aveva insegnato: ranger 1. ru-
minare ('rùmigare'), 2. rodere, rosicchiare ('rodicare'). Ma l'o vi sarebbe
eslege in ambo gli 'omeótropi'.
frnc. gloume loppa. Da *glùma = gluma ; v. Asc. Ili 463. ùm
it. pgmice, spgn.pomez, ecc. Da *p ùmico = pùmice; cfr. Gròber s. v. Il quale ùm
muove da pùmmice (come ho poi fatto anch'io pel luce. piumice, XII
HO); ma è impossibile il conciliar questa forma coi riflessi neolatini, per-
chè tutti offrono la nasale scempia (lo stesso frnc. ponce, secondo il Dict.
general, è da pùmice). Anche in questo esemplare poi, a parer nostro,
472 Pieri,
la spinta ad abbreviar la vocale era doppia. Il M.-Lùbke, rg. I 81, afferma
che pomice è tuttavia inesplicato.
um ait. e aspgn. caZo^na -na, a.ivnc.chalonge, ecc. Da^calurania = calùmnia.
- La lunghezza originaria dell' u pare a buon diritto accertata dalTetimo-
logia ("calùmnia = *caluumnia, da caluor e al v or).
iìm spgn. mómia mummia. Da *muraij a = raumij à (pers.); cfr. Diez s. mummia.
Per doppia spinta labiale.
ìim lad. (grig.) chiembel mucchio. Da *cì3m'lo = cumulus; v. Asc. I 38.
um lad.(grig.) diemher numero. Da *nome ro = nùmerus; v. Asc. I 38. Qui
potrebbe forse spettare anche l' it. novero, che per altro non è oggi del-
l'uso volgare *.
* Forse non sarà superfluo avvertire, come non par che abbia alcun fonda-
mento nella realtà dei fatti la norma stabilita dal M.-Lùbke (ig. 50, § 78),
per la quale nell'italiano si ridurrebbe ad ov ogni gv del lat. volgare.
Basti dir che de' cinque esempj addotti oltre novero, e cioè: cova, giova,
rovo, gomito, giovane, neppure uno ha V o aperto.
III.
In parecchi esemplari (e parlo qui del solo italiano), a con-
tatto di cons. labiale troviamo bensì la vocale aperta (e, o), an-
ziché quella chiusa, ma non il normale dittongo che ci aspette-
remmo dalla vocale abbreviata. Penso che questo fatto anche si
abbia a ripeter dalla medesima causa, la quale agisse con mi-
nore efficacia in quanto agisse più tardi ; giacché la labiale con-
tigua esercitava per avventura, in questo o in quel caso, la sua
influenza in ogni tempo. Quando la vocale é in posizione, poiché
di regola nell'italiano vi manca il dittongo, si potrà restare in
dubbio se la vocale aperta risponda alla vocal latina abbreviata
o se sia invece un'alterazione più recente. Ed ecco, per ora, l'e-
lenco di parecchie altre voci italiane, dove la qualità della vocal
tonica è o potrebbe esser giustificata, a parer nostro, dalla con-
tigua labiale, senza bisogno di ricorrere ad attrazione analogica
o a contaminazione o ad altro espediente simile :
spero (ant. pad. spiero, v. Wendriner 8; lece, spero -ieri, IV
123; ecc.), che ripugna il considerar come voce dotta (quando mai
s'è potuto o si potrà fare a meno di questo verbo?)*; mi perito
* Che veliemi terrienu ecc. del calabrese siano voci italiane assimilate al
dialetto, dovrà parer più che probabile; ma che tale pur sia spieru, nonché
La vocal tonica alterata dal contatto d'una consonante labiale. 473
(lucch. pi-); spegner'e (lucch. spe-)', sposo -a, che dovrà essere di
tradizione volgare, malgrado l'anormalità pur della sibilante;
sporco;- seppi -e (lucch. se-), v. qui la nota 1; scettico, volg.
scettrio (scèptrum) ; coppa (lucch. co-) ; grolla (crupta) ; lucch.
lopporo, XV 374 ;
henda (lucch. he-)\ sovenle, dove potremo però aver pronunzia
dotta di voce già disusata ; bozzolo (lucch. &p-) ; bossolo (lucch.
busso -olo); borchia; lucch. borica; zavorra;- debbo devo (lucch.
de-); ebbi -e, amerebbe ecc. (lucch. ebbi -e, ecc.) ^; sosia (sìibstat);
foja^;- soffice (lucch. so-), soffoco (lucch. so-);
primavera; lucch. e pis. venne e vendere; divolo;
lucch. meta,Xll 111 (cfr. § II me); ahimé, rispetto al quale
si pensò ad effetto della pausa; menomo; mestica (cfr. § II mi),
ne' quali il M.-Lùbke, ig. 37, riconosce pronunzia dotta ; moro
•a (anche il 'rovo' ed il suo frutto), cfr. M.-Lùbke, rg. I 139;
molo (cfr. l'are, tremuoto ^) ; moccolo (lucch. mp-) ; morchia * ;
rimorchio ;• remo ^ ; estremo stremo ( cfr. strema, vb. ) ; lucch.
teme, maremma, nome (cfr. § II om).
fiermu yniettu (v. § II fi mi), come vuole il M.-Lùbke, ig. 38, forse si potrà
ormai negare senza esitazione.
* A un *hebui, dal quale o pressappoco in ogni modo bisogna pur muo-
vere, modellato su de bui ecc., s'adatterebbe del pari secondo noi la forma
italiana e la lucchese; e lo stesso si dica di seppi e seppi, se postuliamo
un *sepui (cfr. M.-Lùbke, rg. II 325, ig. 249).
* A ogni modo in foja, più non essendo questa una voce dello schietto
uso volgare, l'o non infirma punto il giusto etimo del Diez (fùria), come
assevera il Gròber s. moria.
^ A cui corrisponde l'alban. terméh. E qui siano notati, dallo stesso ter-
ritorio: tmer timore; plép pioppo ('plopus'); pem§ frutta ('pomum'); v. Gu-
stavo Meyer, grundr. I 810. Ne' quali esemplari 1' e deve essere il resto
del ditt. uè, che s' otteneva dalla vocal latina abbreviata (cfr. vepr§ opra,
verh orbo, dove lo stesso Meyer ammette che il ve- continui il dittongo).
* A spiegare l'anomalia di questo riflesso, avverte il Grober s.murga, che
l'it. ha soltanto voci in -orchio -a. Sennonché queste voci, oltre torchio, non
sono che borchia (v. sopra), morchia e rimorchio!
^ Fu da altri scartata come voce marinaresca e non indigena a Firenze
(v. M.-Lùbke, ig. 37). Ma barche sull'Arno ce n'era di certo a Firenze, anche
prima del mille; e il mare era presso Pisa!
474 Pieri ,
lY.
Ma c'è di più. Altri esempj, in parte molto significanti, pajono
fatti proprio per favorire l'ipotesi che una labiale abbia potuto
esercitar sulla tonica l'azione sua, malgrado una liquida frap-
posta. Il fenomeno fu riconosciuto già, in qualche caso, a ri-
spetto d'una vocale atona, che si adattasse alla cons. labiale per
assimilazione (cfr. Asc. I 43, e Suppl. Arch. V 86 s. ervilia); e
però la nostra ipotesi, per ardita che sia, non par tale da esser
rigettata *a priori'. Avremmo dunque per ora:
prl it.ant. e tose, coni, prr/ncipe. Da *pri ncipe = principe *.
* L'are, e poet. prence potrà essere o no un francesismo (cfr. D'Ovidio,
grundr. I 508); cfr. a ogni modo gli arce coni, prenci pio -ipiare -ipale,
che come si risenton di ^jre;icipe, così n'attesteranno la volgarità.
prT sìW.kabbredd^ capretto, v. XIII 337 n. Si dichiarò da capre tu; v. Salvioni,
XIII 485 n; ma esso, insieme con le simili forme che ivi s'adducono, po-
trà rivenir piuttosto a ^capri'tu = caprltu, cioè ad un tema formato
per mezzo di quel suflf. -Itu, che è il punto di partenza per i dimin. in
-etto. E cfr. qui s. ombrene.
pr 1 lad. fgrig.) prieuel prievel, v. Asc. I 20G n. Da *preculo = prrculo (' pe-
riculum'). E dell'alterazione si potrebbe aver qui ragione del pari anche
dal V secondario ; cfr. § II s. tievolo.
prS ani. \en. prona; v. Salvioni, Postille s. pruna. Da *pruna = prima.
blT ìt.hieco. Da *oblì'cu = obllcu; cfr. Diez s. v. E sarebbe così superata la
sola ma grave difficoltà ad ammettere un etimo, che s'impone con la sua
evidenza, malgrado le leggi fonetiche. ^
* Un caso suppergiù come quello di lordo ecc., che nessuno osò mai se-
parare da luridu!
v-pY gen. breiga. Da ^briga = briga; cfr. Flechia Vili 334 ecc.
bri it- brezza, vento freddo o fresco. Da *brrsa= brlsa, d'incerta origine. E
sarà un altro esempio italiano di -s- in -z'z- (v. XV 187 s. razzare). La
vocal tonica lunga attestano gli equivalenti: lo mb. &ris'a, frnc. frisse, ecc.
Cfr. Kòrt. 1348.
fri iv\\x\. ombréne. ombra e ombrello; v. Asc. I 493. Da *umbri'na = umbrlna.
E cfr. qui s. kabbredde.
fri it. freddo, frnc. froid, ecc. Da *fr ig'du = frlg' du; cfr. Gròber s. v. Che l'i
non sia dovuto alla posizione seriore, almeno per l'italiano risulta, se
non erro, dal lucch. (mt ) fredo -a; v. Suppl. Arch. V 1^6.
La vocal tonica alterata dal contatto d'una consonante labiale. 475
spgn. /"rie^a. Da *frècat = frica t. fpi
aspgn. fruente, spo;n. frente. Da *fpo nte = fronte; cfr. Gròber s'. v. Mala f i- 1
lunghezza originaria dell' o non si può dir certa, sebbene paja che la esi-
gano il sìcilfriinti e il calab./>wn<e (v. Schneegans 32; M.-Lùbke, rg. 1
172).
it fìo'to, il movimento del mare agitato. Da *fluctus = f lùctus. Dato che flù
Vo fosse antico, dovremmo supporre anche qui un grado ulteriore d'al-
terazione (cfr. qui s. espieule).
afrnc. hierche (Scheler); lad. ierpi, Asc. I 175; tose, (lucch.) erpice (e anche irp
erpico, vb.). Da *her pex = hTr pex. E cfr. Schuch. vok. II 59; M.-Liibke,
rg.1119, ig.37.
\t. sterpo, port. estrepe (v. Cornu, grundr. I 722). Da *sterpe - stirpe; cfr. ipn
Gròber s. v.
Sono anche da notare, a questo proposito, gli esemplari italiani: pretto,
se àa. puretto; prò (lucch. prò), dove altri vede un effetto della pausa ;-
storpia, vb. ('turpis') *; ÌMCoh.. Elba (Uva).
' Non ho alcun dubbio circa l'origine di storpiare (onde stroppiare, con
metatesi; e non viceversa I), da *exturpìare (cfr. D'Ovidio, grundr. I
516), e perciò in perfetto accordo col sinonimo spgn. es^orpar (cfr. Cornu,
Rom. XIII 300).
V.
Quanto alle vocali é l o u, che si ripercuotono nel neola-
tino come brevi, ci sarebbe da pensare che in certi casi la loro
quantità (come pare avvenisse sempre per 1' a) fosse meno sen-
tita; e che soltanto allora la labiale contigua riuscisse a ri-
durle a vere brevi. Similmente si potrebbe, per le brevi che
digradino in altre brevi («', ù in è, ò), ammetter che in certi
casi il loro timbro normale {e, p) fosse meno spiccato, cioè meno
strettQ {e, o), e che allora soltanto, a contatto della labiale, s'al-
largassero. Del resto, il fatto che la labiale non operò in ogni
esemplare questa alterazione, ma in alcuni di essi, e non di
rado - per un dato esemplare - in uno o più idiomi e non in
tutti, è tale di certo da esigere nuovi studj ; ma non par che
la norma da me proposta si debba perciò rifiutare o impugnare
senz'altro.
A ogni modo s'opporrà che nelle lingue romanze parecchi
altri n'occorrono de' cosiddetti esiti terziarj, che son comuni a
Archivio g-lottol. ital., XV. 32
476 Ascoli,
più territorj o proprj d'un solo. Certamente, né io pei- me vor-
rei già negare questa verità. Ma chiedo alla mia volta : Dove
è un'altra efficacia, come quella da me presunta nelle labiali
contigue, che valga a render ragione d'un ugual numero di
fatti ? Gli esemplari che rimangono oscuri o difficili non giun-
gono forse alla metà di quelli che dalla nostra ipotesi vengon
chiariti ; e sarà lecito imaginare che le cause dell' anormalità
per essi siano più d'una e che essi costituiscano varj gruppi in-
dipendenti l'uno dall'altro, e anzi qualche esempio per avven-
tura faccia parte da sé.
Del resto, anche per altri e ben diversi cambiamenti della vo-
cal tonica, che appajono eslegi e che si cercò di spiegare o con
l'analogia o con la contaminazione o in qualche altro modo, è
molto notevole il fatto che si riscontrano per lo più in esemplari,
ove alla tonica precede o succede una cons. labiale. Onde sorge
spontaneo il sospetto, che da essa si debba anche in questi casi
ripeter l'alterazione. E basti ricordare: it. vuoto ecc.; rail. merza
marza; alban. moZe ('mèlum'); rum. vorììà]- it. gi^eve e chiovo
-do ecc.; sp. cueva ('cava'); ìtghiova; ven. piove ('plèbe'); i
quali fanno parte d'una assai lunga lista.
OSSERVAZIONI AL PRECEDENTE LAVORO.
Questo Saggio del nostro Pieri ' intorno alla vocal tonica al-
terata dal contatto d'una consonante labiale' merita di certo
una ben attenta considerazione; e poiché l'Autore annunzia che
il suo lavoro sarà presto continuato, potrebbe a prima vista pa-
rer ragionevole che la critica sospendesse per ora le proprie
obiezioni. Presumo io tuttavolta, che le seguenti osservazioncelle
non si debbano giudicare del tutto inopportune o intempestive.
Mi persuade a non tacerle, anche il fatto che la mia ingerenza
nella direzione di quest"* Aì'cliivio cessa col volume che ora si
chiude.
Osservazioni intorno al precedente lavoro. 477
Tornerebbe superfluo avvertire, che nulla v'ha in effetto di
comune tra il caso , per es. , di un i ( ^ lat. ) che passi in u u,
o di un e qualsiasi che volga ad ò, per effetto di consonante la-
biale attigua (cfr. per es. I 540 b, 364 in f.), od altri casi con-
simili, e le abbreviazioni o rimutazioui che il nostro Autore vor-
rebbe qui ripetere dalla labiale attigua; se non giovasse insi-
stere sul fatto, che, menti'e l'azione della consonante labiale è
in quei casi un molto evidente fenomeno di assimilazione, nelle
abbreviazioni (e in è; ecc.), all'incontro, o rimutazioni [ì in
è', ecc.), pensate dal Pieri, essa rimarrebbe, almeno per ora,
senza alcuna specie di legittimazione fisiologica.
Un' e, cosi ottenuta da è, avrebbe poi a darci, secondo il no-
stro Autore, un ie neolatino, e analogamente si dovrebbero am-
mettere, per le altre riduzioni, tali riflessi neolatini, quali s'hanno
da basi propriamente latine ; il che, a ben vedere, equivale a far
risalire codeste riduzioni, tutte o in grandissima parte, a età
propriamente latina. Ora io credo che questo pensiero ci debba,
per varie guise, risultare più che audace.
Di certo, ritornando alla fisiologia, se la proporzione tra la
serie dei casi , in cui s' hanno codeste riduzioni essendo atti-
gua alla vocale una consonante labiale, e le serie in cui si av-
vertano essendo di altr' ordine la consonante attigua, riuscisse
davvero di gran lunga maggiore per la labiale, bisognerebbe
chinar la testa , aspettando rassegnatamente che la fisiologia
venga tosto o tardi a illuminarci. Ma la proporzione vorrà es-
sere, prima di tutto, molto rigorosamente calcolata. Le guttu-
rali, supponiamo, saranno in effetto due sole [k, g) , quando le
labiali son cinque {p h f v m) o anzi sei, poiché il nostro Au-
tore afferma anche l'azione di un v che provenga da u. Se dun-
que i fenomeni, di cui si discorre, si avessero, per la serie gut-
turale, nella ragione di solo un terzo di quello che per la serie
labiale, non perciò la serie labiale potrebbe ancora vantare
alcuna intrinseca preminenza. Andrebbe anche ricercato il rap-
porto, che passa tra le diverse consonanti, nel senso della varia
loro frequenza nel vocabolario neolatino. E va da sé, che, nel
confronto tra le serie diverse, i rispettivi esempj non andrebbero
solamente contati, ma anche pesati, e vuol dir considerati secondo
478 Ascoli ,
il numero e l'importanza delle varietà idiomatiche di cui cia-
scuno fosse proprio.
Ma limitandoci intanto alla serie labiale e passando a osser-
vazioni concrete, io vengo primamente a un'altra considerazione
di natura statistica. Sono 125 gli esempj che ci offre il § II; e
può parer singolare che l'Autore non badi mai a scernere tra
i diversi tipi delle voci ch'egli manda insieme, come alla rin-
fusa. Il tipo parossitono, con la prima sillaba aperta (tipo óvo),
non ha se non soli 21 esempj; e sceverata che sia questa povera
falange, si vedrà tantosto cora' essa poi si squagli per modo, da
non restarne se non un gruppetto i)iù che meschino. Gli altri
104 esempj sono di antica posizione (tipi festa forma mettere
filtro colubra', 37), di proparossitoni intatti o ridotti (tipi po-
mice vetrice , verde, pòplo; 47), e di quasi-proparossitoni con
Vi di penultima (tipi ebrio camisia gubia] 20).
Come dunque non venir sùbito (o, a dir meglio , non tornar
sùbito) al pensiero, che la vocale smarrisca facilmente la sua
primitiva nitidezza, e perciò anche s'arrenda più di leggieri alle ■
seduzioni analogiche, quando porti il peso della posizione antica
0 moderna {festa verde gubja) o il peso delle due postoniche
{pómice ecc.)? — In altri termini, il caso di lordo lùridu, elee
Ilice; ginocchio genùclu, ecc.; doglio doliu; o quello delle parlate
in cui stella (come vendere) perda la primitiva qualità della to-
nica {e).
La categoria, che terremo la più decisiva, quella delle voci
piane colla prima aperta, non ci dà, dicevamo, se non 21 esempj,
o, a dir meglio, par che ce li dia. Come già si accennava, noi do-
vremo pur qui, 0 anzi qui in ispecie, presumere, di regola, che
la riduzione risalga a un periodo fontale, cioè alla vocale an-
cora latina; e dovremmo perciò generalmente aspettarci, se non
l'unanime consenso, com'è per *dD0, la risposta concorde, non
solo in molte parlate, ma in più regioni neolatine. E troviamo,
all'incontro, proprio tutt'altro. Cosi, pega 'gazza' p. 459, è del
solo portoghese; — piel 'pelo' 459, d'una sola varietà friulana,
sola ed evanescente, la stessa che darebbe pur giènere, I 491 ;
— fohe 'fune' 465, solo, pare, da un'antica fonte veneziana; —
cimión 'il comune' 469, forma friulana assolutamente accesso-
Osservazioni intorno al precedente lavoro. 479
ria, il cui scarsissimo valore è manifesto : cfr. I 499 e il Pi-
rona; -^ gloume 'gluma' 471, forma disusata; del solo fran-
cese. — Notevole di certo il friul. deve (che del resto ha l'esclu-
sivo significato di 'strada declive'), cui starebbero allato le forme
valtellinesi clef cef\ 467. Va però avvertito, che questi sareb-
bero i soli rappresentanti vernacoli, in sino ad ora conosciuti,
del lat. clivus, in quanto nome comune. E viene anche da
chiedere, se forse non vi si risenta il tipo clivja clivjo
(dove è in ispecie da considerare il fri. cmnese, camicia) ; cfr.
i nll.: C/iyio (Varese), Clibbio (Salò), Ghieve (Crema), Chievo
(Verona), Soccìiieve = Socie f {Ami)Gzzo), Cleulis (Tolmezzo)^
Cliievolis (Spilimbergo), e forse Cleives (Aosta). — Un incrocio
dei due riflessi diversi dell' o di nomen, 471, dovuti primamente
alle due diverse figure flessionali (nome nom'ne), potrebbe dar
ragione dell'oscillar che si fa tra nome e nome. — Quanto
a siepe 460, fieno 464, insieme 471, bieta 462, son pronte le
altre dichiarazioni che l'Autore stesso ricorda; e così per l'asp.
escreve 462. — E quanto alle pronuncio soprasilvane pre^n
* primo', ecc., 470-71, vi potremo si vedere l'influsso del w, ma
ben piuttosto in quanto nasale, che non in quanto labiale. Cfr. I
23 n, 31 n, 128-29, 174 n, 233.
Che se passiamo alle altre configurazioni, la critica non istenta
di certo ad accampar difl^coltà. — Il ni. Nantes^ 468, che è
insomma Namnites (Namnètes) o poniam pure N animi te s
Nammètes, con l'accento gallicamente portato sulla prima sil-
laba, non è davvero un esempio da cui l'Autore possa ricavare
alcun costrutto per l'assunto suo. — E nel dittongo del rumeno
viatà 'vita' 466, punto non si continua, checche infelicemente
paresse al Cihac od al Kòrting, il mero t di vita; poiché la
voce rumena risponde etimologicamente all'it. vivezza. Uie pro-
viene dal dileguo normale del v intervocalico, e V-a- dipende
dalla vocal di uscita {vi[e]a(à) ^. — Il 'franginiento seriore', che
è nel grig. fearm ^ fermo' 464, da e secondario, è lo stesso che
* Cleudis (Ampezzo) del 'Dizionario geografico postale', sarà uno sba-
glio per Clendis {y.W Pirona).
* È egli corretto l'accento che dà il Cihac 11776: v'iatàì
480 Ascoli, Osservazioni intorno al precedente lavoro.
si ha da e primario in tearz ecc., I 131 127-28, cfr. 175 n. 3,
171 n. 5 (181-82 n); e null'affatto concliiude per l'assunto del-
l'Autore. — Il soprasilv. niebel (feni. nohla , Carigiet; alto-
engad. nòbel ndhla) 'nobile' 463, sia o no veramente indigeno,
rimarrà senz'altro spiegato dalla semplice ragion della posizione,
0, per dire più precisamente, dall'analogia delle coppie normali
per Vo breve: jerfen orfna 'orfano orfana' ecc., 1 28-29. E
similmente, checche io stesso ne dicessi, I 38, si avranno a spie-
gare per semplice ragione analogica: dièmbev 'numero' 472, al-
lato a dumhràr numerare (cfr. dièver ali. a duvrar, I 29, 38 n),
0 chiembel ' cumulo' 472, ali. a *cumldr. — Nel soprasilv.
pieung 'il grasso' (pingue) 460, imagina il Pieri un ie da e
per i. Ma si tratta invece, a dir breve, di piung pihmg, cfr.
liunga Wmiga, ecc., I 112-13. Cfr., in altra configurazione: vi-
dua viua vtuva I 22n; e con Vi dai lat. leu: auditu i^dm
udi^u ecc., acetu aziu azi^u (^iziéu), uva iva iua i^ua, I 21
33 ^ ; e ora Huonder, Der vokalismus der mundart von Disentis,
Erlangen 1900, p. 49-50. — E così non è punto un ie da è se-
riore negli engàdmesì pieida 'pi cu la' 469, mieugla mieula
'raicula' 469, prieuel 'peri cui um' 474, o neanche nel pie-
cardo espieule 'spicula' 459, e in altrettali; ma avremo sem-
pre a ricomporre: plugla priugl ecc., piida ecc., pipala ecc.,
1 206 n (cfr. Flechia 111 174-75), M.-Liibke 1 62-63; e cfr. pure
Huonder, 1. e. 60-61.
Siene dunque raccomandate queste avvertenze all'antico e stre-
nuo collaboratore di questo Aì'chivio.
Ct. I. A.
* Nel quale esempio, Vie non solo non sarebbe promosso dalla conso-
nante V, ma anzi appunto si ripeterebbe dal fatto che il v si riducesse alla
vocale li.
POSTILLE LESSICALI SARDE.
e. NIGJRA.
centr. alipedde alihedde 'pipistrello'. — Da *alipellis 'che
ha l'ali di pelle'. Bell'esempio di composto di duo sostantivi. Nello
stesso dialetto, con un aggettivo nella seconda parte del composto:
acupintu ' ricamato ', alipintu alibintu ' fringuello '. Cf. còrso pilibrunu
'bruno di pelo' (Tommaseo, Canti pop, corsi, 158 n.); e v. Spano s.
alibintu; e anche Thomas s. rubican, in Rom. XXIX 189.
mer. angiài 'figliare'. — Dicesi delle bestie in generale; e ri-
sponde ad un *agnare da agnu. In altri idiomi neolatini, il verbo,
tratto dal dimin. agnello, come it. agnellare, fr. agneler ecc., signi-
fica soltanto, come vuole l'etimologia, il partorire delle pecore ^.
centr. annodilare 'conoscere alquanto'. — Riflesso di "^ad-noti-
tare, frequentat. di notare, sul tipo di cantitare ecc. (v. Fred, Ta-
ber Cooper, Word formation in the Roman sermo plebeius, 205 sg.).
aper. — Questa voce latina si conserva nel centr. porcdhru porcu
ahru, nel sett. polcavru, 'cinghiale', e nel dimin. centv. porcheddu
dbrìnu ' cinghialetto '.
mer. argióla, centr. arsola, 'ajuola'. — Da '^arjóla *areóla,
dimin. di area, come già vide l'Asc. II 137 138, e non già da arvum
come suppose l'Hofmann 18.
* Abbreviature: mer. = dialetto meridionale o campidanese; centr. = dia-
letto centrale o logudorese; sett. = dialetto settentrionale o gallurese. — 1
vocaboli qui esaminati appartengono principalmente ai due primi dialetti. E
conservata la grafia dei lessici di Porru e Spano; e quindi: e g dinanzi
ad e i valgono e g; eh gh=k ^; i'c dinanzi ad e t = s; x = :. — Le fonti
da cai i vocaboli provengono, quando non siano espressamente citate, s'in-
tendono i lessici di Porru e Spano, e gli scritti del Guarnerio (Arch. XIII,
XIV). Sono poi citati col semplice nome dell'autore e per pagine, lo stu-
dio di G. I, Ascoli nel II dell'Archivio, e quello di Gustavo Hofmann, in-
titolato 'Die logudoresische und campidanesische Mundart', Marburgo 1885,
^ Da agnu, il calabr, aniàrese, l'accoppiarsi della pecora col montone;
Flechia, Postilla 8.
482 Nigra,
centr. arigar za ali garza 'radice'. — Alterazione à\*raigarza
rispondente a *radicaria, come il berg. aria 'radice' è alterazione
di rais. Per il dileguo del d intervocalico, si compari specialmente
l'equivalente mér. raìga.
mer. arrùi 'indomito, brado, austero', — Spogliato dell' a proste-
stetico dinanzi a r, che é un fenomeno caratteristico del dial. meri-
dionale (v. Ascoli, II 138 150), arrùi risponde alla base lai. rude-.
centr. astuddare 'arricciarsi'. — Suppone una base *astulla da
astula 'scheggia' che qui prenderebbe il significato di 'truciolo'. Il
verbo sardo direbbe etimologicamente 'arricciarsi a guisa di tru-
ciolo'. Cfr. mil. rizz 'riccio' e 'truciolo'.
centr. halire 'fìaschetto'. — S'aggiunge, con l'apparente aferesi:
alire 'bariletto' (Spano). Metatesi di barile.
centr. barig àdu, mer. abarigdu, 'dopo domani'. — Sono pro-
priamente participj pass, del centr, barigare, mer. '^abarigài, 'pas-
sare, oltrepassare' = it. varcare da varicare. Deve qui sottinten-
dersi 'domani', e barigàdu significherà 'passato (domani)'. Cf. piem.
passadumah ecc. Altra forma comune al centr. e al mer., per signi-
ficare 'dopo domani', è pusticrds, che va coll'ait. poserai ecc. e nella
prima parte ricorda l'isolato pustis 'poscia' d'entrambi i dialetti (al-
l'incontro: pusehena 'colazione' nel logudorese di Dorgali, = soprasilv.
pusein ecc., Arch, VII 545).
mer. bentrùxu guntrùxu 'avoltojo'. — E si aggiunge contrùxiu.
Rispondono i centr. bentùrzu antàrzu imtùrzu , collo stesso signifi-
cato. Da ^vultTiriu, per l in n come nel centr. anz énii = a.\iénu,
si ottiene la base centrale '"^vunturzu. Circa la base meridionale *vun-
truzu, V, s. padrarzu. Curiosa la sorda in contrùxiu, che ricorda chin-
dalu allato a ghindalo 'guindolo', e il centr. creva gleba.
centr. binchiza 'vimine'. — Rispondo al tose, vinciglia.
mer. birdiu 'patrigno', birdia 'matrigna'. — Metatesi di bidriu.
Da aggiungersi ai riflessi di vitricu citati in Kòrting^ 10254,
centr. bisare 'sognare, credere'. — Da *visare, che è nel Ir.
viser e nei composti tose, avvisare.^ fr. aviser ecc., con significati al-
quanto divergenti. Al significato di 'sognare' ci ravvia il tose, visione.
centr. (Olzài) brabu, mer. bràii bldu, centr, òiaUtu, 'azzurro,
cilestro'. — Rispondono foneticamente e semanticamente agli it. biavo
e "^biavetto (tose, biadetto, can, bjuvètt ecc.). V, Diez s. biavo; e cfr.
l'ant. piem. (1410) banda bioua 'banda azzurra'.
Postille lessicali sarde. 483
mer. braxòlu, centr. arsólu, 'orzajuolo'. — Il centr. arzòlu
è fatto risalire dal Caix 432, e dal Korting^ 4617, al lat. pop. hor-
deólu. Ma la forma mer. ci avverte che la centr. deve essere inte-
grata in barzòlu. Ed entrambe le forme risaliranno a *variolu, onde
Vìi. vajuolo. Questa spiegazione è confermata- dal piem. vers'òl 'or-
zajuolo', che finora fu erroneamente fatto provenire anch'esso da
hordeólu, e risale invece a *variceolo; cfr. V \i. varicella 'va-
juolo spurio'.
centr. cdbidu 'capo, bandolo'. — Da aggiungersi al rum. càpet^
in quanto risalgono entrambi, benché portati al tipo della declina-
zione in -0, all'obliquo capite; cfr. Asc. II 4.33 (St. crit., vers. ted.,
77), Kòrting- 191 1. Il riflesso sardo di *capu è capu cahu.
centr. mer. e ama 'calore del meriggio estivo'. — Sembra proce-
dere, come già congetturò il Porru, dal vi. cauma gr. xaoaa 'arder
aestus ', passato nei neol. it. sp. pg. cabna^ lad. cduma ecc. Il verbo
lad. camar (Kòrting^ 2032), fr. chùmer, can. cornar ecc., significa or-
dinariamente il 'meriggiare' delle gregge. Il dileguo dell'in di du è
normale in sardo, sempre quando si presenti un u nella sillaba susse-
guente, come in centr. mer. pagu 'paucu', centr. sett. larii 'lauru' ecc.,
il qual fenomeno fu primamente osservato dall'Ascoli, II 139. L'esem-
pio di cama sarebbe il solo , finora notato, a presentare il dileguo
dell'ti neìVdu non seguito da altra sillaba con m, poiché il mer. aràxi
'brezza', se procede da aura, il mer. caliscu daccanto a cauHscic^
i centr. pamensile, daccanto al mer. 'pomentu = *pau-pavinientu ,
disaùra bonaùra ecc. (augùr-), il mer. atòngiu 'antunno', ecc., ri-
salgono ad AU in protonica. Esiste, è vero, un centr. sett. tara
'labbro'. Ma si deve presumere che sia l'antico plurale di '^laru <=
''Hauru '^lavru labru. Perciò sarà prudente di sospendere, per ora,
il giudizio definitivo sull'etimologia o sull'evoluzione di cama. — Com-
posto mer. raeicdma 'meriggio, caldana', nella cui prima parte sarà
da riconoscere l'antico me[d]iu.
mer. cantréxu, centr. cantérzu, algher. cantélgiu, 'guan-
cia'. — Queste forme, come già vedeva il Guarnerio in Rom. XX 62,
postulano una base *cantériu, lat. canthériu, gr. y-xw^rilioi;, 'trava-
tura del tetto '. Secondo il significato etimologico del vocabolo sardo,
la guancia sarebbe dunque il sostegno, la travatura del capo. Il Guar-
nerio preferisce scorgervi 'la sponda dei denti, il parapetto della
484 Nigra,
bocca', e rettamente compara il sardo com. barra 'guancia'. — Il ri-
flesso gallurese è feminino: cantèggliia. — Circa la desinenza merid.
^réxu^ V. s, padrarzu.
mer. cardiga 'graticola'. — Da craticula, come origa da au-
ricula. Con diversa icfetatesi, il centrale ci dà cadrija. Da codesti
sostantivi parrebbero provenire il merid. cardiggidi è il centr. car-
diare^ 'arroventare'. Ma il centr. càrdia^ 'ferro rovènte', sarebbe al-
lora un deverbale.
mer. claviglia 'cavicchia'. — È un notevole riflesso popolare di
clavicula, per la conservazione del l del nesso iniziale; v. Kòr-
ting2 204.5.
centr. e od le 'rimasuglio'. — Riflette un cedale da còda. E la
coda è usata qui, come spesso altrove, nel senso di estrema parte;
cfr. i centr. coizza 'estremità, co?>«re 'tralasciare', quasi 'lasciare
in coda'.
mer. e oberai 'riscuotere'. — Da recuperare, taciuto il re- che
pareva superfluo. Il corrispondente centr. è coberare cobrare 'esi-
gere, acquistare'.
centr. coinzòlu 'cofanello'. — Per via di '^coviniòlu, risale a
*cophineólu da cophinu, gr. xo-^ivo;.
sett. coisdica 'cutrettola'. — La prima parte di questo compo-
sto, coi-, equivale a '^codi- (cf. mer. coixedda 'codicella', centr. coizza
'estremità' s. coale), e -sdica dovrà riferirsi al sett. saicd, centr.
saigare, 'barcollare muovere'. Il composto sarà dunque un sinonimo
dei tose, codilrèmola batticoda, novar. tremacùa^ fr. branlequeue ho-
chequeue, Berry batqueue, Salerno guigneqiieue, ecc. Negli equiva-
lenti centr. sett. culisaida culisdlida la prima parte del composto pro-
viene da cula (cfr. centr. cidifùrriu 'culbianco', culilàghe, mer. culu-
lùxi, 'lùcciola', ecc.); la seconda parte -sdlida -salda avrà per base
sai-io, come già congetturò il Mussafia in Baitr. 110 n.
centr. mer. coja 'maritaggio'. — Deverbale di cojdi mer. 'spo-
sare', che rispecchia '^cojuare da conjugare. Il centr. ha anche il
masc. coju daccato a cojuonzo 'conjugio'. Da coja deriva il mer.
cojanza 'dónora'.
centr. cudre 'nascondere'. — Da cubare. Donde il deverbale
cùa 'nascondiglio', dimin. cuetta id. Altro derivato: cuadórzu, mer.
cuadróxu, quasi *cubatoriu 'ripostiglio'. — Cfr. Asc. st. crit. 127.
Postille lessicali sarde. 485
rner. cui li 'covile', centr. cuile 'ovile'. — La voce meridionale
riflette senza dubbio cubile. Nei centr. cuile 'ovile', euilarza 'pe-
corile', si può chiedere se non vi sia confluenza di cubile e ovile.
Ma i verbi centr. acciaiare accuiletlare, mer. acculidi^ 'accovacciarsi'
confermano la base comune cubile.
centr. cuynbessia 'loggia tettoja ricovero'. — Equivarrà ad un
"^convessiva da combessii = convexu.
centr. disaùra is tr aura 'sciagura',* bonaùra 'fortuna'. —
Son composti dei prefissi dis- ed extra- (e dell'agg. bona) con -aura
= acjura (che è nelFit. sciagura), deverbale di augurare.
centr. esitale 'stivale'. — Hofmann (p. 31) riproduce l'etimologia
liei Ducange: a e stivai e, accettata dal Diez. Ma gli stivali, in Sar-
degna, come nelle altre parti d'Italia, non si usarono e non si usano
nell'estate, salvo da chi va a cavallo. La vera etimologia, come fu
dimostrato in XIV 299, ci riporta a strivale, che è nel mil. valses.
vs. strival^ berg. stridi, va. (Courm.) estreval, e si connette coll'afr.
estrief^ cat. estreb, sp. estribo ecc., 'staffa'; cosicché stivale signtfica
propriamente la 'calzatura per la stafi"a, cioè per cavalcare'.
centr. falò r dia 'baldoria'. — Trasposizione da 'Sfaldarla per bal-
doria. Il cangiamento di b it. iniziale in f non si verifica, di regola,
nel centrale, fuorché nel nesso br- : frabu ' bravo', fruscu 'brusco', ecc.
Converrà perciò qui ammettere una contaminazione nel suono iniziale,
che ben si potrebbe attribuire all'equivalente it. falò.
centr. far rase a 'graflìatura'. — Metatesi di '""raffasca per *(jra^-
fasca., della stessa radice da cui proviene l' it. graffiare.
mer. fèngia 'invidia'. — Si direbbe forma nasalizzata di ''^veggia
[inveggia Purg. V 20). Il dileguo dell' z iniziale si produce pur nelle
forme nap, e sic. 'mmidia (Arch. Vili 114). Per v- in f-, si confron-
tino: mer. fascetta - vasc-, fentana ° vent-^ fianda ' vivanda', ecc. E per
di in li, pmw^m = prandiu , ecc.
centr. fentòmu 'nome'. — È un deverbale di feniomare per H^en-
tomare, metatesi di mentovare, già avvertita da Hofmann 118 e Beh-
rens 42.
ferula h arala morula. — l riflessi di queste voci latine sono
i mer. feùrra aùrra rneùrra col significato originario delle corrispon-
denti voci latine ; ed hanno questo di particolare, che, oltre l'inter-
namento àeVCu di postonica e l'assimilazione di ri in rr, patiscono la
progressione dell'accento (^féurla feurra feùrra). — Cfr. s. gioiva.
486 Nigra,
centr. fi amor e 'amore'. — Risulta dalla fusione di fiamma e
amore; cfr. le voci italiane studiate dal Caix, St. p. 199-203.
mer. fi ancia 'pasta per cibo'. — Bevìvato : ^andéri 'vermicellajo'
Daccanto a queste forme stanno le equivalenti, col v iniziale origi-
i,'inario, mer. vianda v'iandéri. Da vivanda; sp. vianda, ecc.; can.
vianda 'minestra di farina'.
mer. filigrésu -a 'parrocchiano -a'. — È manifestamente l'equiva-
lente sp. feligrés^ con cui vanno lo sp. feligrésia 'parrocchia' ed i cor-
rispondenti pg. freguez e freguezia; v. Kòrting^ 3753.
mer. flaca fiacca fraca fracca 'fiamma, frugnolo'. — Siri-
sale naturalmente a fa e' la. Ma il riflesso diretto di fa e' la non po-
trebbe essere, nel mer., che faga (cfr. ogu origa ecc.), e quello di
*flaca o flacula sarebbe /?a_5ra o fraga (cfr. frigàri = f ricare, ecc.).
Crederemo perciò clie flaca fiacca sia la metatesi di un' antica forma,
metatetica alla sua volta, cioè di *falca, la sorda, scempia o gè
minata, accusando l'antico nesso liquida + esplosiva. Si confrontino i
merid. craccdi calcare, croccai corcare, pruppa polpa, pruppù polpo,
prappónis tastone 'palpone', strobbài disturbare, centr. isdrobbare,
centr. frobbire forbire ; ecc.
centr. fraile 'fucina', fraigdre 'fabbricare'. — La prima voce
sta per */7"ayi/e = fabriie, la seconda per *fravìgare = io.hvìcdive:
entrambe col dileguo di v (da b), riuscito tra vocali. Cosi frdu 'fab-
bro' sta per *//'aww = fabr u. Da fraile provengono frailare 'fuci-
nare' e fraildrzu 'ferrajo'.
centr. mer. franca 'artiglio'. — Coincide con l'it. branca, per
via di BR- in //'-, come in questi dialetti frequentemente occorre.
Deriv. centv. affranchiar e (anche affranciare) 'abbrancare'. Ma si di-
staccano i mer. ferranca, farrunca, 'zampa, branca'.
centr. f randa 'grembiale'. — Sta per fralda (che è nel porto-
ghese), dissimilato da fald'la, dimin. di falda 'grembiale', come il sardo
frunda sta per *fund'la dimin. di funda (v. flaca). Il significato di
falda è veramente 'grembo', come appare dalle correspondenti voci
piem. can. monf. sic. aprov. fdada, queir, fdudo, va. fada, afr. faude,
sav. foda ecc., donde piem. fauddl, can. faudèr, sic. fadali fodali ecc.,
'grembiale'. Il vocabolo centr. sarebbe perciò qui usato in senso esten-
sivo. Per il cangiamento di / in n, cfr. il sic. fantali 'grembiale'.
mer. frandig di 'lusingare'. — È*blandicare nelle veci di
Postille lessicali sarde. 487
blandiri. S'aggiunge il deverbale francUgu 'carézza'. Per /)*- da bl-,
BR-, cfr. s. falordia frastimai franca. — Il tipo verbale in -icare è
singolarmente vegeto nei dialetti sardi. Eccone alcuni altri esempj :
mer. appetigdi 'calpestare', carrigdi 'calcare', attittirigdi 'intirizzire',
iinboddicài 'involgere', sparigdi 'spajare'; centr. affìnigare 'affinare',
affortigare 'afforzare', pudrigare 'putrefare'; ecc.
centr. fraóne 'ciambella'. — Rispecchia un * flavone^ da * flavo,
che alla sua volta procede da *fav'lu dimin. di favu 'favo di miele'.
Si compari il tose, flavo che sta a *favulu come fiaba sta a fabula;
e l'art, flaca. Allato a fìavo, occorron nel toscano gli equivalenti fiale
fuilone fiadone.
mer. frastimdi, centr. -«re, 'bestemmiare'. — Ancora, con bl-
[br-) in />- (v. frandigài), il solito *blastemare, propagatosi per
tutta la romanità in concorrenza con blasphemare (Kòrting^ 14G2).
mer. friargiu e fidrgiu 'febbrajo'. — È freargm negli Statuti
sassaresi, del sec. XIV, centr. frearsu frealzu, sempre col dileguo
del h diventato intervocalico. In fiargiu, l'ettlissi del primo r si può
insieme ripetere dalla spinta dissimilativa e dall' influsso di gen-
nargiu,
mer. fràngia 'frasca'. — Risale a ^frondea da fronde-; cfr.
mer. prara_</m = prandi u. Il corrispondente centr. è frunza 'verga'.
mer. gessa, centr. morighessa [e murig.) 'moro gelso'. — Le forme
centr. equivalgono al lat. morus e e Isa. In gessa -ghessa v'é assimi-
lazione del nesso ls, come in mer. mussórgiu, di cui sotto. Nei ter-
mini sardi è conservato il genere feminino della base latina.
mer. ghidni 'morello'. — Risale a cyaneu, cioè al gr. x-jàveo?,
nel senso di 'ater, fuscus'.
centr. gidgu cazu^ varietà di Bitti cracu, 'quaglio'. — La prima
forma sta per '^clagu^ quasi *cloagu^ per la solita metatesi del l di
coagulu. La seconda riflette coagulu, per la via di *ca^'« ecc. Nel
cracu di Bitti, è strana la sorda della seconda sillaba.
centr. giaìnpu 'salto', giampare 'saltare'. — Mal si possono
disgiungere dagli it. zampa zampare, che si sono ravvicinati ai germ.
lapjpe 'zampa', zappeln 'sgambettare'.
centr. gioiva giorva 'laburno fetido'. — Feminino proveniente
dal pi. di ebìilum, che significa però un'altra specie di pianta, l'eb-
bio. L'zf attratto ancora dalla tonica: *ebula *éulba^ e con progresso
dell'accento: '^eùlba, donde *iùlba e gioiva (v. l'art, ferula ecc.).
488 Nigra,
mer. gurdoni 'grappolo'. — L'equivalente centrale hudrone ci
porta manifestamente al lat. botru 'grappolo'. Per la forma meri-
dionale, si deve ricorrere a un *-vudrone-^ cfr. s. bentruxu.
mer. imbovài 'aggirare, gabbare'. — Il significato di ''gabbare'
procederà dal più antico 'aggirare', e questo ci condurrebbe alla
base bova 'serpente' e 'traccia tortuosa', di cui furono studiati al-
tri riflessi neolatini in Ardi. XV 279. Da *bovone discenderà poi il
centr. imbuvonare 'abbindolare sedurre'. Il centr. e mer. bòveda
^ volta' non sarà poi altro che l'equivalente sp. bòveda (come già sup-
pose Hofmann p. 155), avente esso pure la medesima base.
centr. inghiriùngia 'panereccio, pipita'. — E una giustapposi-
zione di inghiri 'intorno, in giro', e ùngia 'unghia', o dice quindi
etimologicamente 'intorno all'unghia'.
cexiiv. jana 'fata'. — È certamente un riflesso di Diana (v. Guar-
nerio, Rom. XX Q^, n. 1) ; un erudito ricordo della mitica dea dei
boschi, che si perpetuò, non solo nel nome popolare della stella mat-
tutina in gran parte d'Italia, ma ben anche nelle esclamazioni per
Diana, per Diana-Bacco, ancora in uso in Piemonte, Toscana ed al-
trove. Proviene da Diana pure il nap. jandra 'versiera' (Salvioni,
St. di fil. rom. VII 221), e l'astur. xana 'hada' (Rom. XXIX 376).
centr. laèra 'piastrella', lain,a 'squaccheramento'. — Si viene a
laéra da laverà, e la base n' è lava, che fu studiato in Arch. XIV
284, e a cui risale anche l'istr. laverà laura 'muriella'. — La stessa
base è postulata per il centr. laina ' squaccheramento', da un anteriore
lavina, che esiste infatti in it. prov. ecc., col significato di 'frana'.
Non occorre spiegare la relazione logica tra i due significati. Basti
citare il piem. can. silicica che dice 'squacchera' e 'scoscendimento'.
centr. lampalùghe f., mer. lampaluxi m., 'barlume'. — Composto
di lampa e lughe, lampa e liixi ^.
* [Sarà veramente un beli' esempio di composto nominale di due impe-
rativi (tipo saliscendi)', quasi: ' balena-riluci' ; cfr. M.-L. rg. II 582. Qui non
si può trattare delTindicativo, che darebbe lampat ecc ; né di due sostan-
tivi, poiché nel sardo non c'è il sostantivo lampa; e il diverso genere del
composto (fem. nel centr., masch. nel mer.) conferma che lughe luxi non
sieno in concezione nominale. • — Il Guarnerio, da me consultato, aveva an-
ch'egli avuto lo stesso"pensiero intorno a questo composto; al quale ag-
giunge, come di doppio imperativo: mer. fai s'andebéni {Q.\\à'-<ìi-\Q.x\\) 'far
Postille lessicali sarde. 489
mer. lèa 'zolla' — Rillesso di gleba, con aferesi deila gutturale
dinanzi a l (v. lobu) e dileguo del v (da h) intervocalico (v. Kòrt.-
426r3); cfr. centr. creva. Altre forme della stessa base: leòsu glebosu,
leàda 'solco piovano', leura dimin. di téa, collo stesso significato,
donde il verbo leurdi 'romper le zolle', leurósu *glebulosu. Dac-
canto a lèura^ v'è in mer. l'equivalente leòra^ con progresso dell'ac-
cento tra vocali attigue, come in centr. liéru libéru, mer. feùrra
ecc., V. s. ferula.
mer. léggiu 'brutto'. — Riviene a *laidiu, cfr. sicil. Ididu Iddiu;
ed è notoriamente l'agerm. laid, aat. leid (Mackel 117, Kòrting^ 5392).
Per é da di si compari il sardo com. legu = laicu. Occorre anche il
verbo derivato, con s intensivo, sleggidi 'sfilgurare, sformare'.
centr. limetta 'animella', — Per ammetta^ con aferesi, e dissi-
milazione di n in /, come nel tose, alma, ecc.
centr. lobu 'laccio', lobare 'accoppiare'. — Stanno per *clobii
-are, metatesi di *cop7M = copulu -are. Altre forme della base
stessa: centr. clobare 'accoppiare', mer. croba crobare, centr. gioba
giobare 'coppia accoppiare', centr. loba 'gemello', giobu 'cappio'.
L'aferesi della gutturale dinanzi a l è fenomeno non raro nei due dia-
letti. Cosi: centr, lande, mer. Idndiri glande; centr, lómpere mer.
-iri 'giungere, maturare' = *cfó/wpere metatesi di compiere con
regresso dell'accento; e nella nostra serie: lea lórumu.
centr. mer. Ione 'coreggia, guinzaglio'. — Riflesso intatto del lat.
loru. Deriv. centr, loramenta 'ordigno di cuojo che si attacca al ti-
mone dell'aratro'.
centr. lórumu 'gomitolo'. — È metatesi àx*lómuru, Asc. II 424,
e risponde al mer, lòniburu con aferesi di g (per l'aferesi, v. lobu
qui sopra, e per ^mb- da ^m- in simil tipo proparossitono, Caix St,
631, Asc, I 309), Gli equivalenti tose, ignòrnmero (Caix 339), nap.
cilecca', e come d'imperativo reiterato: mer. suisvi (didu suisùi) 'pane-
reccio'. E aggiunge ancora, come esempio di doppio imperativo in fun-
zione avverbiale: centr. abbericunza, mer. -cuìigia 'aperi-cunea' (laxare
sa porta abbericunza, 'in maniera mezzo aperta'), e di imperativo reite-
rato, nella stessa funzione: centr. islare fui fui 'fuggiacchiare', il quale
esempio entra in serie coi 'frequentativi' considerati dallo Spano, ort. I 161,
e trascurati dai comparatori. — Allato al centr. fui fui, lo Spano ha nel
vocabol. un mer. fuis fuis, che sembra di seconda d'indicativo. — G. I. A.].
490 Nigra,
(jliuómmero, rum, pi. ghemuri, autorizzano, anche per le voci sarde, la
base *glomuru per glomere (con -e- in -u- dopo cons. labiale, e
col solito cangiamento di declinazione), anziché quella di*glomulu.
Da lòrumu procedono i verbi centr. lorumare ' rotolare ', allorumare
'aggomitolare', e la dizione lòruma-lòruma 'rotoloni'.
mer. luiri^ centr. luire^ 'riscattare'. — Dal lat. luére, con pas-
saggio alla conjugazione in -ire; se pure non procede direttamente
dall'equivalente it. reluire con abbandono del re-, stimato superfluo
(v. Spano, Ort. sarda, § 121).
centr. lùttiu 'gocciolo'. — Rappresenta un tema *glutti u , come
si deve presumere dal pi. glutla (■= guttula) 'grondaja' del Codex
Cavensis (Arch. XV 844), e dagli it, ghiozzo, ven. giozo (v. Pieri,
Arch. XV 213), con i quali ultimi il vocabolo sardo ha comuni il si-
gnificato e la formazione. Per il dileguo del g di gì-, v. lobu.
macula — Col significato di 'maglia' risponde a codesta base la-
tina, nei varj dialetti sardi: maglia, cioè la comune voce italiana. Le
voci sarde per significar 'macchia', sono all'incontro: 1.° centr. mer.
màcula, centr. indgula, che non abbisognano di spiegazione; 2.'' centr.
mdija ' macchia di piante ', conja = e '1 a, come nel centr. oju da o e '1 u ;
3.'^ mer. ìnarga 'macchia', metatesi di '^magra ■= *macla, da compa-
rarsi coi centr. ogni (marghinese), oglu -■= oc'lu. Nel centr. vi è anche
il verbo margulare maculare. Il centr. e mer. mància 'macchia' è
voce spagnuola (mancha).
malva. — Al lat. malva rispondono gli equivalenti mer. narba
narbedda narbónia^ centr. narmizza, con m iniziale dissimilato in ??,
come in rum. nalbà, ven. nalba. Il centr. ha, col significato di 'malva-
vischio': parm«mcMprammamcM; e il sett. ho. palmuz za col senso di
'malva'. I centr. parma pramma significano palma, e -riseti sta per
vriscu, metatesi di '^viscru '^visc'lu = ìt. vischio dimin. di ibis cu. Si
avrebbe dunque in parmariscu il riflesso etimologico di palma-vischio.,
comunque sia poco percettibile l'analogia tra il 'malvavischio' e la
'palma'. La confusione fu probabilmente agevolata nel linguaggio po-
polare dalla facile metatesi di malva in '^valma (cfr. ment. varma
'malva').
mer. mascu^ centr. masciu, 'ariete'. — Propriamente 'masc'lu'.
Il vicentino masco significa invece il 'verro'. Questi diversi signifl-
cati di 'maschio' confermano la spiegazione del piem. bi/ro (fr. dial.
beroù), 'ariete', che si fece risalire a verro in Arch. XIV 356.
Postille lessicali sarde. 491
mer. meri 'padrone -a', centr. ine re 'padrone'. — Da major.
Per la riduzione della figura nominativale, si confrontano opportuna-
mente mer. sorrt, centr. sorre, soror. E per e da aj, v. qui sopra,
s. laggiù è legu. In queste due voci 1' e non è però accompagnato ,
nel dizionario del Porru, da alcuna notazione che ne determini il
suono, mentre sotto meri è espressamente detto, che l'è è 'claru',
cioè aperto.
mer. mongili 'soggolo'. — Quasi 'monachile', da mangia 'mo-
naca'.
mer. mungetta, centr. monzetta^ 'chiocciolina. — Quasi 'mona-
chella', perchè rinchiusa nel guscio. GQniv.monzu 'chiocciola', moaza
de domo 'testuggine'. Così in Linguadoca mounjo moimjetto, e in
Provenza mourgueto ecc. son nomi di varie specie di helix (v. Rolland,
Faune pop. III). E già lo Spano rimandava a tapada (v. più in là).
mer. murigdi, centr. morigare, 'rimestare'. — Come indica
l'allotropo mer. romigài 'ruminare', queste forme procedono, per me-
tatesi reciproca, da rumi gare. I deverbali mer. mùriga^ centr. mo-
riga^ significano 'marra del calcinajo'.
mer. mussórgiu, centc. mussórzu , 'secchione per mungere'. —
Sono riflessi di *mulsGriu da mulgere. Daccanto al centr. mus-
sórzu^ lo Spano riferisce, con egual significato, i mer. ìnussorxu e mu-
stroxu. Il primo di questi vocaboli è scritto certamente per tnussòr-
giu. Il secondo, se la grafia è giusta, dovrebb' essere: *mussroxii
(v. s. padrarzu), con la naturale epentesi tra la sibilante sorda e r.
mer. óbia 'incontro', obi di 'incontrare'. — Dal lat. obviam ob-
vi are. La forma nominale obja occorre in piem. collo stesso signi-
ficato (v. Arch. XIV 372). Ma non sono ben chiari i centr. abboja
'incontro', abbojare e coviare 'incontrare'. Il e dell'ultima forma è ri-
tenuto da Hofmann (p. 119) come prostetico.
centr. padràr zu, mev.pardàxu 'guardaboschi, campajo'. — Le
due forme rispondono a *pratariu da pràtu, che si rispecchia
nel centr. padru e nel mer. pardu. S'ha in entrambe la metatesi del r
di pratu. Ma nella forma mer. v'è inoltre il dileguo, per dissimilazione,
del secondo r di *pratariu. — Com'è noto (Asc. II 137 139), lo R.r
di -ario ecc. è rz nel centrale e rg nel meridionale {bennàrzu gen-
ndrgiu gennajo; ferzo fergiu ferie; ecc.). Ma, data la metatesi o
l'ettlissi del rispettivo r, nel merid. si rimane col suono che l'ortogra-
Archivio g-lottol. ital., XV. 33
492 Nigru ,
fia indigena rende per x; cosi: cróxu coriu, porcdxu porca [r] in,
■partòxa parto[r]ia; ecc.
centr. mer. parlerà 'puerpera'; mer. 'ajuola'. — Il centr. mér.
partera 'puerpera', quasi *part[u]aria 'quella del parto', non può
essere voce indigena, poiché i dial. sardi vorrebbero parlar za ecc.
Lo sp. partera, legittimo riflesso di parlarla^ significa 'levatrice',
che è ancora 'quella del parto'. Gli equivalenti centr. partórza^ mer.
piarlòxa^ ci porterebbero a un singolare *partoria. Gìvcdk parlòxa,
V. ancora l'articolo che precede. — WmeT. parlerà 'ajuola' altro non
sarà clie il fr. piarterre.
mer. pedrbu 'balzano al piede'. — Quasi '^piè-alho da p e de e
albu. Altri composti con -alba: mer. coàrhu 'balzano alla coda',
cambarbu 'alla gamba', corrarhu 'alle corna', facciarbu 'alla faccia,
sfacciato ', fiancarbu ' al fianco ', genugarbu ' al ginocchio, pizzarbir
'al muso'; e inoltre: spinarbu 'biancospino', linnarbn, centr. fustialvii^
'pioppo' (legno albo, fusto albo).
mer. peùdu 'granchio'. — Risponderà ad un 'Spedato, e il gran-
chio dovrà questo nome ai dieci zampini di cui è fornito. Per il di-
leguo di d protonico, cf. peùncu 'pedule', p^a^urt 'piedestallo', peada
'pedata', ecc.
centr. ranzòla 'gragnuola'. — Non difierisce dal tose, gragnuola.
Il g iniziale scompare dinanzi a r, come in centr. ranu 'grano', ràida
^gravida' , raltare 'grattare', ecc. (v. Arch. II 143, IX 1345).
mer. rattu 'momento, istante'. — Risalirà a rapidu, come l'agg.
it. ratto 'rapido' (v. Arch. XV 121).
céntr. ruéddula, sett. rubeddula^ 'girella'. — La base non
difterirà da quella del piem. rubata 'girella'.
mer. sciddi^ centr, ischidare, 'svegliare'. — La base di questi
verbi è excitare, anziché *de-excitare com'è per l'it. destare,
il lomb. dessedd ecc. (v. Ascoli, II 142).
mer. scovili 'graspo'. — Foggiato su scova, per la rassomi-
glianza del 'graspo' colla 'scopa'.
mer. scrobdi 'disgiungere'. — Da c/'oi« 'coppia', per *c^o^rt, la
nota metatesi di *cobla (copula), col prefisso s- = ex-:
mér. s^ah'iàz 'districare'. — Presupporrebbe un ingaUtdl 'intri-
care', che non si vede. Siamo veramente a una metatesi di *galillarc
Si confrontino: maat. fé rr. iagatUar ' 'mtvìciire\ dasgattiar e dsgattiar
Postille lessicali sarde. 493
'districare'. La base è fjatla nel senso di 'bruco'; e i derivati allu-
dono all'arrotolarsi abituale dell'insetto; cfr. vb. an- des-kaniljar in
Ardi. XIV 353. Il mil. iH^r/a^tó passò al significato di 'accalappiare'.
mer. singra 'femina che non ha figliato'. — Riflette il lat. sin-
gula. Per il significato, cfr. sp. salterò -a 'nubile', che passò pure
nei mer. saltèri sarteri, f. soU- sortera collo stesso significato, ed ha
per base so 1 ita ri u.
mer. sjìindula 'zipolo'. — Da spinula, con nf^ per n postonico
in voce proparossitona. Cosi \x\ inndida 'pillola' da *pinnrila, per
dissimilazione da *pillula. Cf. Arch. I 308, 311, 371 n. 6;. Muss.
Romagn. mund. § 118; perug. colanda (e cristaldo), Pap. 42.
mer. landa 'quota'. — Apparentemente da tanta, sottintendendo
parte, corno nel corrispondente quota.
mer. tapdda 'chiocciola'. — Vale 'tappata'. Il vocabolo è pure
usato nello stesso senso in Provenza : tapat iapada tapet ecc. (v. Rol-
land, Faune pop. Ili), e nel sic. di Palermo: m. attupateddii che ha
il significato proprio di 'chiocciola sigillata nel suo guscio'. Cf. s.
mungetta.
centr. testile 'coccio'. — Ha per equivalente il mer. tistivillii, già
rilevato dal Caix (St. 61), e comparato col tose, stoviglia, che fu fatto
risalire dall'Ascoli è dallo stesso Caix ad un pi. *t estui li a, da te-
stu della 4.-'^ declinazione. Il centr. testile -può essere foggiato sul sing.
*testulle con dileguo di u dinanzi ad ^ tonico; ma può anche avere
per base testa o testu della 2.-' deci, ed equivalere ad un presunto
vi. *te stile. — Daccanto al tose, stoviglia si trova, pur con l'aferesi,
l'equivalente lucch. masc. stivillio.
mer. lira 'striscia, lista'. — Sostantivo deverbale da tirare'^ cfr.
frc. tire ' rangée '.
mer. tumbu 'timo'. — Risponde a thymu; ma risalirà a *tu-
mulu, V. Arch. I 309 n, II 424.
mer. vasidi 'vuotare'. — Denominativo da vacTvu. Sono voci
identiche i can. loas'if zcas'ivar ' vuoto vuotare ', fr. vassive, prov. va-
civo^ VA vey s'iva, can. icas'iva, 'non pregna', e simili, sulla cui for-
mazione veggasi Horning Zeitschr. XXI 460.
NOTE ETIMOLOGICHE E LESSICALI.
e. NIGRA.
Quinta serie (v. voi. XV, p. 275-302).
1 . — ■" it. armellino ^ albicocco ', ven. a r m e l i h * albicocca '.
Forme dissimilate di "armenino, da Armenia , che è il pre-
sunto luogo di provenienza di quest'albero, e gli diede anche il
nome scientifico prunus armonia e a (Lin.). Cfr. gli equiva-
lenti it. armenico, meliaco, umiliaca, armeniaca, bresc. romi-
gnaga = 3iVm.eiiiàca, piem. can. armunan, ecc.
2. — mil. hottùm 'cocci, rottame'.
11 Salvioni in 'Studi di fil rom.' VII 225, spiegò boitùm come
forma dissimilata da *bùiùm proveniente da òùtd 'buttare'. Ma
la base di boitiÀm è il mil. bott 'coccio', a cui s'è aggiunto il
suffisso di collettività: -urne. Dunque bott 'coccio' e bottilm 'ac-
cumulazione di cocci'.
3. — bellun. bulista 'scintilla', f olisca 'favilla'.
Entrambe le forme risalgono a *favillisca. In bulista, ol-
tre l'aferesi della prima sillaba, vi è passaggio di i in u per
l'attiguità della consonante labiale, come nell' it, favolesca.
4. — altit. burar bo'rar, fr. bourrer, prov. bourrà ecc.;
altit. bórrer ecc. (v. Schneller, Siidtir. 119; Schuchardt, Rom.
et. II 132, Zeitschr. XXIV 417); lomb. bori ecc. (v. Mejer-
Lùbke, Zeitschr. XX 529) \
* Etimologie proposte: da Schneller, aat. purjan piirjen purren; da Meyer-
Lùbke, aat. burian 'erigere' (etimologia approvata anche da A. Thomas,
Rom. XXVIII 175); da Schuchardt, onomatopea gemi, burr ! purr !, usata
per fugare uccelli, insetti ecc., donde le forme verbali burren piirren.
Note otimologiche e lessicali. 495
Il verbo che qui si riprende in esame, dopo le ricerche degli au-
tori precitati, ci si, presenta in Francia, in Provenza, nell'Alta Ita-
lia ', sotto le spoglie delle tre conjugazioni neolatine -are -ire -ère.
A. are: fr. bourrer 'pousser la bourre dans le bàt, la
selle etc, dans les armes à feu; reniplir, presser; poursuivre le
gibier à poil, se dit des chiens courants^; enlever du poil à un
lièvre, se dit du chien qui saisissant un lièvre lui enlève du
poil (Alberti, Littré); maltraiter'; — prov. dourrd bouìrl boulà
M)ourrer le bàt, le fusil etc; remplir, pou«ser, serrer de près,
charger l'ennemi, exciter le cliien, maltraiter'; — gin. bourrer
*pousser rudement après soi'; — pieni, bure, can. burar, 'ab-
borrare; spingere la borra nel fucile; pressare; istigare; per-
seguitare; rintracciare e inseguire la selvaggina da pelo, e di-
cesi dei segugi, e quindi squittire, scagnare'; — mant. borar 'dar
sotto, scovare la selvaggina'; — trent. burar 'cozzare'; — de-
verb, piacent. dà la borra 'scovare'; — con .9 prefisso: it, sbor-
rare, piem. sbiiré, can. s'burar, 'cavar la borra; buttar fuori';
can. 'sdrucciolare; ejaculare', che è di molti dialetti; piem. 'sco-
var la selvaggina'; — trent. sòorar 'sventare'; — mil. sborà
•lo stesso che sborl v. ; — con altri prefissi, it. abborrare^ ùn-
■borrare, 'empir di borra'; prov. abourrà = bourrà ecc.
B. ire: mant. ven. borir barir 'dar sotto, scovare e inse-
guire la selvaggina'; — lomb. ferr. romagn. bori 'spingere, scac-
ciare, pressare, incalzare, inseguire la selvaggina'; ferr. 'assalire,
slanciarsi, sgridare, adirarsi'; — mil. coni, 'schiattire'; romagn.
'garrire'; bresc. 'abboccare', dicesi'dei levrieri; — boi. burinr
abburrir (daccanto a buriar, Schuchardt) 'rincorrere, dar sotto,
^ Lo Schuchardt, nelle 'Rora. et.' qui sopra citate, adduce anche lo sp.
«.burrir 'molestare ', G il l^^- burrada 'colpo*.
^11 barrare h proprio dei cani da seguito, e, per tutto il territorio da noi
esplorato, principalmente dei segugi, che abbajando rintracciano e rincor-
rono la selvaggina da pelo. Malgrado le testimonianze di certi dizionarj,
non si dice barrare un uccello, se non impropriamente e per estensione.
Il cane da fermo non deve barrare, e se borra è punito: «Un chien d'arrét
èowrre quand il cherche à prendre le gibier après 1' avoir arróté... C'est
une gròsse faute qui mèrito une so vére punition„; La Citasse moderne,
-Paris, Larousse, 1900, s. v.
496 Nigra,
assalire'; — fi'iiil. &ì«y 'scovare'; — con .<? prefisso: mant, sho-
rir 'rincorrere'; ven. 'sbucar fuori'; berg. sbori sbùri, gen.
shurrl 'cacciare, incalzare, inseguire'; mil. 5&on ^prorompere ;
scoppiare; sbottare'; — ven. vie. can da hurr'lda 'segugio';
bo?nda, sborida, 'rincorsa'; mil. 'scacciata'^.
Anche in frane, e' è il verbo Ijourrir, afr. butHr, che il Dict.
gén. spiega: «se dit des perdrix qui partent de gayeté... ou
d'elles mémes», e ancora: « fai re bruire ses ailes (en parlant
de la perdrix), en prenant son voi » ; nelle quali spiegazioni ap-
parirebbe un significato quasi di controsenso, sia perchè si tratta
di selvaggina da piuma, sia perchè si indica il rumore delle ali
della pernice che si leva da sé, senza essere barrata.
C. — -ere: trent. bórrer, bresc. bórer, 'dar sotto, scovar la
lepre; bociare'; — valses. buri * dicesi del segugio quando, sen-
tita al fiuto la fiera, schiattisce e la leva del covo' (Tonetti);
s'aggiunga: *e l'insegne'; — piac. boì^r 'scovare, sfrattare; —
berg. sbori 'scacciare'; mil. bor, lo stesso che lomb. bori, v.
s. ; ecc., cfr. Schuchardt, 1. e.
Tutte queste forme accennano ad una provenienza comune. E
verosimile che il verbo originario appartenesse alla conjuga-
zione in -dre, donde sarebbe passato, in varj idiomi, alla conju-
gazione in -ire. Le due forme si trovan talora convivere nello
stesso idioma (mant. mil. ecc.). Le forme spettanti alla conjuga-
zione in ^ere sono probabilmente dovute a spinta analogica, che
qui sarebbe quella di kurr kure kuri, daccanto a kurir, 'cor-
rere', come accadde ad altri riflessi dialettali di verbi originaria-
mente uscenti in -ire, p. e. a quelli di bollire aprire ecc.
La genesi del significato ci appare questa: 'calcar la borra
nel basto ecc.'; quindi 'pressare spingere', poi 'inseguire' e
'inseguire, scagnando, l'animale da pelo'. Da questi si possono
facilmente dedurre gli altri significati: 'eccitare, slanciarsi,
assalire, maltrattare, cozzare, squittire, garrire'^, ecc.
' L'imol. e boi. d'burida 'di primo volo, di volo', è 'detto per estensione.
li significato proprio è 'di primo slancio', < come fa il cane volendo assa-
lire» (Ferrari, voc. boi.); cf. urbin. tire d'hurita 'tirare senza mirare'.
* Il significato di 'squittire' ecc. è implicito nella glossa di Papias: burrit
'vox belluae'.
Note etimologiche e lessicali. 497
E si risalirà dunque al tema borra burra. L'azione dell' im-
porrare spiega a sufficienza il passaggio a 'calcare, spingere';
onde 'inseguire'. Sia poi lecito notare (senza trarre alcuna ar-
gomentazione da questa coincidenza) che la selvaggina horrata
è soltanto quella vestita di borra.
5. — it. cacchione 'larva dell'ape, e del verme di mosca'.
In Arch. VII 518, l'it. cacchio 'bottone o primo tralcio delia
S'ite' fu fatto risalire dall'Ascoli al lat. catulu. Ora cacchione
è, in etimologia, la stessa parola con suffisso accrescitivo. In
Arch. XIV 279-81, si è dimostrato, con numerosi esempj, come
i nomi del 'gatto', e anche quelli del 'cane' (fr. chenille * ci-
niglia', mil. cagnon 'cacchione, baco') siano adoperati nei paesi
romanzi per significare: 1." varie specie di bruchi, 2." l'amento
di certi alberi e gli alberi stessi che lo producono ^.
6. — Ancora l'it. carpo ti e.
La provenienza di carpone dall' aat. krapfo, neoted. krappe^
'branca artiglio', con cui fu pure connesso il fr. crapaud, data
in Arch. XV 281, trova un appoggio nel frinì, in grapp che si-
gnifica egualmente 'carpone', ed è confermata, quanto al signi-
ficato, dall'equivalente dizione di Valverzasca a sciat {sciai 'ro-
spo'), e dal com. andà a ranon 'carpone' (Monti), dove il ra-
non dirà pure 'rospo'.
Questi due ultimi vocaboli, sciat e ranon^ suggeriscono il pen-
siero che l'it. carpone, il piem. fjrapuh o il friul. grapp, ab-
biano una stretta connessione, non solo rispetto all'origine eti-
mologica, che è evidentemente comune, ma an(^he rispetto al si-
gnificato specifico, con il fr. crapaud. La dizione italiana andar
ca7'pone, carpare, equivarrà non soltanto a caminare colle zampe,
* Alle voci ritenuto in Arch. XIV 279, si possono aggiungere: 1." friul.
giàte 'larve di alcune farfalle, e certi insetti' (Pirona); còrso malmignatto
'specie di aracnide' (Tommaseo, Canti pop. corsi 73 n); 2.° friul. giàtid
ver. gatoler, 'salix caprea'; friul. tningule 'amento', vallon. minon-sa ' saule
marseau'; svizz. rom. menet^ f. minetta, 'gatto -a', ed 'amento di salice';
istr. kadela kadena 'mignolo' (Ive, Dial. istr. 171).
"498 Nigi-a,
ma a camminare a guisa del rospo, che muove alternamente le
quattro zampe strisciando a terra, non mai con l'andamento del
trotto 0 del galoppo come altri quadrupedi, o del salto, come
la rana.
Questo articolo era scritto, quando per cortesia dell'autore mi
fu comunicata mia nota, non ancora pubblicata, del Pieri su car-
pone [Misceli. Ascoli, 428]. Questi fa risalire carpone al verbo
carpare 'andar carpone', che ravvicina al lat. carperò, usato
talora in significati che gli sembrano preludere a quello di car-
pare,come negli esempj carperò terram pedibus, alis aera.
È ima spiegazione che ha in suo favore la perfetta omofonia della
sillaba iniziale; e l'argomento è serio, ma non Inasta a determi-
nare l'etimologia. Ammettiamo volentieri che il lat. carperò
influisse nel trasformare in carp- la sillaba iniziale del tose.
carpone, la quale originariamente dovette essere krap-^ poiché
è trasformazione non solita nel toscano. Però il significato di
carperò, anche negli esempj citati dal Pieri, è veramente troppo
lontano da quello tutto speciale ò\ carpone e carpare, perchè
possa parere legittima la presunzione di una prossima parentela
tra il verbo latino e i vocaboli toscani. L' ipotesi più verosimile
rimarrà, che carpone e carpare risalgono al radicale germa-
nico krap-, al pari del ted. svizz. lirdpen 'andar carpone'. E
carpone non sarà già un deverbale di carpare, ma starà alla
forma semplice, che appare nei friul. grapp, come p. e. catel-
lone sta a catello, guiocchione a ginocchio, boccone a bocca ecc.
-Codesto friul. grapp avrà avuto originariamente il significato di
'zampa', come il ted. krappe eà il , tose, grappa, ma potè avere
anche quello di 'rospo', come il dial.fr. crape (Lisieux). Quindi
l'andare in grapp friul., a grapun piem., carpone tose, equi-
varrà certamente a camminare 'colle quattro zampe', ma a guisa
dello sciai di Valverzasca e del ranon di Como, cioè come fa
•il rospo. Si compari il piem. a gatanàu, vie. ven. a gatogndo,
pad. in gatolon, 'carpone', cioè 'a guisa di gatto', e si consi-
deri specialmente l'equivalente gen. in gaton, che sta a gatt o
gatta, come il com. a ranon sta a ì^ana, forme che nessuno di
certo vorrà ' deverbali '.
Note etimologiche e lessicali. 499
7. — it. cesso 'latrina'
La provenienza di cesso da secessu, accolta da Diez e dai
lessicografi italiani, è impugnata ora dal Pieri (Ardi. XV 150),
che preferisce la base recessu coll'aferesi del prefisso 'come
inutile'. Ma questa nuova etimologia si urta contro la diver-
genza del significato, poiché recessus risponde ad un 'tirarsi
indietro', mentre secessus 'luogo appartato' dà la giusta signi-
ficazione di cesso. D'altra parte, l'aferesi del prefisso è meno fa-
cile a spiegarsi in recessu che in secessu. La ragione del-
l'inutilità del prefisso, invocata per recessu, se fosse buona,
varrebbe anche per secessu. Ma la vera ragione dell'aferesi
starà nella dissimilazione delle due prime sillabe di secessu,
dissimilazione che non si può invocare per recessu. Del resto,
la questione è risolta dal fatto che daccanto a cesso esiste un
it. secesso, con identico significato. L'antica etimologia dovrebbe
dunque mantenersi, anche se non ne avessimo la bella conferma
nei Glossar] Amploniani: latr ina = secessum.
8. — marchig. dami) oli ciammuotto 'rospo'.
Entrami)! i vocaboli provengono dalla Marca d'Ancona, il
primo da Sinigaglia, il secondo da Fabriano (v. L. L. Bonaparte,
'Neo-latin names of reptiles'). TI tema spogliato* del suffisso è
ciamb- ciamm-, equivalente allo zamp(a) che è nell'it. zara-
haldo e nel romagn. zanibeld 'rospo'. Quindi ciambott ciani-
muotlo diranno etimologicamente zampotto, quasi 'zamputo',
come zambaldo, e apporteranno, al pari del ngr. ^d(j,7ta 'rospo',
una nuova conferma dell' etimologia da noi data del fr. cva-
paud, Arch. XV 109.
9. — fr. dial. ciò elle 'avannotto d'anguilla'.
Il vocabolo è usato nell'Aujou, a Nantes, e nella Sarthe (E. Fiol-
land. Faune pop. Ili 100). È un diminutivo di cive, e questo è
il feminino di eia afr. = caecu. La voce dialettale francese ri-
sponde quindi all'it. ciecoUua, pisano e pistojese cieca, 'piccola
anguilla', che è così chiamata per la sua supposta cecità, come
la 'cecilia'. Per la determinazione fonetica del vocabolo dialettale
500 Nigi-a, '
francese, si compari Y-àù\ grhi 'greco' e il fem. grive 'tordo',
letteralm. 'la greca*.
10. — tose. dial. co faccia 'schiacciata'.
È metatesi reciproca di focaccia, come i sardi centr. corazza,
sett. Guazza, d'egual significato. Da cofaccia provengono i dimin.
tose. Gofaccella, cofaccina, e il v. scofacoiare 'schiacciare come
focaccia ' .
11. — it. litnicare lamicare 'piovigginare',
limmecàola lama caglia 'pioggerella' (Caix s. v.).
II Diez ravvicinò lamicare ad un *1 ambi care 'leccare'; e
il Caix risaliv^a a ^amicare per *humigare, traendo lumaca-
glia da *l'umicaglia , con agglutinamento dell'articolo, esteso
poi al verbo. Entrambe le spiegazioni non reggono. Il verbo
originale, come a})pare anche dalle forme vicentina e veneta, è
limicare ed ha per base lima. La formazione di verbi in -io- a re
da temi nominali, già usata nel latino classico (nigricare clau-
dicare folli care ecc.), passò nel vi. (imbricare ignicare
amylicare ecc.), e negli idiomi romanzi {caì'ricare cloppicarc
affamicare, sardo mer. sparigdi ecc.), cfr. Meyer-Lùbke rg. II
§ 577. In lamicare v' è dissimilazione del primo i in a, provo-
cata da lama, e in lumacaglia appare chiara l'influenza di lu-
maca. Il lavoro lento e monotono della 'lima' fu facilmente
paragonato al cadere lento e monotono della pioggerella.
Il vie. limegare significa 'agire con svogliatezza'; la forma
veneta ha il s intensivo prefisso ed è più ricca di significati,
poiché slimegar, oltre che 'piovigginare', dice 'gemicare, grillare,
biasciare', nei quali è pur sempre sensibile la continuità mono-
tona dell'atto 0 del suono.
12. — Riflessi neolatini di mata ri s 'giavellotto*.
È vocabolo celtico, trasmessoci dai Romani nelle forme ma-
tàris matéris (Strabone ^uaJa^»*?). I riflessi francesi e proven-
zali postulano anche la forma mattar is -éris, poiché a questa
debbono risalire, con suffisso aumentativo, gli afr. prov. cat. mal-
Note etimologiche e lessicali. 501
teì'as matnis, appov. malralz, ' asta, dardo da l)alesti'a spuntato
e anche 'stanga, verga di ferro'. La somiglianza della cuspide
triangolare spuntata d'un dardo colla testa dei serpenti fece ap-
plicare il vocabolo a certe specie di tali rettili. Cosi nell'Istria
veneta tnadraso macb'asko, nel Friuli ìnadvahk^ significano la
biscia detta dai zoologi coluber natrix e tropidonotus na-
trix; il mant. marass e l'it. marasso dicono 'vipera' (v. Ive,
Dial. istr. QQ, dove questi vocaboli sono fatti risalire a natrix
con immissione di ma ter). Alla sua volta la forma del serpente
avrà suggerito questa stessa denominazione per il collo curvo e
sottile dei lambicchi di vetro, detto in Italia matraccio, in Fran-
cia matras.
Altri vocaboli, il cui significato originario è quello di 'gia-
vellotto', o d'altra arma a punta triangolare, furono applicati a
serpenti o ad altri rettili aventi la testa in forma di triangolo,
come: it. saeltone, iàculo (Bonaparte, 'Neo-latin names of repti-
les'), 'serpe d'Esculapio', Saintonge ciarde derd 'serpe uccella-
tore', nap. saiellone, lancelloUo, 'ramarro', ven. lanza anza^
'cecilia'. E vi sarà conflusso di lance a con lacertus nel
ven. lanzardo 'lacerto', negli svizz. rom. lancerda lanzer lain-
zar lansè ecc. 'lucertola'.
13. — Un'antica metatesi: Micone-Cimone.
È nota la tradizione di Perona (o Xantippe, secondo Igino),
che alimentò col proprio latte il vecchio padre incarcerato e
condannato a morir di fame. Il nome del padre in Igino (fab. 254)
è scritto Micone (Myconi patri), ma in Valerio Massimo, V 4,
si legge Ci mona.
Già il Muncker (ad Hyg. fab. 254) aveva sospettato che il
nome Cimo n a fosse erroneamente scritto invece di Mycona, e
che l'errore fosse originato dal Cimo che figura iella narra-
* Il principe L, L. Bonaparte separava i ven. lanza anza (con zats,
quindi = lane e a) dai mant. ansa àngia 'serpe di Esculapio ', boi. hessa
ansia, romagn. àniiila, 'biscia acquajuola', che egli faceva risalire ad un
fera. *angèla, ricordando che nelle leggende popolari le fate (qui sctim-
biate in angeletle) si trasformano talora in serpenti.
502 Nigra,
zione consecutiva di Valerio Massimo; e il Kempf, nel riferire
l'opinione del Muncker, vi diede il suo consenso (Val. Max. ed.
C. Kempfius, Berol. 1854). Anche Halm corresse nel testo Va-
leriane Mycona (Lips. 1865, ed. C. Halm). Però l'ultimo edi-
tore di Igino, Maurizio Sclimidt, stampò tra gli uncini, come
dubbia, la lezione del suo autore.
Che.il vero nome sia Micone, e non Cimone, è confermato
ora da un dipinto pompejano recentemente scoperto e accompa-
gnato da iscrizioni in cui si legge Micon Miconem (Atti della
R. Acad. dei Lincei: Notizie degli scavi, maggio 1900). E sic-
come il dipinto pompejano e il libro di Igino sono anteriori a
Valerio Massimo, è chiaro che cosi si debba leggere.
Da tutto ciò sembra risultare ben possibile, od anzi probabile,
che il nome Cimone, anche nelle fonti di Valerio Massimo, sia
uno sbaglio di penna. Ma è anche possibile che il nome del
padre incarcerato, trattandosi di una leggenda ben nota, corresse
■sulle bocche nelle due forme, e che Cimone per Micone fosse il
risultato d'una metatesi popolare. In tal caso, il fatto non sarebbe
senza importanza, poiché confermerebbe, che al 1 secolo dell'era
volgare il suono dell'antica gutturale latina dinanzi ad i non
erasi ancora convertito in schietta palatale, la metatesi non es-
sendo possibile che tra Micone e Kimone, non Cimone.
14. — it. mi vola, can. nilbja, sp. nublo, prov. nubi e
nible, ven. pad. nlbia, prov. ìiìdouI, pieni, nivio ecc.
L'it. nùvola postula una base *nùbiila, che può essere o un
diminutivo di nubes, o una modificazione di n libila per ana-
logia di nebiila. Ma da nubilu -la procederà certamente
il can. nilbja 'nebl)ia', accanto allo sp. nublo. La base del
prov. Qiuble sarà poi la stessa, portata al tipo di S."" declina-
zione. Per contro, i prov. nioou nìvoul, pieni, nivit, can. nivid
'nuvolo', ven. pad. oiìbia 'nebbia', non possono risalire uè a
nébiil- né direttamente a iiu))il-. Ma suppongono una base
*nibul- {^nib'l-), e questa non potrà esser altro che una metatesi
di nu1)il-. A nibid per nfibil- risalirà parimente il prov. lini.
nible 'nuvola', passato, come gli equivalenti nuble neble, alla
3." declinazione.
Note etimologiche e lessicali. 503
Il Thomas, Rom. XXIX 585, spiega il nibles di Boezio «par
un type *niibilis hybride de nubes et de nebula». Ma Vi
di nibles non ])nò ricavarsi da *nubilis, a meno che non si
ammetta la metatesi in *mbiilis ^nib'lis ; ed in questo senso do-
vrà probabilmente intendersi la spiegazione del Thomas.
15. — Riflessi di oblata oblatum.
1 lat. oblatum e oblata (hostia) passarono in Germania,
insieme con altri vocaboli ecclesiastici, fin dai primi tempi del-
l'introduzione del cristianesimo in quella regione, e vi passarono
col significato di 'ostia per la messa' o di 'offerta religiosa'.
Si aggiunsero poi gli altri significati di 'cialda', ostia per in-
volgere rimedj e per sigillar lettere '. Le forme germaniche an-
tiche sono: aat. oblata, mat. obldte f. e oblcU f. n., passati nel
neoted. óblate e obldte f., e oblat n. Quest' ultima forma, col
significato sacro, è citata nel diz, dei Grimm. Col senso profano,
il riflesso del neutro oblatum esiste soltanto nel mat., e nel
composto neoted. oblatblatt 'foglio di pasta per far ostie'. Dalla
Germania, nel periodo del mat., il vocabolo latino ha dovuto far
ritorno in Italia, fermandosi in Piemonte e Lombardia, e pas-
sare in Francia. In ques'ultimo paese, nella forma di afr. oblaie,
nfr. oublie, f. (v. Diez s. v.), si ridusse al significato di 'cial-
done'; nell'Alta Italia conservò quello di 'ostia per sigillare e
per involgerò rimedj'. A Bergamo, obiada ha' il significato di
'ostia, cialda', ma la forma aferetica f, pi. biade vi passò a si-
gnificare le 'croste di polenta rimaste aderenti all'interno del
pajuolo'. Altre forme alto-ital.: piem. iibjdd ùbjdl ilbjd, can.
objd, lomb. obhida obbiadin ecc., 'ostia per sigillare o per in-
volger rimedj '.
16. — bellun. ó«i e (7 a ^nausea'.
Sta per vómega, colla solita aferesi del v dinanzi a vocal la-
biale (cfr. ole?' 'volere', ose 'voce', ecc.), e risponde quindi a
vomica.
17. — com. 0 rabbi 'mestatojo'.
La base è *rotabulu: e orabbi è metatesi di roabbi.
504 Nigra,
18. — ven. bellun. orlivo, orvivo, IViul. orviv.
Composto risultante dalla fusione d'un sostantivo con un ag-
gettivo. Riviene a orlo-vivo^ che è nel marcliigiano, e significa
vivagno, cioè l'orlo nudo della trama. Ne viene conferma al-
l'etimologia che di quest'ultima voce diede il Pieri in Arch. XY
220. Si compari il sardo merid. voraviva che ha la stessa com-
posizione {vora 'orlo'), ma significa 'fustagno'.
19. — pieni, pèssì hèssi ani p essi anipsi amhessi,
can. ambdssiy monf . a psi, gen . abbessìu, ' i ntirizzito ' .
Si dice delle dita irrigidite dal freddo. Il Parodi, Rom. XXVII
228, partendo dalla forma genovese ahesm, e dalla pieni, am-
hèssi (da lui trascritta 'nhési, dal Gavuzzi 'nhèssì), pose per
hase a queste voci un hitiu per vitium, comparando l'it.
avvizzito. Ad una tale spiegazione, oltre l'ostacolo della labiale
sorda in parecchie forme, si oppone la divergenza di senso tra
'intirizzito' e 'avvizzito'. Il significato di 'avvizzito', o d'altro
simile riflesso di vitium, non si può veramente applicare alle
dita irrigidite, non essendo razionale l'equiparare il floscio o il
corrotto al rigido, il molle al duro. Le voci pedemontane e
ligure equivalgono in realtà al fr. empesé 'rigido', ed hanno
comune con questo la provenienza da pi ce. Il significato eti-
mologico di ampsi abh- abesiu ecc. è dunque ^impecito. Per la
conjugazione in -ire si compari lo svizz. rom. apedjì 'empoisser'
(Bridel). Si può obbjettare che il pieni, ha ampèjs'é ampès'è
per impeciare. Ma è ovvio il rispondere, che tanto ampèjs'é
quanto ampèsst sono formazioni dialettali che provengono di-
rettamente, il primo da ampèjs 'pece', il secondo dall'equiva-
lente riflesso dialettale di picea, che con altro significato è nel
can. pessa e nel pieni, pessra 'pinus picea'.
20. — ven. vie. bellun. pietà 'piega'.
Da pi e et a 'treccia', pi e e te re 'piegare'; cfr. Arch. I 304.
Note etimologiche e lessicali. • 505
21. — engad. pina^ berg. pegna pigna, 'stufa'.
Da pi ne a 'pina'. La stufa deve questa denominazione alla
forma ordinariamente conica della sua parte superiore. Così, per
il medesimo motivo, sarà stato dato nella Svizzera romanza il
nome di pignatta ad una specie di 'vaso d'argilla', e di 'sco-
della'. Da questi nomi vien confortata la nota etimologia del-
l'it. pignatta (in berg. anche pignetta, in Savoja pegnotd).
22. — it. pupazzo e pazzo.
Agli esempj, citati in Arch. XV 292, di vocaboli aventi base
comune e i due significati di 'pazzo' e 'fanciullo', si possono
aggiungere i gr. fxwQÓg, att. f.i(JÒQog 'stultus' \ lat. mórus morio,
daccanto ai neogr. /ncoQovòdxt, C']]ìvo fxcoQÓv, Chio fxcoQÓ 'fanciullo',
senza contare le voci venete e istriane riferite dall' Ive (Dial.
istr. 6-7 n).
23. — ven. rabosa (gaza) 'ghiandaja'.
L'aggettivo rabosa qui significa 'codata', e ben s'addice alla
ghiandaja dalla lunga e larga coda. Deve aggiungersi, daccanto
agli sp. rabo 'coda', raposa 'volpe', ai vocaboli che si fecero
risalire alla base rapu rapa in Arch. XIV 373.
24. — bellun. in rata parazion 'in giusta misura'.
Deformazione della locuzione curiale in rata portione.
25. — it. rospo, veron. trent. rosc(o), lad. ruosc rusc^;
afr. bruesche , sardo bricsciu, sp. brujo.
Toccando incidentalmente dell' etimologia dell' it. ì'ospo in
Arch. XV 111, abbiamo osservato che questa voce doveva stare
* Anche i lessici del greco moderno danno /hcoqos 'pazzo'.
* Dal Bonaparte (Neo-lat. names of reptiles) e da altre fonti si raccol-
gono le seguenti denominazioni del 'rospo*: engad. rusc, ruscg, rostg, riio-
schel, basso-engad. ruosc, Fassa rosch, Ampezzo aorosch, Buchenstein
ourost, tvent rover. rosc/i, veron. roseo; e di rincontro: basso-engad. ruosp,
frinì, rospy tose, rospo, nap. ruospo, sic. rospu, lece, respu; finalmente per
'rana': veron. rosea, padov. rospa.
506 ■ Nigra,
«per roseo, siccome indicano gli equivalenti trent. teosofo),
lad. rusc ruosc, che sarebbero voci aferetiche risalenti all'aat.
f)'Osk ». Quell'osservazione deve essere in parte spiegata e in
parte rettificata.
Potè sembrare a prima vista che ì^osco, in seguito ad aferesi
di f, venisse a coincidere col germ. frosk 'rana', e che d'altra
parte l'it. rospo rispondesse a 7'osco per sk in sp, cangiamento
che si potrebbe infatti legittimare con qualche esempio. Ma, se
ben si consideri, queste ipotesi si risolveranno in mere illusioni:
né roseo ha subito l'aferesi di un /"; né rospo ripete il suo sp
da uno sk.
Le voci romanze risaliranno invece a un vi. "^'broscus, che
non sarà diverso dal bruscus 'rubeta' di Papias. Nelle forme
ladine e trentina vi fu aferesi del b iniziale, il cui suono é an-
cora lievemente sensibile neìVaorosch di Ampezzo e neìYourost
di Buchenstein. Queste forme ladine accennano ad aferesi che-
avvenisse dopo l'attenuazione del b in v, passato alla sua volta
in vocale. L'equazione roseo = *brosco fu già intravveduta dallo
Schuchardt, che ravvicinava ?mse rose al bruscus di Papias
(v. Kuhn's Zeitschr. XX 254).
In rospo conviene invece ammettere, anteriormente ad ogni
aferesi, una di quelle metatesi reciproche, che importano, oltre
allo spostamento, anche il cangiamento qualitativo delle esplosive,
le quali passano reciprocamente dal suono sordo al sonoro e
dal sonoro al sordo, come p. e. negl' it. hranea = grampa, bran-
cueeia = ivìiil. gratnpuzze 'ditola' e nel mant. sandoc = sangoty
'singhiozzo'. Per effetto di tal metatesi, broseo si convertì in
grospo, e questo, decapitato dall' aferesi, si ridusse a rospo. Il
vi. *broscu diede così, danna parte: fbjrosco, e dall'altra:
(g)rospo.
Che la forma fondamentale delle voci romanze sia questo pre-
sunto vi. *broscu, pare comprovato anche dalle voci rumene
broaseà 'rana, rospo', broseom 'rana', già ricondotte a questa
base da Gustavo Meyer, insieme col ngr. f.i7TQàaxa ' rospo ', e col-
l'alban. breske 'testuggine' (Etjm. wbch. d. alban. sprache, 67).
. Lo stesso tema *broscu sarà probabilmente da riconoscere
pur nei bl. broxae 'maleficae et sortilegae muliercu-
Note etimologiche e lessicali. 507
lae', afi\ briiesche 'sorcière', sp. brujo -a, sard. brusciu -a, 'stre-
gone strega', se si ammette che il significato originario di queste
parole sia quello di 'rospo', cioè dell'animale che nelle leggende
medioevali era considerato come un essere fatato. Infatti, in parm.
mant. mirand. e altri dialetti, il rospo é detto fada 'fata'.
L'origine del vi. bruscus *broscus e del gevm. frosk, e le
loro possibili relazioni reciproche, rimangono ancora allo stato
di problema, e richiedono nuove indagini. Queste dovranno por-
tarsi anche sui vocaboli celtici e greci significanti 'rana'. I primi,
airi, (fjlosgdn, armor. gwesklén, corn. guilschin, spogliati del
suffisso, presentano un tema vlosk- vlesk-, non molto dissimile
dal vi. broscu e dall'alban. breské. I vocaboli greci, che fanno
capo all'aristofanesco ^Qozaxog, costituiscono tutta una serie di
trasformazioni, in cui sono da notarsi: 1.° il cangiamento della
vocal radicale e la metatesi del q in ^cuQaxog, ^QÓraxog, ^ÓQtaxog;
2." la mobilità dell'aspirazione che passa successivamente in
ciascuna delle tre esplosive, ^QÓraxog, ngr. ^QÓd^axog, (foqòaxàg-^
3.° il passaggio, diretto o indiretto, del vocabolo greco in ru-
meno, in albanese e nei dialetti calabresi, cioè rum. hróatec,
alban. ìjrelèk, che Gustavo Meyer faceva risalire a ^QÓra%og per
mezzo d'un vi. *brotacus, e calabr. vrótaku vrùdahu vrótiko
e vrósaku (v. Arch. XII 83).
È abbastanza curioso il fatto della coesistenza dei riflessi del
vi. bruscus e del gr. ^QÓTCìxog, sia in Italia nelle forme roseo
7'ospo e vrótaku vrósaku, sia in Romania nelle forme broscom
e bróatec.
26. — afr. escharpe, it. scarpa, bellun. sgarba',
tose, pò e eia, e i àccia, fr. podi e, prò v. pousso.
Fu spiegato altrove (Arch. XIV 287, 377), che il tema anordfr.
*skarpa dal significato originario di 'brandello, squarcio di stoffa
0 cuojo', era passato a quello di 'saccoccia, tasca, poi corredo'
(sved. skrdppa, aat. aoland. seharpe, afr. escharpe, it. scarsella,
mil. skerpa'^), ed a quello di 'calzatura' (it. scarpa). Ivi si tentò
* V. ora la bella serie di esempj bl, raccolti e spiegati dal Salvioni in
Arch. XV 3G3 segg.
Archivio g-lottol. ital., XV, 34
503 Nigra,
di spiegare la relazione semasiologica tra queste voci, mercè la
somiglianza tra una 'tasca' e una 'scarpa', essendo questa come
una ' saccoccia per il piede '.
Ora la stessa, anzi una più stretta rassomiglianza esiste tra
una 'saccoccia' ed una 'mammella' di vacca pecora capra ecc.;
e quindi non avrebbe a parere sti*ano che questi due oggetti si
denominassero con vocaboli di una stessa base. Ma più volte
accade qui appunto, che alla seduzione di certi riscontri si op-
pongano delle resistenze metodologiche tutt' altro che trascura-
bili. Cosi, di contro al fr. escharpe it, scarsella ecc. 'tasca',
troviamo nel dial. bellunese sgarh sgarha col significato di
'poppa turgida di capra o pecora'; ma le due sonore, benché
possano essere giustificate da varj esempj, non sono senza dif-
ficoltà. l,fr. pocìie afr. puche, prov. pocìii podio, guasc. potscho,
'tasca', TproY. pouchoun 'gousset' ^, s'incontrano con Vìì.póccia
(ali. al metatetico cipppa) e con i prov. pousso pouchino, ment.
'j)0ss-aecc. 'mammella, tetta d'animale', guyenn. pouchinà 'téter',
romanesco pocciòlo 'poppatojo', tose, aioppaì^e metat. di poc-
ciare 'poppare' ecc. Ma i vocaboli fr. poche, prov. podio, it.
póccia, presentano un substrato evidentemente diverso da quello
dei prov. pousso ment. possa, poiché i primi risalgono normal-
mente a pùppea puppja (Caix, Pieri), laddove i secondi non
si possono ridurre alla medesima fonte se non per ipotesi che
richiedono ulteriori indagini.
Daccanto a póccia v' é pure l'equivalente tose, dóccia, che è
la stessa parola. Il e- di dóccia è attribuito dal Pieri (Arch. XY
210), credo giustamente, ad assimilazione; però non panni che
vi sia bisogno di ricorrere alla spinta onomatopeica. Ora é no-
tevole che questo vocabolo coincida col roman. ciòcia 'calzatura
dei contadini'. La coincidenza può essere non soltanto estrinseca.
Ad ogni modo, la relazione ideologica tra dóccia ' mammella'
e cióccia 'calzatura' sarebbe la stessa che forse pur é tra il
bellun. sgarha 'poppa' e l'it. scarpa.
' Il fp. poche significa anche 'ciicchiajo', come il sav. di Albertville pósle
(st = s), il VA. jìotse, lo svizz. rom. potsche, il vb. pula ecc.
Note etimologiche e lessicali. 509
27. — tose, strabiliare strabilire 'meravigliarsi straordi-
nariamente'; gen. stralahià 'far-neticare', còrso siralàhiu
'stravagante, pazzo'.
La base del verbo toscano dovrebbe essere strabu, e più pre-
cisamente *strabiliu che ha conferma dal n. lat. Strabilio,
dato in Porcellini come un diminutivo di s tra bus, e tradotto
^guercetto'. Il significato etimologico di strabiliare sarebbe, se-
condo questa ipotesi, 'guardare con occhi stravolti', come accade
quando si è in presenza di cosa oltremodo meravigliosa. Per
contro il Parodi, in Rom. XXVIl 212, propone, con riserva
però, la procedenza di strabiliare da *extravariare. La ri-
serva è più che giustificata dalle difficoltà che solleva una tale
etimologia, sia rispetto al senso, sia rispetto alla fonetica.
D'altro lato, il gen. stralabià 'farneticare delirare' non ha
punto che fare con strabiliare, di cui il Parodi lo suppone una
metatesi. I due vocaboli hanno, non solo, come bene appare, un
significato diverso, ma anche una base fonetica diversa, poiché
il gen. stralabià accenna ad astro labium. L'equiparazione tra
il misurar gli astri con uno strumento e il farneticare, non di-
sdice punto alla logica popolare, che ha spesso confuso il con-
cetto di astrologo con quello di stravagante. Il còrso stralàbiu
^stravagante, pazzo', anziché un riflesso diretto di astrolabi um,
sarà un deverbale di stralabià.
28. — VB. tur dal ^orzajuolo'.
Risale a *triticeòlu, come gli equivalenti pg. trecol tercolj
daccanto a torgào , e altri indicati da C. Michaelis e citati da
Kòrting 3993 (v. anche Mejer-Lùbke rg. II 475). 11 d valbros-
sese qui rappresenta s' i, e il passaggio del fonema -cj- nel so-
noro d = s' dovrà attribuirsi all'analogia dell'equivalente, pur
A'albrossese, or dot e can. piem. ors'òl da hordeólu.
In piem. v'é un'altra forma, equivalente nel significato, ver-
}>'òl. Ma questa ha un'origine diversa, ed é studiata altrove
col sardo merid. braxóhc, centr. {b)arzolu [v. qui sopra, a
p. 483].
510 Nigra, Note etimologiche e lessicali.
29. — VB. US ella 'rondine',
E il fem. di usell 'uccello'. Il vocabolo merita di essere no-
tato per il significato e per il cangiamento di genere.
La forma feminina era pure usata nell'avenez. per indicare i
5 uccelli {osèle salvddeglie dai pie rossi), che il Doge, per de-
creto del 1275, era obbligato a regalare ogni anno a ciascun
patrizio del Gran Consiglio. Il dono degli uccelli fu di poi so-
stituito da una medaglia d'argento, che prese il nome di osèla
(Boerio).
30. — VB. ut vùi ut a, vs. èutre, va. e sviz. rom. dutre, ant.
astig. autra, delfin. avutila ayutra ecc., 'oltre'; pieni.
lutra 'lungi', ecc.
Questi vocaboli procedono dal lat, ultra, e sono spesso ac-
compagnati dall'avverbio di luogo là o lì: vb. la-ut li-ùt lì-vùt
la-ùia, VA. le-dutre, 'là oltre, lì oltre'. L'avverbio concresciuto
dovrà pure riconoscersi negli equivalenti vb. làuta, vs. léutre,
e nel piem. lutila 'lungi', oltreché in laut 'colà', che occorre
nella 'Raccolta di voci romane e marchigiane', Osimo 1768.
I delfin. avutra ayutra 'au dela', e di certo anche l'antica forma
astigiana, si presentano con un accompagnamento, il quale potrà
essere ab- o ad- ^.
' [Gli ant. astig. (hitra aùtr, sono addotti qui sopra, a p. 409; e il Gia-
comino vi ritorna nel § V, che s'avrà nel prossimo volume. — Anche nel
milanese: a voltra (v. Cherubini s. vóltra), avolter, che viene alla significa-
zione di 'fuori'. Cosi il Porta, nel ' Sonettin col Covon': g'ho Com (il Dio
Como) eh' el tira a voltra el bon e 'l beli; Il Rajberti nelT'Arte poetica':
quand capita al tir giiist, tirali avolter -j- se poeu ris'ciassev de tiramni
avolter quai (qualche) caratter ecc.;- i rob imitil che se tira avoltra;- e nel
'Po ver Pili': guardee come i penser vegnen a voltra, — G. I. A.]
INDICI DEL VOLUME.
e. SALVIONI.
I. Suoni.
à, di sillaba aperta, in ce : 83 ; in
ei : ib. ; in e : ib. ; di sillaba chiusa,
intatto : 83-4.
•ó, per effetto di ~i, in té : 83.
« nell'iato, seguito da i e da ti, in
e: 1.
à di -are, in e : 406.
-d in ce; 83; in a: ib. ; in ei : ib. ;
in e : ib.
a- caduto: 88 ; in e : 1.
a protonico, in e: 1; caduto: ib.
a protonico, per l'influenza di atti-
gua consonante labiale, in o, u:
88, 215.
a postonico, in e: 1-2, 257; in e:
88, quindi dileguato : ib.
-a di voci proclitiche, caduto: 323-4;
in e : 88; intatto, date certe com-
binazioni sintattiche : 231,
-a analogico : 4.
«a in a : 16.
Accento: 373, 425; suoi effetti : 7-8,
9-10,227 ; risospinto sulla seconda
di due vocali attigue : 18, 485,
487, 489; spostato per ragioni
analogiche, soprattutto nella fles-
sione verbale: 24, 204 n, 441, 442;
di quartultima: 451 n; di quar-
tultima in nomi locali : 245-6; sin-
tattico, a scopo di rima: 425; se-
condario: 137 n; nel gallico : 479;
■ di voci latine passate nel germa-
nico : 284 ; proclisia e suoi ef-
fetti: 9, 89, 90, 92, 95, 308 n, 324;
semiproclisia: 191; proparossito-
nia e suoi eflfetti : 478.
Accidenti generali: 1, 2, 3, 4, 265,
368, 424, 452 (Assimilazione tra
vocali); 10, 144 n, 265, 379 (As-
similazione tra consonanti disat-
tigue); 261, 263, 451 (Assimila-
zione tra consonanti attigue); 215,
424 (Assimilazione sillabica) ; 1,
265, 500 (Dissimilazione tra vo-
cali) ; 7, 8, 9, 44, 90, 92, 94, 95,
137, 139, 184, 185 n, 199, 216 n,
229, 261, 265, 302, 374, 375, 378,
452, 458, 463, 486, 489, 490, 493
(Dissimilazione tra consonanti di-
sattigue) ; 6, 7, 8, 162, 182, 265.
325, 316 n, 424, 454, 461, 467,
487, 491-2 (Dissimilazione otte-
512 Indici. — I. Suoni.
nuta sopprimendo uno dei due 15, 18, 265 ('Assorbimenti e con-
elementi da dissimilarsi) ; 396, trazioni).
499 (Sdoppiamento sillabico); 463, de: 88.
465 (Geminazione distratta) ; 13, ce atono : 90.
92, 94, 95, 108, 155 n, 156, 194 n, ae in ce: 15.
201, 213, 264-5, 281, 379, 424, -ae: 3.
475, 482, 484, 485, 486, 487, 489, -de: 15.
490, 491, 492, 503, 507 (Metatesi); né: 15.
13, 44, 91, 92, 98, 101, 104, 121, di secondario: 440 n ; in e: 329,
157, 217, 226, 228, 229, 265, 296, 489, 491.
368, 374 n, 387 n, 424, 451 n, 453, ai secondario atono : 440 n ; in ei : K
470, 482, 485, 489, 490, 491, 492, -di in ae : 25.
500, 501-2, 506, 508 (Metatesi re- -ai in ae : 3.
ciproca tra consonanti); 377 n, dj in ej : 406; in f : 286.
502 (Metatesi reciproca tra vo- aj atono, in ej : 406.
cali); 14-5, 265, 406, 467, 487 -dj in e: 300, 301.
■ (Attrazione); 265 (Propaggina- di-: 448 n, 451.
■ zione);2,94, I95n,264, 424, 424-5, alt, ald, ecc.: 4, 4 n, 6, 92, 260,
. 482 (Prostesi); 8, 11, 89, 90, 95, 406-7.
96, 155 n, 226, 264, 378 n, 382, aln: 260.
425, 429,449,453,465,491 (Epen- ar atono: 1.
tesi di consonante); 11, 92, 94, àr- in er- : 406.
228, 264, 296 (Epentesi di vocale); -do in o : 2.
3 (Epitesi); 92, 226, 229, 230, 264, -ariti -a: 254-5, 406; e v. il 2.° di
373, 376, 377, 380, 381, 382 (Rad- questi Indici,
doppiaraenti) ; 230 (Rinforzamento du: 88, 257; in o o : 410, 373.
iniziale di voci enfatiche); 18, au atono: 173 n, 258; in ol: 410;
92, 118-9, 158, 228, 230, 232, 238, in o : 4 ; in a : 90, 483.
239, 275, 424, 452 n, 510 (Elementi dii secondario: 440 n.
concresciuti); 178, 232 (Elementi au secondario atono: 440 n.
iniziali caduti per l'illusione che aii' in eu : 410.
fossero elementi formali); 11, 88,
89, 90, 264, 380, 425, 451, 452, b: 264.
485, 489 (Aferesi) ; 11, 188,291, 6- in v : 230.
293, 294, 494 (Aferesi d'intiera b di br-, caduto: 506.
sillaba); 232 (Caduta di sillabe -b-inv: 10, 230, 423; dileguato:
postoniche); 11, 228, 425 (Apo- 423; in bb : 230.
cope); 11, 298 (Sincope); 95, 264 bj : 416; in (/: 5; in gì): 90.
(Ettlissi); 264 (Ettlissi per so- bl: 418, 487; in bbj : 93; in j : ib. ;
vrapposizione sillabica) ; 229 in ^ : 7 ; in gghj : 93 ; in br : 7.
. (Scerapiaraenti); 13(Troncamenti) ; br in fr: 485, 486, 487.
r,j: 216:
; in 5 : 5 ;
in zz : 90 ; in
ii: ib. ;
in e : ib. ;
in e : ib. ; di-
leguato ;
: 5.
dr- in ir:
220.
-dr- in jr
: 9 ; in fjr :
; 170 n ; in r :
423.
d't: 10.
Indici. — I. Suoni. 513
-hr-: 424; in vr : 10.
h'i: 10.
e in s: 422.
-e- in </: 376-7, 381-2, .385; in s'
276, 422; dileguato: 9, 381-2.
ce e :;; in voci d'origine germanica :
288-9.
ce, ci: 227, 203, 422. e in ei: 408-9; in i: 97, 2.55.
-ci: 18. è di sillaba aperta e di base paros-
cj\ 415-6; in ce: 91; in zz-, 91, sitona, dati -a -e -o, in ei, ai: 84,
260; in s : 5. 85; dati -u, -i, in pi: ib.
cZ: 260, ecc.; in k: ib. ; in ^: 486; e di sillaba chiusa e di base propa-
in _/ : 490. rossitona, dati -a -e -o, in e: 84-5;
ci-: 489; in chj, M., e: 92, 417, 6. dati -i -u, in i: ib.
-ci- in ^^: 6; in ^r: ib. ; in cchj : è di posizione, in e: 409.
92; in gghj ; ib. ; in l: 417. e, preceduto da e, in i: 409.
cr: 262. e, preceduto da nasale, in e: 409.
cr- in ^'r: 227. e' in t, dati -u ed -i: 253.
-cr- in gr : 8-9, 227; quindi '\nger: >/ nella vicinanza di consonante la-
227. biale, in e : 458 sgg.
q'r in str : 491. e seguito da m^ in o: 457.
cs: 262, 421. ^: 255 ecc.; in e: 407.
-cs- in ss: 96; in i': ib. e, dati -a -e -o, in e; : 85; dati -i
et: 262; in «: 227; in jl: 10, 421; -w, in ?? : ib.
in e: 298, 421 ; in r/ : 421. è di posizione, dati -a -e -o, in e: 85.
c'j : 91. ^ delle forinole eu eo, in pi: 85.
E V. s. 'k'. e- in a: 2, 47, 257; caduto: 88-9.
e atono, nella vicinanza di conso-
-i- primario 0 secondario, dileguato : nante labiale, in o, u, « : 2, 89,
9, 423, 482, 492. 97, 126, 490.
-d- in t: 217, 219, 229, 378; in /• : e atono, nella vicinanza d' conso-
378 n. nante palatina, in i : 2.
d'c: 10. e protonico, in i: 257; in e: 88;
-di: 415. in a, soprattutto se seguito da r:
Dittonghi: 14, 15, ecc. 2, 89, 411, 412; espunto: 411.
Dittongo deiré e dell'o. Manca per e postonico, in e: 88; in a, soprat-
l'influenza di attigua labiale: 472 tutto se seguito da r: 88; in /,
sgg. dato -i : 2.57.
dj: 41.5. -e intatto: 258, 412; in i: 412, 413;
dj in g: 485, 487; in j: 259; in in e: 88; caduto: 11-2, 324.
514
Indici. — I. Suoni.
éct: 10.
ed: 10.
ee in ei: 15
èj in e : 406.
en- in an : 41 1-2.
er in ar: 200 n.
Esplosive sorde nell'italiano : 369
SCO'.
ew, d'origine greca, in o : 382 n.
ew in ò : 1.
?;: 255.
f: 418.
Fenomeni fonetici d'ordine sintat-
tico 0 transitorio: 11, 13, 95, 96,
228-9, 231, 232.
fi : 260, ecc. ; in //- : 7 ; in s : ib.
-fi- in fj: 93; in j : ib. ; in /V : ib.
-ffJ- in cc/uj : 93.
§- \n k: 482.
^- in ^ : 9, 422.
-g- in j : 286, 300 ; in /i : 227 ; in w,
davanti a m: 228; dileguato: 262,
386 n, 421-2.
g che estirpa l'iato: 170 n, 231.
-g- in z : 422-3 ; dileguato o assor-
bito : 9, 228, 423.
gè-: 456.
gè gì : 263, 422-3 ; in ce: 228.
gj- in dj: 157.
5[;' in /: 228, 260; in ii : 218; in
e: 90.
/7Zr 6, 260, 418, ecc.; in gr : 6, 260.
gì- : 489, 490, ecc. ; in ghj : 93 ; in
bl: 290 n; in br : ib.
•5'^- in gghj : 93.
.g-m: 262-3.
gn: 9, ecc.; in n: 228, 261 ; in n:
228 ; in m : 262; in ìu) : 228, 261.
gr- in ur : 290 n, 29S ; in br : 290 n ;
in r: 228, 492, 506.
-gr- in jr : 422 ; in rg : 490.
gw : 228, 422.
-h- germanico : 286.
i intatto: 409-10.
i di base parossitona, in oi : 86; di
base proparossitona e in posi-
zione, intatto : ib.
i nell'iato, in gi : 86.
t in e : 255 ; in ei : 408-9.
t di base parossitone e di sillaba
aperta, dati -a -e -o, in ei ai : 84.
85 ; dati -i -u, in pi : ib.
i di base proparossitona e di sil-
laba chiusa, dati -a -e -o, in e:
84-5; dati -i -u, in i: ib.
i, nella vicinanza di consonante la-
biale, in u, u: 298, 410, 494.
ì, nella vicinanza di consonante la-
biale, in e : 458 sgg.
t protonico, intatto, dato é : 386 n.
i protonico, in e: 3, 258; in e:
89; in a: 3, 89.
i protonico, espunto: 89, 411 n.
i postonico, in e: 3, 217; in e: 89.
i postonico, espunto: 89.
i atono, nella vicinanza di conso-
nante labiale, in o, m, u: 3, 89,
166 n, 298.
i- caduto : 89, 485.
-i in e: 258.
•i: 17-8, 430; attratto o internato:
17-8; caduto: 12.
i epentetico: 193 n.
i da s: 15.
Iato: 8, 89, 90, 91, 170 n, 231.
ìct: 10.
ie' in ie : 466.
Indici. —
-iéit-: 10.
ii in t: 16.
ilj: 409.
Ut: 6.
iìi- atono, caduto : 456.
in- sostituito a e-: II.
in- in en: 3; in u : ib.
-ine -0 in e: 8; in o: 413-4.
Influenze varie della vocal d'uscita,
principalmente di -z, nella deter-
minazione della tonica: 13-4, 83,
84-5, 85, 86, 87, 88, 252-3, 408.
j: 259, ecc.
.;■- in i: 4, 209 n, 414; in rj: 414;
in gg: 90; in e: ib.; intatto: ib.
-j- in ii : 414; in gg: 90; in e: ib.;
dileguato: 4.
j dei dittonghi ej vj, assorbito nella
susseguente nasale: 14.
j epentetico : 227, 228.
jo in i'. 4.
jil in i: 410.
/.•- in ^: 226, 262, 388-9.
-k- intatto: 9, 226; in g: 8, 226-7,
262, 374-5, 376, 380-81, 384-5,
420; dileguato: 420.
kr- in gr: 388-9; in r: 295.
-kr- in gr: 388.
hw: 263, 421, 437; in k: 136 n.
E V. s. 'e'.
/in n: 6,
7-, per l'illusione dell'articolo, ca-
duto: 298.
-l- in r: 6; in r: 416.
-l- raddoppiato: 92.
-/ caduto: 6, 416.
icons. in r: 6.
Ident. jn ,j. 4^56.
I. Suoni. 515
l m j: 99.
Labiali (consonanti). Loro effetti sul-
la tonica: 457 sgg., 476 sgg.
Icj: 91, 260, 416.
Vd in II: 92.
-li -Ili: 430.
Ij in T: 5, 259, 415 ; in j: 431 ; in g:
5; in gghj: 90-91 ; in ry: 5.
-ZZ- in cZtZ: 92; in r: 416.
Z-Z in r-l: 92.
Zm in ZZ: 174 n.
Vn: 449.
Znj in nj, n: 455 n.
Z'r: 411 n; in rZ: 92, 95.
Is in z : 96.
-m-: 419 n; raddoppiato: 226, 264.
-m: 430; in n: 419; caduto: 226.
im- in m&: 489.
m&ji': 90; in n: 259.
Metafonesi nella Liguria: 14.
mj in n: 5, 91, 259.
m'Z: 453.
mm in wi&: 144, 226; scempiato: 95.
mn: 468; in mpn\ 419; in w: ib.
m'n : 420.
mjo \n mh\ 230; in pp: 262.
m'r: 411 n.
in- in hn: 8, 419.
-n caduto: 420.
-n di -jn, caduto: 18.
n- caduto: 8.
n'Z*: 230.
nb in »im, m : 230.
iiQ in i : 96.
nò in n^ : 227, 263.
ncj: 91.
nel in «: 92; in ghj: 93.
Mci: 10.
«cZ in nn: 229, 263; in n: 229.
516 Indici. —
-mi in nt: 412.
ndj: 90; in ng: 259.
nf in mb : 06.
nff : 228, 263.
ngl in n : 93.
[njgui in ^i: 329.
-ni in ni : 8.
nj: 415; in n^: 4; in n: 91, 259.
nft in ng: 227, 262.
n'^ in Ih 226.
nn in n: 229; in nei: 493.
iin in h: 419.
n^: 230.
n'r: 411 n; in rr: 217; in rn: 95.
ws: 261.
nsj: 91.
ncsn in sn : 3l)l.
n<: 10; in ne/: 228-9, 263.
ntj: 91, 259-60.
nv in ?n&: 95; in mm: ib.
nw in nv/u: 456.
o : 253, ecc.
6 in n: 409.
<; di sillaba aperta e di base paros-
sitona, dati -a-e-o, in ou au: 86-7;
dati -i -u, in u : ib.
ò di sillaba chiusa e di base propa-
• rossitona, dati -a -e -o, in o: 86-7;
dati -t -te, in u: ib.
ó: 256, 445 n, ecc.
o in o: 307; in ó: ib.
ó, dati -ffl -e -0, in oi«: 87; dati -ì
■ u, in i<f: ib.
ó di sillaba chiusa e di base pro-
parossitona, dati -a -e -o, in n ;
87-8; dati -i -u, in ite: ib.
d di posizione, in o: 408; in ó: ib.
t/, dati -i -u, in m: 253-4.
p', nella vicinanza di consonante la-
biale, in o: 458 sgg.
I, Suoni.
*?' in p : 238.
0- in a: 3, 89; in au: 409; caduto:
90.
0 atono, in ic: 4.
0 protonico, in n: 89, 258; in u: 3;
in i: ib.; in a: 4; in e: 3, 412;
in e: 89-90; caduto: 90.
0 postonico, in a: t; in §: 90.
-0 in n: 4; in e: 90; caduto: 324"
439.
olt ecc.: 6.
do: 472.
-i>: 229, ecc.; in &: 229-30, 380; in
bb: 230; in v: 10,42,229, 379-80,
383, 386, 461; in vo: 461; rad-
doppiato: 229; dileguato: 42.
pj: 260, 416; in e: 5; in ce: 91.
fjl: 418, ecc.
pi- in ^J: 203n; in e; 6; in pr:
260.
-;3Z- in j = /;-: 401-2.
Posizione. Suoi effetti: 478.
pp: 229.
pr- in br: 101, 389.
-pr-: 264, ecc.; in i-r: 10, 388.
ps: 304 n; in s:. 96.
i/<: 10.
pt in g: 421.
pfj: 91 ; in s: 5.
2m: 9, 263, 421, ecc. E v. s. 'kw'.
— Tace 0 permane l'elemento la-
biale, a seconda che seguano -a
-0, od -e -i: 227.
qu in gu: 227.
qua- in ko: 353.
Quantità. Vocal tonica allungata da-
vanti a -i -u caduti: 12; allungata
pure davanti a -r caduto: 7.
que qui in ce ci : 227.
Indici. — I. Suoni.
517
r in l: 7, 366.
-r- in n : 7.
-r caduto : 7, 418.
r nell'ant. astig. Sua natura: 418.
r epentetico : 94, 147,
r di ir, str, caduto: 95, 108 n, 126.
rdj: 90.
rj: 263.
Ricostruzioni fonetiche per analo-
gia: 413-4.
rj: 415; in 7-;: 491; in rt): ib.
ri in r>-: 485.
rs in ss: 95; in 5: ib. ; in 2^: ib.
rs: 7.
r^t in rd: 229.
rtj: 91, 260.
rv: 94.
s. in ^: 96, 261.
è- in e: 219.
s- prostetico: 10, 37 n.
s- intensivo: 107, 196, 299, 300.
s' in H: 3S2n.
-s- in /: 10; in iJ: 474.
-s- -5S- e -;- in voci d'origine ger-
manica : 288-9.
s dietro a liquida, in z: 261.
-5: 96, 439.
sce sci: 261.
si in s: 260; in si: 419; in ;/: 10.
-si in i? : 10.
s/: 416, ecc.; in s:91, 260: ine: 91.
sk in ìk: 96; in sp: 111, 506.
skj in iA: 93.
s^Z in sk: 93.
5^: 193 n.
sp- in s^ : 194 n.
s})l in sA;: 93.
-ss-: 96; postonico, scempiato: ib.
ssj in i : 5.
st in sk: 368.
s/;: 91-2.
so in iZ^: 95.
-<- intatto, 9, 228, 229; in tt: 228,
229; in d: 378, 385, 423; in l: 229;
in r: ib.; dileguato: 9, 121, 423.
-ti: 415, 430.
tj in ;c: 91, 259; in Ss: 91; in /:
415; in s: 5; in q 0 :: 415; in^:
5; in hj: 216; in e: 108 n.
r/Z in Z^: 93, quindi in dd: 93.
tm: 10.
ir: 201, ecc.
-tr- in (Zr: 387, 423; in jr: 9-10; in
r: 10; intatto: 228.
?i in ti: 410; in ?°: 88; in 0: ib.
M in n: 409; in 0: 256.
« di sillaba aperta e di base paros-
sitona, dati -a -e -0, in ou, au:
86-7; dati -i -u, in u: ib.
ù di sillaba chiusa e di base propa-
rossitona, dati -a~e -0, in 0: 86-7;
dati -i -u, in -u: ib.
« di posizione, in à: 461,
?i, nella vicinanza di consonante la-
biale, in p : 458 sgg.
u' in i: 410; in 0: 282 n.
?<- caduto: 90.
u atono, in 0': 4.
u protonico, in o: 113, 258; in ;: 4;
in a: 90; in e: 4; in e: 90; in-
tatto: ib. ; caduto: ib.
il protonico, dato i, in ic: 386 n.
t<. postonico, in a: 4; caduto: 90.
-u in 0: 258-9; in e: 259; caduto:
11-2.
-n da -wiJo, ecc.: 118, 413.
uè- in uè: 473 n.
i<é in li: 227.
i{ei ih tn': 16.
518
lei in te: 227.
vi in «: 10.
l'ie in^'e: 215.
telò ecc.: 6.
-ìilo, ecc., in u: 102, 413.
v: 257, 258, 460.
Indici. — II. Forme.
anche mediato, di consonanti la-
biali: 457 sgg., 474, 476, 477 sgg.
Vocali postoniche espunte: 412-3.
Vocali finali cadute; 412.
vr in fr: 424
-vr- in r: 424 n.
-vv- in bb: 95.
v: 264, ecc. io: 96, 11.5, 215-6, 263, 419.
V-: 95, eci'.. ; in gic; 96, 465, 467; in w in v: 8.
f. 485, 486; dileguato: 418, 503. -wi in wéj: 18.
-t>- in ^ : 8; dileguato: 7-8, 95, 127, wn in mn: 451.
262, 418, 479, 486, 487, 489.
-V in f: 419, 423. x, di voci dotte, in s': 382 n.
ty: 416, ecc.; in ^: 5; in ^^: 90.
vo in go: 219. e in s: HO, 212 n; in s: ib.
Vocali toniche alterate dal contatto,
ir. Fonile.
-àbile: 31, 270.
-àccio: 416.
-àce: 291.
-acew: 31, 270, 291, 427.
■àcu: 286, 300, 301.
-àculu : 291.
-adgre : 371-2 n.
-adùra : 372 n.
-d^re: 423, 427.
•àggio : 136 n.
-àie: 32, 270, 291, 298.
-àìne : 428.
-an : 32.
-anco : 294.
-àneo : 220.
-anjco : 270.
-ano: 32, 270, 185 n.
-ànlia : 32.
•drcio: 32, 291, 428.
-àrio -a: 32, 84, 91, 126, 182 n, '270,
291, 426, 451, 455, 491. E v. il
1.° di questi Indici.
•àta : 426.
• afelio : 378.
■ àtico: 32, 270, 282, 423, 427.
-àio -a: 32, 271.
-atòre : 426.
-atório : 426.
~atrice: 10.
-bile: 413.
-àbile: 31.
-éca : 373.
-é^/o: 33, 271.
-éngo : 456.
-éno : 23, 33.
-énse : 33, 271.
-ensiàno : 33.
-éntia : 32.
-én<o : 426.
-èo : 174.
Indici.
-e'o'lo: 33, 87, 253, 254.
-ério : 33.
-étto: 33, 426-7.
-e'to: 33, 271, 300, 301, 373 n.
-?a: 426.
-la : 33, 425.
-ibile: 31.
-iceo : 427.
-ìcio: 33, 271, 427, 451, 452, 455.
-iclo: 427, 292.
• icto: 271.
-iculo: 271,
-Trfo: 35-6, HO, 381.
■iere -i : 182 n.
-ile : 36.
-iZe: 491, 492, 493.
-Ine : 36.
-Ingo : 33.
-Tno : 451 n.
-ino: 33, 271, 427.
-io : 34, 271.
-iòne : 33, 427.
-beo: 34, 271.
-issa: 34, 428.
■tsfo : 34.
-Ì5iro: 271.
-ita : 32.
-i^id : 5, 34.
-tties : 17.
-itóre: 426.
-iiório : 426.
-i<o: 271.
-i«o: 33.
-iuo: 34, 86, 113, 485.
-lènto : 33.
-ménta : 34.
'ócio : 271.
-àio: 291, 427.
-wV: 271.
-óne: 34, 86, 271, 427.
•ónea : 427.
II. Forme.
-ani: 281.
-óre: 34, 86, 175.
-Orio: 35, 86, 91, 271, 450 n.
-orna : 428.
-òso : 35, 271, 428.
-òtto: 271, 427.
-tate : 35.
•tiòne : 33.
-ifóre : 35.
-«>nce: 35, 426.
-tro e -èro: 368.
•tura : 35.
-Mceo : 271.
-Udo: 427.
-tidme : 36.
-idlo: 271.
-iHo: 36, 118, 413 n, 486, 487.
-idu da -eòlo : 253, 254.
-urne : 494.
-?'(ra : 35, 271.
-lito: 32, 271.
ad-: 36, 272, 428.
his-: 429.
cato-: 272.
(Ze-: 37, 272, 428.
de-ex-: 428.
des-: 37.
dti-: 428.
ea;-: 272, 428, 492, 495, 4^6.
extra-: 38, 429.
in-: 38, 272, 428.
intet-: 38, 429.
re-: 38, 272, 412, 429.
ri- e rm- : 73.
per- : 38.
^re- ; 38.
pre- e prò-: 412.
sub-: 38, 429.
supra- : 38.
trans- : 38.
-fros-: 429.
519
520
Indici. —
Scambio tra prefissi, saffissi o fini-
menti nominali: 2, 3-4, 16, 284,
298, 373, 428.
Prefisso omesso perchè apparente-
mente superfluo : 484.
Deverbali: 31, 47, 120, 124, 127,
139 n, 151, 157 11, 158, 159, 160,
164, 165, 166, 168, 169, 170, 181,
182, 183, 184 11, 188, 190, 195,
197, 199, 201, 202, 204, 205, 206,
207, 209, 213, 218, 272, 385 n,
389, 425, 484, 485, 487, 493, 495,
498, 509.
Tipi nominativali : 17, 90, 158, 159,
161, 162 n, 185, 190, 196 n, 199,
210, 213, 219, 265, 429, 430, 491;
in nomi locali: 241, 429; in nomi
proprj : 241, 265.
Obliquo de' neutri in -iis: 120.
Genitivo : 17 ; in nomi locali : 237,
266.
Genitivo plurale in nomi locali: 266.
Locativo in nomi locali : 266.
Vocativo esteso oltre i suoi limiti :
276.
Vocativo di ragione neo-latina : 157,
228, 232.
Plurale dei masc, in -a: 18.
Plurali con distinzione interna: 13-4,
17-8, 85, 86, 87, 88, 430; con
doppia distinzione : 430.
Plurale nel singolare: 17, 18, 68,
430, 483.
Singolare nel plurale : 10, 206, 228,
232, 409.
Il sing. deU'aggett. masc. sul plu-
rale e sul femin. : 11.
Plur. femin. sul plur. masc: 14,
Mascolini di 3,^, alla 2.^: 16, 87,
160, 175, 210, 266, 483, 490.
Mascolini di 1.^ alla 2.^: 16.
II. Forme.
Feminili di 3.^ o di 5.^, alla 1.^
16, 232, 266, 299, 361, 43u.
Feminili di 1.% alla 3.^: 381.
Aggettivi di 2.^ alla 3.*: 170.
Plurale neutro : 17, 266.
Plurale neutro del tipo tempora,
esteso ad altri nomi : 232, 266.
-a nel masc. di aggettivi di quan-
tità : 232.
Genere mutato : 17, ecc.
Mascolino in feminile: 88, 232,
429.
Feminile in mascolino: 46, 70, 84,
187, 210, 352, 402, 429.
Plurale feminile in -e da neutri in
-a: 17.
Feminile singolare in -a da plu-
rali neutri in -a: 85, 87, 142, 232,
283, 430, 487.
Feminile in nome di alberi: 449.
Comparazione: 232.
Articolo: 18, 92, 230-31, 267, 303,
310, 417, 417 n, 430-31; diversità
tra forma pre vocalica e forma pre-
consonantica dell'articolo: 431.
el artic. fem. plur.: 431.
Pronome : 19-23, 233, 267-f!, 303 sgg.,
431-8, ecc.
Pronome enclitico: 19, 325, 396,
431 sgg., 413, 416-7.
Pronomi personali: 19, 267-8, 233,
431, ecc.
tibi: 267.
teve: 267 n, e quindi meve; ib.
e, a, al, pronomi soggetti enclitici
d'ogni genere e numero: 20, 433.
li, z, gì, gè, gle, dativo atono per
ogni genere e numero: 20-21.
gè, id. id. : 20.
ce, id. id.: 233.
'lei' ambi<.?enere: 19.
Indici. — II. Forme.
521
*ill ae-i : 3')T.
lieis, leis : 3 1 4 n , 396-7.
chiel, chiella, chiUa: 430 n.
nus : 316 n.
«ns : 315.
ne: 433 n.
o: 432; ve: 433 n.
'homo': 438.
Pronomi o aggettivi dimostrativi:
22, 227, 268, 435-6.
ille: 231.
iste -u: 310 n, 304, 43.5:
ipso -u: 303 sgg., 309, 309-10 n,
435.
-hùnc: 436 n.
*ille-ipse: 314n.
*ist e-il le: 305 n.
*i psu- ili u: 315-6.
*eccu-tibi-istu: 309.
*eccu-ips-: 395.
*èccu-ist-: 395.
*èccu-hoc: 308 n.
*en' ss'lioc: 307.
*en'ssn: 307, 396.
*en'llu: 307 n, 396.
«5^: 409.
es: 304.
ese: 304.
esse: 304.
exe: 304 n.
esso : 314.
-esso di sovr-esso ecc.: 3i5.
eis: 314.
€ix: 311.
lezz: 314 n.
ìjess: 397.
steli 305 n.
^kku-esso ecc.: 303, 305, 308 n.
arpiese -esse -eix -es: 304, 304 n.
csa, cuissa : 311 n.
cost, col: 436.
codesto: 309.
desso: 314.
Ih-I'i, si(-si: 436 n.
lon, san: 406 n, 436.
co: 436.
Pronomi relativi e interrogativi: 22,
437.
que que?: 421, 437.
quid: 437.
chi^ pronomo relativo soggetto: 22.
che, pronome relativo oggetto: 22.
chi, relativo neutro : 22.
Pronomi pos.sessivi: 22, 87, 435.
to, so, atoni, ambigeneri e ambinu-
meri :' 22.
Riflessivo: 20, 434-5.
Pronomi indeterminati e aggettivi
pronominali: 23.
Pronomi perifrastici; 43S.
Verbo.
-aceare : 428.
-ccare: 107, 281.
-icare: 36, 119, 428, 487, 500.
-idjare: 36, 272. 428.
-inare : 204 n, 428.
-i score : 428.
-ita7'e : 481.
■ -ottave: 428.
-idare-: 428.
Scambio tra prefissi, suffissi o fini-
menti verbali: 384, 412.
Denominali : 36.
Influenze analogiche nella conjuga-
zione : 18, 23, 25, 26, 27, 28, 29,
30, 85, 88, 96, 229, 233, 234, 235,
268 n, 325, 401, 406, 439 sgg.,
480, 496.
Il tema del presente esteso oltre
suoi limiti : 415.
522 Indici. —
La forma delle voci arizotoniche,
portata nelle rizotoniche : 2, 3,
46, 47, 218, 219-20, 415, 380 n,
368.
Il tema verbale determinato dal par-
ticipio passato 0 dal perfetto ;
367.
Verbi che passano dalla 2-3 conju-
. gaz. alla 4.^: 26-7, 439, 490; dalla
2.a alla 3.»: 439, 489; dalla 1.=^
alla 3.*: 496; dalla 4.^ alla 3.^:
ib. ; dalla 3.* alla 1.^: 72.
Infinito : 448 ecc. ; forma sincopata
e forma integra nell'inf. in -ere:
439.
Il Participio presente in -en^e, esteso
alla 1.^ conjugaz. : 27; in -ante
esteso alla 2-3.* : ib.
Participio passato : 448 ; debole in
-l'ito : 270 ; forte : 27, 233.
Participj 'accorciati': 141, 153,
156 n, 166, 170, 179, 180, 181, 195,
203, 210, 211, 218.
Gerundio: 442; della 4.*, in •iando:
27; in -int: 442.
Presente indicativo : 439-40, ecc.
-0 analogico, nella 1.* pers. del
pres. indie. : 23.
Congiuntivo presente : 440-41, ecc.
Il congiuntivo presente della 2-4.^,
nell'analogia della 1.*: 26.
Imperativo: 441-2, ecc.
Imperfetto : 442, ecc.
L'imperf. indie della 1.% nell'ana-
logia della 2-3.« : 233.
-éa ed -èva ; 24, 26.
•àmio nella 1.* plur. dell'imperf. in-
die: 325, 401.
•àvio nella 2.^ plur. dell'imperf. in-
die. : 325, 401.
Perfetto : 24-5, 442-3, ecc.
II. Forme.
Perfetto debole in -étti ; 444.
Perfetto debole in -ér-, sull'analogia
della 3.* plur.: 443.
Il tipo 'habui' a base del perfetto
debole : 234-5.
-si nella 2.* pers. del perf. : 24.
La 3.* plur. in -àmio 325 n ; in
-orno, -èrno 'imo : ib.
Perfetto forte : 24, 234-5, 325 n,
443.
Perfetto forte in -vi : 233-4.
visti : 444.
Piuccheperfetto indicativo : 443 n.
Futuro: 444, ecc.; perifratico: 234.
Futuro col tema infinitivale ridotto:
411, 444; col tema analogicamente
portato al tipo della 1.*: 89.
Condizionale: 444-5, ecc.; col tema
infinitivale ridotto: 411,^444; col
tema analogicamente portato al
tipo della 1.^ : 89.
Seconde persone con distinzione in-
terna : 14, 83, 85, 86, 87, 88.
La 1.* plur. in -a; 440; in -n: 414.
Conjugazione incoativa: 270, 439.
Passivo : 270.
Verbi irregolari:
'essere': 27-8, 226, 235, 268, 446 7.
s'è: 28 n.
'avere' 235, 268-9 n, 445-6, ecc.
ó: 445 n.
habui: 443; riformato su de bui:
473 n.
'sapere': 445-6.
s a p u i : 443.
* s e p u i : 473.
'stare': 447.
'dare': 448.
'fare': 447.
' vadere': 447.
' dovere': 448.
Indici. — III. Funzione e Sintassi.
523
'dire': 448.
'gire': 31.
Numerali: 23, 267, 438, ecc.
'due' e 'ambo' declinati: 267.
diciassette : 223-4.
diciannove: 223-4.
diciaotto, dÀcidotto: 224.
Numeri ordinali in -éno : 23, 438.
Indeclinabili.
Preposizioni: 40-41, 274.
Congiunzioni: 40, 273-4.
et: 222, 224.
a e e at que: 223-4.
qva: 273.
Interjezionì: 41.
Avverbj: 38-9, 272-3, ecc.
• mente -i: 13, 38-9.
-óne -i: 498.
-a analogico nell'avverbio : 2.
inde: 233, 268, 437.
ibi: 433 n.
il Ile: 433 n, 434.
hi: 432.
elio, esso; 307 n, 396; loro limiti geo-
grafici: 396.
aJckfllà, assilla, aliali: 395,
ora indeclinabile : 324 n.
iinkó': 408.
intus: 412.
Affermazione: 436-7.
III. Funzione e Sintassi.
Pleonasmi: 42, 233.
Ablativo assoluto: 327.
Il tipo 'più meglio' per 'meglio':
232.
Avverbio concordato col sostantivo:
66.
Pronome possessivo posposto : 233.
Pronome possessivo affisso : 233.
Pronome enclitico posposto: 432-3;
incorporato nella forma verbale: 13.
'io' per 'noi' : 432.
I pronomi enfatici mi ti in funzione
di soggetto: 19.
II pronome personale oggetto di 3.^
persona, in funzione di riflessivo
enfatico: 20.
chi per 'di cui': 23.
Il relativo che, in funzione di obli-
quo indiretto: 327.
ipsu che funge da dimostrativo di
Archivio glottol. ital., XV.
2.^ persona: 306 sgg. ; limiti geo-
grafici del fenomeno: 313-4.
ipsu in funzione di articolo: 267,
303, 311.
'kkn-esso; sua funzione e diffusione:
304-5, 306, 310-11 n.
L'infinito 'essere' incorporato nel
verbo ond' è retto: 13.
Il presente indie, per il presente
cong. : 235.
Il presente cong. in funzione d' im-
perativo: 41.
L' imperfetto cong. per il presente
cong.: 235.
L'imperfetto cong. in funzione di im-
perativo proibitivo: 41.
Il condizionale per l'imperfetto cong.:
235.
Il gerundio per il participio pre-
sente: 327.
35
524
Indici. — III. Funziono e Sintassi.
Sostantivo in funzione di aggettivo:
185 n.
Aggettivo in funzione avverbiale :
232.
Avverbio in funzione aggettivale:
322, 322 n; in funzione pronomi-
nale: 434 n.
Infinito sostantivato: 36.
Participio sostantivato: 36.
Participio presente in funzione di
aggettivo: 442.
Il tipo 'non sii cantando' per 'non
cantare': 235.
L'inibitivo del tipo 'non ti fidare':
441.
Il tipo sintattico 'vattelappesca':
221 sgg.; 323; suoi limiti territo-
riali: 221-2; sua estensione ad al-
tri tempi e modi: 221-2; come si
dichiari: 222-3.
et frapposto: 231.
-óne, in funzione di diminutivo: 192.
'acconciare' per 'castrare': 134.
'accumulare' per 'appoggiare': 330.
'ala' per 'ascella': 96.
'alno' per 'larice': 452, 454.
*alno' per 'pioppo': 452, 454.
'alno' per 'orno': 453 n, 454.
'angoscia' per 'nausea': 45.
'animale' per 'quadrupede': 49.
'antico' per 'vecchio': 330.
'arrivo' per 'riposo': 95.
'avorno' per 'alno': 453 n, 455.
'avuto' per 'stato', nelle funzioni di
ausiliare : 448.
'bambola, ragazzina' per 'rosolac-
cio': 122.
'barda' per 'basto': 230.
'barra' per 'guancia': 484.
'bestia' per 'asino': 91.
'beveraggio' per 'rinfresco': 32.
'bollire' per 'sbigottire': 296.
'brandello, 'squarcio' per 'saccoc-
cia, tasca': 508.
'campo' per ' seminatorio ': 3.59.
'cane' per 'bruco': 497,
'cane' per 'amento': 497.
'castratore' per 'veterinario': 424.
'catino' per 'stagno': 88.
'cedro' per 'cocomero': 338,
'ceppo' per 'vite': 232.
'cesso' per deretano': 422.
'cibo' per 'miccia': 230.
'cieco' per 'avannotto d'anguilla,
piccola anguilla': 499-500.
'coda' per 'parte estrema': 484..
'colare' per 'ammollare': 75.
'compire' per 'maturare': 489.
'conciare' per 'spremere': 339.
'conciare' per 'vagliare': 339.
'condizione' per 'faccenda, avveni-
mento': 54.
'contestare' per 'negare': 153.
'coppia' per 'gemello': 489.
'corba' per 'mastello': 94.
'covare' per -nascondere': 484.
'covaticcio' per 'stantio' : 120.
'crogiuolo' per 'lampadine': 427.
'cuccuma' per 'capo': 156 n.
'cuccuma' per 'rabbia': 156 n.
'Diana' per 'fata': 488.
'dimora' per 'sollazzo': 57.
'domestico' per 'gentile': 382 n.
'dosso' per 'baccello': 283.
'ebbio' per 'laburno fetido': 487.
'essere' per 'avere' nelle funzioni
di ausiliare : 234, 327.
'falda' per 'grembiale': 486.
'fantoccio' per 'pazzo': 293-4.
'fata' per 'rospo': 507.
'favo' per 'ciambella' : 487.
'fiatare' per 'sofiiare il naso': 93.
Indici. — III. Funzione e Sintassi,
525
'fisica' per 'medicina': 61.
'fuoco' per 'fulmine': 345.
'gatto' per 'bruco': 497.
'gatto' per 'amento': 497.
'giavellotto' per 'serpente': 500-
501.
'giocare' pei 'rappresentare': 419.
'imborrare' per 'calcare, spingere,
inseguire': 497.
'intricare' per 'accalappiare' : 493.
'indietro' per 'iterum': 95.
'infetto' per 'cattivo': 96.
'inguine' per 'edera': 368.
'lastrico' 2)er 'torrazzo, casa con
terrazzo' : 331.
'latino' per 'facile, chiaro, largo':
377 n.
'legno bianco, fusto bianco' per
'pioppo': 492.
'maschio' per 'ariete': 490.
'maschio' per 'verro': 490.
'matto' per 'ragazzo': 292.
'mela' per 'guancia*: 68.
'mela' per 'natica': 68.
'monaca' per 'chiocciola': 491.'
'monaca' per 'testuggine': 491.
'muscolo' per 'omero': 93-4.
'no' per 'né ' : 230.
'oblata' per 'crosta di polenta': 503.
'onde' per 'dove': 273.
'orbo' per 'cieco': 53.
'ordine' per 'filare': 86.
'oscura' per 'vedova': 356.
'parete' per 'muro di cinta a sec-
co ' : 350.
'pece' per 'cerotto': 416.
'pensile' per 'pietra, rupe': 94 n.
'pietrajo' per 'ventriglio dei polli':
120.
'pigna' per 'stufa': 505.
'pingue' per 'strutto': 460.
'pomo' per 'frutto': 473 n.
'quadrupede' per 'lucertola, ecc.':
110.
'rapido' per 'ripido': 13, 492.
'rapina' per 'rabbia': 186.
'riccio' per 'truciolo ': 482.
'riprendere' per 'biasimare': 218.
'rospo' per 'strega': 507.
'rossigno' per 'salice': 114.
'sano' per 'pieno': 398.
'sano' per 'intiero': 317 sgg., 397-
40) ; fondamento latino di questa
significazione: 321.
'scheggia' per 'truciolo': 482.
'scolare', per 'asciugare': 7.5.
'scopa' per 'graspo': 492.
'sedere' per 'essere': 448.
'segnare' per 'incidere': 85.
'senno* per 'senso': 75.
'sera' per 'jeri sera': 75.
'sermone' per 'rimprovero': 296.
'sonno' per 'tempia': 226 (cfr. il
ven. sono).
'sperare' per 'temere': 77.
'stazione' per 'bottega': 78.
'straniero' per 'rozzo': 382 n.
'tasca' per 'corredo.': 508.
'tasca' per 'scarpa': 508.
'tentenna' per 'sonaglio': 117.
'terriera' per 'ereditiera': 297.
'trave' per 'guancia': 483.
'umile' per 'morbido, tenero': 394.
'veicolo' per 'culla': 456, 467.
'veicolo' per 'erpice': 467.
'venire' per 'divenire': 80.
'vicenda' per 'faccenda': 81.
'vicino' per 'concittadino': 81^
'vivanda' per 'pasta': 486.
'zamputo' per 'rospo': 109, 499.
'zuffqlare' per 'sdrucciolare': 219,
526
Indici. — IV. Lg
I V. Lessi
ICO
abari gau 482.
abbericimza 489 n.
abbessiu 504.
^abbie'lg'' 466.
abboja 491.
abbojare 491.
abborrare 495.
abburrir 495.
a&ée 275.
abesiu 504.
abourrd 495.
aburrir 495 n.
a e 223.
acampeirà 275-6.
accuilare ecc. 485.
acheter 428. ,
*acucla 427.
acupintu 481.
adesso 461.
adieso 461.
àffaga 370 n.
affranchiare 486.
affranciare 486.
a gatariàu ecc. 498.
a^n ecc. 449-50.
agnellare ecc. 481.
agnetàn 452.
agnu 481.
agourro 113.
agueyréu 421, 427..
agugella 371 n.
agùrnu 453 n.
ahimé 473.
aiguière 421.
àingla 368.
diamo ecc. 453.
«/({no 454.
albu 492.
àldan ecc. 449, 452 n.
alienu 482.
alipedde ecc. 481.
alipintu ecc. 481.
a «re 482.
allorumare 490.
alluda 375.
aitona 453.
almeja 469.
«Zwo 453 n.
*a?neifanM 452.
*alnétu 455 n.
alneus -a 449 sgg.
a/wta 452.
*aZn"?ca 450 n, 452.
oZnJs" -sa ecc. 451.
alnus 449 sgg.
alosì%èr 428.
ambessi ecc. 504.
ambii 453.
aìnborminà 424.
aìnbgssu'r 426.
ambottdu 426.
amburi 424.
amddn 453.
ameddno 453.
ajnjs' 276.
amoret 419.
amorlèr 428.
amoscino 97.
qmpèjs 504.
ampejsé 504.
ampessi ecc. 504.
ùmida 4Iy.
ctwce^à -àna 451.
ancisam 428.
andebéni 488 n,
*ane u 455 n.
anferghèr 424.
àngia 501 n.
angiài 481.
anidrese 481 n.
ani/ ecc. 451.
annoditare 481.
anspid 428.
ansundér 97.
antàpa 106.
antén 452, 453.
anierdod 429.
anterfiché 429.
antienne 461.
antrech 416.
antrevar 276.
antór^t* 482.
anuie 426.
ansa 501.
awja 501 n.
anienif 482.
* Non si tien conto, di regola, delle voci che aprono i singoli articoli
delle serie alfabetiche ricorrenti a pp. 42-82, 134-213, 328-62.
ànsula 501 n.
anzùma 422.
aorosch 506.
apedjl 504.
aphaca 370 n.
appetigài 487.
aprii 481.
apsì 504.
a qua 280 n, 407, 421.
a ranon 497.
aràxi 483.
arbeglia 410.
ar bitri um 462.
area 481.
argióla ecc. 481.
argriììà 429.
arigarza ecc. 482.
«nn 449.
«ris 482.
arista 368.
armary 415 n.
armellino 494.
«rmenmca ecc. 494.
armoise 468.
«rmMJÌan 494.
arnér 451.
órnM 455 n.
«rnw 450 n, 454 n.
tìrpa 277.
arpion 277.
arpja 211.
arreys'i 439.
arrordér 428.
arrMi 482.
artaju'r 426.
artemisia 468.
arvoire 462.
arseina 105.
«rime 105.
arzòlu 483.
arò ohi 509.
Indici. — IV. Lessico.
a scta< 497.
' asciugacapo ' 367.
ascurccr 428.
assaisonner 368.
assorta 428.
astrolabi um 509.
astuddare 482.
atòngiu 483.
atque 223-4.
attitlirigài 487.
attupateddu 493.
augello 376 n.
augurare 485.
aulenar 454.
ai'irra 485.
autàngh 454.
aliano eoe. 452.
aMtre 510.
àuzinu 451 n.
aveschd ecc. Ili n.
aviere 462.
avisché ecc. 1 1 1 n.
awje 277.
avogla 427.
avoUer 510 n.
rt voltra 510 n.
awi'rfra 510.
avvizzito 504.
ayassa 420 n.
ayutra 510.
bacheca 373.
bacoco 373.
bacucco 375.
b a e u l u 456.
òaZire 482.
band.a bioua 482.
barbasto 118.
bar càia 211.
barigadu 482.
bas'otto 382 n.
527
batàgl 427.
batassare 385.
^(XTQaxos 1 12.
/;a<<oZa 382.
bausàrd 428.
bazzècola 373.
bazzotto 382 n.
6&M&&W 230.
6ea 275.
bechòn 412.
béculo 456.
b ed al e 275.
bedum 275.
èe/re 463.
*belirculum 456.
behlhon ecc. 99-100.
beliscar 98.
belletegd 97-8.
benda 473.
benént 426.
bennarzu 491.
bentriixu ecc. 482.
berboglià ecc. 424.
bergajré 275.
bergonzóla 424.
6e>-o 490.
beroù 490.
bertelléra 426.
bertisse 277-8.
berzigner 429.
bescavéz 429.
besestr 429.
fceso 275.
èè'ssi 504.
èestói 429.
èew 275.
bàvero 463.
fte^aZ 275.
ftiatie 503.
biaìttu 482.
Jiauo ecc. 482.
528
bicc 99.
bicocca 12S.
hicolàn ecc. 278.
bicoquin ecc. 128.
bie 275.
bieco AIA.
biedone 462.
bieta 462, 479.
bietta 99, 465.
ftièure 462, 463.
biffe/ 100.
bigo'lo 401.
bigoncio 401 n.
bigutta 376 n.
&2;"a 99.
Z^iTZe 99.
&i7Zon 99.
fti^of 99. ■
binchiza 482,
bìrdiu 482.
&iro ecc. 278.
&/rro 278.
birru 278.
bis ecc. 279.
bisare 482 (cfr. mil. vi-
ò'orà).
biscebaggi 279.
bisciabova ecc. 278, 279i
&we 279.
bisibosa 278.
6J5S« 278.
bissa-kupera 279.
bissa-scudellera 279.
bissest 429.
bissétre 429.
bissicelo 279.
bito'rzolo 377.
bitsella 270.
bitshm 270.
bituro -rro 377 n.
èrnia 373.
Indici. — IV. Lessico.
bj alerà 275,
bjana 100.
è;"o/.-;i 100.
&;'z<n 100.
bjuvélt 482.
bizzuca 279.
è^a^fo 456.
bledgcir ecc. 97.
^^Zede^ 97.
bledon 462.
6oa 279.
bocciuolo 103-4.
bogon 280 n.
bomberaca 373.
bonaga 373.
bondura 483.
bonaùra 485.
*bone 322 n, 400-401.
&0W É-yr 406.
Z>or ecc. 496.
6ore 114.
borar ecc. 494-7.
borchia 473.
&ori ecc. 494-7.
borida 496.
&orra 114, 497.
borra 473.
borrare 495 n.
borre ecc. 1 14.
bórrer 494-7.
&os'e 278.
òós'oZe 278.
bossolo A73.
botru 488.
&o« 494.
bottum 494,
bould 495.
bourrer 494-7.
bourret ecc. 114.
bourrique ecc. 114.
bova 279.
&oy« 288, 488.
òoyaZ 280.
bóveda 488.
bòvolo 279.
6o'=3oZo 473,
brabu ecc. 482.
bragiuola 130.
bragliau 426.
branca ecc. 100-101.
branche 100-101.
branco ecc. 100-101.
brancucce 101.
braxólu 483, 509.
brecuelo 456.
ère^a 421-2.
breiga AIA.
breto 114.
?>rei7a 290 n.
brévad 290 n.
&rei~a 290, 474.
bribbiddosu 290 n.
bricco ecc. 114.
brigne 410.
brisciamento 290 n.
Z^rba 290, 424.
&ris<3 474.
brisou 290 n.
&r2ssó 290.
brivido 290.
brivilegio 389.
brizzatino 389.
brizzolato 389.
broacér 422, 426.
broascà 406.
bròatec 507.
brobbio 388.
brombla 102.
brombo 101-2.
brómbol 102.
brombolàr 101.
brómbula 101-2.
broscdhi 40G.
*b rose US 506,
*brotacus 507.
^QÓtu^og 112.
hroxae 506.
bruesche 505 sgg.
hrugna 389.
hrujo 505 sgg.
brumesta 290 n.
brunella 389.
brusciu 505 sgg.
bruscus 506.
bséstar 429.
&(7«to 122.
&;■(■&&« 122.
&t(&6oZa 380, 383.
bucato 103-4.
buccella 278.
buccinello 381 n.
bucina 381 n.
bùcine 381.
budrone 488.
&Mée 102-4.
bugada 102-4.
bugigatto 371 n.
&2«<7io 371 n.
6i'ma 103.
bùnà 103.
bulimaca -naca 373.
bulista 494,
biillitigà 97.
&t«re 495.
buriar 495.
burir 496.
burlim 114.
burra 114, 497.
biirrada 495 n.
burri t 496 n.
&?<sso 473.
c«&ù;?« 483.
Indici. — IV. Lessico.
ca&i« 483.
cacapuzza 378.
cacaràulo 104.
cacaràuno 104.
cacc ecc. 104.
cacchione 497.
caciocavallo 104.
caecTlia 376.
caecu 499.
cagadii'r 426.
cagelt 104.
cagnòn 497.
calapat 105, 110.
calappio 388 n.
catapuzza 104.
calenzuolo 389-91.
calhet ecc. 287.
calhould 287.
caligariu 388.
calimon 105.
caZisczj 483.
calma e ce , 483.
cahnousète 105.
calogna 472.
e a 1 u m n i a 472.
cama 483.
camar 483.
cambarbu 492.
cambis 280.
camelót 427.
camese 479.
camicia ecc. 469.
camiddu 468.
cammello ecc. 468.
camparar 275.
*campariu 275-6. . >
can c?a burrida 496.
canfguni 367 n.
cantègghia 484.
cantheriu 483.
cantréxu ecc. 483.
529
capassa 379.
capassone 379 n,
*capera 106 n,
e a p e r a r e 1 06 n ,
capernaturg ecc. 100 n.
ca^jei 483.
capézzolo 107. .
capifuoco 391-3.
capistejo 379.
capite 483.
capitone 392.
capofùoco 392-3.
cappare 262 n.
capre'z'zo 387.
capriccio 387.
caprùggine 106 n, 387.
*c a p u 483.
caragiau 104.
caracàuno 104.
caracol 104.
carasja 104.
carcarazza 104.
càrdia 484.
cardiga ,484.
cardiggidi 484.
caròi -e 106.
carpare 497, 498.
carperò 498.
carpone 281, 497-8.
carreyrèu A21.
carron 106.
cascaval 104.
catapuzza 378.
catapuzzo 105.
catelina 107.
catr'icola 387.
ca<ro 380 n.
catulu 497.
cauma 483.
caudica 128.
cfutno 104.
530
cavdél 107.
cavedon ecc. 392 n.
cavrenzol ecc. 390 n.
càzer 439.
cazu 487.
cedornella 379 n.
cef 467, 479.
cèmece ecc. 470.
ceneracciolo 103.
cenerau 426.
cèjpJr 108.
ceppa 460.
cernègl 427.
cervoise ecc. 466.
C5- citracca 387.
ces 422.
cesso 499.
chalonge 472.
chambis 280.
champayrar ecc. 275.
c/iè&e 109 n.
chenille 497.
cheppia 461.
cherebizzo 302.
chiaramia 422.
chiembel 472, 480.
chiepa 461.
cJiieppa 461.
chindalu 482.
chiocz 415-6.
chioepp 108.
chiavo -do 476.
chirià 426.
g/ijsi ecc. 422.
chómer 483.
ci« 422.
ciambott 499.
ciammuotto 499.
ciampa 110.
cianta 110.
cibeca 373.
Indici. — IV. Lessico.
ciciglia 376.
cicigna 376.
cieca 499.
ciecolina 499.
fiénere 478.
ciòcia 508.
ci(Jccia 508.
cipppa 508.
cioppare 508.
cjo^oZa 382.
etri 422.
cirighin 283.
ciue^fe 499-500.
cbi 108 n.
clavicula 484.
davi glia 484.
cZe/- 467, 479.
cZeue 467, 479.
cliapo 108.
cK^p 108.
clTvu 467, 479.
cloche 417.
clìipea 461-2.
coagiilu 487.
coa^e 484.
coàrbu 492.
coberài 484.
cobre 461.
coca 128.
cocca 128.
cocei 426.
coc/ie 128.
codesto 378 n.
*cod?ca 128.
cofaccia 500.
com^ó^M 484.
coisàica 484.
coizare 484.
cois^a 484.
coja 484.
cojm 484.
cojanza 484.
coJm 484.
cojuonzo 484.
colora 464.
cornar 483.
cdmaréz 427.
come ecc. 471.
*comien:ra' ecc. 469.
conjugare 484.
contruxiu 482.
e o n V e X u 485.
cp'^a 461.
cop hinu 484.
co^y'a 46 1 .
coppa 473.
coppia 461.
co^we 128.
coquelicot 122.
corax 104.
corata 371 n.
coresto 378.
corrarbu 492.
cosita 283.
cotyla 382 n.
couettepay 110.
coMZweure 464.
coviare 491.
craccài 486.
cracu 487.
crampon 101.
crapan 109.
crapaud 109, 497, 499.
crape 109.
crapeux 109.
crapot 109.
crastàu 424, 426.
cratìfcìila 484.
crécelle 109 n.
cremia 91.
-crepolo 387 n.
crétamo -no 382.
creva 482, 489.
cridalésimi 118.
criolès ecc. 118.
crithinum 382 n.
croha 492.
<;roccai 486.
cróxu 491.
cry 411, 439.
cucire 484.
cubare 484.
-cubile 485.
cuemo ecc. 471.
cuetta 484.
cueva 476.
cMtZe 485.
cuivre 461.
culebra 464.
culifùrriu 484.
culilùghe ecc. 484.
«wZisazda 484.-
cumbessia 485.
cMOTÓn 469, 478-9.
*cuopre'' ecc. 461.
•cyaneu 487.
E V. s, 'k'.
<irt Za borra 495.
damascenu 97.
dar de 501.
dasgattiar 492-3.
daiissa 283.
davos 284 n.
<?aiona 449.
d'burida 496 n.
'de&&o' 473.
<iemi 469.
derd 501.
derré 438.
desmèsti 428.
dessedà 492.
dèsslè 283.
Indici. — IV. Lessico.
destare 492.
dètraquer 107.
<:ieua5 428.
Diana 488.
dicatto 375.
didèlc 101.
diember 472, 480.
diewer 472, 480.
dipanare 372.
disàura 483.
disaùra 485.
ditole 101.
divoto 473.
dledger 98.
doglio 478.
dolium 478.
doZm 283.
fZorso 283.
d 0 r s u m 283.
dossa 283.
dosséf 283.
dwm&rar 480.
ea« 421.
*e&&i' 473.
eZ^&ro 462.
èbriu 407.
ebulum 487.
ecna ecc. 368.
eZce 478.
em 471.
emme 471.
empesé 504.
engar 456.
engeo 456.
enguedad 456.
énguen 368.
én<rt 426.
entadèm 47).
ente 426.
enfia 426.
531
epa 373.
erborante 426.
erfcoZina 121.
erZo 112.
èrpice 475.
escharpe 507-8.
'escrewe'* 462, 479.
espiei 460.
espieule 459, 480.
esquirpe 364 n, 367.
esteva 467.
estiale 485.
estorpar 475.
estremo 473.
estrepe Alo.
estreval 485.
estrie f ecc. 485.
ew^re 510.
ei-a 407.
e X e i t a r e 492.
escutere 385 n.
exoticu 382.
eyazot 420 n.
eyréu 427.
fabrlle 486.
facili a 465, 486.
/a<ia 507.
fadali ecc. 486.
facciarhu 492.
facies 415.
falappa 284.
falbalà ecc. 283-4.
falcala 465.
faloppa 284.
falórdia 485.
faluppa 283-4.
fantali 486.
fantina 122.
farbello ecc. 284
farchétola 382.
532
farchia 465.
jaribolà 302.
farrasca 485.
farrimca 486.
fata .507.
faude ecc. 486.
favagello 371 n.
*favillisca 494.
favolesca 494.
/earwi 479-80.
/ec^ 416.
fe'gato ecc. 464.
/i^Ye 464.
^ fende'' ecc. 464.
féngia 485.
fentana 485.
fentòmu 485.
fermo 464.
ferranca 486.
ferròugl 427.
ferula 485.
ferzórgna 428.
/esto ecc. 464.
festuga 372 u.
feùrra 485.
/?a6(2 487.
fiàccola 465.
fiadone 487.
^aZe 487.
fLammarata ecc. 284.
fiamore 486.
fiancavo u 492.
fianda 485, 486.
fiargiu 487.
^auo 487. ^
fieccia 465.
fieltro ecc. 464.
/temo 471.
/(<?wo 464, 479.
fiente éce. 471.
/?t;r 464.
Indici.
IV. Lessico.
/(er« 464, 467.
fiere e -gè 465.
fiermu 473 n.
/(e«a 465-6.
filigrésu 486.
filugello 377.
fiocina 465.
fiocine 381.
^pj^a 461.
/«osso 466.
/?o<<o 475.
fidente 104.
/iyoZ 413 n.
fjatnales'na 112.
/?aca ecc. 486.
floces 381 n.
flueve 468.
/oja 473.
folaga 370 n, 465.
folisca 494.
/bne 465, 478.
/ora 423.
forfice 129.
forgia 465.
/p5co ecc. 465.
fósina 465.
/ossa ecc. 465.
fèssine 465.
fradlask 368.
fraigare 486.
fraine 486.
fralda 486.
franca 486.
franda 486.
frandigài 486.
fraóne 487.
frappa ecc. 284.
frastimare 487.
freargiu ecc. 487.
freddo ecc. 474.
/■/•Cdo 474.
fre'go.'o 380 n.
freguez ecc. 486.
frente 475. .
fretza 415.
* friega ' 475.
frlgère 290 n.
friggio 290 n.
/risa 424.
frisson 290 n.
/Hjìo 290 n.
frobbire 486. :
/"ro^re ecc. 129-30.
/ro^a 422.'
frondea 487.
fràngia 487.
/ros 129.
/■r?y 411.
friinda 486.
frunti Alò.
frunza 487.
/ri/ 420.
fui- fui 489 n.
fuis-fuis 489 11.
fìinda 486.
fustialvu 492.
gabata 230, 401.
gaceia 376 n.
*g accula 285.
*gacu 286.
*gacùlu 287.
gaggia ecc. 285.
gagian 285.
gagnolare 218.
^rai ecc. 287.~
gaion 285.
gaitzà 285.
^faj ecc. 285.
gajda ecc. 288.
gajetta 286.
^raJeWo 286-8.
Indici. — IV. Lessico.
53c
gajo 285.
yojola 287.
y elianto 376.
galaverna 416.
gald 449 n.
galera 388 n.
galigajo 388.
galjon 106 n.
galletta 163 n.
galy 287.
gamba 280.
gambis'a ecc. 280.
gamella 388 n,
^aw/- 280-81.
gamurrino 62.
gancio 213.
gàngola 215.
ganza 213 n.
garavell 296, 299.
garza 106.
gasgia 285.
yass 127.
ydaiga 95.
gatolér 497 n.
;7a«« 493.
^aif 112.
gaucholo 112.
gaudiuia 112, 421.
gaujolo 112.
gaule ecc. 106 n.
y«DAo- 401,
gavèyle 421.
gavgnchio 379.
gàvja ecc. 401.
^eai 284-5.
^e> 286.
genièvré ecc. 460.
genugarbu 492.
gèrlohyere 289.
^esso 461.
gheda ecc. 288.
gJiemuri 490.
gheppio 460.
gherbino 164.
gìiiaccio 136.
ghiado 124.
ghiàm. 487.
ghiécolo 215, 456, 467.
ghierla 465.
ghinghellare 216.
ghiozzo 490.
ghiova 476.
ghiribizzo 288.
giaccio 164.
giaggo 127.
gidgu 487.
i^'iai 285.
giamjjare 487.
giandousse 418.
/7m<e 497.
gidtul 497 n.
^rtau 104,
^ma 105,
ginocchio 478.
^(o6a 489.
^rzoc^a 421.
gioiva ecc., 487.
gionda 112 n.
^20sa 418.
^tosa 213.
giulivo 113.
giuncare 148 n.
giungina 112n.
gladiu 124.
glande 489.
gianduia 215.
gleba 482, 489.
gliemito 470.
gliemnia 471.
glisciare 290 n.
glisser 290 n.
gliuòmmero 490.
glomère 490.
gloume 471, 479.
(yZtj«a 490.
yvàd-og 164.
gnagnaroel 291.
^naZ ecc. 291.
gnarel ecc. 291.
gnarre 291.
^nas' 291.
fifo 285,
gobbo 464,
gobiu 213.
^rodd 62.
gogna 216 n,
5»Oii5« 464.
^oZa 112-3.
^oZi« 425-6.
gonga 215.
gonghia 216.
gongolare 216.
^or 114.
goranèi 114.
gorbia 463.
^ore< 114.
^oro ecc. 114.
gorra ecc. 113-4.
gorrin 114,
gorrion 114.
gouge 464.
goupillon 115-6.
gourro 113.
i/oy 421.
gracidare 385 n.
grada 379,
graecu 500.
grampa 101, 406.
gratnpuce 101.
grampuzze 406.
granel§ 229.
grànfia 101.
634
granone 92.
grapalt ecc. 100.
grapard 109.
grapiette 109, 295.
grappa ecc., 109, 281.
grappin 109.
graps 109.
§rapun 497.
grastg 95.
gratuita 62.
gravida 492.
5^re 62.
grebolà ecc. 117.
grebolon ecc. 117.
^reZoi 117, 289.
grelotter 117.
grene 91.
greu'ions 289.
greuletta ecc. 117.
greuller ecc. 117.
grevayre 406.
greve 476.
gribouler ecc. 289.
griccele 289.
griccio 289.
gricciolo 118.
gricciore 289.
gridi liana 114.
^rJ/fe 166 n.
^n'/b 166 n.
^n7 289.
grilera ecc. 289.
grillare ecc. 290.
grillet ecc. 289.
grilletto 289.
^rzVZo 288.
grillane 289.
grillotto 289.
grimiillar 290.
grinfia 101.
griséu 427.
Indici. — IV. Lessico.
grisou 290 n.
grispignolo 388.
^Tw 116, 500.
^rmZ 118.
§riva 116.
<7riue 500.
grivelé 288.
griveler 116.
grivillosu 290 n.
grivois 116-7.
grivoise 116-7.
grivouard 116.
^riwé 116.
grìzzolo 118.
grobelhou 117.
gràmet 426.
gronco 101.
gropal 109.
groppa 461.
groppo 461,
grotta 473.
grouler ecc. 289.
grufolare 166 n.
^rwiiw 118.
grulons 117.
grulotte 117.
griimu 413 n.
^riimestja 290 ii.
gruppo 461.
gruviggiu 288.
gruzzolo 389.
<7r'tfó 289.
gr'volà 289.
guaitare 44.
guaraguasco ecc. 118.
guhbia 463.
gii bla 463, 464.
guernoter 290.
guglia 136 n.
fugala 112.
^wi 467.
guiera 407.
guignequeu 484.
guipon 115.
g u 1 b i a 463.
gunélu 62.
guntrùxu 482.
gurdoni 488.
guril 113.
gurin 113.
gurra 113.
glissa 76.
gymbu 228.
harula 485.
hermoso 465.
héru 112.
Menda 471.
hierche 475.
h i r p e X 475.
hoc anno 89.
ho mi ne 430.
hospitàle 416.
houlette 113.
huella 466.
liuerma 465.
huesa 465.
h ùmile 394.
mo 5.
iàculo 501.
iaciilum 157.
ibis cu 490.
zrfre ecc. 63.
t'erpt 475.
iéuvre 462.
iaghje 91.
ignómmero 489.
ilia 91.
^7<e 84.
imborrare 495.
imbavai 488.
imbovolar 279.
imbucatare 103.
imbuvonare 488.
immo 471.
immoscadare 375.
imparnigar 288.
impensu 230.
impiccare 107.
imprenta 167.
IiiLu 471.
ina 105.
*incaeniàre 227.
ihcagà 38.
incagliare 192 n.
inclipà 108.
inderer 39.
indùcere 227.
infernu 241-2 n.
infruscare 465.
infìindere 229.
infuscato 465.
ingastada 374.
fn gatolon 498.
, m gaion 498.
ingattiar 492-3.
ingenuitate 456.
ingènui! 456.
inghiriùngia 488.
inginna 105.
m^Ze 368 n.
ài grapp 497.
inguen 368.
inguanto 4.
inguinale -aria 368.
ingurfa-se 62.
m&ó' ecc. 412.
insieme ecc. 471, 479.
insula 93, 237.
interrogare 276.
intrebd 276 n.
intrettìre 216.
Indici. — IV. Lessico,
t>2<ro 41 n.
intufare 205 n.
in?^ 450 n.
inveggia 485.
inventao 80.
invezendà-se 81.
invidia 426, 485.
inzisame 428.
ischidare 492.
isdrobbare 486.
jsfrawra 485.
ita 283.
jyre 462.
turi 407.
Ja&Ze ecc. 105-6.
jalde 449 n.
jalhat 287.
J«na 488.
jandra 488.
jante 281.
^az^f 90.
Jé<e 429.
Jwa 105.
joder 465.
JoZee ecc. 112 n.
;oZi 113.
io Zi/ 112-3.
jonne 450 n.
j ovia 416.
jucundu 112 n.
jiievne ecc. 468.
nwe 86.
j u V e n e u 90.
habbreddf 474.
hadela 497 n .
kadélu 52.
hadena 497 n.
/£aZ- 104-5, HO.
i%am&- 280.
535
kampòrna 427.
Tcanàula 280.
kanta-rana 109 n.
Aar- 106.
karabocc (a) 104.
&ar(io 106.
karkaré 105, 106.
karrà 106.
harrelé 106.
Aa5M 52.
;cceTa 227.
Aató 428.
xttvfia 483.
kfmease 469.
xévTQov 227.
;«oj/;fi;Aio»' 85.
knhkia 461.
kdmentu 54.
y.oQvvri 154.
kouatt-pesse ecc. 1 10
A;rfrj3/o 281.
krdpia 281.
Arf&ts 288.
krepa 106.
krijalés'im 118.
^/(èa 56.
kuetebras ecc. 11 0.
kuintd 54.
xvy.vos 85,
kuhpresùn 33.
kustu 74.
kiiviss 120.
ftiotys 120.
E V. s. 'e'.
Zrtcca 168 n.
lacchetta 185 n,
Zace« 426.
Zace« 298.
ladino "òli n.
?a(iiw 489.
53G
laéra 488.
Xayava 227.
la[j§n§ 227.
lama 488.
lainzar 501.
lamicare 500.
lampa 31.
lampalùglie ecc. 488.
lampreda 387.
lancellotto 501.
lancercla 501.
Zónc^e 489.
langorir 65.
Zàni'e 415.
lanza 501.
latizardo 501.
lapidei! 379.
Zara 483.
larme 227. ,
Zascrt 421 n.
Zas/t^ 96.
latrare 65.
latlicrépolo S87 n.
Zawf 510.
làuta 510.
Zaua 488.
laverà ecc. 488.
laveggio 379.
lavina 488.
lawèju ecc. 65.
Zea 489.
ledda 489.
Zec/i 425.
leciiéz 427.
lèggiti 489.
*legrmen 65.
legnopuzzo 104.
Ze^fw 489.
lembrugiare 393-4.
lemhr ligio 393-4.
Ze"?Mi 65.
Indici. — IV. Lessico.
lémite ecc. 470.
lengue 308 n.
tentano 452.
Zenianw 455.
Zeóra 489.
Zere 462.
losca. 44.
lesma 470,
les'na ecc. 112.
lettiga 374.
lèttigli 291.
Zéwra 489.
lèutre 510.
levanti 116.
libeccio 460.
llberu 489.
Zjerw 489.
lima 500.
IT max 470.
limetta 489. '
limicare 500.
limitare 298.
ITmtte 170, 298.
limtnecàola 500.
Zimpidu 170.
innàrbu 492.
Zts't< 66.
livgn§ 228.
livertizio 453 n.
ITvì^du 66.
Ztu20 66,
livrar 56.
Zo&are 489.
Zo&M 489.
ZocZón 449 n, 452.
logorare 170.
loitan 9.
lòmpere 489.
*lonctanu 9.
Zpn:ra 171 n.
Zoni^o 171 n.
lópxioro 374, 473.
loramenta 489.
Z^rdo 474, 478.
Zorw 489.
lo rum 489.
lóruma-lóruma 490.
lòrumii 489.
Zot<pf 86.
Zpua 375. .
Z?.«cc-a 282 n.
Zt'fcj'a 376 n.
lucia 150 n.
lue re 490.
Zwlri 490.
lumacaglia 500.
lumdsa 66.
lùme'a 66.
Zim 302.
l'unchiln 438.
lunigi 452.
Zw^a 171 n.
lur care 170 n.
luridu 171.
lutan 44.
Zt(<ra 510.
Zi<<<m 490.
lìitura 86.
Zwuro 118-9.
mac 438.
macà' 90.
maccu 293.
mac cu 293.
tnaceja ecc. 459.
màciolo 130,
maciullare 385 n.
maciila 490.
ma desi 67.
madie 67.
tnadiere -o 379.
madonina 122.
madornale 379.
tnadrakk 501.
■madrasko 501.
madraso 501.
madtina. 48.
magello 376-7.
(Muyyayov 228.
magiestay 4.
màgiolo 130.
magistru 84 n.
màgula 490.
tnaidé 67.
màija 490.
marnò 67.
maitmaa 9.
major 90, 491.
nialént 426.
malézo 119.
ma^ fraysse ecc. 125.
malìgen 119.
malmignatto 497 n.
malot 67.
malva 490.
malva ibiscu 490.
màmmola 299.
mancha 490.
mància 490.
jnanfc^ 229.
mctnme 101.
manngile 229.
m,anso 130.
man sue s 130.
marachella 217.
marange 226.
marasso ecc. 501.
marchio 172.
'marcio 381 n.
marculu 172 n.
marga 490.
margulare 490.
m,aremma 473.
Indici. — IV. Lessico.
marinarla 33.
■marmolues 67.
marràj)eto 217.
>narrfli* 172 n.
marron 1 73.
marrone 172 n.
marrubi um 188.
?77arsw 66.
war^in pescatore 143.
mas 173.
tnasahan 67.
mascaa 67.
mascu ecc. 490.
inaska 67, 427.
masnd 416.
masnada 374-5.
fidzaiog 173 n.
matàris 500-501.
fiazia 173 n.
7natota 292 n.
matraccio 501.
matras 501.
matratz 501.
wi«« 292 n.
*raattaris 500-501.
matteras 500-501.
matterò 173.
matto 173.
ma tu 173.
mautone ecc. 173 n.
mazzQcà' 91.
mazzone 173 n.
mbgise 230.
ìnbonne 229.
'm§cunkel§ 90.
me^ro 469.
meicàma 483.
tneigo 469.
meilh ecc. 469.
tnéler 469.
wé^c^je 119.
537
meliaco 494.
mèliga 370 n.
melletta 174 n.
melllgine 119.
m è 1 u m 476.
ìnenante 174.
menet 497 n.
m§ninn§ 233.
ménta 458 n.
mentha 458 n.
men tùia 458 n.
merch§ 84.
men eoe. 491.
merlila 485.
merza 476.
merzo 119.
'■m.e'sce' ecc. 469.
Tnesiàu 48.
me s sione 416.
^messilore^ 35.
^mestica'' 473.
meta 468.
weia 473. •
m et ère 68.
metone 91.
m.éttere ecc. 469.
meicble 463.
Miet«'ra 485.
ìnezzejamiende 226.
mezzo 41.5, 469.
mica 372 n.
mie u la 480.
mieda ecc. 468.
m,ielga 468.
'■miettu' 473 n.
mieula 480.
mmca 438.
m,incMa 458 n.
minchione 458 n.
minetta 497 n.
m'mgule 497 n.
538
ministraciom 33.
minon-sà 497 n.
mischia ecc. 469.
mitigare 469.
mltis 469.
*mìtju 415.
tnizzo 469.
moccolo 473.
mocheyréu 427.
mociglón A21.
moho ecc. 466.
ììioicz A'ìl.
moineau 114.
??ioja 470.
molàgine 119.
moltone 175.
mómm 472.
monr/ili 491.
moni! 416 n.
ìnonza de domo 491.
monzu 491.
morato 176.
morchia 4731
moresche 428.
moro -a 473.
mortaise 106.
mortasa 106.
mòscid 469.
moscio 217.
moscio 469.
mosso 294.
mostaz 427.
moi 470.
moto 473.
motta 373.
mo/!<o 470.
ììionnjo 491.
mour guato 491.
rnovel 463.
mudare 385.
mness 470.
Indici. — IV. Lessico.
'mMesira' 469.
muire 470.
wwZe 176 n.
^mulsoriu 491.
mungetta ecc. 491.
muoja 470.
ìnup§ 228.
mnriga ecc. 491.
murigdi ecc. 491.
mwsa 69.
musei du 469.
m u s e ìi 1 u 93.
museau 413 n.
muskg 93.
mr(ssòrgiu ecc. 491.
mustroxu 491.
musu 68.
muju 413.
ìnu'zzolare 218.
micina 66.
myxone 173.
nagghjgre 92.
nalba ecc. 490.
«a^" ecc. 291.
napu 379.
>7arc^ 291.
naske 89.
naWa 177 n.
nazzecd' 226.
n a u e 1 e r u 92.
navone 379.
nc&&i 463.
neclenza 292.
weco 69.
n e q u u 69.
?7erp ecc. 291.
''nérvecu'' 468.
nescarea 438.
nósc/i 438.
nesquanfe 438.
wes^t^iir 438.
nessón(^fl 438.
weue 468.
'nganars§ 227.
'n^^a^^ 227.
'ngucete 228.
«iVcda ecc. 291-2.
nmis ecc. 291.
nibbio 463.
wi&ta 502.
wiifó 502.
nibles 503.
nicchia 119-20.
nicchiare 119-20.
mcc/i/o 119-20, 292.
nicher 119.
nÌQisse 429.
nidi zia 292.
*nidaZe 291.
nTdu 291-2.
wte^^eZ 463, 480.
nieble 463.
nieue 467-8.
nigghiu 463.
nigier 119.
nigricare 468.
J2i7ja ecc. 292.
ni7Zà 292.
nilloeu 292.
nzsc ecc. 291.
niscare 438.
ntss ecc. 415.
niuoieZ 502.
niiJM 502.
nizzól 452.
ngbre 463.
M0/M5 473, 479.
nomu ecc. 47 U
noure 87.
novellessa 34.
ììo'oero 472.
Indici. — IV. Lessico.
539
nozhe 6.
nozze ecc. 462.
nilbja 502.
niihle 502.
nuhlo 502.
nùvola 502.
ohhiadìn 503.
òbia 491.
ohiada 503.
o&iai 491.
oblata -tum 503.
obliqui! 474.
obraucatu 90.
obviam 491.
obviire 491.
oca 213.
odia 32, 69.
of al cérik ecc. 282-3.
ogna ecc. 450.
ognedumi 224.
o^n? 243.
ognizz ecc. 452.
oitetivre 463.
oZ 436-7.
oldano 452.
*olT 407.
olioso 69.
olivetum 84.
olmetà 453.
olnnr 451, 454 n.
oZnifrt ecc. 451, 454 n.
0/1/ 415 n.
ombuto 452 II.
ombrane 474.
omecio 5.
omega 503.
o;non 430.
óna 450 n.
^/ìa eoe. 450.
ondro ecc. 452.
oniccio 452 n.
o?zisa ecc. 452.
oniscée 452 n.
p'wo ecc. 450.
owftìno 452.
opàcu 286.
orabbi 503.
orci« 178.
orrfóZ 509.
organar 69.
orlivo 504.
orreza 70.
ors'ó7 509.
orvivo ecc. 504.
oseegle 80.
osè?a 510.
ostaggio 198 n.
osfer 32.
ós't« 70.
ostiere 178.
o«a<o 158.
oublie 503.
ounia 450 n.
ourost 506.
òua 280.
dwe7 ^0'
òwe>z 551.
pdbilo 459.
pacif i cu 370.
pacco 107.
padire 385 n.
padrarzM ecc. 491.
pairé 45.
29aZèo 220.
p a 1 1 a t i u m 70.
palmuzza 490.
palpée 459.
pamensile 483.
panna 179 n.
pannare 179 n.
papejo 459.
papel 459.
pàpero 383.
papier 459.
papìo 459.
-pappjare 5.
para-mboler 101.
parazion 505.
pardu ecc. 491.
parezar 36.
parlascio 70.
parmariscu 490.
pariéra 492.
parterre 492.
partoxa ecc. 491.
passadumàn 482.
passétta gaja 287-
passetto 180.
patiens * 130.
pattare 180 n.
pautrògna 427.
pautròn 427.
pavaigl 459.
pavéro 459.
pavimentum 483.
pazz'iaro 294.
j5aÌM 70.
jsa^so 91, 130, 292-3,
505.
* II significato di 'pazzo', a cui sarebbe venuto patiens, ha bel con-
forto da i n s a n u s.
Archivio glottol. ital., XV.
36
540
peada 492.
■peagna 70.
peagno 61 n.
peàrhu 492.
peca 294.
pectore 120.
pectus 120.
fecu 295 n.
pecz 416.
p ed le a 294, 383.
pe d'un§ 95.
'pega 459, 478.
peggio 459.
peggio 459.
pegioyn 416.
piegnota 505.
pe'gola 380 n.
pejor 90, 459.
jje^a 71.
_?jeZic^ 416, 429.
penacér 428.
penoun§ 91.
pe'ntola 459.
péntola 459.
j)erdicioni 33-4.
perle ulum 425, 474,
480.
^éWe 120.
* perito ' 412-3.
pérnts §aja 287.
^e?5a<«rf 91.
peserà' 96.
pescrellone ecc. 96.
^fso 459.
ptVssa 504.
|jè,ssi 504.
péssra 504.
^esfw'mw 71.
*pessulu 93-4 n.
petenier 125.
petrai 125.
Indici. — IV. Lessico.
petrosello ecc. 378.
_2:)e«?;f 227.
jjei'fdu 492.
peùncu 492.
piagna 492.
piana 70.
pice 504.
picea 504.
pice u 416.
p icr Ide 387 n.
2>*c2< 413 n.
pi cu la 180-81.
2n'ó^ 459, 478.
pieskf 93.
^ie<a 504.
pieula ecc. 459, 480.
pieung 460, 480.
pieoer 460.
pieyd. 418.
pignatta 505.
pignetta 505.
pigtiolta 505.
pigolare 386.
pi gru 70.
pijonc'f 401 n.
pila 71.
pilibrunu 481.
pìmgn§ 228.
^ùla 505.
pindula 493.
pingue 460, 480.
pinzo 181.
2)i'oZo 181 n.
pioppo 461.
^i'ofó 418.
piova 184 n.
^ioi>e 476.
pióoere ecc. 468.
ptVe 4.59.
pisaròta 427.
piscia-cozza 279.
J52ÒÒ-0 125.
2niale 377-8.
2)i<ro ecc. 120.
pittiere 182 n,
piulare 386 n.
piùmice 471.
p)iurare 386 n.
pivar 69.
piviere 182 n.
pizzarhu 492.
2jizzera 125.
pjanca 294.
2}jove 463.
pjg'vego 463.
piaci tu 9, 418.
*plag e a 6.
p 1 a n e a 92.
plectère 504.
plorar! 386 n.
jj?ouj 463.
p' nasse 411.
i^óa 122.
pobia 7.
poccia 508.
poccia 211 n.
pocciare 508.
pocciólo 508.
poche 508.
pocho 508.
pód§c§ 88.
podere 378.
podestà 378-9.
potna 107.
J302S 459.
p^l§ce 460.
lìollare 183.
pome 144 n.
pomentu 483.
pgmice ecc. 471.
ponce 471.
popona 122.
poppa 107, 462.
porcàbru ecc. 481.
porcàxu 491.
porcheddu ahrinu 481.
porciata 205,
poserai ecc. 482.
póste 508 n.
jao^rta 426.
p 5 1 i 5 n e 72.
pótrorof/o 120.
^otfe 508 n.
pouclvinA 508.
potichon 508.
poìieta 125.
poiiisso 125.
poiisso 508.
prappónis 486.
*p r a tarili 491.
pratu 491.
j9rè 120 (cf. lomb. j9re-
precungje 91.
pre faglili 284 n.
2jrem 470, 479.
prence 474.
pre'ncipe 474.
prencipio ecc. 474.
pretto 475,
prevéjre 430.
préver 430.
pricar 15.
j5ric/i 425.
prieuel 474, 480.
prima 102.
primavera 473.
primma 72,
j9?nuot< 425.
prizzato 389
jjro 475.
probaciom 34.
prqbbio 388.
Indici. — IV. Lessico.
procanto 149.
proda 183-4 n.
prgise 9>A.
prò ma 102.
prona 474.
TTQOVUUOU 102.
provana 379.
pirovim, 58-9 n.
*p r ?7 >n rt 1 02.
prilma ecc. 102.
prùna 474.
pruppa 486.
pruppu 486.
p?< 7.
|)«a 122.
p u b 1 1 e u 463.
^2<ca 508 n.
pìtiche 508.
pudrigare 487.
pueple 461.
j9t<in« 294-5.
pidser 120.
j9i«'<5 460.
piilesso 184 n.
puliga 370 n.
*pulleu 71.
pulsare 120.
pultrena 427.
/(Mwasia 425,
pupa 107, 122.
gl'epa 107.
pupazzo 505.
piipla 122.
*puppa 107.
pùppola 380.
pùppor'a 185.
purer 77.
puschena 482.
piisein 482.
pusòr 438.
pustis 482.
541
pussar 120-21.
piissja 125.
pMi«n 430.
^z<<e 125.
piitelo 185 n.
pìiteu 121-2.
j92<<mn 299.
j9!<<mo 104.
piitrogn ATI.
puttana 185 n.
pi<<<o 185 n.
puvie 6.
quaerère 439.
quaggia 421.
qiiarcadunii 224.
*gt<aerlre 41 1.
quatre-pieds ecc. HO.
querquedula 382.
quinte 421.
rabita 13.
raèo 505.
ràbosa 505.
raccappezzare 429.
racchetta 185 n.
raganella 109 n.
raggricciarsi 289.
raic^a 492.
ral^a 482.
raina 14.
raincier 121.
ramarro 186-
ramf 295.
rampa 101, 295.
rampo 101.
ranchezér 428.
rancio 381 n.
*ranea 14.
rànpa 101.
ranno 186 n.
542
ransola 492.
rapa 295.
rapace 368.
rapidu 121, 492.
ràpola 295.
raposa 505.
rappa ecc. 296.
rascia 186 n.
r asciane 186 n.
ratèll 121.
ratta ecc. 121.
rattavello 377.
ratto 121, 492.
rattu 492.
rai^a^Mro 187.
razzente 187 n.
razsese 187 n,
rebbio 295.
re&ma 429.
rebuìse 74.
recens 130.
recessu 150, 376.
reciner 50.
recuevre ecc. 461.
recuperare 484.
redimere 413.
•?-edo 60.
regnachà 429.
re^ro 46.
regrignà 429.
régrulé 117.
r e 1 e e r e 456.
reime 413.
reirf 229.
rekolenne 121.
relicquore 413.
re^oj ecc. 412.
reluire 490.
remo 473.
remongttér 429.
remusg 410.
Indici. — IV. Lessico.
reo ecc. 60.
ré pere 188 n.
rèppa 296.
reppia 295.
rei 130.
r^i 456.
res/ia 368.
resòu 31.
res« 122.
rèsfj'a 426.
retagliàu 426.
relensar 121.
retia 85.
re^ma 105.
rhombu 178.
ribeca 373.
ribrezzo 290, 387 n.
ricotta 194 n.
rigattare 218.
rz^o 188 n.
rima 188.
rimorchio 473.
rimproverare 386 n.
rincer 121.
rintuzzare 203.
riond 412.
rìpido 383.
ripire 188 u.
Wsia ecc. 121-2.
rtso' 73.
r!s«eZ^ 122.
ritréciìie 381.
W«a ecc. 121-2.
rTvu 188 n.
rocchetto 189 n.
rogare 276-7 n:
ro«e< 289 n.
'rpmtca'' 471.
romigài 491.
ronde 367.
ranger 471.
ron< 367.
ron^òar 189 n.
ròppere 367.
rosea 505 n.
roseo ecc. Ili, 505 sgg.
rosolaccio 122.
ros^3a 505 n.
rospo 111, 505 sgg.
rótter 367.
rouver 276-7 ii.
rosnar 189 n.
roiirt 189.
rubata 492.
rubeddula 492.
rùbeu 188.
riibia 188.
rucf/à 91.
ruche4ta 372 n.
rude 482.
rueddula 492.
rw^a 372 n.
rugiada 371, 374.
ruguar 217 n.
r u m i g à r e 491.
*r M m j) i M s 367.
riipja ecc. 296.
ruspa 190 n.
rt<ss ^ajo 287.
rutabùlum 377, 503,
rMheare 38-5.
rM^3oZa 220.
sa 422.
sabau 111.
sa&o< 1 1 1 n.
sacudir 439.
saeculum 425.
saettane 501.
saézimu 53.
*sagTmen 226.
• sabina 190.
sagmariu 246.
sagnér 422.
sagra 386 n.
sagro 386 n.
saicà ecc. 484.
saiettone 501.
sajgime 226.
sajòtt ecc. 123.
sakun 123.
salacca 190 n, 193 n.
salamoja ecc. 470.
salebra 368.
salédra 368,
*saletra 368.
saligastro 371 n.
salis 190.
saZtomard?i 123.
salton 123.
sampa 110.
sampatt 123.
sanctu 406.
sandaraca 373.
sandracca 373.
san/a 110.
sanna 212 n.
sapata 1 II n.
sa/30 111.
sappa 111 n.
saraino 74.
saramun 296.
sarole ecc. 229.
sartagine 90.
srtsón 427.
sa te 110.
satione 368, 427.
satt ecc. 110.
sattgi§ 89.
sauterelle 123.
sauticot 123.
savate 111, IH n.
sayg 111.
Indici. — IV. Lessico.
sbakd' 95.
sballare 191.
sbargar 296.
s'b erg arar 275.
sbiasu 50.
V6ie7,e' 466.
sbigorare 198.
shindagl 427.
sblissar ecc. 290.
s'òòj 124, 290 n, 296.
5&q;j 296.
shorida 496.
s'bragd 51.
sbraitare 51.
sbrus'wa 51.
i&ma 290.
sbrissar ecc. 290.
5ca<7^ 124.
scagio ecc. 402.
scagnardo 378.
scala fròyn 424.
scalperò 218.
scalpitare 218.
scampejré 275.
scanagghjf 229.
scannello 192 n.
scarna 74.
scapùla 402.
scarabocchio 288.
scaravdce 88.
T
scariola 87.
scaroule 87.
scarpa 507-8.
scarpar 74-5.
scarsella 508.
scartapacz 418.
scarzar 75.
scassare 192 n.
scassinare 204 n.
scatenato 378.
scassa ecc. 296.
54E
scazzueppele 87.
scedgne 192 n.
5céptr 108.
scettro 473.
schgrischar 289.
schgrischur 289.
schiantare 199 n.
schidione 194 n.
s'chierp -pa 365.
schiribizzo 302.
schirpa 364 n.
schirpin 364 n.
schizzare 50.
schizzinoso 50.
schossd 416.
sciagura 485.
sciainato 218.
sciarada 193.
sciatto HO.
sciaoerare 218.
saawero 218.
sciddi 492.
scilacca 193 n, 373.
scipito 379.
scivolare 218-9.
scoglio 193-4 n.
scotola 385 n.
scotolare 385 n.
sco«a 194 n.
scovili 492.
scrobài 492.
scrocar 56.
scucetate 228.
scumce'a 78.
scuriada 374 n.
scurkà' 91.
sentir 439.
sdilinqinrsi 11.
sdriipa 89.
seccagna 220.
secesso 499.
544
s e e e s s u m 499.
secrolà 429.
s§cutà' 227.
segghjuzze 93.
segle 425.
ségolo 380 n.
seira 75.
sémondre 412.
semósa 429.
semoxi 412.
sentar 46.
560 76.
'seppV 473.
sereno 141 n.
servitrice 5.
seson 368.
5e<M 76.
setto Z 425.
s/bjra 300.
sgaj 124.
sgalitài 492.
sgarba 507-8.
s'§arbell 296.
sgarzeivel 289.
sgatàr ecc. 296.
s'gatjà 297,
s^èrvassa 106.
s'gorhia 463.
sgrafa 101.
sgrafignàu 426.
sgretolare 385-
sgrifa 101.
sgrifare 166.
sgrisaróla 118.
sgrisor ecc. 118.
sgrìsul ecc. 289.
sgrisular 290.
ladici. — IV. Lessico.
s^ris^wZ 289.
sguazzare 216.
s'gubhia 464.
S2&Zar 219.
sti?>o< HI.
Sidrf^ 96.
^siembra' 470.
siepe 460, 479.
s'i^M 66.
siguu ecc. 76.
s'ima 81-2.
s'Imi 82.
sìngra 493.
singulu 493.
s'itòxo 82.
sizzigorru baveri 279.
sizzigorru nudu 279.
skago ecc. 402.
skàhdula 52.
shanià' 93.
sfcéZ/a 364.
sherpa ecc. 363 sgg. *,
507.
shile'hte 75.
skirpa 364.
sftoii 75.
skrakd 75.
shrinus'u 74.
skroia 106.
skrusi 75.
skrusu 75.
skuga 77.
skurid 75.
skwica 488, 551.
slimegar 500.
smeriglio 195 n.
smerlo 195 n.
so&ro 463.
sòccida 37 d n.
soccotrinu 387.
socer 88.
sòciu 87.
soffice 473.
'soffoco' 473.
^soffre' ecc. 466.
solitariu 493.
solleticare 98.
solletico 291.
soltéri 493.
solferò 493.
soner 47.
sorer 428.
sor or 491.
som' ecc. 491.
sos'nà 368.
sosto 196 n.
'so'sta' 473.
so<e 41.
sottoscagio 402.
soue -yer 41.
sovenità 425.
sovente 473.
sóuero 463.
sovrano 388.
sòwra 74.
spa^o 196 n.
sparigài 500.
speca 458.
spe'gnere 473.
'■spero'' 472.
spetacid 426.
spiccare 197 n.
spiede 460.
spiert 459.
* Cfr. ancora Tabruzz. scèrpe, che si deve ritenere, se qui spetta, voce
culturale, introdotta da chi leggeva per s'è uno sce = s/tt".
spinarhu 492.
spindida 493.
spili u la 226, 493.
spizzea 373.
sporco 473.
spòrte 412-3.
sporto 239.
spos'o 473.
sprecare 384.
spremesse 11.
spresa 31.
sprhnacciare 77.
sprind 58 n.
sprinn 68 n.
spulezzare 184 n.
spuns'ia 77.
spurtigo'a 71.
squacc 124.
squai 124.
squillente 75.
s'rèjnsar 121.
«teca 108 n.
stacio 78.
staggio 198 n.
stagnin 427.
stàgu 77.
«toAe 188 n.
statione 78.
statoig 86.
stazon 78.
stegola 467.
sterlòch 425.
5<ermé ecc. 297.
sterpare 199 n.
sterpo 475.
stervetta 126-7.
5«tcj 429.
stTpes 199.
stirpa 365 n.
stivale 127, 485.
stivillio 493.
Indici. — IV. Lessico.
''Storpia^ 475.
storpiare 475.
storti glión 427.
stoviglia 493.
strabiliare 508-9.
strabu 508.
straccale 108.
straccare 107.
stracche 108.
sfràe 17.
strafìzzeca 373.
stralabid 508-9.
stralòhiu 508-9.
strame'si 68.
straraòt 427.
stramiid 69.
strània 415.
strapazzare 199.
strasonar 47.
stravaché 420.
strerà 297.
stremenér 429.
stremo 473.
strepicciare 385-6 n.
strèpito 383.
strepita 385 n.
streva 126.
stridi ecc. 127.
stricón 427.
*strigicare 427.
strikdr 427.
strinare 200.
strihhon 427.
strival ecc. 485.
strobbdi 486.
stropicciare 385-6 n.
stropiccio 386 n.
sirucar ecc. 282.
strupo 200 n.
strwj 428.
striizid ecc. 282.
545
s<M/)a 121.
stupore 386.
subbuglio 124.
sìibstans 196.
subterior 302.
succhio 200 n.
succutere 439.
suella 466.
sugacóo ecc. 367.
suisui 489,
sukruld 429.
s^^marre 91.
summonere 412.
supeditar 76.
surchja 93.
surldska 368.
5Msné 393.
susnon 393.
5us<é 394.
suston 394.
sutalj 123.
svessinér-se 428.
symphonia 89 n, 428.
si/r 448.
'''a'/Kvraonovlog 87.
ia&t<< 78.
tocco 200.
«occoto 200-201 n.
taccolare 201.
taccolino 201 n.
tdccolo 201 n.
toc?t/' 438.
talfgin§ 229.
tamarin 124.
tamaris ecc. 124.
tamassin 97.
<ana 79.
landa 493.
faw/o 47.
<anne 227.
546
tapada 491, 493.
tapat ecc. 493.
tarabuso 203 n.
taranoule 89.
tarso 201 n.
tartaruga 37t,
tarullo 205.
<«s 201.
tata' ecc. 228.
tcambossé 302.
^earj 180.
i«f_9a 374.
tégulu 467.
téjla d'risia 122.
tellecare 291.
'■teme'' 473.
temelina 124.
iemell ecc. 124.
tentenne 117.
tepidu 108 n.
tèpulu 108.
terminaciom 34.
ternois§ 84.
terracrépolo 387.
terrangce 387 n.
ferrare ecc. 297.
terrienu 472 n.
terruqqar 282.
tertugghje 92.
testile 493.
testu 493.
*testnllia 493.
teuthide 382 n.
t heriàca 373.
thymu 493.
«icmif 451 n.
tievolo 467.
timier 124.
timor 210, 219.
h>a 493.
nre 493.
Indici. — IV. Lessico.
tistivillu 493.
* titillicare 98.
tocativo 34.
toccapoma 144 n.
toccare 107.
noceto 203.
tp^ -^a 466.
toleta 5') n.
<pma 219.
<oma<iO 219.
tornito 219.
tonico 202.
iopa 373.
<o^m 427.
torqào 509.
torcaro ecc. 297.
torcon 299.
torebùseno 203.
«oro 125.
<oro marino 203 n.
<or<or 297.
tortùca 92.
foia 292 n.
totano 382.
totirié 125.
trabocco 203.
trabùeine 203.
tracollo 56.
*tractore 298.
traculér 429.
tracùr ecc. 297-8.
tragettatore 127.
traghetto 127.
*tragìcàre 107.
tragittare 127.
trainare 204 n.
trajectoriura 297-8.
tramazeira 124.
tramesso 79.
<rrtj30 59.
trappiind're 92.
traquer 107.
trascinare 204 n.
traturo 297.
travagd 79.
Hravondré' 418.
<rf&&ia 462.
«refoZ 509.
tre' gola 380 n.
tremacii'a 484.
tremble ecc. 126.
tremola ecc. 124.
tremeléry 42.5.
trernoQOS 126.
tremuoto 473.
tr enfiar e 219.
tràpano 460.
trepidare 216.
tresgetteur 127.
frf^^a 216.
tretticare 216-7.
trettolare 385.
triaca 373.
tricoise 117.
<r2(7«« 127.
trigiarol 297.
tritici! 509.
iroc ecc. 281.
tromboun 203.
tronfiare 219.
«roM^^o 220,
trottola 220.
truccare ecc. 281.
<rz<ccone ecc. 282.
«rwc/xe 282.
'^trudicdre 282.
trufard 428.
<r(V^a 281.
ZQvTcavov 460.
triis'd ecc. 282.
t rugare 282.
trusjar 282.
trùsjun 282.
trussante ecc. 282.
trussar 282.
truzzari 282.
tùf 46G.
tugm 427.
tuissié ecc. 125.
tùUora 202 n.
tumbane 89 n.
tumbu 493.
<Mmf 86
tilmell 301.
tumfne 92.
tùmidu 219.
tìiiiior 219.
tiàphu 466.
turdòl 509.
turpe 475.
turtajo' 297.
turunda 203.
n«<p}'e 377-8.
tympaniu 89 n.
wa^ ecc. 280.
ùber 118-9.
?'<&/« ecc. 503.
uccello 376 n.
ùdus 205.
tigella 376 n.
uggia 205 n.
ultra 409, 510.
umbilicu 424.
tondaZ 298.
l't'niiu 394.
timnia 450 n.
tmcoèu 412.
^<n^c: 452.
«<n<i'«"w 482.
^<Oì;o ecc. 462.
us'ella 510.
-ustulàre 94.
ludici. — 1\^ Lessico.
ut 510.
Mica 280 n.
uxore 87.
lizza 205.
vacare 384.
racca 176 n.
vacivo 493.
vacTvu 493.
vacquattù 225.
vagellare 385.
vajuolo 483.
raZèa 298.
valva 298.
vammacà'rg 230.
vamrnàre 226.
varicella 483.
variu 483.
varma 490.
varoule 89, 91.
war^eZ^ 290 n, 298-9.
varplqtt 299.
va."^^ 96.
vaselce'a 80.
v«5iaj 493.
vassive 493.
vcQad 81.
vecciere 84.
vecte 299, 465.
ve' dar 127.
v§ddgike 90.
véggher 439.
vehiculum 215, 456,
467.
ve^a 80.
velienu 472 n.
velia 458.
*velliticare 98.
véndere 473.
vendicare 458 n.
* vemie' 473.
547
re^)ro 387.
vera 72.
verasus 368.
verbascu 118.
verde ecc. 467.
verdello 391.
vfrd^ìi 419.
verdone 389-91.
vergappa 277-8.
ver^i 126.
vérgini ecc. 467.
veri 127.
vermenécz 427.
* verna 454.
verna 301, 454, 455.
vernja 454 n.
verre 490.
verruca 51.
vers'ó7 483, 509.
ver tiempo 72.
vesco -Schio 467.
ve'scouo 380.
vélacule 88.
vetère 127.
ve'trice 382, 466.
ve^/a 299.
vé<M^a 299.
vetìistu 368.
veys'ìva 493.
ve-o 466.
ve^2wca 279.
vza^o 81.
v/a/a 466, 479.
vibùrnum 462.
vice 422.
vTcu 202.
vicwto 456.
vtrfwa 80.
vie 207 n.
vieguelo 216, 467.
vz'era 467.
548
V terge 465, 467.
vietro 467.
vigliare 207.
vikulu 215.
v'ilia 80.
viola zoppa 299.
viór genoggin 299.
viorne 462.
v'f^6-A 368.
vipillon 115.
VI ri a 89, 467.
viscard 1 1 1 n.
viscla 115.
UÌ5C0>' 111.
ujò-ft 1 1 1 n.
viské 111 n,
Ul.<JJO 111.
vissinèl ecc. 279.
vTtice 486.
vi tri cu 482.
vitta 299.
vivagno 220, 504.
viverra 278.
vora 504.
vorace 368.
vorav'wa 504.
vorbà 476.
voeugia 280.
vo<7a 280.
Indici. — V. T'arm.
vomere 81.
vomica 503.
vorticà 98.
vròsahu 1 12, 507.
vròtaku 112, 507.
vrudahu 507.
vulpginti 90.
U2<o<o ecc. 476.
v?<rra 113.
uili 510.
wasi/" 493.
wisca 115.
a;awa 488.
xbo'ir 74, 296.
XQr^azóg 155.
yengo 456.
2/(350 461.
2/yr?/ 424.
:;am 208.
zakkon ecc. 123.
zambaldo 109, 499.
zambra 208.
zampa 487, 110.
zampéttola II 1 n.
^ancrt 110.
zapata 111 n.
zapetta 1 1 1 n.
5aj90 111.
zappa 111 n.
zatt 110.
;;flMa HO.
zavorra 473
zblestgar 290 n.
zfjane 89.
zejna 105.
cena 105.
cesza 6.
i^frf^i-c 289.
zgrizur ecc. Ili
zhantea 58 n.
zigd'r 219 n.
zinna ecc. 105-i
zipun ecc. 82.
i»Ta^a 429.
ioZ/a 209 n.
^opa 299.
20«ffl 299.
if?a"co 382.
zovént 429.
cMcca 294.
jKCcoZo 294.
zuccotto 151 n.
zumbitnoie 89.
V. Varia.
Fiorentinità o toscanità della lingua
italiana: 390-91.
'voce fiorentina' e 'voce italiana':
390-91.
Il dialetto elbano : 236 n.
Il dialetto astigiano antico : 403.
Il dialetto astigiano moderno : 403.
Voci germaniche nel latino: 100-101.
Voci greche nel latino: 458 n, 459,
460, 461.
Voci greche ne' dialetti dell'Italia
meridionale: 85, 86, 87, 92, 95,
112, 227, 228, 330, 333. 336, 337,
338, 339, 340. 341, 344, 3t8, 349,
352, 360, 362, 507.
Voci greche nel rumeno : 507.
Basi celtiche: 280, 282, 454.
Voci longobarde in Italia : 288, 363
sgg.
Voci germaniche in Italia: 100, 102,
105, IH, 123, 126-7, 288-9, 295,
296, 382, 449 n, 461, 466, 489,
Indici.
V. Varia.
549
494 n, 497-S, 503, 508; in Fran-
cia : 508.
Voci tedesche nel canavesano : 97.
Voci italiane nello spagnuolo: 192 n.
Voci spagnuole nel sardo : 486, 488,
490, 492, 493; nell'Italia meridio-
nale: 227.
Voci venute di Francia in Italia :
84, 99, 113, 147 n, 208 n, 285, 379,
420, 421, 422, 42(3, 427, 449 n,
455 n, 470; nel Piemonte: 116;
nel genovese : 9, 32, 33, 43, 44,
46, 48, 61, 62, 63, 64, m, 68, 69,
70, 72, 76, 77, 78, 79; nel sardo:
492; nell'Italia meridionale: 84;
in Ispagna : 449 n.
Suffissi francesi in voci italiane: 423,
427.
Voci provenzali nell' italiano : 287 ;
nel francese : 119.
Voci catalane nel genovese : 63.
Voci dialettali italiane nel toscano
e nel vocabolario italiano : 60, 99,
129-30, 185 n, 187 n, 203 n, 212,
374, 375, 377, 378, 379, 382, 452 n,
453 n, 465.
Voci letterarie assimilate nei dia-
letti: 472 n.
Voci di latino ecclesiastico nel te-
desco : 503.
Voci latine nell'albanese: 473 n.
Voci popolari estinte, rimesse in uso
dai letterati : 373 n.
Stratigrafia dialettale : 83 n.
Nomi celtici e greci della rana: 507.
Nomi della tartaruga : 279.
Nomi della ghiandaja: 284-6.
Nomi della cutrettola : 484.
Nomi del tarabuso : 203 n.
Nomi del rosolaccio : 122.
Nomi dell'alno: 449 sgg.
Nomi d'alberi in -ggine: 119.
Nomi della primavera: 72.
Nomi di uccelli da nomi proprj: 143.
Nomi proprj personali o nomi d'in-
dole personale, adoperati a signi-
ficar cose : 150.
Nomi proprj in -èo venuti al signi-
ficato di 'baggèo, minchione': 174.
Voci onomatopeiche : 230, 494 n.
Alterazioni, formazioni, travesti-
menti scherzosi, gergali e plebei:
96, 175, 412, 424, 425, 428, 429.
Kaccostamenti gergali : 135.
Pronuncie volgari applicate alla let-
tura del latino : 254 n.
Pronuncia erronea di voci cadute in
disuso : 171.
Cronologia relativa di fenomeni fo-
netici : 12, 107, 296, 461.
Incontro di basi germaniche con
basi latine: 74-5, 215-6.
Commistione di temi, fusione di
voci sinonimo o quasi sinonimo :
3, 99, 279.
Etimologia jiopolare : 182, 193.
alleggerire' e 'digerire': 229.
altalena' e 'bilancia': 49.
ascella' e 'scapola': 402.
assediare' e 'accidia': 47.
avellana' in 'alno': 454.
bagordare' e 'bevere': 48.
bestia' e 'animale': 49.
bocca' e 'becco*: 412.
borrare' e 'correre': 496.
brag-' e 'brug-' : 51.
brivido' e 'bollimento': 290 n.
bruno' in 'pruna': 389.
bucare' e 'frugare': 214-5.
calenzuolo' e 'verdone': 289-91.
cappio' e 'laccio': 388 n.
capriccio' e 'ribrezzo': 387 n.
collo* e 'gola' : 56.
contestare' e 'contrastare': 153.
cubile' e 'ovile': 485.
falò ' iu ' baldoria ' : 485.
fiamma' in 'amore': 486.
fiato' e 'fetente': 377 n.
finire' e 'fornire': 95.
gemere' in 'gemma': 81-2.
gennajo' e 'febbrajo': 487.
inter' e 'intus' : 41.
lama* in 'lamicare': 500.
lentana' in 'alno': 455.
lumaca' in 'limicare': 500.
lunedì' su 'martedì': 17.
meglio' su 'peggio': 459.
melarancia' in 'ararfcio': 226.
oggi' e 'domani': 412.
olmo' in 'alno': 453-4.
palma' in 'malva': 490.
parlamento' in 'palazzo': 70.
pazzo' e 'ragazzo': 292-3, 505.
pazzo' e 'buffone': 293.
peggio' e 'peggiore': 4.
*picciolo' e 'picciuolo': 413 n.
pigna' e ' poppa' : 107.
prugna' e 'brombola'; 102.
rebbio' e 'tetta' : 295.
ricotta' e 'mammella': 294-5.
ripa' e 'rivo' : 374 n.
scarpa' e 'mammella': 508.
550
Indici. — Giunte e correzioni.
'schiuma' in 'fiumara': 78.
'scoscendere' e 'squaccherare': 488
'skerfa' e 'esquirpe': 367.
'sonno' e 'sogno': 226.
'stirpe' e 'scherpa': 365 n.
'tartaruga' in 'bizzuga': 279.
'tartuca' in 'bizzuca': 279.
'toro' e 'tarabuso': 203 n.
'veliere' e '*titillicare' : 99.
'velo' in 'carta velina': 206 n.
'volente' in 'volontà': 4.
Composti del tipo 'pettirosso': 392,
481, 484, 492.
Composti imperativali: 272, 484;
d'imperativo reiterato: 489 n ; di
due imperativi: 378 n, 488-9 n.
Composti di due sostantivi: 272, 481.
Composti di sostantivo + aggettivo :
272, 481.
Composti di aggettivo + sostantivo :
272.
Composti di giustaposizione: 488.
Composti genitivali: 272, 387 n.
Composti possessivi: 326.
Soppressione di elementi superflui
nel composto : 402.
Primitivo dal derivato : 170, 187,
370-71.
Derivato sul primitivo: 136,387n,388.
Nomi locali: 82, 84, 86, 87, 88, 90,
92, 93, 94 n, 121, 127, 212, 236
sgg., 286, 300-302, 386 n, 387,
429, 466, 468, 469, 470, 475, 479, •
501-2.
Nomi locali derivati dal nome dell'
'alno': 449 n, 450, 451, 4.52.
Nomi locali derivati da 'clivo': 479.
Chiatri: 386 n.
Cimane : 501-2.
Cuorqné : 300.
Borei: 300.
Elba: 475.
Ewreux : 466.
lèke: 93.
Limoges : 466.
Lottate : 451 n.
Modica- Miiorica: 470.
Nantes: 468, 479.
Xòn : 451.
Pesco: 93.
Vernate : 455 n.
Nomi proprj: 76, 79, 89, 90, 91, 156,
174, 226, 228, 229, 230, 241, 252,
386 n.
Cognomi : 5, 424.
Omeotropi : 134 sgg.
Grafie: 51, 249-51, 405, 414 n, 481 n;
grafie etimologiche: 18.
Bibliografia: 42-3 n, 83 n, 403, 404,
481 n.
Paj
GIUNTE E CORREZIONI.
(V. anche a pp. 246, 302.)
98 I. 1 : per dledger, 1. dledger.
231 1. 1 : per megghje^ 1. ìnmegghjf.
362, nota 1, 1. 1 : per 'Mayer', 1. 'Meyer'.
367 1. 4 : in luogo di 'per', i. 'par'.
422 1. 17 : per èiier, 1. siler.
449 1. 2. Togli il rum. arin, che è arin, e di cui vedasi invece Meyer-
Lùbke, Rom. gr., I 405 — É invece da aggiungere il trent. òcen,
che s'ha fresco fresco dal Vocab. del Ricci, e che si raggua-
glierà a *o'wn *dwn[oJ. Per il v, cfr. il pure trent. favo allato
a fou e foo, faggio.
456 1. 29: per '227 sgg.', 1. '197'.
488 1. 27 : per shwica, 1. skwica.
497 1. 24: per 'o il', 1. 'ed il'.
497 n. 1. 1 : per 'ritenute', 1. 'riferite'.
'l'i
pi'